martedì 14 febbraio 2023

Zamestan – Rafi Pitts

una storia tragica, di amore, disoccupazione, sguardi, convenzioni, morte, in un ambiente così freddo che di più non si può, la neve lo evidenzia.

tutti stanno male, speranze non ce n'é, nessun sol dell'avvenire all'orizzonte.

Rafi Pitts è bravo, solo un suo film, Il cacciatore, è passato nei nostri cinema, nel 2010.

buona (gelida) visione - Ismaele



 

 

…Set against this austere and unwelcoming environment is a haunting and exotic song whose words mirror both the opening scenes and the sense of isolation. "They won't answer your greeting for their heads are lowered into their collars... for the cold is too bitter, too harsh." As well as providing a themic beauty that rises above all we see, the song maybe lends a useful insight for Westerners. Because of its strategic position, Iran (Persia) has always been the target of political machinations, but its long history had for many years - longer than many civilisations - held the promise of colourful mysteries, ancient civilisations and inexplicable ways. The latter has gradually been eroded, but the former still holds true, with present world powers aiming to 'encourage democratisation', with poverty-increasing sanctions and demonisation creating a hotbed of terrorism.

Yet it is not incumbent on Iran to understand western values (except for its own survival) - it is for the West, with greater resources at its disposal, to understand Iran. Although non-political, this frosty window into a country that has become almost closed to Western eyes, easily conveys the futility of winning hearts and minds through rhetoric. In purely cinematic terms, it has a quiet, stark beauty and a fragility of construction as one character unknowingly supplants another only to repeat a cycle that has as its end in unthinkable personal despair. It is a style that is not easy to relate to but one that is as fresh and crisp as anything that has come out of a land that cinema has sometimes almost forgotten.

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…It's Winter has been repeatedly described as bleak, but this fails to acknowledge its visual poetry (Mohammad Davudi's cinematography is consistently excellent), its arresting location work and sense of place, its dramatic and thematic depth, its brief but memorable upbeat moments, and the hold it can exert over the willing viewer. There's an honesty to both the drama and the social commentary that springs in no small part from the naturalistic performances from a primarily non-professional cast – Marhab's speech about his poor employment prospects doubtless comes from the heart, given that the man who plays him, Ali Nicksaulat, is not an actor by trade but an engineer who works in the very district in which the film is set. It's an absorbing and haunting film that cares about its characters and their fate, and while specifically Iranian in identity, speaks clearly to a far wider audience.

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lunedì 13 febbraio 2023

Tár – Todd Field

una straordinaria Cate Blanchett dirige un orchestra prestigiosa, incide dischi, vive con una musicista della sua orchestra, hanno una bambina.

sembra che abbia tutto, ma il potere, che lei ha, e forse non ci pensa troppo, ai tempi degli smartphone è davvero difficile da conservare, basta un errore e la caduta è inevitabile.

entrano in gioco gli avvocati e la stampa e internet, e non è possibile uscire indenni.

come in The square, Lydia Tár scende nei piani bassi e oscuri della città, non tutto è brillante e invidiabile.

Lydia Tár è stritolata da forze invincibili e perde tutto.

l'ultima parte è ambientata in Southeast Asia, Imdb non è precisa (Filippine, Thailandia, chissà), lì Lydia Tár, sola e dimenticata, trova un lavoro e continua la sua vita.


buona (musicale e non) visione - Ismaele

ps: verso la fine c'è una scena con dei numeri per le ragazze, mutatis mutandis, come in Whores' glory, di Michael Glawogger.
 

 

 

…Todd Field si muove con sicurezza tra le alte referenze stilistiche a cui guarda evidentemente (Antonioni, Visconti, Coppola, Kubrick, Polanski), invitandoci a riattraversare un archivio di forme ampiamente riconoscibile (i modelli della modernità) per farlo poi scivolare nel thriller psicologico quando i fantasmi intimi si trasformano in realtà e accuse tangibili. Si discute abbondantemente di dinamiche di potere e relazioni intime, di politiche identitarie e derive della post-verità, di rapporto arte/artista e di cancel culture. Tutti temi delicatissimi e di stretta attualità che lo sceneggiatore-regista ha l’audacia di affrontare anche se non sempre riesce a focalizzare in un punto di vista nitido sul presente e/o sulle azioni del personaggio principale.

