lunedì 8 luglio 2024

L'effetto farfalla - Martin Zandvliet

i protagonisti del film sono cambiati, non ci sono più Fares Fares e Nikolaj Lie Kaas e questo fa la differenza.

la storia è sempre scritta da Jussi Adler-Olsen.

passiamo da ottimo a sufficiente.

buona (disperata) visione - Ismaele




Un ragazzino di origini zingare si trova invischiato in un complotto ai più alti livelli in quella Danimarca che vorrebbe diventasse il suo Paese; il Commissario Carl Mørck, alle prese con una profonda crisi personale, torna in servizio per indagare sul caso, svelando un gigantesco vaso di Pandora. Come vi abbiamo raccontato nella recensione de L'effetto farfalla, questo nuovo adattamento dei romanzi di Jussi Adler-Olsen incentrati sulla Sezione Q vede un cambio totale del cast, che però non riesce a infondere il medesimo carisma di chi l'ha preceduto a personaggi sulla carta così tormentati e ambigui. Complice una sceneggiatura a tratti inverosimile e una regia anonima, più affine al mondo seriale, il film si trascina per due ore senza effettivi guizzi di genere, deludendo fan e neofiti.

da qui

 

Un ispettore di polizia prende a cuore il caso di un ragazzino rom in possesso di documenti importanti e di conseguenza in pericolo di vita. Visti i tempi dilatati e l'azione distribuita con il contagocce (non male la scena della fuga tramite estintore), più che un film è pare un episodio di una qualsiasi serie poliziesca teutonica: il cast se la cava, ma il clima freddo e austero non sollecita l'immedesimazione in una vicenda che comunque non ha proprio niente di originale. Un'occhiata spassionata la si può anche dare, ma rimane una produzione mediocre e dimenticabile.

da qui

 

 


domenica 7 luglio 2024

La morte di Mario Ricci - Claude Goretta

un vecchio giornalista deve intervistare per la tv un intellettuale ritirato in campagna, in Svizzera, e proprio quei giorni avviene un fatto grave che turba quel villaggio, e il giornalista Fontana non può ignorarlo.

ottimi attori, Gian Maria Volontè è sempre il migliore, nelle mani di un grande regista.

non perdetevelo.

buona (svizzera) visione - Ismaele

 

 

QUI  il film completo, in francese

 

QUI  il film completo, con sottotitoli in inglese

 

 

La magnifica interpretazione di Gian Maria Volonté basta a far sì che questo film resti per me indimenticabile. Il regista e sceneggiatore Claude Goretta racconta due vicende che in comune hanno solo il fatto di svolgersi nello stesso luogo. Sono però osservate e in parte vissute da uno stesso personaggio, Bernard Fontana, un giornalista televisivo giunto sul posto per intervistare Henri Kremer, celebre studioso impegnato nella lotta contro la fame nel mondo. Deluso dagli esiti delle sue battaglie, l’esimio professore si è ritirato ad Etiolaz, classico rifugio dorato svizzero, e da tempo rifiuta di concedersi ai mass-media. Fontana e il suo assistente sono costretti a soggiornare nella cittadina, in attesa che il loro interlocutore decida di uscire dal silenzio. Quasi contemporaneamente, la piccola località elvetica viene scossa da un brutale incidente stradale nel quale ha perso la vita l’operaio italiano Mario Ricci. Tra i colleghi della vittima e alcuni abitanti del villaggio riaffiorano sentimenti ostili, fanno capolino spinte xenofobe. La dinamica del presunto incidente verrà chiarita in modo poco onorevole per gli autoctoni, il professor Henri Kremer accetterà un nuovo incarico nel Terzo Mondo, mentre Bernard Fontana e il suo assistente se ne andranno senza aver ottenuto la loro intervista…

da qui

 

