giovedì 18 luglio 2024

Groenten uit Balen - Frank van Mechelen

(rivisto dopo sei anni) 


una storia ambientata negli anni '70, in una fabbrica si sciopera tutti, e praticamente tutto il paese si ferma, per molto tempo.
a metà fra Ken Loach e la commedia italiana dello stesso periodo.
politica, famiglia, amore.
se vi capita a portata di mano non trascuratelo, è meglio di quello che sembra.

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L'intrigue de Germaine suit une famille ouvrière pendant les neuf semaines que dure la grève. La famille habite un petit logement dans la cité, juste à côté de l'usine. La fille, Germaine Debruyker, a dix-huit ans et espère mieux réussir dans la vie que ses parents. Elle travaille comme caissière au GB de Mol. Son père, Jan Debruyker, gagne le pain de la famille et travaille comme ouvrier à la Vieille Montagne. Une grève sauvage, non reconnue par les syndicats, éclate parmi les ouvriers pour une augmentation du salaire horaire trop bas. La famille se retrouve sans revenu, comme tous les grévistes de la cité.

Des étudiants maoïstes de Louvain membres d'TPO/AMADA viennent montrer leur solidarité avec les grévistes. L'un d'eux, Luc Verheyen, est amoureux de Germaine. Jan, dont l'attitude par rapport à la grève évolue au cours de celle-ci écrit régulièrement au roi.

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martedì 16 luglio 2024

Sarà il mio tipo? - Lucas Belvaux

un film sorpendente, una storia d'amore, ma non solo, con una strepitosa Émilie Dequenne (era Rosetta con i fratelli Dardenne).

la verità sull'amore è che Jennifer e Clement non s'incontrano più, lui è un professore, lei una parrucchiera, e questo farà l'incolmabile differenza.

poi Jennifer addirittura sparisce, non sapremo mai cosa succede.

un film che dà molto di più di quello che promette, cercatelo, non ve ne pentirete.

buona (innamorata) visione - Ismaele

 

 

…EMILIE DEQUENNE è semplicemente splendida nel suo essere straordinariamente normale. nel suo far parte di quella grande massa silente che piace a qualcuno e non a tutti, nel non appartenere alla bellezza di canone, indiscutibile. clement se ne accorge, ma all'occhio dello spettatore avvezzo alle solite storie d'amore non rimane che osservare un buio e vuoto appartamento. FINE, non c'è altro da dire. niente da aggiungere. clement la cerca disperatamente probabilmente avendo cercato quella fine, ma oramai, non sapremo cosa lo aspetta, se non con quasi certezza un suo ritorno a parigi e alla sua vita di filosofica perdizione nelle tanto decantate occasioni di una notte. vedere per credere cosa rende enorme un'interpretazione, la scena della dequenne seduta su di un muricciolo, pietrificata in un sorriso immobile mentre rimugina allo sfinimento, sull'incontro di poco prima di clement con la collega.

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…Interpretata dalla superba Emilie Dequenne (Premio per la miglior interpretazione femminile a Cannes per il film d’esordio “Rosetta” di Luc e Jean-Pierre Dardenne), Jennifer è una frizzante ed entusiasta parrucchiera, già madre, che vive le sue giornate tra il lavoro, gli splendidi momenti con suo figlio e le serate con le amiche. Scottata da numerose relazioni che si sono sempre rivelate deludenti e inconcludenti, decide comunque di intraprendere una passionale relazione con Clèment, interpretato da Loïc Corbery attore della Comedie Française.

Il divario tra i due si nota immediatamente. L’inizio della relazione per lui è soltanto un modo per sfuggire alla noia, mentre lei la prende seriamente e cerca di coinvolgerlo nella sua vita. Ma la differenza più grande tra i due è senz’altro quella culturale; entrambi parlano di “filosofia” ma con due consapevolezze completamente diverse, e il peso di questa lontananza non è possibile da colmare.