Ecco, TÁR funziona molto di più quando cerca di creare abissi emotivi con le immagini (“la musica è ciò che noi proviamo quando la ascoltiamo”), e meno quando insiste su registri metaforici espliciti (le varie scene di confronti generazionali, un po’ troppo didascaliche). Arrivando infine a sfumare ogni possibile redenzione del personaggio in un’ultima mezz’ora frammentata e intasata che lascia più di un dubbio aperto. Eppure, si esce molto scossi e interessati da questo lunghissimo pedinamento emotivo. Tár è film imperfetto e fascinoso, confuso e complesso nello stesso tempo, che ha il coraggio di aggredire lo strettissimo presente (compresa la condizione post-pandemica) per farlo diventare materia narrativa pulsante. Un film che si ha voglia subito di rivedere per cercare nuove strade interpretative: forse per questo i titoli di testa sembrano concepiti come titoli di coda? Si sta per caso alludendo a un necessario loop ermeneutico? Insomma, nello spartito saldamente codificato del film d’autore festivaliero Todd Field cerca ancora di “giocare con le forme e con il tempo” del cinema per favorire ulteriori riflessioni fuori dalla sala. Non è poco.

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…La cosa più incredibile di TAR è la capacità cinematografica da parte di Field di costruire e decostruire il personaggio principale interpretato da Cate Blanchett. Veniamo lanciati subito all'interno di un mondo spesso poco conosciuto e poco filmato "da dentro" come quello della musica classica. Assistiamo per una buona mezz'ora a termini tecnici, a discussioni di mestiere di difficile comprensione per i non addetti, ma non fa niente, perchè le parole o i termini che non capiamo vengono coperte dalla magnetica, fredda e glaciale presenza della Blanchett che attira su di sé e sulla sua sublime interpretazione tutta l'attenzione. E ci piace molto questo viaggio insieme a lei, a suo fianco, nei salotti eleganti dei teatri d'opera, nelle hall degli alberghi, gustiamo con lei i suoi pranzi raffinati con le personalità importanti del settore, condividiamo con lei la sua vita privata….

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…Per approcciarsi al nuovo film di Todd Field (di nuovo dietro la macchina da presa dopo 16 anni di assenza) non è necessario sapere già chi sia questo genio della composizione, per un semplice motivo: Tár è un personaggio di fantasia. Dopo mezz’ora di film, tuttavia, si faticherà a crederlo: la sua esistenza, la sua psicologia e la sua carriera sono raccontate con una minuzia di particolari sbalorditiva. Ci sembrerà di conoscerla, di averne sicuramente letto da qualche parte, di aver sentito parlare della sua relazione con la violinista Sharon e di aver guardato su YouTube una delle sue ipnotiche performance…

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…«Non è una democrazia», dice Cate Blanchett a proposito dell’orchestra in una delle scene chiave di Tár. Todd Field crea un parallelo fra il microcosmo orchestrale e il potere nella società contemporanea, mettendo a dura prova le nostre certezze in merito. Nell’era del post #MeToo, basta una parola fuori posto, un’azione scorretta o un minimo abuso del proprio potere per cadere dalle stelle alle stalle. Lydia Tár è la perfetta rappresentazione di tutto questo, un’affascinante e a tratti respingente insieme di contraddizioni: la vediamo rinnegare qualsiasi forma di conformismo ma al tempo stesso imporre un’immagine perfetta di lei, schernire gli studenti robot e manifestare freddezza, stimolare il pensiero critico e la cooperazione e contemporaneamente mostrare il suo lato più cinico e disumano, disinteressandosi apertamente dei disagi delle sue collaboratrici più strette.