Un tema importante come la fame nel mondo, oggetto di una intervista ad un importante studioso, viene gradualmente messo in secondo piano da un fatto certamente più minimale come la morte di un giovane italiano avvenuta presso un villaggio sonnolento della Svizzera. Questa inchiesta parallela viene svelata in maniera particolare da Goretta. Non è un elemento che prende il posto di un altro ma come detto si sviluppa paralleamente al suo tema principale che fungerà da pretesto.
La particolarità di questa inchiesta sulla morte del giovane si sviluppa semplicemente osservando la quotidianeità del piccolo villaggio, dalle chiacchiere percepite, dalle allusioni che racchiudono una sottile inquietudine per una forma di razzismo che cova sotto la cenere e che la morte di Mario Ricci farà emergere.
E' un film dall'andamento lento, senza dubbio, ma è come un quadro ricco di particolari dove bisogna osservare tutto e non solo le figure centrali perchè proprio in questo film è il contesto l'elemento più importante. Goretta agisce molto in sottrazione, specie nelle interpretazioni dove ha un Gian Maria Volontè a cui basta un semplice sguardo per esprimere un'emozione o un concetto.

da qui

 

Il giornalista cinquantenne Fontana, rimasto claudicante a seguito di un incidente automobilistico, si reca in un piccolo villaggio della Svizzera francese accompagnato dal suo operatore, per un'intervista televisiva a uno scienziato tedesco, specializzato sui problemi che riguardano la fame del mondo, un uomo molto riservato, che ormai da parecchi anni non ha pubblicato più nulla e che vive ritirato e isolato, non molto lontano dal villaggio in volontario "eremitaggio", a causa di una grave crisi  che si concretizza in un totale senso di avvilente impotenza di fronte ai milioni e milioni di esseri umani che nel mondo continuano a morire di fame nell'indifferenza generale. Fontana è affascinato da questo silenzio nel quale coglie un disagio diverso, ma in fondo molto simile nella sostanza a quello che lo ha "colto" dopo quell'incidente che gli è capitato e che lo ha costretto a un lungo periodo di inattività. Ma questo è solo un elemento della storia. Infatti il giorno prima dell'arrivo del giornalista, un operaio italiano - il Mario Ricci del titolo - che lavorava in un cantiere della zona è stato investito sulla sua moto dall'auto del proprietario di un garage  (e morirà dopo pochi giorni per le conseguenze dell'impatto). Il giornalista, anche se all'inizio sembra non essere particolarmente interessato a questa vicenda, a poco a poco si rende invece conto dell'esistenza di una serie di drammatici eventi anche circostanziali, che potrebbero essere tutt'altro che casuali nell'aver provocato la morte dell'operaio. L'attenzione intuitiva e sensibile di Fontana di fronte a queste due situazioni totalmente sconnesse fra loro, avranno così il risultato positivo di salvare dal suicidio un giovane implicato nella morte di Mario Ricci e di far uscire lo scienziato dalla sua crisi esistenziale. Il film, magistralmente diretto da Goretta, si avvale della straordinaria interpretazione di un Gian Maria Volontè ancora una volta in stato di grazia (giustamente premiato proprio per questo ruolo con la Palma per la migliore interpretazione maschile al Festival di Cannes del 1983) che ci offre un'insuperabile lezione di stile e uno splendido saggio di recitazione, non solo attraverso l'utilizzo della parola che sa trattare "da par suo", visto che) riesce davvero a far "recitare" ogni minimo movimento del suo corpo (atteggiamenti, andatura, muscoli facciali, sguardo che è poi alla fine il vero valore aggiunto di una pellicola già di per sé abbastanza corposa e suggestiva.

da qui

 

 


Deadpool - Tim Miller

un film di supereroi per ragazzini, niente di memorabile.

buona (senza troppe aspettative) visione - Ismaele

 

 

 

…Un personaggio in fondo minore, sincretico e derivativo già nella sua connotazione fenotipica: look da Spiderman, assenza di pietà da Punitore, poteri da X-Man e humour da nerd sboccato, Deadpool è un corollario di qualcosa che già esiste, un'appendice. Come a dover ribaltare questo handicap la trasposizione cinematografica diretta da Tim Miller si fa strada a colpi di fracasso esibizionista, come il più spavaldo e molesto degli invitati a una festa, che sceglie in fondo solo una via un po' più bizzarra del quarterback della squadra di football americano per ottenere lo stesso scopo, ossia le attenzioni delle fanciulle.
Fuor di metafora il target di Deadpool resta maschile, ma al di là di qualche battuta estrema anche se oggettivamente esilarante, il film si piega ben presto alla tradizione del genere, aderendo al più vetusto pattern sulle origini del supereroe e sulla resa dei conti (con contributo collettivo di altri supereroi) contro la sua nemesi creatrice. Svanisce così la cortina di apparente diversità di Deadpool, a cui non basta "rompere il quarto muro" rivolgendosi direttamente al pubblico, o ricorrere ad analoghi e vetusti espedienti, per convincere sulla sua effettiva natura di eversivo innovatore. Forse meglio accontentarsi di divertire chi sceglie di stare al gioco.