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…Portatore di una delicatezza rarissima nelle amorose inchieste che privatamente conducono i due, capace di registrare con purezza antiretorica l’incontro sessuale, delegato disincantato tanto all’eleganza della semplicità (le corse verso gli autobus, gli arredamenti credibili, i vestiti sporchi di sabbia) quanto all’esercizio della crudeltà (l’umiliazione alla festa di paese). Due personaggi scritti divinamente abitati da attori spettacolari: Émilie Dequenne che consegna il diploma d’attrice in almeno due o tre scene in cui non ha nemmeno bisogno di parlare; e Loic Corbery che è al contempo inetto ed affascinante, gentile e sdegnoso.

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…Il tema delle variazioni sull’amore è forse quello più sfruttato al cinema ma si rinnova sempre, come ogni film di genere, mettendo situazioni giuste nei posti giusti  e parole sensate in bocca a facce interessanti. Il film romantico vive di cliché, il brutto film romantico viene affossato dai cliché.
Belvaux affronta le insidie del banale uscendone benissimo, cucendo la messa in scena a misura degli attori e della storia. Si prende tutto il tempo che serve per caratterizzare i personaggi, ci gira attorno e li studia. Il risultato è che quando questi si presentano l’uno all’altra, sono credibili. Quello che rende godibile il film è la costante certezza di non essere mai presi per i fondelli con una storia di amorazzi o di subire ricatti mielosi. La storia è sobria, tenuta saldamente  in pugno anche se dopo tutto è solo una storia di due che si incontrano e si amano. Come tante altre storie, tutte uguali e tutte diverse. Come nella realtà, benché questo film non pretenda di fare del realismo, le diversità di storie uguali risiedono nelle persone, così in un film romantico gli attori hanno il loro peso nel rendere credibili amori di fantasia.  Il personaggio di Jennifer è forte, molto ben scritto, Émilie Dequenne è molto intensa nella sua interpretazione, fragile e potente.  La regia di Belvaux è sobria e accompagna i due protagonisti fino alla fine senza caricare di altri significati una storia che è già di per sé molto chiara. Merito anche dei dialoghi misurati e ficcanti, sempre puntuali.

Rispetto alle tonnellate di commedie romantiche che arrivano sullo schermo, questo film  è pervaso costantemente da una strana atmosfera melanconica, liquida, che scorre negli sguardi e scava voragini tra i corpi distinguendosi proprio per caratteristiche di sottrazione. Qualcosa che è sospeso tra il melò e la commedia ma rinunciando alle estremizzazioni di entrambi i generi e trovando un proprio equilibrio agrodolce. Sarà il mio tipo? E altri discorsi sull’amore  è una sorpresa dolce amara, da vedere.

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…Cosa rimproverano di fatto queste signore al protagonista? Sostanzialmente di non accettare legami a lunga scadenza e di non volere investire più di tanto nelle storie d'amore, evidentemente soddisfatto della sua carriera di insegnante-filosofo. Ovviamente per il giovanotto col "cuore in inverno", ma amante del gentil sesso, le cose stanno per cambiare, complice anche un trasferimento dall'amatissima Parigi a Harras dove insegnerà in un liceo con studenti poco interessati a parlare di Epicuro o di Kant (anche se comunque più rispettosi e attenti nei confronti del proprio prof. di quanto non sarebbe lecito aspettarsi in una classe vera, almeno di alcune scuole italiane...) non vedendo però l'ora che arrivi il giovedì per tornare nella capitale. Nel passo di Calais il nostro farà un incontro che cambierà (anche se fino a un certo punto) le sue idee e quella che poteva essere l'ennesima variante della formula (ben nota anche da noi) di "Giù al nord" diventa altro. Conosce infatti la parrucchiera Jennifer (l'attrice belga Émilie Dequenne), spirito allegro, madre single, appassionata di romanzi rosa, esegeta di Jennifer Aniston e amante delle serate al karaoke con le amiche. Tra l'intellettuale freddino e la simpatica ragazza scocca subito la scintilla, nonostante (o forse proprio per questo) le pochissime cose in comune. Ma Jennifer ha anche un lato più introspettivo e un passato alle spalle più doloroso di quanto i suoi modi di fare solari non suggeriscano e quando si renderà conto che dal suo professore non potrà aspettarsi più di tanto, capirà, come la Ruth dell'almodovariano "Gli amanti passeggeri", che il proprio benessere è più importante. A Clement, anche se (forse) innamorato di lei e pur rendendosi conto che rischia di perderla, non resterà che riflettere su quanto le sue scelte di vita possano essere state, magari, inadeguate…