La quinta sinfonia di Mahler è il legame più evidente fra Tár e al disfacimento interiore alla base di Morte a Venezia di Luchino Visconti. La vitalità iniziale lascia lentamente spazio a un vero e proprio thriller psicologico, incentrato sulla decadenza professionale ed emotiva di Lydia. La donna che abbiamo visto sovrastare chiunque sul palco comincia a vacillare, sotto i colpi delle confessioni delle sue colleghe. Todd Field compie in questo senso un lavoro raffinatissimo, lasciando i momenti dei soprusi quasi sempre fuori campo per concentrarsi sulla reazione di Lydia Tár alle accuse.

Vediamo infatti la protagonista sinceramente stupita per gli eventi e inconsapevole delle conseguenze delle sue azioni per le persone a lei più vicine. Un atteggiamento che la accomuna a tanti celebri molestatori e che ci mostra il lato più torbido e irresponsabile del potere in un vero e proprio ricatto morale allo spettatore, dal momento che sul banco degli imputati c’è in questo caso una donna omosessuale. Nessuno è immune alla prevaricazione e al sopruso.

L’assenza di pentimento e redenzione

Anche l’approccio di Todd Field all’inevitabile gogna pubblica della protagonista è sorprendente. Non ci sono né pentimento né redenzione nel caotico atto conclusivo. Quello di Lydia Tár è un treno che non può più fare fermate intermedie, ma solo procedere lungo i binari che lei stessa ha creato, affidandosi all’unico appiglio possibile, ovvero la musica. Un epilogo sfumato ai limiti dell’inconcludenza è la coerente chiusura di un racconto che ci invita continuamente a separare opera e artista e a non lasciare che i picchi di bellezza influenzino il nostro giudizio sulle bassezze umane, e viceversa.

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sabato 11 febbraio 2023

E ora dove andiamo? - Nadine Labaki

con un realismo magico alla Kusturica, Nadine Labaki riesce a far ridere e a far pensare.

in una nazione in guerra c'è un villaggio dove musulmani e cristiani riescono a convivere senza troppi problemi.

e quando un incendio sta per scoppiare tocca alla fantasia e alla determinazione delle donne riuscire a non far saltare il tappo dell'odio etnico.

non è un capolavoro, ma si vede davvero bene.

buona (allucinata) visione - Ismaele

 

 

 

…Labaki dirige ed interpreta con la leggerezza delle parole e il macigno del loro significato. Infatti, è un film dai forti contrasti, capace di raccontare il dramma dell’intolleranza religiosa e le sue conseguenze, non discordando con il sorriso di chi non perde la speranza ed ha una profonda fede nelle capacità dell'arte e quindi anche del cinema di farsi portento di pace. E ora dove andiamo?é un monito al mondo Occidentale, rispetto a quell’altro; ai credenti cristiani, come a quelli mussulmani, ecc. E’ un noi che ci contiene tutti, a prescindere dalla fede.
La bellezza della gente di fronte alla meraviglia delle immagini, a cinema o sul piccolo schermo, ricordano tanto cinema italiano di Desichiana memoria, al modo della moschea invasa dalle bestie, che ricorda i tanti tentativi di scoperchiare, scardinare, aprire e abbattere i cancelli e i muri che dividono (come non pensare all’ultimo Olmi?).
Intensa e tuttavia molto essenziale la colonna sonora (Khaled Mouzannar), che insieme alla bella fotografia (Christophe Offenstein) rendono il film un’opera di notevole attenzione. Peccano soltanto la compiacenza della bellissima attrice/regista, che si pone eccessivamente troppo in prima posa e l’eccessiva lunghezza del film. 
Pur tuttavia, la Labaki è capace di riportare tutti dalla parte di chi, mettendosi in discussione, si chiede chi siamo noi per pronunciare “perdona loro perché non sanno quel che fanno”, prima di chiederci quel che combiniamo. Tutto questo, per mezzo del Cinema. Mica poco!

