una storia tragica, di amore, disoccupazione, sguardi, convenzioni, morte, in un ambiente così freddo che di più non si può, la neve lo evidenzia.
tutti stanno male, speranze non ce n'é, nessun sol dell'avvenire all'orizzonte.
Rafi Pitts è bravo, solo un suo film, Il cacciatore, è passato nei nostri cinema, nel 2010.
buona (gelida) visione - Ismaele
…Set
against this austere and unwelcoming environment is a haunting and exotic song
whose words mirror both the opening scenes and the sense of isolation.
"They won't answer your greeting for their heads are lowered into their collars...
for the cold is too bitter, too harsh." As well as providing a themic
beauty that rises above all we see, the song maybe lends a useful insight for
Westerners. Because of its strategic position, Iran (Persia) has always been
the target of political machinations, but its long history had for many years -
longer than many civilisations - held the promise of colourful mysteries,
ancient civilisations and inexplicable ways. The latter has gradually been
eroded, but the former still holds true, with present world powers aiming to
'encourage democratisation', with poverty-increasing sanctions and demonisation
creating a hotbed of terrorism.
Yet it is
not incumbent on Iran to understand western values (except for its own
survival) - it is for the West, with greater resources at its disposal, to
understand Iran. Although non-political, this frosty window into a country that
has become almost closed to Western eyes, easily conveys the futility of
winning hearts and minds through rhetoric. In purely cinematic terms, it has a
quiet, stark beauty and a fragility of construction as one character
unknowingly supplants another only to repeat a cycle that has as its end in
unthinkable personal despair. It is a style that is not easy to relate to but
one that is as fresh and crisp as anything that has come out of a land that
cinema has sometimes almost forgotten.
…It's Winter has been repeatedly described as
bleak, but this fails to acknowledge its visual poetry (Mohammad Davudi's
cinematography is consistently excellent), its arresting location work and
sense of place, its dramatic and thematic depth, its brief but memorable upbeat
moments, and the hold it can exert over the willing viewer. There's an honesty
to both the drama and the social commentary that springs in no small part from
the naturalistic performances from a primarily non-professional cast – Marhab's
speech about his poor employment prospects doubtless comes from the heart,
given that the man who plays him, Ali Nicksaulat, is not an actor by trade but
an engineer who works in the very district in which the film is set. It's an
absorbing and haunting film that cares about its characters and their fate, and
while specifically Iranian in identity, speaks clearly to a far wider audience.
una straordinaria Cate Blanchett dirige un orchestra prestigiosa, incide dischi, vive con una musicista della sua orchestra, hanno una bambina.
sembra che abbia tutto, ma il potere, che lei ha, e forse non ci pensa troppo, ai tempi degli smartphone è davvero difficile da conservare, basta un errore e la caduta è inevitabile.
entrano in gioco gli avvocati e la stampa e internet, e non è possibile uscire indenni.
come in The square, Lydia Tár scende nei piani bassi e oscuri della città, non tutto è brillante e invidiabile.
Lydia Tár è stritolata da forze invincibili e perde tutto.
l'ultima parte è ambientata in Southeast Asia, Imdb non è precisa (Filippine, Thailandia, chissà), lì Lydia Tár, sola e dimenticata, trova un lavoro e continua la sua vita.
buona (musicale e non) visione - Ismaele
ps: verso la fine c'è una scena con dei numeri per le ragazze, mutatis mutandis, come in Whores' glory, di Michael Glawogger.
…Todd Field si muove con sicurezza tra le alte referenze
stilistiche a cui guarda evidentemente (Antonioni, Visconti, Coppola, Kubrick,
Polanski), invitandoci a riattraversare un archivio di forme ampiamente
riconoscibile (i modelli della modernità) per farlo poi scivolare nel thriller
psicologico quando i fantasmi intimi si trasformano in realtà e accuse
tangibili. Si discute abbondantemente di dinamiche di potere e relazioni
intime, di politiche identitarie e derive della post-verità, di rapporto
arte/artista e di cancel culture. Tutti
temi delicatissimi e di stretta attualità che lo sceneggiatore-regista ha
l’audacia di affrontare anche se non sempre riesce a focalizzare in un punto di
vista nitido sul presente e/o sulle azioni del personaggio principale.