da qui

 

…Ben diretto e interpretato, totalmente e filologicamente fedele alla sua controparte cartacea, Deadpool sarà probabilmente apprezzato dai fans del personaggio, e più in generale dal pubblico che si ritrovi più in sintonia coi registri narrativi delle sue storie. Fin dai suoi titoli di testa, il film di Tim Miller esibisce un’autoironia aperta e consapevole, che gioca esplicitamente con lo spettatore e tende a catturare immediatamente, con semplicità e mestiere, la sua attenzione. È divertente ritrovare, nel film, riferimenti al cinema, alle serie televisive, ai fumetti, e in generale a tutta la cultura di massa degli ultimi 20 anni: il fare anarchico e amorale del personaggio, la sua attitudine giocosa tale da smontare un topos come quello della vendetta, risultano caratteristiche rare in un contesto standardizzato (e dai codici abbastanza rigidi) come quello dei comic movie. Ryan Reynolds, da par suo, legge il personaggio con la giusta carica espressiva e (soprattutto) fisica, adeguandosi al meglio al ritmo figurativo e “verbale” richiesto dalla sceneggiatura.

Il film di Miller, tuttavia, si affida un po’ troppo, e in misura eccessivamente scoperta e smaccata, agli ammiccamenti extratestuali e al “gioco” metacinematografico, reiterando questo meccanismo oltre ogni misura. Le citazioni, le strizzate d’occhio, le gag tese a smitizzare e demolire qualsiasi accennato senso di epica, debordano e invadono ogni frangente della narrazione: al punto da dare l’impressione che gli sceneggiatori si siano preoccupati di ribadire, a ogni piè sospinto, come il tutto non vada preso troppo sul serio. Un’insistenza velleitaria e priva di misura, che finisce per sottrarre freschezza al tutto, e gettare sulla storia un velo di artificio e forzatura. Eliminate quelle che, nel contesto della narrazione, restano delle mere sovrastrutture, di Deadpool resta un’esile, risaputa vicenda di amore e vendetta (pur declinata in chiave grottesca): un’esilità che fa sentire ancor più nettamente l’artificiosità dei vezzi sparsi nel film, il tentativo di giocare col materiale di base in modo così scoperto e gratuito da stimolare, a più riprese, un latente senso di noia. Noia che permane anche dopo l’immancabile, prevedibile e un po’ gratuita sequenza post-credits; una chiusura in linea con un intrattenimento piacevole quanto poco efficace quando si tratta di reggere la dimensione del lungometraggio.

da qui

 

…nel complesso Deadpool è un film abbastanza riuscito nei suoi intenti. Tutta la parte iniziale, una lunga scena d'azione scomposta, spezzettata e ricostruita attorno a brani di racconto, è davvero bella e molti altri passaggi del film mostrano un certo desiderio di inventarsi qualcosa. Il tono spumeggiante e consapevole funziona per la maggior parte del tempo e la scelta di accettare un rating R sul mercato americano apre le porte a un'evidente libertà totale non solo nel linguaggio scurrile e nella violenza (che certo non mancano) ma proprio nel lasciarsi un po' andare a quelle scariche d'assurdo che, da fan della prima ora di James Gunn, mi sono un po' mancate in Guardiani della galassia. Ecco, l'altro segno del mio gradimento nei confronti Deadpool va, in maniera tutto sommato azzeccata, anche al di fuori del film stesso. Ne ho apprezzato il ritmo, la comicità, la natura demenziale e delirante con cui approccia l'inserimento tra i film degli X-Men, le tante idee azzeccate e, banalmente, il fatto che dura meno di due ore. Ma soprattutto, ne sono uscito fantasticando su un (im)possibile Guardiani 2 con rating R in cui James Gunn fa davvero il James Gunn fino in fondo. E invece bisogna accontentarsi.