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lunedì 15 luglio 2024

L'albero del vicino – Under the Tree - Hafsteinn Gunnar Sigurðsson

quando tutto potrà andare male niente potrà impedirlo, una bambina senza padre, una madre senza figlio, una gatta che sparisce, un albero che fa il suo dovere sono una parte dei protagonisti del film, una commedia sempre più nera, senza fermarsi davanti all'abisso.

un film da non perdere, promesso.

buona (ombrosa) visione - Ismaele 

 

 

 

…Hafsteinn Gunnar Sigurðsson racconta una guerra non convenzionale, dove le regole di civiltà e buon senso lasciano progressivamente spazio alla voglia di vendetta e di rivalsa, che come un ciclone travolgono i protagonisti determinando il corso degli eventi. Il risultato è un’appagante e inquietante annullamento dell’umanità, che non può creare né vincitori né vinti. Un beffardo e azzeccato finale cala così il sipario su questa convincente commistione di generi, forte delle buone prove degli attori protagonisti e sintomatica dell’imperterrita capacità del cinema di reinventare continuamente se stesso a qualsiasi latitudine.

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…La serietà di chi è coinvolto nella farsa è una delle principali premesse alla riuscita dell'effetto comico e il film di Hafsteinn Gunnar Sigurðsson gioca esattamente su questo principio. Si ride amaro, o forse il riso non affiora veramente alle labbra, ma è lì, sottotraccia, pronto a rincarare la dose, pronto a suggellare, nel finale, la beffa dell'assurdo, la tragicommedia dell'animale sociale. Nella civile Islanda, infatti, dove alzare la voce o parcheggiare fuori posto è un comportamento irrazionale, non c'è spazio per l'irrompere dell'emotività, lo scalpitare dei nervi sotto pressione appare subito violenza, disturbo psichico, occasione per cui chiamare la polizia. Semplicemente non c'è posto per una contravvenzione all'obbligo dell'armonia sociale; non è quello il luogo, come la riunione di condominio (una delle scene clou) non è il luogo per spostare il discorso sul personale: non si può usare la discussione sulle fogne per parlare di divorzio, è scorretto, al di là dell'urgenza intrinseca della materia.

Innescata dal fastidio che l'ombra di un albero getta sull'angolo verde di una coppia di mezza età (e il paradosso è già dietro l'angolo, perché quanto sole potrà mai esserci, e quanto spesso, in quel di Reykjavik, per generare un'ombra?) la guerra tra vicini di casa è scheletro narrativo e pretesto riuscito di un film che non si esaurisce, però, soltanto in un racconto ben orchestrato. Attraverso il peso affidato al fuoricampo, occupato dal corpo mancante del fratello del protagonista, che si è fatto nel tempo dubbio, tarlo, vera e propria prospettiva deviata, Sigurðsson parla di cinema e legge il mondo con la lente del cinema, ricordandoci ad ogni istante che la nostra è sempre e soltanto una visione delle cose.

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venerdì 12 luglio 2024

Cinema, nuove ruralità e post-verità - Irene Frau


Due coppie di lavoratori intellettuali vanno a vivere lontano dalla città, in grandi casolari isolati, nei pressi dei boschi. Una ha lasciato la Francia per l’entroterra della Galizia; l’altra ha preferito le Alpi francesi di Grenoble al caos di Londra. In cerca di riparo dalla crisi della civiltà occidentale, i coniugi abbandonano le metropoli, dalle quali dovrebbero essere storicamente attratti, spostandosi negli ambienti rurali. Nel sentire comune, la città si suppone essere l’habitat più adatto per scrittori o professori come loro e per tutti coloro che intendono occupare la scena culturale del loro tempo. Per analogia, le periferie e le terre vergini dei piccoli borghi europei appartengono per diritto di nascita a chi le abita senza velleità. Le due coppie, colte e ambiziose, hanno occupato spazi ai quali non appartengono, scelgono di oltrepassare il confine del loro ambiente sociale, mal riponendo le loro speranze nelle forze redentrici dei luoghi giudicati incontaminati.