Ecco, TÁR funziona molto di più quando cerca di creare
abissi emotivi con le immagini (“la musica è ciò che noi
proviamo quando la ascoltiamo”), e meno quando insiste su registri
metaforici espliciti (le varie scene di confronti generazionali, un po’ troppo
didascaliche). Arrivando infine a sfumare ogni possibile redenzione del
personaggio in un’ultima mezz’ora frammentata e intasata che lascia più di un
dubbio aperto. Eppure, si esce molto scossi e interessati da questo lunghissimo
pedinamento emotivo. Tár è film
imperfetto e fascinoso, confuso e complesso nello stesso tempo, che ha il
coraggio di aggredire lo strettissimo presente (compresa la condizione
post-pandemica) per farlo diventare materia narrativa pulsante. Un film che si ha
voglia subito di rivedere per cercare nuove strade interpretative: forse per
questo i titoli di testa sembrano concepiti come titoli di coda? Si sta per
caso alludendo a un necessario loop ermeneutico?
Insomma, nello spartito saldamente codificato del film d’autore festivaliero
Todd Field cerca ancora di “giocare con le forme e con il
tempo” del cinema per favorire ulteriori riflessioni fuori dalla
sala. Non è poco.
…La cosa più incredibile
di TAR è la capacità cinematografica da parte di Field di costruire e
decostruire il personaggio principale interpretato da Cate Blanchett. Veniamo
lanciati subito all'interno di un mondo spesso poco conosciuto e poco filmato
"da dentro" come quello della musica classica. Assistiamo per una
buona mezz'ora a termini tecnici, a discussioni di mestiere di difficile
comprensione per i non addetti, ma non fa niente, perchè le parole o i termini
che non capiamo vengono coperte dalla magnetica, fredda e glaciale presenza
della Blanchett che attira su di sé e sulla sua sublime interpretazione tutta
l'attenzione. E ci piace molto questo viaggio insieme a lei, a suo fianco, nei
salotti eleganti dei teatri d'opera, nelle hall degli alberghi, gustiamo con
lei i suoi pranzi raffinati con le personalità importanti del settore,
condividiamo con lei la sua vita privata….
…Per
approcciarsi al nuovo film di Todd Field (di nuovo dietro la macchina da presa
dopo 16 anni di assenza) non è necessario sapere già chi sia questo genio della
composizione, per un semplice motivo: Tár è un personaggio di fantasia. Dopo
mezz’ora di film, tuttavia, si faticherà a crederlo: la sua
esistenza, la sua psicologia e la sua carriera sono raccontate con una minuzia
di particolari sbalorditiva. Ci sembrerà di conoscerla, di averne
sicuramente letto da qualche parte, di aver sentito parlare della sua relazione
con la violinista Sharon e di aver guardato su YouTube una delle sue ipnotiche
performance…
…«Non è una democrazia», dice Cate Blanchett a proposito
dell’orchestra in una delle scene chiave di Tár. Todd Field
crea un parallelo fra il microcosmo orchestrale e il potere nella società
contemporanea, mettendo a dura prova le nostre certezze in merito. Nell’era del
post #MeToo, basta una parola fuori posto, un’azione scorretta o un minimo
abuso del proprio potere per cadere dalle stelle alle stalle. Lydia Tár è la
perfetta rappresentazione di tutto questo, un’affascinante e a tratti
respingente insieme di contraddizioni: la vediamo rinnegare qualsiasi forma di
conformismo ma al tempo stesso imporre un’immagine perfetta di lei, schernire
gli studenti robot e manifestare freddezza, stimolare il pensiero critico e la
cooperazione e contemporaneamente mostrare il suo lato più cinico e disumano,
disinteressandosi apertamente dei disagi delle sue collaboratrici più strette.
La quinta sinfonia di Mahler è il legame più evidente
fra Tár e al disfacimento interiore alla base
di Morte a Venezia di Luchino Visconti.
La vitalità iniziale lascia lentamente spazio a un vero e proprio thriller
psicologico, incentrato sulla decadenza professionale ed emotiva di Lydia. La
donna che abbiamo visto sovrastare chiunque sul palco comincia a vacillare,
sotto i colpi delle confessioni delle sue colleghe. Todd Field compie in questo
senso un lavoro raffinatissimo, lasciando i momenti dei soprusi quasi sempre
fuori campo per concentrarsi sulla reazione di Lydia Tár alle accuse.
Vediamo infatti la protagonista sinceramente stupita per
gli eventi e inconsapevole delle conseguenze delle sue azioni per le persone a
lei più vicine. Un atteggiamento che la accomuna a tanti celebri molestatori e
che ci mostra il lato più torbido e irresponsabile del potere in un vero e
proprio ricatto morale allo spettatore, dal momento che sul banco degli
imputati c’è in questo caso una donna omosessuale. Nessuno è immune alla
prevaricazione e al sopruso.
