Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
martedì 21 febbraio 2023
lunedì 20 febbraio 2023
The Quiet Girl (An Cailín Ciúin) - Colm Bairéad
un film universale, tutto il mondo lo capisce, anche se non sa la lingua gaelica irlandese.
una bambina povera, in una famiglia numerosa e problematica, viene data in affido, senza troppe formalità, a dei lontani parenti che se ne possono e vogliono prendere cura.
i rapporti sono freddi, all'inizio, poi quell'estate di Cait sarà la più bella della sua vita.
un film di poche parole, per certe cose le parole possono essere addirittura di troppo.
Cait e i suoi genitori adottivi sono davvero convincenti.
buona (gaelica) visione - Ismaele
ps: un paio d'anni fa una storia simile, mutatis mutandis, era lo sfondo di un bel film italiano, L'arminuta.
…Già dal titolo, molto diretto e sincero nella sua rappresentazione
di un microcosmo ad altezza bambina, è chiaro l’intento del regista, che
costruisce un piccolo universo rurale dove le parole, che siano in gaelico o
(talvolta) in inglese, sono perfettamente misurate per non appesantire troppo
un equilibrio famigliare che, per forza di cose, è fatto di sottintesi e non
detti.
È tutto molto semplice, schietto, e tramite quella semplicità la storia di
Cáit arriva dritta al cuore con un quantitativo inatteso di tenerezza, perché
“semplice” non è sinonimo di “banale”, e l’assenza di fronzoli narrativi o
stilistici non fa che sottolineare la sincerità di un’operazione che, adattando
una novella della scrittrice Claire Keegan, guarda al passato senza cadere in trappole
nostalgiche e affronta il tema della maturazione interiore con onesta
asciuttezza. Fino a che, come la giovanissima protagonista, anche noi ci
ritroviamo a sperare che questa estate in campagna possa durare in eterno.
…quella narrata da Colm Bairéad è una storia di carattere universale, e lo
scenario in cui si svolge l'estate della piccola Cáit risulta privo di
riferimenti cronologici precisi, collocandosi piuttosto in un tempo sospeso,
interiore. Così come è una prospettiva interiore, del resto, quella assunta dal
film stesso, che sposa appieno il punto di vista di Cáit, ruolo affidato
all'espressività dell'esordiente Catherine Clinch. Inserendosi nella lunga tradizione dei coming of age sui piccoli terremoti emotivi dell'infanzia, The Quiet Girl ci fa penetrare nella quotidiana solitudine
di Cáit, nel senso di inadeguatezza che la opprime tanto a scuola, quanto fra
le pareti di casa…
…in The Quiet Girl il silenzio diventa l’innesco perfetto per sprigionare
l’esplosività delle immagini del cinema più puro, privo di retorica o artifici
tecnici ma capace di emozionare nella sua sbalorditiva semplicità. Il formato tre quarti concentra l’attenzione sui primi piani della
piccola Cáit che con i suoi grandissimi occhi celesti osserva, quasi stranita,
gli inconsueti gesti di amore nei suoi confronti da parte dei suoi nuovi
genitori. Il loro rapporto si sviluppa attraverso sguardi, carezze, gesti
semplici, caricati del giusto significato, mai eccessivo, mai sopra le righe.
Il regista irlandese gestisce con grande perizia il ritmo del suo film che
cresce progressivamente fino a sfociare in un bellissimo finale denso di
emozioni. Il fitto legame tra perdita e incontro impreziosisce ulteriormente il
paradigma narrativo intrapreso da The Quiet Girl, che riflette proprio su questo meccanismo secondo cui ad
una mancanza corrisponde la sua rievocazione, il suo controcampo ideale. Da una
parte la coppia che ospita la bambina sostituisce l’assenza (fisica ed emotiva)
dei suoi genitori, dall’altra, è la stessa Cáit a vestire i panni del passato
tragico dei coniugi.