Questo anomalo movimento migratorio è il presupposto che accomuna As bestas (2022) di Rodrigo Sorogoyen e Anatomie d’une chute (2023) diretto da Justine Triet. Due differenti sguardi sulla relazione fra centro e periferia, privilegio e marginalità, da una prospettiva che guarda verso il mondo esterno a partire dall’interno dei nuclei famigliari. Scorci paradigmatici su verità mai definitive e sempre ambigue danno forma a un orizzonte instabile, dove gli attori che si arrogano il compito di lottare per il bene comune non coincidono quasi mai con le soggettività più bisognose di diritti e protezione. Si può rintracciare il medesimo tema fra le righe di uno dei tanti livelli di lettura di The Teachers’ Lounge (2023), l’ultimo film di Ilker Çatak. Una babele di lingue, di culture, di valori e di rivendicazioni si muove fra la realtà e le sue innumerevoli rappresentazioni virtuali, senza mai intersecarsi del tutto, andando per negazioni e disgregando ogni tentativo di collettivizzare singole istanze, singole verità, in lotte comuni e ideologie condivise.

Le due coppie, colte e ambiziose, oltrepassano il confine del loro ambiente sociale, mal riponendo le loro speranze nelle forze redentrici dei luoghi giudicati incontaminati.

Sorogoyen prende le mosse da una recente vicenda di cronaca nera per guardare alla bestialità dei rapporti di potere fra esseri umani. Sia il titolo As bestas sia la sequenza che apre il film rimandano a una tradizione tipica di alcuni villaggi spagnoli, durante la quale si tagliano le criniere dei cavalli selvatici, come primo atto di domesticazione. I protagonisti Antoine e Olga sono coloni francesi, esportatori di senso civico e cultura ambientalista in un territorio praticamente deserto, dove gli animi dei pochi nativi che lo abitano sono accesi solo dalla miseria intellettuale e da una frustrante sete ti rivendicazione, priva di consapevolezza. Antoine è un professore universitario appassionato di viaggi. Durante una vacanza nelle montagne galiziane, sdraiato su un prato sotto il cielo stellato, decide che quello è il paradiso e sceglie di vivere il resto della sua vita proprio lì, in quella terra infernale per chi la abita da generazioni. Sua moglie Olga adegua i suoi sogni a quelli del marito e lo segue. I due coltivano la terra, ne vendono i frutti e restaurano vecchi ruderi abbandonati, nel segno del contrasto allo spopolamento delle comunità rurali. Xan e Lorenzo sono i loro vicini, due fratelli che spalano letame in una stalla, dalla mattina alla sera. Xan è violento e prepotente; Lorenzo è una persona con disabilità mentali ed è l’ombra del fratello. Dopo il lavoro, si ritrovano insieme ai pochi altri abitanti del villaggio nell’unica locanda del paese, a ubriacarsi prima di andare a dormire.

Con diverse sequenze ambientate anche in quella locanda, frequentata solo da uomini, Sorogoyen introduce lo spettatore alle tensioni fra gli allevatori e il professore. Nel villaggio spagnolo aleggia la proposta economica di un’azienda interessata a costruire un parco eolico, in cambio di un risarcimento economico agli abitanti del territorio. Per i fratelli Xan e Lorenzo l’offerta sembra l’unica alternativa possibile al fetore che ogni giorno li accompagna anche fuori dalla stalla dove lavorano. Antoine e sua moglie Olga stanno dal lato opposto della barricata, non accettano la proposta e con la loro diserzione scelgono anche per gli altri compaesani. I coniugi credono di sapere cosa sia più giusto per quella terra e i suoi abitanti, esattamente come Xan e Lorenzo. Le loro verità sono pronunciate in lingue diverse, con registri linguistici diversi, non trovano mai un accordo o una ragione da condividere. Antoine si mostra sprezzante verso i due fratelli persino mentre tenta di difendersi, intento a insegnargli leggi e norme sociali entro le quali è consentito confrontarsi o proteggersi. Xan e Lorenzo conoscono altre regole e sfogano tutto il loro innato rancore su di lui: dalle intimidazioni alle aggressioni, fino ai danni al raccolto dei terreni di proprietà della coppia francese. Antoine si difende portando sempre con sé una videocamera, come se l’imparzialità di un occhio meccanico fosse l’unica fonte di prove inconfutabili, l’unica arma eticamente valida da utilizzare.