da qui

 

 

venerdì 5 luglio 2024

4 pazzi in libertà - Howard Zieff

una gita di quattro pazzi (e del loro medico) nella capitale, succede di tutto, naturalmente.

non fate paragoni con “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e allora andrà molto meglio.

divertente, simpatico, con bravi attori, né più né meno

buona (pazza) visione - Ismaele


 

 

 

 

…Un film che è la versione leggera di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” del 1975 di Milos Forman, me lo ha molto ricordato. Gli attori che interpretano i quattro “pazzi” sono bravissimi: Peter Boyle “Gesù Cristo”, Michael Keaton “il logorroico”, Christopher Lloyd “il dottore” e buon ultimo Sthepen Furst “ il muto”. Eccellenti anche i due poliziotti corrotti ed assassini James Remar e Philip Bosco due solidi professionisti visti in tanti bei film anni 80/90. The dream team è una commedia intelligente che fa intendere che i veri pazzi nella vita sono quelli sani. Nessuno da retta a loro perché sono pazzi, ma tutto è figlio del pregiudizio ed il finale catartico metterà le cose a posto ed i colpevoli smascherati ed assicurati al loro giusto castigo. Ci sono molte belle scene ben congegnate ed anche commoventi basate su di un sentimento puro e cristallino. Si tocca anche il tema della religiosità malata di certi santoni con protagonista un grande Peter Boyle che si crede Gesù. Si vedono anche in breve frame le Twin towers che malinconia canaglia che ci prende. Ho amato anche l’episodio di metacinema con la citazione di “Furore” di John Ford guardato da chi è malato di “Furore” folle, un abile simbolismo di Zieff. Un film semplice, ma con una grande morale e fa divertire a crepapelle…

da qui

 

 

…“The Dream Team” is not ambitious and daring, unfortunately, and so it plugs us into a preassembled murder plot involving some bad cops.

The unconscious doctor is taken to a hospital, where, as the only witness to the crime, he obviously is a man whose life is in danger.

And then it all comes down to the bad guys vs. the Dream Team, with the obligatory showdown in the hospital.

I despair when I see films like this. They must mean that the filmmakers have no faith in the curiosity and intelligence of the average filmgoer. Have we truly arrived at the point where the average movie does not dare to surprise, explore and experiment? Are American movie audiences so hostile to anything out of the ordinary that a movie must follow the well-trod path of Identikit story lines and retread plots? I ask, because the people who made “The Dream Team” are not untalented. The director is Howard Zieff, whose credits include “Hearts of the West” and “Private Benjamin,” and who is capable of achieving a nice, offbeat, comic rhythm (even though in the second half of “Private Benjamin” he also went for the predictable). The actors all are capable of the kinds of sprung-rhythm craziness that would have been right for this movie; Keaton has the manic intensity, Lloyd (from “This is Spinal Tap”) has the single-minded zeal and Boyle has a kind of deadpan earnestness that can be very funny. (Furst, as the patient who does not speak, could hardly have played his character any differently, no matter what the plot.) With this director and these actors, something could have been accomplished. But perhaps it’s impossible to pitch a project that strays too far from the beaten path. Maybe movie executives no longer have the time or imagination to listen to something original. “The Dream Team” is essentially a formula picture filled with missed opportunities. The fact that it has several passages that really work, and that the actors create characters we can care about, only underlines the bankruptcy of its imagination…

da qui

 


giovedì 4 luglio 2024

Vera Cruz - Robert Aldrich

nel Messico preda degli austriaci in tanti arrivavano nel paese per avere una parte di ricchezza, all'interno della lotta fra patrioti e invasori.

la coppia improbabile formata da Gary Cooper e Burt Lancaster partecipa a questo tentativo di rapina.

film che non annoia un secondo, con un ritmo tranquillo e indiavolato, dipende dai momenti, con attori davvero bravi.

un film da non perdere, promesso.