L’assenza di pentimento e redenzione
Anche l’approccio di Todd Field all’inevitabile gogna
pubblica della protagonista è sorprendente. Non ci sono né pentimento né
redenzione nel caotico atto conclusivo. Quello di Lydia Tár è un treno che non
può più fare fermate intermedie, ma solo procedere lungo i binari che lei
stessa ha creato, affidandosi all’unico appiglio possibile, ovvero la musica.
Un epilogo sfumato ai limiti dell’inconcludenza è la coerente chiusura di un
racconto che ci invita continuamente a separare opera e artista e a non
lasciare che i picchi di bellezza influenzino il nostro giudizio sulle bassezze
umane, e viceversa.
con un realismo magico alla Kusturica, Nadine Labaki riesce a far ridere e a far pensare.
in una nazione in guerra c'è un villaggio dove musulmani e cristiani riescono a convivere senza troppi problemi.
e quando un incendio sta per scoppiare tocca alla fantasia e alla determinazione delle donne riuscire a non far saltare il tappo dell'odio etnico.
non è un capolavoro, ma si vede davvero bene.
buona (allucinata) visione - Ismaele
…Labaki dirige ed
interpreta con la leggerezza delle parole e il macigno del loro significato.
Infatti, è un film dai forti contrasti, capace di raccontare il dramma
dell’intolleranza religiosa e le sue conseguenze, non discordando con il
sorriso di chi non perde la speranza ed ha una profonda fede nelle capacità
dell'arte e quindi anche del cinema di farsi portento di pace. E ora dove andiamo?é un monito al mondo Occidentale,
rispetto a quell’altro; ai credenti cristiani, come a quelli mussulmani, ecc.
E’ un noi che ci contiene tutti, a prescindere dalla fede. La bellezza della gente di fronte alla
meraviglia delle immagini, a cinema o sul piccolo schermo, ricordano tanto
cinema italiano di Desichiana memoria, al modo della moschea invasa dalle
bestie, che ricorda i tanti tentativi di scoperchiare, scardinare, aprire e
abbattere i cancelli e i muri che dividono (come non pensare all’ultimo Olmi?). Intensa e tuttavia molto essenziale la colonna
sonora (Khaled Mouzannar), che insieme alla bella fotografia (Christophe
Offenstein) rendono il film un’opera di notevole attenzione. Peccano soltanto
la compiacenza della bellissima attrice/regista, che si pone eccessivamente
troppo in prima posa e l’eccessiva lunghezza del film. Pur tuttavia, la Labaki è capace di riportare
tutti dalla parte di chi, mettendosi in discussione, si chiede chi siamo noi
per pronunciare “perdona loro perché non sanno quel che fanno”,
prima di chiederci quel che combiniamo. Tutto questo, per mezzo del Cinema.
Mica poco!
…Un film
tutto al femminile. I soli due uomini al loro fianco sono l’imam ed il prete. La
religione diventa al femminea, ed un alleato reale per combattere la pace.
Donne e religioni sono l’ultimo baluardo della concordia. L’imam ed il prete
accetteranno la sedizione umana proposta da madri e sorelle disperate, perché,
anche se contrario alle loro finalità, capiscono la loro prostrazione. La
pellicola punta tutto sulle muliebri interpreti. La loro recitazione è un
livello sopra le righe rispetto a quella maschile. A volte si trasformano in
maschere o di dolore o comiche. Le loro danze, i canti sono il linguaggio, la
cifra stilistica della regista. L’ammantata terra solare libanese, riflette una
luce profonda e viva. Pure il cimitero, ultima destinazione finale, diviene una
separazione netta. La rivoluzione dei ruoli comporta un’inquietante domanda sul
posizionamento in una terra bellissima ma burrascosa. Nel villaggio c’è un
matto, la classica persona il cui lume della ragione è svanito. È la persona
che con la sua bizzarra pazzia: “non sa più se è cristiano o musulmano.” E
questa frase, collocata all’interno della narrazione, si collega con la domanda
finale, riportando alla luce tutta una discussione sul ruolo delle donne. La
traccia del film è tutta su una separazione dicotomica. Paese, cimitero,
persone, natura si spaccano in due, trovano una loro comune posizione per poi
dividersi. Così per i rapporti umani: donne e uomini si uniscono e si separano.