Le loro verità sono pronunciate in lingue diverse, con registri linguistici diversi, non trovano mai un accordo o una ragione da condividere.

Le loro divergenze si acuiscono fino a concretizzarsi in violenze efferate, con il benestare omertoso delle autorità locali. La giustizia non fa il suo corso come si deve, ma Olga non desiste nell’indirizzare le indagini verso una pista da seguire. In quel villaggio della Galizia si salva solamente la propensione di Olga alla cura, che preserva risolutamente fino alla fine del film. La devozione per il progetto avviato con il marito e l’amore per lui la portano a scontrarsi con sua figlia, rimasta in Francia. Una delle sequenze più intense di As bestas pone il tema della cura secondo due differenti prospettive generazionali: due femminili in contrapposizione. La giovane è convinta di sapere cosa sia meglio per la madre, la esorta a seguirla in città per vivere una nuova fase della sua vita al suo fianco, come nonna di suo figlio. La giudica per le sue scelte e per come non sia stata capace di autodeterminarsi. Olga non accetta di essere attaccata, risponde di averle insegnato il rispetto delle scelte altrui e le rimprovera di sentenziare a sproposito sul suo matrimonio. Il tipo di relazione che ha legato Olga e Antoine – leale, stoico, infinito – parrebbe essere fuori dalla portata della figlia: la sua verità sull’amore è un’altra.

In Anatomie d’une chute la coppia non è fortificata da un amore romantico e cavalleresco, ma è lacerata da una lunga crisi. Sandra è una scrittrice tedesca, Samuel un insegnante francese. Daniel è il loro figlio ipovedente e tutti insieme vivono in uno chalet. Triet sceglie di gettare lo spettatore dentro le dinamiche tossiche di un matrimonio in crisi, sin dalle prime sequenze. Con lo scopo di intervistare Sandra sul suo ultimo libro, una giornalista si trova nel grande salotto al piano terra del caseggiato, tentando di sovrastare le note di “P.I.M.P.” di 50 Cent, proveniente dal piano di sopra, dove si trova il marito. La scrittrice appare quasi indifferente alla condizione ostile nella quale sta ospitando la giornalista e si trova a rispondere alle sue domande con un tono sfidante, provocatorio, fino a quando risulta impossibile restare indifferenti al frastuono. L’intervista si interrompe e inizia il dramma entro  una cornice molto precisa, con al centro le triangolazioni affettive di una famiglia e i suoi fragili componenti. Sandra sostiene di poter scrivere ovunque, in qualsiasi contesto, a differenza del marito. Samuel è alla ricerca dell’ispirazione che potrebbe farlo diventare, a tutti gli effetti, uno scrittore, proprio come la moglie. La scelta di ritirarsi nelle montagne fra la Francia e l’Italia deriva dal tentativo di alleviare i sintomi depressivi che turbano il coniuge, aspirante romanziere. Eppure, nonostante l’isolamento, la coppia non risolve né la crisi matrimoniale, né il blocco dello scrittore da cui Samuel è affetto.

Anche in Anatomie d’une chute la figura dell’intellettuale non trova un vero riparo fra i boschi di montagna innevati.