…The Quiet Girl es una película que
merece mucha la pena. La historia de una niña, en la Irlanda de 1981, que
desconoce el amor. Una niña que sabrá lo que es el afecto gracias a unos
familiares lejanos. Un matrimonio que la acogerá durante las semanas previas al
nacimiento de un nuevo hermano. Entre naturaleza, silencios y atención. Una
atención conmovedora desde el primer instante, que el realizador sabe trasmitir
con muy pocos elementos. Eso sí, desde una emoción única y que te alcanza el
corazón. Ya sea el primer baño que recibe la niña, una carrera en busca del
correo o ese final tan precioso como triste.
domenica 19 febbraio 2023
Naples '44 - Francesco Patierno
un soldato inglese, Norman Lewis, scrisse nel 1978 Naples '44 raccontando il suo servizio militare fra i "liberatori" in quell'anno disgraziato.
Francesco Patierno riempie quelle pagine di immagini storiche, citazioni di film, sulle parole di Norman Lewis (lette da Adriano Giannini), riuscendo a girare un film convincente, su un popolo che ancora sopravvive ai drammi più grandi, guerra, fame, malattie.
Norman Lewis è affascinato dalla resistenza a ogni disgrazia dei napoletani, e gli dispiacerà partire.
buona (napoletana) visione - Ismaele
QUI si può vedere il film completo, su Raiplay
…Un'orchestrazione complessa che è il risultato di un lavoro di ricerca e di montaggio (audio e video) piuttosto impressionante; una partitura dai toni evocativi che mira a dare una forma allo sguardo (finora tradotto solo in parola) di uno straniero sulla propria città e insieme a riempire quella forma di sfumature, di piccole note di colore, di ombre e di luci che la sfaccettano e ne moltiplicano le implicazioni. Una sfida tanto più ardita se quel viaggiatore straniero è Norman Lewis, ufficiale britannico al seguito dell'esercito di liberazione nella Napoli del 1944, nonché celeberrimo narratore di viaggi e autore di culto, il cui diario di guerra è un riferimento assoluto per il genere della memorialistica.
Una sfida che Patierno abbraccia con coraggio quasi come se mettesse in bocca a Lewis, in un certo senso, le parole di Augé quando dice "lo spettacolo di quelle rovine recenti costituiva una specie di enigma di cui avvertii immediatamente l’esistenza senza identificarne i termini né coglierne la natura". Napoli infatti è stremata ("sick and tired" la definisce il narratore Benedict Cumberbatch, scelto con intelligenza per dar voce alle parole di Norman Lewis nella versione originale del film), un corpo ferito che agonizza sotto gli occhi di quel viaggiatore curioso e affascinato – senza ancora saperne il perché – dalle tante stranezze di un luogo che, nonostante lo strazio, si lascia percepire come unico…
…Naples ’44 è un film importante per la sua capacità di recupero di
un’identità culturale, quella napoletana principalmente, che è formata a
partire da quegli stralci di vita del dopoguerra.
Francesco Patierno è stato bravo nel dirigere un film
che nonostante racconti atroci tragedie ti lascia con il sorriso, un po’ alla
maniera della comicità amara delle commedie eduardiane.
…Lo sguardo alieno e curioso di un uomo catapultato in
una città, di per sé enigmatica, nella sua ora più scura, è una testimonianza
affascinante, anche per il pubblico italiano. Sorprende, infatti, che un regista napoletano, per raccontare la
storia della propria città, scelga il punto di vista straniero di un
“invasore-liberatore”. Nelle intenzioni di Patierno,
forse, c’era addirittura di fare di Naples ’44 un
vero film di finzione, magari con Cumberbatch come protagonista? Non lo sapremo
mai. E’ certo che, nella strada scelta dell’ibrido documentario-fiction, i
suggerimenti a un legame continuo tra presente e passato (Napoli che non cambia
mai) sono elementi che avrebbero meritato ben altro approfondimento. Limitarsi
a inserire flash contemporanei del viaggio nella memoria di un anziano
protagonista (Lewis redivivo?) appesantisce il racconto, ulteriormente,
l’omaggio sincero di un uomo innamorato a una popolazione spossata ma,
nonostante tutto, piena di vita.