Come nel sogno di Amale (procace cristiana) e Rabih (avvenente uomo musulmano).
La loro passione è forte, ma permane questa divisione incolmabile. Il cinema la
descrive unendo nella stessa scena, i loro sguardi, scambiati con finta
indifferenza, con il loro sogno ad occhi aperti di un ballo carnale e
lussurioso fra i due. Il ripudio religioso e la passione di congiungersi
coesistono nella stessa sequenza.
…Una
splendida amalgama di donne nero vestite che inscenano una danza nel contempo
simbolica e sensuale, tra le strade polverose di una campagna solare ed arida,
paradisiaca solo in apparenza ma in realta' insediata di mine dagli effetti
devastanti su pascoli ed esseri umani, da' avvio ad una vicenda in cui si
sorride di cose serie, ma senza mai vergognarsi e si riflette sulla inguaribile
intolleranza e pochezza della razza umana.
…E se le motivazioni per cui combattere sono ridicole, perché non possono
essere altrettanto anche i rimedi? Questo sembra chiedersi la bella e
talentuosa regista (anche interprete) ed è così che lascia le armi e la
violenza agli uomini, e fa lavorare d'ingegno le sole donne che le provano
proprio tutte (dall'inventarsi di sana pianta un miracolo, all'assoldare un
manipolo di spogliarelliste ucraine) pur di distogliere gli uomini dai loro
intenti bellicosi. Non sono certo idee brillanti, anche se spassosissime, ma
ciò che importa è che le donne sembrano essere tutte concordi (al di là anche
delle diverse fedi religiose) nell'interrompere la follia di un conflitto fratricida
che ha già fatto troppi morti, mentre gli uomini non sembrano saper guardare
oltre i propri pugni, o peggio ancora fucili, ma si ammansiscono soltanto
davanti all'alcool, al cibo e alle belle donne.
Un atto di denuncia che, nonostante
il tono lieve, si eleva deciso e che riecheggia con forza nel divertente ma
amarissimo finale; un finale che, in contrapposizione a quello che di norma
richiederebbe una commedia o un musical, non può essere né lieto né risolutivo,
perché in certe situazioni e in certi paesi è davvero difficile mettere la
parola fine, semmai si è sempre destinati a ricominciare.
Here's a notion: Peace in the Middle East would come about more
easily if the region were governed by women. After relegating women to inferior
or invisible roles in society, many of the region's nations are governed by men
who want to prove how macho they are. Even religious strife is largely fueled
by testosterone, not theology. Although women are also flawed, by their natures
they lean toward compromise and accommodation. They don't see everything as a
test.
Nadine Labaki's "Where Do We Go Now?" is an intriguing
comedy in which the women of a tiny, isolated Lebanese village conspire to
bring about peace. The local Christians and Muslims have co-existed since time
immemorial. Recently the men, inflamed by the introduction of TV and its
outside news, have decided the two groups are enemies. When two crowds get into
a shoving match, it's always the insecure hotheads who take the lead. Members
of the two religious groups are virtually identical in culture. They do the
same jobs, eat the same food, like the same music, speak the same language…
…Numerosi sono i momenti di scollamento dalla realtà, come all'inizio
del film, quando tutte le donne del villaggio si dirigono a pregare verso la
tomba dei loro cari, e questo carosello in divisa da lutto, sulle note di una
musica etnica, si trasforma in un singolare e ancheggiante balletto; la Labaki,
però, non realizza una commedia musicale, come una scena del genere potrebbe
far supporre, bensì inserisce alcune sequenze da musical a
macchia di leopardo nel tessuto filmico, oltrepassando abbondantemente la
soglia del videoclip (di cui è stata regista a inizio carriera). Vista la loro
natura accessoria, non si possono definire altrimenti le scene della
canzone d'amore "pensata" da Amale (Labaki) e Rabih (Farhat), la
triste fuga nei boschi della donna interpretata dalla regista e la
sequenza del folle esperimento gastronomico (la più divertente del
film). Lo sguardo della Labaki non riesce a dare personalità a una regia
attenta solo a inquadrare le azioni e a non farne risaltare le motivazioni
emotive, sottolineate poi dagli sfoghi dei personaggi di Amale e Takla in
momenti ad alto tasso isterico-drammatico: la regia rimane patinata e
appiattita su una fotografia dai colori stereotipati, che sembra
ambientare fin troppo spesso le scene all'alba o al tramonto…
Mattia Torre è morto troppo presto, e questo sei pezzi facili sono un bellissimo omaggio alla sua opera, con un regista di serie A e attori perfetti per le loro parti.
