lunedì 17 giugno 2013

Girolimoni – Damiano Damiani

sarà che l'ho visto da ragazzino, sarà che ho un debole per Nino Manfredi, ma rivedere il film dopo una quarantina d'anni mi ha commosso e fatto apprezzare quello che ancora non capivo.
un piccolo capolavoro, da non perdere, merito sopratutto di Nino Manfredi - Ismaele




Archiviato da più di trent'anni dalla televisione e dimenticato da tutta la critica ufficiale e non, ma incredibilmente editato in dvd, il film di Damiani è invece attualissimo. I temi scottanti e scomodi si riferiscono ad un episodio realmente accaduto, un errore giudiziario (il caso Valpreda) nel periodo fascista. La stampa giudica questi casi, spesso sostituendosi alla magistratura, strumentalizzandone ogni aspetto e a volte inventandosi di sana pianta degli episodi, discostandosi così dalla realtà allo scopo di sfamare la psicosi forcaiola di massa, aumentando così tirature e vendite del proprio prodotto, decretando verdetti prima dei processi senza certezze oggettive, che peraltro sono spesso difficili da conseguire. Negli anni si sono succeduti molti episodi simili a quello raccontato nel film ed il trucco è sempre quello: le autorità del "Palazzo" in determinati momenti di crisi, di difficoltà nella gestione del potere o per coprire le proprie malefatte, focalizzano l'attenzione del pubblico su questi episodi di cronaca nera, con l'aiuto della magistratura e la collaborazione indistinta di giornali e televisioni...

…Nino Manfredi merita una citazione a parte. Nel 1972 l’attore attraversa forse il suo periodo migliore, quella maturità i cui veri frutti si notarono dalla fine degli anni ’60 con prove da grand’attore drammatico, non solo comico. La sua è un’interpretazione di grandissimo spessore se pensiamo al ruolo non facile per la sua tragicità, nonchè per il fatto di inscenare una vicenda realmente accaduta. Una tragicità che nonostante tutto l’attore riesce a mitigare rendendo un personaggio ironico, amante della vita (e del bel vivere, che male c’è?), sempre pronto alla battuta fulminea e al riferimento ironico (e sarcastico) anche quando si trova malmenato in una cella. Molto più da tragedia si fa la sua interpretazione quando esce dal carcere. L’ironia della prima parte, lascia il posto alla disperazione e allo sconforto che coinvolge anche lo spettatore. E’quello che si chiama “processo di commiserazione” di quest’ultimo verso il protagonista scornato.

…Ancora encomio a Damiano Damiani e a Nino Manfredi per aver in questo modo, con l'arte popolare d'eccellenza che è il Cinema, contribuito non solo a riabilitare il buon Gino Girolimoni ma ad evidenziare, perlomeno moralmente, i veri colpevoli di quanto è accaduto a lui, che ebbero anche la grave colpa di non trovare poi il vero assassino.

domenica 16 giugno 2013

The Shop Around the Corner (Scrivimi fermo posta) – Ernst Lubitsch

un altro capolavoro di Ernst Lubitsch, una macchina perfetta.
pessimo il doppiaggio, magari uno nuovo sarà l'occasione per rivederlo restaurato al cinema.
intanto godetene tutti - Ismaele




…Perché vederlo. Perché non è una cosa normale: è un film straordinario in senso letterale. Anche nel mondo della commedia romantica, anche prendendo il suo discepolo più talentuoso, il viennese Samuel Wilder (poi diventato Billy Wilder), è molto difficile trovare qualcuno che tolga più di Lubitsch. Qui c’è meno di quanto tutti noi avremmo messo: non un riferimento in più, non una gag in più, non una battuta o un’inquadratura in più, ma sempre invariabilmente tre in meno. C’è tutto un mondo di intenzioni, di desideri, di cose che si vorrebbero dire ma poi non si dicono, pensieri che si vorrebbero esplicitare ma poi si lasciano macerare in testa, un universo che fa vibrare ogni scena di una vita sottile e invisibile. Poi c’è James Stewart che è talmente figo che non si può descrivere. Giuro. I personaggi, tutti, sono fondamentali, ma nessuno esagera. Infine c’è una selezione di battute semplicemente perfette, che raccontano tutto degli uomini, del lavoro, dell’amore, delle passioni ideali e della vita vera, e fanno di maschile e femminile due categorie nobili, spassose, vere…