Anche in Anatomie d’une chute la figura dell’intellettuale non trova un vero riparo fra i boschi di montagna innevati. Samuel precipita da una finestra e Sandra viene accusata di averlo ucciso. I magistrati, gli avvocati, i giornalisti, gli opinionisti, gli altri scrittori, l’opinione pubblica e gli haters affermano di sapere come si possa arrivare alla verità sulla fine della loro storia d’amore, sul fatto che ha ribaltato le sorti di Sandra e suo figlio Daniel. Se in As bestas sono i montanari galiziani ad accanirsi su Antoine e Olga, in Anatomie d’une chute Sandra è vittima del giustizialismo mediatico. Nelle TV e sui social media la sentenza è stata emessa ben prima della fine del processo, stabilendo scientificamente le dinamiche che hanno portato alla crisi del loro matrimonio e alla morte di Samuel. Si prendono le misure per stabilire cosa sia vero, cosa no e come fare a discernere l’uno dall’altro a discapito dell’equibrio psicologico di Daniel, coinvolto come testimone nel processo per omicidio e che vede la madre come imputata. Le procedure giudiziarie impongono un rigido protocollo da ottemperare non tanto per tutelare il minore, quanto l’oggettività delle sue deposizioni. L’allontanamento da Sandra e l’intervento di un’assistente sociale non proteggono Daniel dalla meticolosità maniacale della polizia scientifica, né dall’esposizione mediatica. La pornografia del dolore lo coinvolge direttamente, senza riserve. Daniel è costretto a conoscere i segreti dei suoi genitori e a rivivere il giorno in cui ha trovato il cadavere di suo padre sulla neve, per tutta la lunga durata del processo, in nome della verità.

Come accade sui social media, anche durante le udienze è preso per vero solo ciò che si sceglie di mostrare: una porzione della realtà e non la sua complessità, confondendo la parte per il tutto.

A partire dalla condotta adultera, l’accusa sostiene che Sandra fosse insofferente nei riguardi del marito e della sua depressione. I suoi libri sono presi in esame e confondono l’autrice con la protagonista, in un unico personaggio. Brani dei romanzi scritti dall’imputata, messaggi vocali aggressivi e la testimonianza di un bambino ipovedente si annoverano tra le prove portate in tribunale. Per comprendere se si tratti di un suicidio o di un assassinio, si indaga sull’origine della crisi matrimoniale fra i due coniugi con la stessa pedanteria con la quale un manichino viene gettato ripetutamente giù dalla finestra dalla quale è precipitato Samuel. Durante le udienze, nonostante sia tedesca, Sandra è interrogata in lingua francese e fatica a spiegare agli inquirenti che non esistono certezze assolute sul loro matrimonio, ma solo fasi, momenti, dialoghi, punti di vista, come in tutte le relazioni. Sezionare i sentimenti umani, come se potessero essere sottoposti ad autopsia, conduce le indagini verso piste fuorvianti, dalle quali si ricava solo una deduzione: l’ossessione per la verità oggettiva che appartiene alla nostra epoca. Sin dall’intervista con la quale si apre il film, Sandra è refrattaria a ogni domanda: manifesta sentimenti conflittuali, edulcorati dalla strategia difensiva dei suoi avvocati. Il tribunale è il teatro nel quale l’accusa, i testimoni e gli imputati sono indotti a recitare ruoli che non coincidono con il loro personaggio reale. Come accade sui social media, anche durante le udienze è preso per vero solo ciò che si sceglie di mostrare: una porzione della realtà e non la sua complessità, confondendo la parte per il tutto.

In una scena di The Teachers’ Lounge, la scritta “La verità vince su tutto” campeggia sull’aula dove gli studenti di una scuola di provincia in Germania si riuniscono per lavorare alla redazione del giornale scolastico. La protagonista del film è Carla Nowak, una giovane insegnante polacca, entrata da poco a far parte dell’istituto. Çatak la presenta come un’ingenua idealista, ancora ignara di cosa possano essere capaci i suoi studenti e i colleghi. Carla si ritrova a difendere un suo alunno di origini turche, indagato dal corpo docente perché ritenuto l’autore di una serie di furti avvenuti nelle mura scolastiche. Durante una sorta di interrogatorio, i genitori dell’alunno imputato accusano la preside e gli insegnanti di adottare misure tendenziose, corrotte da un razzismo introiettato e normato, giustificato dalla necessità di lavorare per la sicurezza di tutti, per il bene dell’intera scuola. Nowak non vuole essere associata alla condotta dei suoi colleghi e tenta di smarcarsi dallo sguardo rimproverante dei genitori del suo alunno, erroneamente indagato. L’insegnante aspira a essere un modello positivo e intende smascherare il vero colpevole dei furti per eliminare ogni forma di pregiudizio dai metodi educativi.