buona (aurea) visione - Ismaele


 

 

QUI il film completo, in italiano

  

 

Film di cui non ho mai sentito parlar male e capisco il perché: trama (apprezzata anche da Truffaut) solida, scorrevole e con tocchi d’ironia, ambientazione originale, scene di massa e battaglia ben orchestrate e un duello morale modernissimo e tutt’altro che manicheo, con l’eroe mercenario per necessità e il brigante reso cinico da un triste passato. Si sta dalla parte del primo, ma si simpatizza col secondo. Un film dove tutti fanno il doppio gioco ma tutti intuiscono la verità guardandosi negli occhi.

da qui

 

Western atipico che si colloca al di fuori dei luoghi caratteristici del genere sia storicamente che geograficamente, anticipando in questo lo spaghetti western. Aldrich mette scena un mondo fatto di cinismo e tradimenti in cui solo la scelta giusta può riscattare l'esistenza dei disillusi protagonisti. Cinemascope luminoso e colorato oggi estinto, regia moderna e dinamica e un cattivo che ruba la scena con il suo sorriso "Durbans". Le scene di battaglia sono diventate un riferimento per i futuri film ambientati in Messico da Peckinpah a Leone.

da qui

 

Nel Messico del 1866, durante la rivoluzione juarista, l'ex ufficiale sudista Trane (Gary Cooper) e il  bandito Joe Erin (Burt Lancaster) vengono ingaggiati dal Marchese de Labordére (Cesar Romero) per scortare la contessa Marie Duvarre (Denise Darcel) a Vera Cruz, con il sostegno di uno squadrone di lancieri francesi. Ma in realtà l'oggetto della scorta non è la contessa, bensì un carico d'oro di tre milioni di dollari nascosto nella carrozza della Duvarre...
Uno stupefacente western diretto in maniera geniale e dinamica da Robert Aldrich,qui al suo quarto film.
Una certa dose di violenza e le atmosfere del film sembrano anticipare il western all'italiana, mentre il regista analizza profondamente la psicologia dei personaggi, l'amicizia/rivalità che lega i due protagonisti e soprattutto la differente attitudine morale che li distingue…

continua qui

 

Un western picaresco che contravviene  alle regole non scritte del genere e che non esita a inserire dei contrappunti ironici(ma Pulcinella scherzando scherzando diceva la verità) nella sua visione cinica del genere umano e nel gioco a rimpiattino dei due protagonisti,il superdivo Cooper e uno che aspirava a diventarlo(possedendone tutte le doti,dal carisma ,al fisico,alla capacità di recitare su vari registri),Lancaster.Il film può essere letto anche come la storia della loro amicizia impossibile.Uno ex militare,sconfitto con un codice d'onore che non lo abbandona mai.L'altro guascone crudele e sorridente che si vanta di non avere amici e che,poco prima del finale,non esita a sparare su un suo complice colpevole di avergli detto che aveva recuperato il bottino.Aldrich,da grande regista  gioca a scardinare tutti gli stereotipi del western classico dopo un inizio che più classico non si può(cowboy per lande vastissime,fino alla scazzottata in saloon)scegliendo un'ambientazione messicana(quando i messicani erano sotto controllo asburgico),girando il film interamente in Messico con maestranze messicane e mettendo al centro di tutto non la guerra(tra messicani ed asburigici) che appare come uno sfondo,pur storicamente importante, ma una carrozza ripiena d'oro al centro di un balletto che vede coinvolti tanti soggetti:asburgici,una contessa senza scrupoli,messicani per finanziare la ribellione e i nostri due finti eroi.Con la differenza che la competizione tra i due protagonisti finisce solo con un duello tra loro messo in scena magnificamente.E incidentalmente(forse) lo vince l'eroe meno finto.Quello che ha mostrato almeno di avere un codice d'onore.Le figure femminili stanno a guardare....

https://www.filmtv.it/film/7702/vera-cruz/recensioni/480465/#rfr:film-7702

 