Los cinéfilos recalcitrantes con un punto de intolerancia a las malas digestiones somos gente afortunada: tras un mal rato en una sala oscura siempre nos queda el remedio balsámico de acudir al rincón preferido de nuestra estantería para reponer el ánimo, aquietar el pronto colérico y prepararnos para un sueño reparador, felices.
El genial Ernst Lubitsch nos traslada a una ficticia Budapest para ofrecernos su afilada visión de un grupo de gente normal y corriente, personas que trabajan codo con codo en un bazar propiedad del ya veterano Sr. Matuschek…
…El espectador se siente feliz: contento porque todo acabará bien, como debe ser; pero más feliz porque ha asistido a una representación espléndida, plena de talento: un Director que sabe perfectamente lo que tiene entre manos: un guión sin mácula, con el ritmo justo, atendiendo a todos los personajes principales; unos intérpretes que demuestran saber estar, saber mirar, saber escuchar, saber decir sus frases con naturalidad; la historia ha transcurrido de forma tan elegante, plácida, ligera, ágil, que apenas tendrá el mirón conciencia del tiempo pasado. Una maravilla. Un ejemplo a seguir…
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venerdì 14 giugno 2013

God Bless America - Bobcat Goldthwait

il protagonista è il fratello di Bill Murrey, un po' più grasso, e bravissimo.
se qualche volta ti è capitato di non poterne più, e purtroppo non ti sei potuto sfogare come era giusto e necessario, allora questo film è per te.
l'inizio ricorda "Un giorno di ordinaria follia", meno serioso.
in più qui il protagonista ha una formidabile alleata, una ragazzina con qualche conto da sistemare, con i suoi coetanei e con il mondo.
da non perdere - Ismaele





…La forza del film è anche il suo limite: essendo rivolto a tutti quelli che almeno una volta nella vita si sono detti che Paris Hilton non merita di vivere e hanno fantasticato sul prendere un fucile e fare pulizia di quella porzione di genere umano che abbassa la media, God Bless America non “educa” (ok, parolone) o sensibilizza veramente nessuno, perché non raggiunge nessuno che già non volesse essere raggiunto. Chi decide di guardarlo — perché non è un film che ti capita di vedere, è distribuito in maniera tale che te lo devi andare a cercare — la pensava esattamente come Frank e Roxy prima ancora di iniziare; è una (divertentissima) fiera del darsi ragione a vicenda, a cui ben poco aggiunge l’infinita serie di monologhi (cercate su youtube “god bless america + rant”: troverete ⅔ di film) che condiscono ogni massacro, veri e propri sermoni che smascherano la natura di stand-up comedian dell’autore e mettono alla prova la sospensione dell’incredulità dello spettatore più degli ammazzamenti: Frank e Roxy sembrano avere un’idea precisa e articolatissima su QUALUNQUE COSA e, mio Dio, devono farcela sapere ogni volta!...

The first half hour or so of Bobcat Goldthwait's "God Bless America" promises so much more than the film is finally able to deliver. Here is a film that begins with merciless comic savagery and descends into merely merciless savagery. But wow, what an opening…

…Assolversi da God Bless America pensando che parli di altri e non parli (anche) di noi, significa sposare quella linea critica che dice che il film sia fallito perché si rivolga all’America rozza e bassa, volgare e ignorante, razzista e distrutta dalla televisione, quando di quella America, spesso facciamo parte anche noi. 
Riconoscerlo sarebbe già un passo in avanti.

…Malheureusement le soufflet retombe quelque peu une fois le duo installé dans son épopée sanguinaire. Le film s’enlise petit à petit dans un comique de répétition et à force de canardage, le scénario plombe quelque peu le message socio-politique qui fait tout l’intérêt du film. À trop grossir le trait, la caricature perd un peu de sa provoc pour se retrouver figée au seul rang de comédie. Dommage !