Nel tentativo di fare giustizia, Carla Nowak sembra accesa da una vocazione, illuminata da una visione della morale che ha sete di verità assolute. Dialoga scegliendo ogni parola con minuziosità per muoversi sempre nel solco di una traccia, eticamente impeccabile, che lei stessa si impone per rivestire il ruolo di educatrice. L’approccio didattico adottato per i suoi studenti è improntato sul dialogo paritario, predilige l’orizzontalità relazionale, apparentemente all’avanguardia. Carla crede di aver creato un buon clima nella sua classe, ma i suoi alunni sembra che fingano solamente di stimarla. La professoressa Nowak se ne accorge poco per volta, manifestando il suo disagio in un crescendo che esplode in diverse scene cruciali, dalle quali il film è cadenzato. In una di queste, ambientata nei bagni dell’istituto, Carla svuota un cestino dei rifiuti, recupera il sacchetto di plastica e ci respira dentro, cercando di rimediare a un attacco di panico, accovacciata per terra. I suoi alunni sono razzisti, manipolatori e arrivisti proprio come i loro insegnanti e i loro genitori. La stessa redazione del giornale scolastico antepone il sensazionalismo alla verità sui furti o sulla cultura del controllo, imposta dal corpo docente. Gli studenti non hanno riguardi nei confronti dei loro pari, così come i genitori non hanno alcuna clemenza nei confronti della docente protagonista.

Per Carla non esiste via d’uscita perché la scuola assomiglia ad un panopticon, elegante e confortevole, dal quale si entra e si esce solo per coercizione. L’istituzione scolastica è metafora di un laboratorio che educa al sospetto, all’ipocrisia e all’egoismo.

Per Carla non esiste via d’uscita perché in The Teachers’ Lounge la scuola assomiglia ad un panopticon, elegante e confortevole, dal quale si entra e si esce solo per coercizione. Il mondo esterno si intravede filtrato dalle finestre delle aule o durante gli inseguimenti dei fuggitivi. Nel film di Çatak l’istituzione scolastica è metafora di un laboratorio che educa al sospetto, all’ipocrisia e all’egoismo. In un’altra scena cardine del film, la protagonista è ritratta in un primo piano stretto sul viso arrossato dallo sforzo, mentre urla insieme all’intera classe, in una sorta di rito incivile, l’unico capace di dare sfogo al disagio esistenziale che opprime sia gli alunni, sia i docenti. Esattamente come un microcosmo in scala della società contemporanea, nella comunità scolastica sembra che non sia possibile fare affidamento sui propri simili, lasciando che ogni forma di patto sociale si deteriori fino al collasso. Carla sembra volersi immolare come una martire, ultima portavoce dei lumi della ragione e dell’etica senza religione della civiltà occidentale. Si rivolge ai suoi studenti coi gesti di un direttore d’orchestra, come se volesse indirizzare le loro esistenze verso un equilibrio armonico, fino ad assistere al loro ammutinamento, quando gli studenti non rispondono più ai suoi comandi. Nessun dio, nessuna etica e nemmeno semplici regole comportamentali tengono insieme la scuola e i suoi attori, ma solo il cinismo di chi riesce a stare dentro le maglie della burocrazia.

Come in As bestas, anche in The Teachers’ Lounge una videoregistrazione, l’imparzialità di un occhio meccanico, è l’arma etica scagliata da Carla per fare giustizia nella scuola. Sceglie di cercare le prove per dimostrare l’innocenza dei suoi studenti, finendo per violare le leggi sulla privacy. Se adotta uno strumento per la rilevazione di un fatto oggettivo, è perché Carla crede che la verità possa essere dimostrabile. Nell’ambito di una lezione, la Nowak spiega ai ragazzi la differenza tra un’affermazione e una dimostrazione, ma l’etica appartiene sempre a una qualche forma di pregiudizio e non dipende da alcun algoritmo. Sebbene nessuna verità morale assoluta possa essere effettivamente dimostrata, agli studenti si insegna la formula della “tolleranza zero” per chi non rispetta le regole dell’istituto. La privacy è sacra, ma la sorveglianza costante, per il bene di tutti, risulta necessaria; il benessere dei ragazzi è prioritario, quanto l’allontanamento forzato di chiunque manifesti del disagio. Çatak parla della fine della civiltà europea e dell’ipocrisia dei valori occidentali sopravvissuti, almeno formalmente, nelle forme ambigue delle norme e del galateo, binari entro i quali muoversi, fingendo di non vedere ciò che accade fuori dalle mura scolastiche, nel mondo al di fuori, tema al centro di The Zone of Interest (2024) di Jonathan Glazer, dove la paura di perdere il radicamento alla verità, al dominio etico su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, trova il suo fondamento sul dolore delle soggettività ai margini. 