i sei pezzi fanno ridere e pensare, fanno immedesimare gli spettatori, e di sicuro guardare i sei pezzi non è tempo perduto, anzi...
buona (speciale) visione - Ismaele
ps: su Raiplay è possibile vedere, di Mattia Torre, anche La linea verticale
QUI si possono vedere i sei pezzi facili, su Raiplay
REZIOSO
…Se volete conoscere un autore gigantesco come Mattia Torre gustatevi
questo piccolo gioiello di perfidia e umanità. 6 pezzi facili è un regalo di
cui godere a lungo, un'eredità che fortunatamente non ci verrà mai tolta.
Mattia Torre scriveva di noi, di quello che siamo, dell’essenza disinibita
delle cose. I suoi spettacoli teatrali erano specchi: il pubblico li vedeva, e
intanto si riconosceva. Parlava di cibo, politica e comunità. Di cosa vuol dire
stare insieme, e di cosa, poi, significa vivere in solitudine. Torre sapeva,
perché partiva dall’assunto di raccontare ciò che aveva visto e provato; e se
esagerava, esagerava in modo lungimirante, contando le distanze, affidandosi
agli attori, dando a ogni parola e ogni pausa un peso preciso. Non si limitava
a scrivere: intesseva trame, le creava; si divertiva a tenerle insieme, a
vederle intrecciate, ordinatamente confuse, e a rileggerle. Era preciso. Un
fedele, prima che un esperto, di quello che faceva. Descriveva la commedia come
una cosa seria, serissima, e sacra. Con le sue regole, i suoi accorgimenti, il
suo modo d’essere. Torre usava la realtà come fonte d’ispirazione, e non si
allontanava molto nelle sue opere: rimaneva lì, meditabondo, musicale,
perfetto. E probabilmente, per raccogliere questa visione, non poteva esserci
miglior regista di Paolo Sorrentino. Perché anche lui, come scrittore, è
preciso. Anche lui usa l’immagine non per saltare, ma per unire. Da una parte
c’è il teatro, con la sua elegante povertà e la sua fiera essenzialità; e
dall’altra c’è il cinema da Oscar, che punta ad ammaliare con la sua bellezza e
con la sua pienezza.
Eppure, in mezzo, c’è molto di più. C’è, appunto, un’idea precisa di
scrittura e messa in scena, di ritmo e dialogo: io inizio, tu continui; tu
rilanci, e io rilancio. Un botta e risposta costante, frenetico, che non
annoia, non appesantisce, ma regge. Migliora. Supera qualunque tipo di
aspettative: non siamo qui per vedere la vita e basta; siamo qui per riderne,
per bearcene, per poter ascoltare attivamente, senza mai subire. In Sei
pezzi facili, dal 19 novembre su Rai3 e in anteprima su Raiplay, Sorrentino
dirige Torre ed è facile notare immediatamente il meglio di entrambi: la mano
che guida la camera e che si mette al servizio della parola scritta, e la
parola scritta che, grazie alla mano che guida la camera, può essere ancora più
libera. «Questo lavoro è il tentativo di valorizzare e amplificare la cassa di
risonanza sul teatro di Mattia Torre», ha detto Sorrentino. «Io ho fatto una
regia con dei minimi appigli cinematografici, perché è l’unica cosa che so
veramente fare. C’è una leggera ibridazione del teatro con il cinema. Però
rispettando sempre e comunque quello che aveva in testa Mattia. Che, da quello
che ho capito raccogliendo mezze frasi dei suoi attori, aveva delle idee molto,
molto precise sui suoi spettacoli. Io ho cercato di intervenire senza alterare
le sue decisioni. Anche se tutto questo deve andare in televisione, il teatro
di Torre è totalmente compiuto, e quindi non aveva bisogno di interventi, se
non di interventi di – appunto – ritmo cinematografico».