…La bellezza del film è che lo spettatore, di fronte a tanta mediocrità e grettezza, parteggia subito per il goffo e tenero protagonista, licenziato dal lavoro col presupposto di una falsa molestia ad una collega, divorziato con una figlia piccola caratteriale ed isterica che lo detesta, solo al mondo, con dei vicini rumorosi e grezzi, malato terminale a sorpresa dopo che un medico senza scrupoli gli rivela con fredda spietatezza una diagnosi che non lascia speranze; e ancora con una televisione che irrompe nelle sue serate solitarie infondendo lo squallore di una vita che non ha piu’ regole e  fondamenti genuini…

…L’interpretazione straordinaria di Joel Murray è degna di un Oscar, la sceneggiatura anche, ma la patina di copertura da black comedy rischia di impedire allo spettatore di comprendere l’urlo di denuncia di un sorprendente Goldthwait, capace di tirar fuori una regia che mescola il divertimento all’orrore che la società odierna rappresenta, in una maniera tutta nuova: l’ironia. Ironia che fino ad ora era protagonista solo di poche scene di film pregni della stessa paura e dello stesso disdegno di fondo, ma che qui la fa da padrone, senza mai dimenticare l’aspetto critico, la tragedia dietro il perché di quest’opera. Silenzi calibrati, dialoghi ben torniti, sparatorie dal giusto livello di sarcasmo e sadismo goliardico: God Bless America è probabilmente il film più anti-americano che sia mai stato realizzato fino ad oggi.

…Bobcat guarda al mondo dei reality, dei talent e in generale della società consumistica americana partendo con un sorriso sulle labbra. Via via però il suo ghigno si trasforma in una smorfia di tristezza e di rassegnazione e finisce nella disperazione. Bobcat fotografa un’America patria del libero mercato, ma annientata culturalmente. Un paese in cui l’American Dream è diventato quello di essere derisi pubblicamente a un talent-show. Un paese passato dall’American Dream all’American Idol. Un paese in cui tutti sono anestetizzati dalle minchiate sparate dalla tv e retweettate su Internet, al punto da non saper distinguere più ciò che è importante e cosa no. Cosa è reality e cosa è fiction. Un paese in cui la violenza è diventata talmente un’abitudine che per parecchio tempo nessuno si rende nemmeno conto della carneficina compiuta dai due protagonisti del film…
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mercoledì 12 giugno 2013

La leggenda di Kaspar Hauser – Davide Manuli

visto al cinema, alla presenza del regista e di Kaspar (la bravissima attrice e danzatrice Silvia Calderoni).
Kaspar Hauser appare, tutti si interrogano, la musica è il linguaggio che permette di comunicare.
bravi tutti, Vincent Gallo su tutti, che parla in inglese da sceriffo e in italiano da spacciatore.
uno di quei film che non si possono raccontare, solo vedendoli, magari anche una seconda volta, si riesce ad apprezzare l'opera.
il film, girato in Sardegna, è uscito in sala in alcuni paesi europei, questa settimana in Italia, e se gli incassi sono decenti si trattiene ancora, poi continuerà in altri paesi europei.
film diverso e altro, certamente da vedere - Ismaele

PS: nei titoli di coda ringraziamenti, tra gli altri, a Denis Lavant.