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5 per la gloria – Roger Corman

un film di guerra come si deve.

i nazisti occupano Dubrovnik, in cinque hanno la missione impossibile di liberarla.

non ti annoi un minuto, attori , e un'attrice, molto bravi (tra loro Raf Vallone), nelle mani di un grande regista.

buona (resistente) visione - Ismaele


 

Irriducibile Corman: bollato come regista di serie B, ha saputo invece amministrare al meglio i miseri budget a disposizione, dimostrando ottima dimestichezza col mezzo tecnico e sapiente conoscenza degli schemi e dei codici cinematografici classici atti a catturare il pubblico che, come consuetudine, gestisce al meglio anche nel suddetto caso. Ritmo sostenuto, frenetiche situazioni in rapida successione, violenza e fisicità ad irrobustire una storia mai doma in grado di riservare, al di là di qualche ingenuità, gustosi colpi di scena ed avvincenti sequenze ricche d'azione (l'inseguimento sui tetti, la fuga nei boschi). Rude, animato, scorbutico e dal cast roccioso. "Quella Sporca Dozzina" gli è superiore - il grande Aldrich sotto questi aspetti non teme il confronto con nessuno - ma è comunque arrivato dopo…

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…un buon B Movie,
che descrive soprattutto nel memorabile
scontro finale l'inutilità della guerra
e il momento tragico che sta vivendo
il mondo con la 2° guerra mondiale,
ma anche di quanto può costare la libertà
per un uomo in maniera violenta e drammatica,
e Corman riesce nell'impresa e coglie l'obbiettivo,
perché il regista vede lontano per il motivo
che ha creato,forse inconsapevolmente,
una direzione nuova del "War Movie".

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mercoledì 10 luglio 2024

Strip Search – Sidney Lumet

un film che scorre su due binari paralleli, una ragazza in galera interrogata dai cattivi, un ragazzo in galera interrogato dai buoni.

è tutto perfettamente uguale, le categorie di buoni e cattivi vanno a farsi fottere, la tortura li unisce.

anche nei piccoli film (Strip Search nasce per la tv) il regista di serie A fa tutta la differenza del mondo.

buona (inquietante) visione - Ismaele

 

 

 

Buona prova televisiva per Lumet. Il regista pone un interrogativo: è giusto e in quali limiti dopo l'11 settembre limitare la libertà delle persone solo sospettate di poter fare parte di un gruppo terroristico? Lo fa mostrando parallelamente due studenti rinchiusi: un'europea in un carcere cinese e un arabo in un ufficio americano. Tralasciando i giudizi personali di ognuno, un buon prodotto, ben diretto e interpretato.

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…Lo spettatore viene costretto a reagire: i metodi deprecati messi in atto dal poliziotto cinese diventano invece legittimi se applicati negli Stati Uniti contro la minaccia terroristica? Si viene senz'altro spinti a considerare che nella Repubblica Popolare Cinese si tratta di pratiche consolidate mentre negli States riguardano un'emergenza ma la domanda iniziale sulla 'durata' di questa emergenza (Enduring Freedom, ricordate?) non lascia la possibilità di pensare a tempi brevi. Il film è di impianto decisamente teatrale e quindi si regge sulle spalle dei quattro protagonisti che sono assolutamente aderenti ai ruoli assegnati. Ciò che lo rende poi ancor più interessante è l'inversione di ruoli (in Cina l'uomo domina, negli States viene dominato) nel progredire della vicenda che prevede il denudamento degli interrogati e la loro ispezione corporale. L'analisi delle dinamiche psicologiche si fa ancora più sottile proprio perché vincolata dalla fissità delle battute. Chi ha ancora stima per i 'Grandi Vecchi' del cinema tuttora in attività non dovrebbe perderselo.

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