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…Un film tutto al femminile. I soli due uomini al loro fianco sono l’imam ed il prete. La religione diventa al femminea, ed un alleato reale per combattere la pace. Donne e religioni sono l’ultimo baluardo della concordia. L’imam ed il prete accetteranno la sedizione umana proposta da madri e sorelle disperate, perché, anche se contrario alle loro finalità, capiscono la loro prostrazione. La pellicola punta tutto sulle muliebri interpreti. La loro recitazione è un livello sopra le righe rispetto a quella maschile. A volte si trasformano in maschere o di dolore o comiche. Le loro danze, i canti sono il linguaggio, la cifra stilistica della regista. L’ammantata terra solare libanese, riflette una luce profonda e viva. Pure il cimitero, ultima destinazione finale, diviene una separazione netta. La rivoluzione dei ruoli comporta un’inquietante domanda sul posizionamento in una terra bellissima ma burrascosa. Nel villaggio c’è un matto, la classica persona il cui lume della ragione è svanito. È la persona che con la sua bizzarra pazzia: “non sa più se è cristiano o musulmano.” E questa frase, collocata all’interno della narrazione, si collega con la domanda finale, riportando alla luce tutta una discussione sul ruolo delle donne. La traccia del film è tutta su una separazione dicotomica. Paese, cimitero, persone, natura si spaccano in due, trovano una loro comune posizione per poi dividersi. Così per i rapporti umani: donne e uomini si uniscono e si separano. Come nel sogno di Amale (procace cristiana) e Rabih (avvenente uomo musulmano). La loro passione è forte, ma permane questa divisione incolmabile. Il cinema la descrive unendo nella stessa scena, i loro sguardi, scambiati con finta indifferenza, con il loro sogno ad occhi aperti di un ballo carnale e lussurioso fra i due. Il ripudio religioso e la passione di congiungersi coesistono nella stessa sequenza.

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…Una splendida amalgama di donne nero vestite che inscenano una danza nel contempo simbolica e sensuale, tra le strade polverose di una campagna solare ed arida, paradisiaca solo in apparenza ma in realta' insediata di mine dagli effetti devastanti su pascoli ed esseri umani, da' avvio ad una vicenda in cui si sorride di cose serie, ma senza mai vergognarsi e si riflette sulla inguaribile intolleranza e pochezza della razza umana.

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…E se le motivazioni per cui combattere sono ridicole, perché non possono essere altrettanto anche i rimedi? Questo sembra chiedersi la bella e talentuosa regista (anche interprete) ed è così che lascia le armi e la violenza agli uomini, e fa lavorare d'ingegno le sole donne che le provano proprio tutte (dall'inventarsi di sana pianta un miracolo, all'assoldare un manipolo di spogliarelliste ucraine) pur di distogliere gli uomini dai loro intenti bellicosi. Non sono certo idee brillanti, anche se spassosissime, ma ciò che importa è che le donne sembrano essere tutte concordi (al di là anche delle diverse fedi religiose) nell'interrompere la follia di un conflitto fratricida che ha già fatto troppi morti, mentre gli uomini non sembrano saper guardare oltre i propri pugni, o peggio ancora fucili, ma si ammansiscono soltanto davanti all'alcool, al cibo e alle belle donne.

Un atto di denuncia che, nonostante il tono lieve, si eleva deciso e che riecheggia con forza nel divertente ma amarissimo finale; un finale che, in contrapposizione a quello che di norma richiederebbe una commedia o un musical, non può essere né lieto né risolutivo, perché in certe situazioni e in certi paesi è davvero difficile mettere la parola fine, semmai si è sempre destinati a ricominciare.

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Here's a notion: Peace in the Middle East would come about more easily if the region were governed by women. After relegating women to inferior or invisible roles in society, many of the region's nations are governed by men who want to prove how macho they are. Even religious strife is largely fueled by testosterone, not theology. Although women are also flawed, by their natures they lean toward compromise and accommodation. They don't see everything as a test.