…Il cinema di Manuli è un’esperienza non facile da raccontare, un prodotto unico non riscontrabile né avvicinabile ad altro, diverso, libero, anarcoide (ma in un certo senso rigoroso), che fa leva innanzitutto sul linguaggio stesso, il linguaggio delle immagini e del racconto, lirico e terrestre (o forse lunare) allo stesso tempo. È un cinema alieno e desertico come il personaggio che racconta, utilizza un linguaggio altro, chiede allo spettatore di abbandonare il codice tradizionale d’approccio alla pellicola e di condividere il proprio. Il film si apre con dei titoli di testa tra i più belli mai realizzati per un film, quasi un film-nel-film (usati anche come trailer, che di per sé è già un capolavoro), con gli UFO che sovrastano Vincent Gallo che si muove come un John Travolta postatomico, fino all’esplosione sonora che annuncia le coordinate (quasi) cartesiane del film (Isola, Anno zero, Luogo X, Mare Y), una fusione tra immagine e parola vagamente godardiana, sicuramente unica.  
Da qui in poi il “La Leggenda di Kaspar Hauser” procede per quadri, annunciati da un titolo, che alternano un’insistenza per la staticità (inquadratura fissa, lenti movimenti, recitazione dimessa), a momenti in cui la parola assume toni sopra le righe (lo sceriffo, così esageratamente yankee, o la connotazione dialettale del prete-Gifuni, interprete di un bellissimo monologo sul senso stesso del linguaggio) e si accompagna a una grande dinamicità corporale. Un film, insomma, che apre molte strade e percorre sentieri nuovi e interessanti, che conferma lo straordinario talento visivo del suo autore, capace di trasformare luoghi geografici molto connotati in paesaggi d’un mondo sospeso e popolato da entità immobili, distaccate da sé, eppure costantemente in attesa (beckettianamente) di un fenomeno epifanico, di cui forse non saranno degni, ma che forse sarà soltanto l’ennesimo inganno (un falso profeta, un re con le orecchie d’asino, un principe dei folli, o solo un DJ). In Italia, come al solito, di questo film non si è accorto nessuno (o quasi), ma questo è un altro discorso.

…Esteticamente, La leggenda di Kaspar Hauser ha un fascino indiscutibile. Il bianco e nero scelto dal regista, e la grande cura degli ambienti, accentuano l'astrattezza, e insieme l'universalità, della lettura data alla vicenda. L'uso della pellicola, e la sempre presente grana del quadro, avvicinano la fotografia a quel mood godardiano, da cinema naturalmente libero e sperimentale, in cui Manuli voleva avvolgere il progetto. La suggestione da esso emanata, "ritmica" e fisica oltre che puramente cerebrale, è merito anche dei suoni elettronici di Vitalic; perfettamente adeguati alle immagini, ma anche alla singolare reinterpretazione del personaggio. Nonostante l'assenza (orgogliosa, dichiarata) di concessioni e punti di riferimento per lo spettatore, la presenza di volti noti aiuta senz'altro l'ingresso nella storia, l'approccio alle sue simbologie, la decodifica del suo mondo: a uno straordinario Vincent Gallo, in un doppio ruolo la cui dialettica è riflessa anche nella quantità delle parole pronunciate, si sommano le apparizioni di Claudia Gerini e soprattutto di Fabrizio Gifuni; quest'ultimo si prodiga in un monologo (opera dello scrittore Giuseppe Genna) in cui c'è molto del senso del film. Su tutto, il Kaspar Hauser di Silvia Calderoni, notevole attrice teatrale che ha nell'ambiguità sessuale la sua più potente arma: magnetica, ipnotica, un corpo che è tabula rasa, con quell'unico nome tracciato sulla pelle, eppure, di suo, così comunicativo. La rischiosa, ma felice scelta del regista nell'affidarle il ruolo principale, sostanzia un film che riesce ad arrivare allo spettatore per vie traverse; attraverso la suggestione e la stimolazione costante del senso estetico, più che con la forza immediata delle immagini. Ma con la capacità, non da tutti, di sedimentarsi nella memoria, continuando a lavorarvi e a richiamare nuove visioni e possibili letture.

…This is an endlessly bizarre play in which each character makes their own revisions. I half expected it to be different the second time I watched it. The fact that it's shot in high contrast black and white might imply a clear cut scenario, but The Legend of Kaspar Hauser is anything but.
If you dig the avant-garde or the straight up weird, you're going to love The Legend of Kasper Hauser. It's destined for a double dosing of cult status, both for Davide Manuli and Gallo. And don't forget to check out Beket, Manuli's first masterpiece. It's an existiabsurdist piece set in another infinite limbo…