…Luego de la reglamentaria reyerta inicial entre los dos protagonistas, debido a que Erin le vende a Trane un caballo que robó a las huestes de Maximiliano I (George Macready) y así provoca que los lanceros lo persigan creyendo que es cómplice del hurto, ambos terminan con ofertas para unirse a los menesterosos juaristas, encabezados por el General Ramírez (Morris Ankrum), y los monárquicos, liderados por el Marqués Henri de Labordere (César Romero), un ayudante del emperador, optando por aceptar sumarse a este último porque les promete 50 mil dólares en oro por escoltar a la ciudad portuaria de Veracruz a la Condesa Marie Duvarre (Denise Darcel) con vistas a que se suba a un barco con destino a París, misión muy peligrosa porque deben recorrer territorio republicano. El engaño de turno es descubierto rápidamente por los señores cuando ven las marcas profundas que deja en el fango el carruaje de la fémina, como si llevase un peso mucho mayor escondido, de esta forma encuentran un compartimento secreto en el piso que atesora tres millones de dólares en oro que Maximiliano I pretende enviar a Francia para comprar el favor de ejércitos privados para así derrotar a los partidarios de Benito Juárez y mantenerse en el poder en la Ciudad de México. Ben y Joe descubren que Duvarre planea traicionar a Labordere en Las Palmas y llevarse el oro, por lo que se unen a ella pero el asunto se complica porque los juaristas meten a una espía dentro del convoy monárquico, Nina (Sara Montiel), que desea que el tesoro llegue al General Ramírez para financiar su causa. Mientras se forman dos parejas que buscan hacerse del dinero, Benjamin/ Nina y Joe/ Marie, el marqués descubre sus planes y se marcha con el botín en conflicto, circunstancia que lleva a los dos hombres a unir sus fuerzas nuevamente y a cambiar de bando al sumarse a un Ramírez que les promete 100 mil dólares del oro del emperador si pelean junto a los juaristas en la batalla final en Veracruz, no obstante el siempre codicioso Erin pretende llevarse todo para él solo.

 

Aldrich, un artesano de la violencia impiadosa que se condice con nuestra praxis cotidiana, juega en pantalla con la idea de los imperialismos entrecruzados que se mueven por detrás de los intereses en lucha y que obviamente son ecos de la brutal y recién finalizada Guerra de Corea (1950-1953), con los norteamericanos representando el sustrato bien parasitario y oportunista de su país -Ben simboliza al sur esclavista y Joe al norte más desarrollado, aunque ambos curiosamente invirtiendo los estereotipos de los rubros involucrados- y el marqués y la condesa haciendo las veces de una aristocracia decadente que no sabe cuando tirar la toalla y sigue con la idea de salvaguardar a la monarquía improvisada vernácula, esa que pondera Labordere a través de su defensa sincera de Maximiliano I, o aprovechar el caótico entorno gubernamental para saquear lo que haya disponible, estrategia de máxima de la exquisita arpía de Duvarre, una cínica con todas las letras que anhelaba “cobrarse” el ser utilizada de tapadera llevándose el tesoro en un punto intermedio del viaje a Veracruz. La historia incluso reflexiona acerca de la importancia del arsenal en cualquier batalla mediante esos flamantes y poderosos rifles Winchester de repetición -creados en 1866- que portan los miembros de la banda de Erin, fundamentales tanto para el ataque como para una eventual defensa, por ello mismo estos proto paramilitares norteamericanos se vuelven tan necesarios dentro del período del Segundo Imperio Mexicano ya que no sólo están mejor equipados sino que saben utilizar/ exprimir a estos nuevos artilugios de la muerte. Aquella honradez -entre inocente bobalicona y marcadamente chauvinista fascistoide- de los westerns de antaño, esos que sin embargo seguirían produciéndose hasta la aparición de los cambios contraculturales de los 60, aquí es sustituida por distintos niveles de una picardía bien cruenta, pensemos en la relativa humildad de un Ben que se conforma con lo que le dan los juaristas y en la ambición sin frenos de un Joe volcado al capitalismo más caníbal…

da qui

martedì 2 luglio 2024

Lo spacciatore - Paul Schrader

Willem Dafoe non è il solito spacciatore di strada, è un tipo preciso e affidabile, ha un fornitore affidabile (Susan Sarandon).

lo spacciatore decide di tenere un diario, e questo fa la differenza.

nel diario ci sono i tormenti del giovane spacciatore, i suoi stili di lavoro, la sua etica, in fondo.

un film da non perdere, promesso.

buona (spacciatrice) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo, in italiano

  

 

… Perché scrivere un diario? Gesto anomalo per uno spacciatore, anche se in carriera discendente. Ma Le Tour è il modello classico del mondo di Schrader, un personaggio “trascendentale”.