Nadine Labaki's "Where Do We Go Now?" is an intriguing comedy in which the women of a tiny, isolated Lebanese village conspire to bring about peace. The local Christians and Muslims have co-existed since time immemorial. Recently the men, inflamed by the introduction of TV and its outside news, have decided the two groups are enemies. When two crowds get into a shoving match, it's always the insecure hotheads who take the lead. Members of the two religious groups are virtually identical in culture. They do the same jobs, eat the same food, like the same music, speak the same language…

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…Numerosi sono i momenti di scollamento dalla realtà, come all'inizio del film, quando tutte le donne del villaggio si dirigono a pregare verso la tomba dei loro cari, e questo carosello in divisa da lutto, sulle note di una musica etnica, si trasforma in un singolare e ancheggiante balletto; la Labaki, però, non realizza una commedia musicale, come una scena del genere potrebbe far supporre, bensì inserisce alcune sequenze da musical a macchia di leopardo nel tessuto filmico, oltrepassando abbondantemente la soglia del videoclip (di cui è stata regista a inizio carriera). Vista la loro natura accessoria, non si possono  definire altrimenti le scene della canzone d'amore "pensata" da Amale (Labaki) e Rabih (Farhat), la triste fuga nei boschi della donna interpretata dalla regista e la sequenza del folle esperimento gastronomico (la più divertente del film). Lo sguardo della Labaki non riesce a dare personalità a una regia attenta solo a inquadrare le azioni e a non farne risaltare le motivazioni emotive, sottolineate poi dagli sfoghi dei personaggi di Amale e Takla in momenti ad alto tasso isterico-drammatico: la regia rimane patinata e appiattita su una fotografia dai colori stereotipati, che sembra ambientare fin troppo spesso le scene all'alba o al tramonto…

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venerdì 10 febbraio 2023

Sei pezzi facili - testi di Mattia Torre, regia di Paolo Sorrentino

Mattia Torre è morto troppo presto, e questo sei pezzi facili sono un bellissimo omaggio alla sua opera, con un regista di serie A e attori perfetti per le loro parti.

i sei pezzi fanno ridere e pensare, fanno immedesimare gli spettatori, e di sicuro guardare i sei pezzi non è tempo perduto, anzi...

buona (speciale) visione - Ismaele

ps: su Raiplay è possibile vedere, di Mattia Torre, anche La linea verticale



QUI si possono vedere i sei pezzi facili, su Raiplay

 

 

 

REZIOSO

…Se volete conoscere un autore gigantesco come Mattia Torre gustatevi questo piccolo gioiello di perfidia e umanità. 6 pezzi facili è un regalo di cui godere a lungo, un'eredità che fortunatamente non ci verrà mai tolta.

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Mattia Torre scriveva di noi, di quello che siamo, dell’essenza disinibita delle cose. I suoi spettacoli teatrali erano specchi: il pubblico li vedeva, e intanto si riconosceva. Parlava di cibo, politica e comunità. Di cosa vuol dire stare insieme, e di cosa, poi, significa vivere in solitudine. Torre sapeva, perché partiva dall’assunto di raccontare ciò che aveva visto e provato; e se esagerava, esagerava in modo lungimirante, contando le distanze, affidandosi agli attori, dando a ogni parola e ogni pausa un peso preciso. Non si limitava a scrivere: intesseva trame, le creava; si divertiva a tenerle insieme, a vederle intrecciate, ordinatamente confuse, e a rileggerle. Era preciso. Un fedele, prima che un esperto, di quello che faceva. Descriveva la commedia come una cosa seria, serissima, e sacra. Con le sue regole, i suoi accorgimenti, il suo modo d’essere. Torre usava la realtà come fonte d’ispirazione, e non si allontanava molto nelle sue opere: rimaneva lì, meditabondo, musicale, perfetto. E probabilmente, per raccogliere questa visione, non poteva esserci miglior regista di Paolo Sorrentino. Perché anche lui, come scrittore, è preciso. Anche lui usa l’immagine non per saltare, ma per unire. Da una parte c’è il teatro, con la sua elegante povertà e la sua fiera essenzialità; e dall’altra c’è il cinema da Oscar, che punta ad ammaliare con la sua bellezza e con la sua pienezza.