…Manuli torna a iniettare linfa vitale nello sconsolato panorama del cinema Italiano fatto di uno o due feticci da sventolare ai festival internazionali e una marea montante di mediocrità. Dopo essere stato presentato in anteprima mondiale al festival di Rotterdam nel 2012 ed essere uscito in Germania, Polonia, Francia, Russia e Inghilterra il Kaspar Hauser di Manuli sta per arrivare anche da noi.
In Italia, dove a meno ché il tuo nome non inizi con “Mucc” e finisca per “ino” nun te se incula nessuno, la promozione del film è stata affidata ad una rete informale di diffusione trans-mediale. Oltre all’hashtag #invasioneKaspar che annuncia su Twitter l’imminente venuta della pellicola e una costellazione di video sparsi per la rete che ne rivelano l’essenza indecifrabile, la promozione si avvale di una app (Social Cineama) che permette un servizio di proiezione a richiesta geolocalizzato…

…All'osso, la vicenda di Kaspar Hauser è una delle infinite varianti dello scontro tra natura – il buon selvaggio dall'identità misteriosa e dai poteri paranormali – e civiltà – la civiltà degli Sceriffi, dei Preti e delle Duchesse, ma pure dei Pusher, delle Puttane e dei Servi. Non c'è da meravigliarsi che da una narrazione di cronaca tutto sommato non sorprendente, quella di un ragazzetto bizzarro giunto a Norimberga da chissà dove e ucciso da chissà chi, si sia trasformata in pieno Romanticismo in una leggenda, in un enigma e, in definitiva, in una splendida metafora della violenza dell'acculturazione. Di per sé, dunque, Kaspar Hauser è una parabola anti-autoritaria. Nelle mani di Manuli, che con il suo eroe condivide la sorte di non riconciliato, diventa una sinfonia di libertà che si riflette in ogni piano del film – dalla messa in scena alla recitazione, fino alla post-produzione. Asfissiato da un'industria mai dimostratasi così misera, Manuli urla a gran voce le possibilità di un cinema altro, anarcoide, sregolato, magnetico, libero. Per quel che ne so, potrebbe persino non essere cinema.
Kaspar Hauser è la vita al lavoro.

…Sicuramente negli intenti di Manuli non c’era quello di annoiare, ma in soli 87 minuti ci riesce molto bene: il ritmo lento e la desolazione che fa da sfondo alla storia, sono creati per far capire la voglia di uscire dal solipsismo, come soluzione all’incapacità di comunicare (Hauser può esprimersi al meglio solo in Paradiso, dove riesce finalmente a fare il deejay), tuttavia finiscono anche per non far godere appieno di un film che risulta pesante e lascia un gran vuoto dopo il finale.
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martedì 11 giugno 2013

Ulee's Gold (L'oro di Ulisse) - Victor Nunez

un gran bel film con un Peter Fonda protagonista, bravissimo, una storia che affonda nel Vietnam e arriva ai dolori di oggi.
bravi tutti gli attori e bravo Victor Nunez, che tira fuori un piccolo grande film.
da recuperare, senza alcun dubbio - Ismaele


Storia di affetti familiari negati. Storia di un ritorno. Ulee sbarca il lunario facendo l'apicoltore e deve badare alle nipoti (una adolescente e una ancora più piccola) visto che il figlio è in galera per una rapina, la nuora non si sa dove sia e le moglie(Penelope) è morta. La vita di Ulee scorre in una piatta routine quotidiana,chiuso in se stesso senza sentire il bisogno di vita sociale, fino a che riceve la telefonata da due amici del figlio che hanno trovato la nuora. La prende, drogata fino agli occhi promettendo che darà ai due il bottino della rapina di anni prima e che non era mai stato ritrovato. Con sorpresa finale…

…Nunez has a gift for finding the essence, the soul, of his actors; that's why Harris and Judd were so good, and why Peter Fonda here reveals a depth of talent we did not suspect. Nunez is attentive to the quiet in Fonda's nature, to the deeply buried anger, and to the intelligence. There is a situation late in this film that involves a gun, and the Fonda character handles it like a chessmaster, figuring out what the real threat is, and how his opponents will react. Raised on routine movies, we figure Ulee will grab for the gun. Ulee is smarter and deeper than that.
The scenes between Fonda and Richardson are charged with quiet tension. Obviously she likes him. He tells her he is no longer good at--well, getting along with people. She understands. What happens between them happens slowly and tactfully. And Nunez is just as careful in the way he introduces Ulee's profession. We learn something about bees, and a lot about beekeepers, but “Ulee's Gold” is not a documentary; all of the information is used in the story, especially in a scene where one of the granddaughters uses bees in a parable she tells her mother. Basically, it comes down to: You take care of them, and they'll take care of you.