…Il commento in voce fuori campo di un anglosassone che osserva la realtà devastata con sguardo da entomologo, più ancora che antropologo, suscita nello spettatore un senso profondo di disagio, non dissimile dalla vergogna che molti italiani hanno provato nel confrontare la propria condizione miserabile con il benessere rappresentato (e a volte ostentato) dalle truppe Alleate. Alla gioia della fine della guerra è accostata la mortificazione di un'intera città impegnata a contendersi sigarette e cioccolata lanciate dalle jeep anglosassoni, o a vendere il proprio corpo per una lattina di razione o un paio di calze di seta. Ma nello sguardo di Lewis non c'è condiscendenza o crudeltà, solo una profonda pietas e un genuino affetto per personaggi come lo "zio di Roma", che Patierno genialmente raffigura con le immagini del Totò di Napoli milionaria. Il suo soggiorno nella città ridotta ad un cumulo di macerie, popolata da fantasmi senza scarpe infagottati in abiti ricavati da coperte militari, presa d'assalto dai pidocchi, dal tifo e dal vaiolo, è un viaggio in un girone infernale e nello stesso tempo una lezione di profonda umanità. Soprattutto, è una denuncia accorata ma mai melodrammatica (anche perché raccontata con apparente distacco British) della devastazione provocata dalla guerra, ogni guerra, e dall'attacco alla dignità umana che comporta: gli informatori, le signorine, i bambini con le mani tese, le allucinazioni di massa sono manifestazioni di ciò che l'essere umano si ritrova a diventare per assicurarsi la sopravvivenza. E come sempre il mercato nero e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo trovano nella disperazione altrui il migliore terreno di crescita.
Ma in Naples '44 non c'è spazio per i patetismi: tutta la
narrazione, soprattutto grazie all'accostamento sapiente delle immagini scelte
da Patierno alle parole di Lewis, è imbevuta di amarissima ironia e insieme di
delicata tenerezza per un'umanità allo sbando, che persino sotto quella
"sudicia crosta del tempo di guerra" che aveva "riportato i
napoletani nel Medioevo" conserva la volontà di resistere. Impossibile non
correre col pensiero alla Aleppo dei nostri giorni, e non riflettere su quanto
la guerra sia sempre un abominio intollerabile.
Eccezionali il montaggio di Maria Fantastica Valmori, il commento musicale di
Andrea Guerra, e soprattutto il lavoro di ricerca iconografica che dissotterra
(è il caso di dirlo) una quantità di materiale inedito di straziante potenza
documentaria.
sabato 18 febbraio 2023
venerdì 17 febbraio 2023
Taxi Teheran - Jafar Panahi
Jafar, persona non grata per il Potere del suo paese, non può girare film, ma lui lo fa lo stesso.
certo, sono piccoli film, fatti in casa, costa solo la benzina e il nastro delle riprese, il resto è buona, anzi ottima, volontà.
il regista filma con la camera (abbastanza) fisse, in auto, persone e pensieri interessanti, come se si potessero dire quelle cose liberamente.
l'effetto è strano, e bellissimo.
non perdetevelo, il biglietto oggi è regalato.
buona (chiacchierata) visione - Ismaele
QUI il film completo, sottotitolato in italiano, su Raiplay
…Un piccolo film girato con nulla, ma potente e
geniale, girato nello stile di “Dieci” del maestro dell'autore e più famoso
autore iraniano Abbas Kiarostami, con cui tanto ha collaborato Panhai e dal
quale il nostro ha saputo trarre le tecniche e la classe registica con cui,
anche in condizioni di fatto impossibili, il cineasta riesce a incantarci e a
farci riflettere in modo dirompente e, viste le drammatiche circostanze
personali che lo affliggono ormai da anni, dopo reclusioni e l'attuale libertà
vigilata, in grado di commuoverci e straziarci il cuore.