Eppure, in mezzo, c’è molto di più. C’è, appunto, un’idea precisa di scrittura e messa in scena, di ritmo e dialogo: io inizio, tu continui; tu rilanci, e io rilancio. Un botta e risposta costante, frenetico, che non annoia, non appesantisce, ma regge. Migliora. Supera qualunque tipo di aspettative: non siamo qui per vedere la vita e basta; siamo qui per riderne, per bearcene, per poter ascoltare attivamente, senza mai subire. In Sei pezzi facili, dal 19 novembre su Rai3 e in anteprima su Raiplay, Sorrentino dirige Torre ed è facile notare immediatamente il meglio di entrambi: la mano che guida la camera e che si mette al servizio della parola scritta, e la parola scritta che, grazie alla mano che guida la camera, può essere ancora più libera. «Questo lavoro è il tentativo di valorizzare e amplificare la cassa di risonanza sul teatro di Mattia Torre», ha detto Sorrentino. «Io ho fatto una regia con dei minimi appigli cinematografici, perché è l’unica cosa che so veramente fare. C’è una leggera ibridazione del teatro con il cinema. Però rispettando sempre e comunque quello che aveva in testa Mattia. Che, da quello che ho capito raccogliendo mezze frasi dei suoi attori, aveva delle idee molto, molto precise sui suoi spettacoli. Io ho cercato di intervenire senza alterare le sue decisioni. Anche se tutto questo deve andare in televisione, il teatro di Torre è totalmente compiuto, e quindi non aveva bisogno di interventi, se non di interventi di – appunto – ritmo cinematografico».

Tutto, insomma, sembra ridursi (o allargarsi?) a questo: al modo in cui la forma cerca il contenuto, e in cui il contenuto, in un’altra dimensione, può finalmente trovare spazio. Guardando “Gola” con Valerio Aprea, si vede subito la semplicità della scenografia, con il leggio, le luci, un solo uomo fermo sul palco. Poi intervengono i suoni, le inquadrature a tradimento di Sorrentino sul pubblico che ride, che si diverte, che – incredibilmente – partecipa. Ci sono due velocità, e sono due velocità che non vanno mai in contrasto: quella della sceneggiatura, e quindi dell’interpretazione, e quella della regia, e quindi delle immagini. Valerio Mastandrea, parlando di Sei pezzi facili, l’ha descritto come un «viaggio sentimentale»: «Voglio ringraziare Paolo perché ha portato la sua emozione vicino alla nostra, e non sopra di essa: non è stato invasivo, è stato rispettosissimo e ha avuto un approccio sano». Sorrentino ha, prima di tutto, osservato. E poi capito, appreso e, solo alla fine, agito. Nelle foto delle prove, scattate da Ago Panini, si riconoscono l’allegria trascinante dell’esercizio e la condivisione genuina con gli attori.

«Mattia era un regista molto rigoroso, perché era uno scrittore molto rigoroso, e dirigeva i suoi spettacoli come una prosecuzione della sua scrittura», ha detto Francesca Rocca. «Paolo è stato un’intuizione, e io ho avuto il privilegio di poter intuire e desiderare una persona come Paolo avendo al mio fianco un amico e un fratello come Lorenzo [Mieli, produttore e AD di The Apartment, ndr]. Perché Paolo? L’ho capito solamente ieri, lo ammetto. Quando abbiamo celebrato Mattia all’Ambra Jovinelli, l’apertura l’ha fatta Lorenzo e ha detto delle cose incredibili. Da lui, però, me lo aspettavo: Lorenzo era lo sposo lavorativo di Mattia. […] Paolo ha letto un pezzo che aveva scritto per Mattia, e ascoltandolo ho capito che Paolo aveva fotografato Mattia pur non conoscendolo da molto tempo. Ha mantenuto una distanza rispettosa, goliardica, raccontando il Mattia dei loro incontri lavorativi, delle cena; ed era esattamente quello che amo di Mattia».