Come i suoi precursori, Le Tour è in cerca di grazia e redenzione.

E’ lo schema degli intrecci di Ozu, Bresson e Dreyer , qui adattato a nuovi tempi e ambienti, che Schrader,  in "Trascendental Style in film: Ozu, Bresson, Dreyer", ha individuato in tre step: “il quotidiano, la scissione, la stasi”.

Le Tour si muove nel quotidiano sulla superficie delle cose, ma è in cercadi qualcosa che vada oltre, un ‘azione che rompa con l’esistenza statica.

Il gesto finale violento, il sangue in cui si compie il sacrificio rituale, sarà la scissione a cui seguirà la stasi, perché nulla è cambiato.

Poteva essere l’amore per Marianne? Un miraggio, i due inquadrati di profilo al ristorante, con una colonna al centro che li separa, sono molto espliciti.

Le Tour torna alla condizione iniziale, nel diario scrive "Cammino e cammino", ma non sa dove andare se non, ogni notte, nella vita degli altri, non avendo mai imparato a costruire la propria.

In cerca di una redenzione laica, Le Tour frequenta una sensitiva. Nell’ansia, che abilmente mimetizza ma lo incalza, arriva perfino a svegliarla di notte. D’altra parte, anche Ann ha simpatie astrologiche, sembra che in quel mondo che pesca nel vizio e nella morte l’unica speranza sia la trascendenza da baraccone.

"Faccio fatica giorno per giorno, mi preparo contro la tempesta ... Sembra che il mondo stia andando a fuoco" canta Michael Been.

Il dolore parte dalla musica, trapassa il personaggio, va a segno.  

Ma i personaggi di Schrader vanno e vengono senza costrutto, il mondo andrà avanti senza di loro,non andrà a fuoco, semplicemente li chiuderà nell’ultima stanza, quella dietro le sbarre.

Eppure l’istinto di sopravvivenza mai non muore, e chissà, fra cinque, sette anni, con Ann, forse potrà ricominciare.

Cosa? Il solito ciclo “il quotidiano, la scissione, la stasi”.

“Ci siamo mai baciati?” chiede alla donna nel parlatorio del carcere.

da qui

 

…Non è il narratore della vicenda: è piuttosto un glossatore, un interprete della propria sensibilità, alla pari della “lettrice psichica”, che fissando i volti delle persone è in grado di comprenderne (indovinare?) cosa si agiti nell’anima. Quella di Willem Dafoe (indimenticabile) appartiene ad un uomo di seconda mano, spacciatore d’alto bordo salvatosi dall’abisso della tossicodipendenza, al servizio dell’affettuosa Susan Sarandon (grandiosa), scafata ed elegante trafficante che vuole abbandonare la droga per dedicarsi ai cosmetici, e dominato dal ricordo di un amore perduto improvvisamente ripalesatosi come per mettere alla prova l’equilibrio faticosamente raggiunto.

Lo spacciatore è una chiara parabola in cui tutti gli elementi riferiscono – anche troppo – un disastro etico. La New York di Schrader è simbolicamente invasa dai rifiuti per lo sciopero dei netturbini, occupata da abbienti abitanti o visitatori costantemente bisognosi di dosi a domicilio e dominata dal fantasma della morte che aleggia sottoforma di overdose accarezzando le fragilità di chi non sa fare pace con le proprie angosce.

Seguendo il ritmo delle malinconiche ballate di Michael Been, il film non è solo uno dei tanti compendi del cinema di Schrader, ma anche il trionfo della sua regia mai sensazionalistica e sempre più tesa all’attenzione all’umano: ogni immagine porta con sé il segno dell’esperienza, l’esercizio del dolore, un devastante senso di colpa, la profonda conoscenza del male che pervade la vita…

da qui