…Pahani è libero di girare come gli pare e piace, nonostante
l’arresto domiciliare per via della sua propaganda anti-islamica e l’arresto
del 2010, e per questo si offre anche di un fornire un ritratto dell’Iran
contemporanea attraverso i vari passeggeri, con varie tematiche che vengono
toccate attraverso le conversazioni che si susseguono tra i passeggeri: si
passa a parlare del personale concetto di giustizia, della pena di morte, di
cui l’Iran detiene il terzo posto per esecuzione di pene capitali, finché non
si giunge a parlare di cinema, di cui tutto il lungometraggio ne sembra
impregnato. Si citano i film di Panahi stesso, viene denunciata la censura dei
film occidentali da parte del governo, il che causa la circolazione di dvd
illegali, ormai unica fonte che permette agli studenti di cinema di formarsi.
Jafar diventa una sorta di anziano saggio su cui fare affidamento circa la
scelta di questi dvd e come zio raccomanda alla nipote alcune dritte su come
girare un filmato per un compito affidato dalla scuola.
…Un film dedicato al cinema come forma di
espressione libera, pieno di humour, poesia ed
originalità. «Le restrizioni sono spesso fonte d’ispirazione
per un autore – ha affermato Darren Aronofsky, presidente della giuria del
Festival di Berlino 2015, in occasione della consegna dell’Orso d’Oro alla
piccola Hana Saeidi Panahi, nipote del cineasta ed interprete in erba del
film – poiché gli permettono di superare se stesso. Ma a volte le
restrizioni possono essere talmente soffocanti da distruggere un progetto ed
annientare l’anima dell’artista. Jafar Panahi, invece, ha scritto una lettera
d’amore al cinema. Il suo film è colmo d’amore per la sua arte, la sua
comunità, il suo paese e il suo pubblico». Per evitare di mettere
ulteriormente in pericolo i generosi artisti che hanno lavorato con lui, Panahi
ha scelto di non inserire credits al
film, ma i volti, le idee e le interpretazioni veicolano messaggi che rimangono
nello spettatore anche senza nulla di scritto.
…Il tassista Panahi è svagato, divertito, confuso, è
buono con tutti, non fa altro che scusarsi date le sue tremende mancanze
professionali, i suoi incrontri sono tutti significativi e creno dei piccoli
mondi, dei microuniversi all'interno dell'auto. Si comprende subito, già dai
primi due passeggeri, che il film non sarà soltanto un semplice esperimento, ma
una profonda riflessione sulla libertà, la legge e le condizioni attuali
dell'Iran. Infatti, i primi due clienti di Panahi parlano della giustizia, sul
fatto che sia giusto o meno condannare a morte per piccoli reati anche solo per
dare un segno; Scoprirero che la persona che si batte per la condanna a morte è
in realtà un borseggiatore. Dopo di loro abbiamo un nano che dice di svolgere
un lavoro molto importante, poiché vende copie di film vietati e tra questi c'è
Midnight in Paris di Woody Allen che Panahi ha potuto vedere grazie a lui.
L'incontro con la nipote è incredibilmente significativo, poiché è una bambina
che cerca di fare il suo primo film con la macchina fotografica e deve
rispettare le regole rigidissime imposte dall'insegnante di cinema,
straordinario il momento in cui la piccola legge le regole allo zio che a causa
delle stesse non può girare per venti anni. Poi abbiamo lo splendido incontro
con l'avvocato che difende i diritti dei soppressi e il finale con la
telecamera rubata è una denuncia che ci fa capire che solo l'ingiustizia può
fermare l'arte e la libertà espressiva. Taxi Teheran è un capolavorio di
ironia, di silenzi lancinanti, di dolore e presa di coscienza, è soprattutto un
grido di liberazione, una speranza che mette luce per ogni artista soppresso,
ma naturalmente non è un capolavoro per la semplice condizione attuale di
Panahi ma per la grandezza artistica dello stesso che rende ogni momento
profondo, non uscendo mai dalla grazia del cinema per farci cadere in un banale
filmato da reality, ma tutto è sempre circoscritto all'arte e alla sua forza
espressiva.