…Nunez's script is thoughtful and intelligent, and it challenges his actors with fully-formed personalities for them to breathe life into (Peter Fonda, in fact, called Ulee "the best character I've ever read"). The highest compliment I can offer Ulee's Gold is that it plays more like real life than a movie. During the course of the film, we learn a little about the different grades of honey. And, just as the light golden Tupelo is in the top echelon, so too is Ulee's Gold.


lunedì 10 giugno 2013

To Be Or Not To Be (Vogliamo vivere) - Ernst Lubitsch

non c'è una battuta che non stia al suo posto, in una sceneggiatura perfetta e gli attori non sono da meno, e non manca il tocco alla Lubitsch.
guardare un film del 1942 (questo film, poi) al cinema nel 2013 è un regalo bellissimo, non privatevene - Ismaele

PS: in un registro degli appuntamenti che ci mostrano nel film, dopo la signora Tura, c'è un certo Schindler, potenza delle coincidenze.





A día de hoy, sigue sorprendiéndome que artistas como Ernst Lubitsch o Charlie Chaplin tuvieran el atrevimiento de realizar obras como “Ser o No Ser” y “El Gran Dictador”, tan premonitorias en su momento, como arriesgadas por su temática. La película que nos ocupa pasa por ser una de las mejores comedias de la Historia del Cine. Los magníficos personajes, los diálogos de doble lectura, el ritmo impuesto por el director alemán y las situaciones surreales que se suceden ininterrumpidamente, forman un conjunto inigualable…
… estamos ante una comedia irrepetible. Solamente Lubitsch sería capaz de hacer una película sobre la ocupación nazi de Polonia y provocar mas risas que terror. A través de una compañía de teatro, sus protagonistas vencieron a la Gestapo; a través del cine, Lubtisch contribuyó a derrotar al Régimen Nazi minando su moral. De hecho, después de ver esta cinta, Goebbels salió enfurecido de la sala de proyección y se retiró inmediatamente a su despacho en el Ministerio de Propaganda.

… Primo film della Lombard con Lubitsch, Vogliamo Vivere!, come recita malissimo il titolo italiano, è anche il film che la consegna alla leggenda, perché, com'è noto, l'attrice muore in un incidente aereo prima della fine delle riprese. Ma è l' "arte" della recitazione in sé, che il film omaggia e analizza, prendendola dapprima come oggetto di satira per poi, strada facendo, renderla drammaticamente portante e infine salvifica. Ed ecco allora che, per Lubitsch, l'arte è soprattutto due cose: misura e situazione. Joseph dovrà stare attento a non strafare, a non gigioneggiare, pena la fine della sua vita e della resistenza intera; e ci sarà solo e soltanto un'occasione giusta per Bronski, l'aspirante Shylok, nell'architettura della Storia e del film. Questione di perfezione, e di un regista che non si è mai accontentato di meno.

Vogliamo vivere! è una di quelle commedie che non invecchieranno mai, un vero e proprio Capolavoro del genere firmato da un maestro come Lubitsch. Similare ideologicamente a Il grande dittatore nella sua riuscita satira sul nazismo, è un film che diverte con intelligenza e con arguzia, figlia di una genialità genuina e con un duo di protagonisti perfettamente in parte. Perdersi il suo ritorno al Cinema, sia per chi ha già avuto fortuna di vederlo, sia per chi non lo conoscesse, apparirebbe, questo sì, veramente un crimine.