Ora, in Sei pezzi facili, ritroviamo Torre, il suo genio, la sua penna onesta, magnetica, assoluta, e anche, come sguardo silenzioso, Sorrentino: i due, insieme, si muovono su due strade parallele; non c’è sfida, non c’è voglia di trasformare tutto in qualcos’altro; c’è – e ne abbiamo già parlato – il rispetto di un autore per un altro, e la centralità, conquistata così duramente, della parola scritta sul resto. Gli attori, le figure, le facce, sono la sostanza viva e vibrante, il ponte di carne ed espressioni che chiude, in modo piuttosto preciso, questo cerchio. Sei pezzi facili è qualcosa di cui essere felici: come spettatori, certo; ma pure come persone. Perché un gruppo d’amici s’è riunito, ha lavorato insieme, e ha ascoltato un altro regista, un altro direttore d’orchestra, per suonare la musica di chi non c’è più. E il merito, per una volta, è tutto loro. Non del fato, non di qualcosa più grande: da Francesca Rocca a Lorenzo Mieli, e da Paolo Sorrentino al cast di attori e attrici. Mattia Torre vive nella sua parola, e finalmente, anche se solo per pochi sabati, avrà il pubblico che ha sempre meritato.

Sei pezzi facili raccoglie alcune delle opere più famose e apprezzate di Mattia Torre. È una produzione di Fremantle in collaborazione con The Apartment, parte Fremantle, per Rai Cultura. La regia televisiva è curata da Paolo Sorrentino. Sei pezzi facili andrà in onda dal 19 novembre per cinque sabati conseguitivi, alle 22, su Rai3. Andranno in scena: “Migliore” con Valerio Mastandrea, “Perfetta” con Geppi Cucciari (26 novembre), “Qui e ora” con Valerio Aprea e Paolo Calabresi; “456” con Giordano Agrusta, Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino e Carlo De Ruggieri (10 dicembre), “In mezzo al mare” e “Gola” con Valerio Aprea (17 dicembre).

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mercoledì 8 febbraio 2023

Sound barrier – Amir Naderi

una piccola storia, un bambino, Jessie, sordomuto e orfano riceve l'informazione che la mamma, che lavorava in una radio, aveva raccontato di lui.

la curiosità del bambino è insaziabile e poi riesce a trovare la cassetta e a farsi ripetere le parole della mamma da un passante caritatevole e paziente.

la fine, bellissima, ricorda quella di Miguilim, romanzo di João Guimarães Rosa.

buona (lenta e miracolosa) visione, se lo trovate - Ismaele

 

 

 

…è il suono che, stavolta, (in)veste il ruolo dell'Immagine. In sostanza, Naderi riesce ad infrangere la barriera del suono. Quindi, come già spiegato nelle righe soprastanti, a spaccare la barriera dell'Immagine. Di conseguenza, del cinema. Riportando quest'ultimo alla sua naturale stabilità e densità. Riportandolo alla consistenza originale. Riportandolo alle origini: è sempre un cinema delle origini, in fondo, quello del regista di "Acqua, Vento, Sabbia". Ecco che, ancora una volta, avviene un miracolo.

Il cinema di Naderi è vita. È un cinema vitale. Un cinema ossessivamente ottimista e verticale. Come spinta propulsiva. Che punta verso l'alto. Verso la luce. Verso, appunto, il miracolo.

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Jessie, a deaf-mute child of 11, journeys all through New York, clutching a letter and a key, looking for a store in Queens. This contains an audio cassette recorded by her mother before she died. "Both a stylistic feat and an endless assault on the senses, Naderi's latest excursion into black and white is perhaps the most extensive staging of pure frustration in the entire history of cinema."

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“All of my experience over the years in making films came together in this film, to a point that I had wanted to reach all my life. In making Sound Barrier I discovered how much I could push beyond my limits, and in so doing learned many things about myself and my work. Sound Barrier told me I could begin a film I have been planning for years, as the second part of my sound trilogy. It was one of the reasons I left my country. A film about the moon. I have always had a dream of being on the moon; it is exactly where I want to be. This is the beginning of a new path for me.” (A. Naderi)

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Sound Barrier: Iranian master Amir Naderi's latest dispatch from the streets of his adopted New York represents a return to the themes of his seminal The Runner. Fending for himself in an indifferent city, a deaf boy searches for the remaining traces of his dead mother, a radio talk show host who left behind a collection of audio cassettes in a Greenpoint warehouse. As is customary in Naderi's oeuvre, sound design is crucial, and the movie gradually builds to an aural tour de force set on a congested bridge. Exhilarating and exhausting — with a finale that is quite literally an epiphany.

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