giovedì 16 febbraio 2023
Tepenin ardi (Beyond the Hill) - Emin Alper
dei nemici assediano la terra di un padrone di capre e di un piccolo bosco e quei nemici/nomadi, oltre le colline, pare che a volte facciano pascolare i loro animali nei terreni di quel padrone.
un figlio, che vive in città, va a trovare il padre/padrone con i due nipoti, un fucile oggetto di desiderio, un'arma che quando appare sai che sparerà, la guerra inizierà.
gran bel film, l'opera prima di Emin Alper, cercatelo.
buona (drammatica) visione - Ismaele
…L'opera prima di
Emin Alper (formato in economia e storia moderna) è un thriller anomalo perché
intreccia elementi di dramma familiare, black comedy, "western
revisionista" e persino horror. La scelta intenzionale del regista è
quella di costruire un'intelligente allegoria con un forte significato. In
effetti ha dichiarato che una parte sostanziale del tradizionale "senso
comune" dei turchi riguarda la paura irrazionale nei confronti dell'altro,
del diverso. Il film offre una lucida e agghiacciante rappresentazione di un
microcosmo bloccato moralmente dalle proprie contraddizioni e fortemente
condizionato dai pregiudizi culturali. La narrazione è ricca di sfaccettature e
accumula lentamente motivi e dettagli. Le dinamiche relazionali tra i
personaggi sono complesse, ma non artificiose. La tensione cresce progressivamente,
mescolando calma angosciante e sorpresa minacciosa, grazie ad un abile gioco di
inquadrature e di montaggio.
Alper utilizza efficacemente alcune convenzioni di genere per
costruire un'atmosfera di mistero e una sensazione di costante pericolo. Valorizza
visivamente anche il non detto e le emozioni che non possono esprimersi
liberamente a causa delle dinamiche dell'egemonia e della prevaricazione in una
società maschile, patriarcale e autoritaria, i cui membri sono al tempo stesso
rei e vittime. La sua solida scrittura e il suo sguardo sono sottilmente
critici, senza scadere mai in una deriva pedagogica o in inutili psicologismi.
Un ulteriore fattore di qualità del film risiede nella recitazione di tutti gli
attori che appare in eccellente sintonia con il clima della storia.
…Beyond the Hill si concentra tutto nello spazio di confine
dichiarato fin dal titolo, appunto quell'oltre la collina dove vivono i nomadi,
una sorta di territorio liminare che circoscrive ciò che è "altro da sé" e che, dunque, proprio in quanto diverso, è
inevitabilmente ostile. Un sedicente "nemico" che è minaccioso quanto
più è invisibile, quasi una specie di proiezione mentale in cui si sostanzia
tutto il razzismo e la xenofobia dei protagonisti. Alper affronta temi
universali - come il rapporto inestricabile tra cultura e natura,
l'irriducibile differenza tra il sé e l'altro, e la connaturata violenza insita
nell'uomo - ma, attraverso alcune allusioni simboliche, firma anche un vero e
proprio pamphlet (venato, soprattutto sul finale, da toni
satirici e grotteschi) contro le degenerazioni della politica militarista e
l'atteggiamento reazionario della società turca. Il tutto attraverso uno
sguardo innovativo, che sopperisce alle limitazioni di budget con l'originalità
delle soluzioni stilistiche e con interpreti
intensi e autentici (in particolare l'allucinato Berk Hakman nel ruolo di Zafer).