…Il film arriva nelle sale nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale, deridendo l’arroganza nazista: ci troviamo in una Polonia appena invasa dalle truppe tedesche, che a fatica tenta di sopravvivere ai bombardamenti nemici. Protagonisti della storia i componenti una compagnia teatrale che, per amor patrio, dovranno portare in scena la miglior recita della loro carriera, non sulle tavole del palcoscenico, ma per le vie di Varsavia, alla ricerca di un premio finale che non consiste come sempre nel conquistare l’affetto del pubblico, quanto nel riuscire a salvare delle vite, comprese le loro.
Così in una girandola di equivoci e di travestimenti i nostri ‘eroi per necessità’ diventano loro malgrado protettori del destino di molti, pronti a mettere in gioco le loro stesse vite per la patria.
In un perfetto equilibrio di immagini, dialoghi e musica, dove ogni singolo gesto è pensato dal regista e impartito agli attori, la commedia prende vita, divertendo, commuovendo, denunciando il male. Lubitsch, come Chaplin (“Il grande dittatore” è dello stesso anno), usa il suo talento professionale per dare un contributo al conflitto bellico…
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domenica 9 giugno 2013

Fuoco - Gian Vittorio Baldi

film quasi senza parole, inizia con gli spari alla statua della madonna, e poi ce n'è per tutti.
mancano le spiegazioni, solo rabbia senza confini.
un film unico, che le sale non hanno mai proiettato, almeno in zona Vaticano.
un piccolo capolavoro da vedere senza nessun dubbio, e senza voler troppo capire - Ismaele



Amato dai "Cahiers du cinema" e boicottato dalla censura e dal mercato, Gian Vittorio Baldi è uno dei cineasti più anomali nella storia del cinema italiano e un autore impegnato nelle tematiche della marginalità individuale e sociale. Il suo itinerario di regista e produttore, nelle tensioni degli anni Sessanta e Settanta, è rappresentativo di quell'epoca di utopie e provocazioni. 
"Fuoco!" (1968), definito da Morando Morandini "notevolissimo per rigore, adeguamento tra intenzioni e risultati, coerenza interna tra materia drammatica e forme in cui è espressa", viene presentato in DVD nell'edizione restaurata dalla Cineteca di Bologna presso il laboratorio 'L'Immagine Ritrovata'.
Girato interamente in presa diretta, il film racconta un episodio inquietante ed enigmatico: un uomo, asserragliato nel suo miserabile appartamento con la moglie e la bambina, spara contro la statua della Madonna durante una processione religiosa. Nasconde in casa un arsenale e continua a fare fuoco alla cieca dalla finestra. Inizia l'assedio delle forze dell'ordine che si protrarrà per un giorno e una notte. Presentato alla Mostra del cinema di Venezia del 1968, divenne subito emblematico del clima di violenta contestazione contro lo stato, la famiglia, la religione.

Un uomo spara sulla processione, poi si barrica in casa con moglie, figlioletta e suocera (appena uccisa): inizia così un film crudo e impressionante, un vero pugno nello stomaco, non per la violenza, ma per l’impenetrabilità nelle motivazioni, secondo una scelta narrativa spiazzante e folgorante. Girato in 16mm, con camera a spalla, senza musica e con pochissime impacciate parole, il film rapisce nel vortice del suo stallo claustrofobico. E finisce come inizia: senza spiegazioni, nella pura contemplazione di accadimenti incomprensibili. Fulminante.

Telegramma da Pier Paolo Pasolini a Onorevole Matteo Matteotti
"Stupito et indignato non assegnazione premio qualità at film Fuoco di Gian Vittorio Baldi avendo soprattutto ancora disponibili altri 5 premi da assegnare in questa selezione - stop - considero Fuoco uno dei film più nuovi et maturi degli ultimi anni - stop - tale omissione non può essere ignorata."

…È un film che va contro la religione, tanto che si apre con il protagonista che spara contro l'immagine della madonna durante la processione, è un film contro lo stato perché è contro il potere, e finalmente per la prima volta è un film che va contro la famiglia, perché lui uccide tutti, salva solo la sua bambina, per consegnarla al futuro. Ma lui uccide la suocera, la moglie che aspetta un bambino: quindi da un punto di vista narrativo è un film allegorico, che dice che in quegli anni lo spirito della gente, del popolo, dei giovani era talmente infuocato, reso assolutamente insopportabile dalla convivenza con la società, che il desiderio era quello di distruggere tutto e ricominciare da capo. In questo senso, allegoricamente, il film è sullo spirito del '68…
da un’intervista a Gian Vittorio Baldi