Tutto, insomma, sembra ridursi (o allargarsi?) a questo: al modo in cui la
forma cerca il contenuto, e in cui il contenuto, in un’altra dimensione, può
finalmente trovare spazio. Guardando “Gola” con Valerio Aprea, si vede subito
la semplicità della scenografia, con il leggio, le luci, un solo uomo fermo sul
palco. Poi intervengono i suoni, le inquadrature a tradimento di Sorrentino sul
pubblico che ride, che si diverte, che – incredibilmente – partecipa. Ci sono
due velocità, e sono due velocità che non vanno mai in contrasto: quella della
sceneggiatura, e quindi dell’interpretazione, e quella della regia, e quindi
delle immagini. Valerio Mastandrea, parlando di Sei pezzi facili,
l’ha descritto come un «viaggio sentimentale»: «Voglio ringraziare Paolo perché
ha portato la sua emozione vicino alla nostra, e non sopra di essa: non è stato
invasivo, è stato rispettosissimo e ha avuto un approccio sano». Sorrentino ha,
prima di tutto, osservato. E poi capito, appreso e, solo alla fine, agito.
Nelle foto delle prove, scattate da Ago Panini, si riconoscono l’allegria
trascinante dell’esercizio e la condivisione genuina con gli attori.
«Mattia era un regista molto rigoroso, perché era uno scrittore molto
rigoroso, e dirigeva i suoi spettacoli come una prosecuzione della sua scrittura»,
ha detto Francesca Rocca. «Paolo è stato un’intuizione, e io ho avuto il
privilegio di poter intuire e desiderare una persona come Paolo avendo al mio
fianco un amico e un fratello come Lorenzo [Mieli, produttore e AD di The
Apartment, ndr]. Perché Paolo? L’ho capito solamente ieri, lo
ammetto. Quando abbiamo celebrato Mattia all’Ambra Jovinelli, l’apertura l’ha
fatta Lorenzo e ha detto delle cose incredibili. Da lui, però, me lo aspettavo:
Lorenzo era lo sposo lavorativo di Mattia. […] Paolo ha letto un pezzo che
aveva scritto per Mattia, e ascoltandolo ho capito che Paolo aveva fotografato
Mattia pur non conoscendolo da molto tempo. Ha mantenuto una distanza
rispettosa, goliardica, raccontando il Mattia dei loro incontri lavorativi,
delle cena; ed era esattamente quello che amo di Mattia».
Ora, in Sei pezzi facili, ritroviamo Torre, il suo genio, la
sua penna onesta, magnetica, assoluta, e anche, come sguardo silenzioso,
Sorrentino: i due, insieme, si muovono su due strade parallele; non c’è sfida,
non c’è voglia di trasformare tutto in qualcos’altro; c’è – e ne abbiamo già
parlato – il rispetto di un autore per un altro, e la centralità, conquistata
così duramente, della parola scritta sul resto. Gli attori, le figure, le
facce, sono la sostanza viva e vibrante, il ponte di carne ed espressioni che
chiude, in modo piuttosto preciso, questo cerchio. Sei pezzi facili è
qualcosa di cui essere felici: come spettatori, certo; ma pure come persone.
Perché un gruppo d’amici s’è riunito, ha lavorato insieme, e ha ascoltato un
altro regista, un altro direttore d’orchestra, per suonare la musica di chi non
c’è più. E il merito, per una volta, è tutto loro. Non del fato, non di
qualcosa più grande: da Francesca Rocca a Lorenzo Mieli, e da Paolo Sorrentino
al cast di attori e attrici. Mattia Torre vive nella sua parola, e finalmente,
anche se solo per pochi sabati, avrà il pubblico che ha sempre meritato.
Sei pezzi facili raccoglie alcune delle opere più famose e
apprezzate di Mattia Torre. È una produzione di Fremantle in collaborazione con
The Apartment, parte Fremantle, per Rai Cultura. La regia televisiva è curata
da Paolo Sorrentino. Sei pezzi facili andrà in onda dal 19
novembre per cinque sabati conseguitivi, alle 22, su Rai3. Andranno in scena:
“Migliore” con Valerio Mastandrea, “Perfetta” con Geppi Cucciari (26 novembre),
“Qui e ora” con Valerio Aprea e Paolo Calabresi;
“456” con Giordano Agrusta, Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino e Carlo De
Ruggieri (10 dicembre), “In mezzo al mare” e “Gola” con Valerio Aprea (17
dicembre).
una piccola storia, un bambino, Jessie, sordomuto e orfano riceve l'informazione che la mamma, che lavorava in una radio, aveva raccontato di lui.
la curiosità del bambino è insaziabile e poi riesce a trovare la cassetta e a farsi ripetere le parole della mamma da un passante caritatevole e paziente.
la fine, bellissima, ricorda quella di Miguilim, romanzo di João Guimarães Rosa.
buona (lenta e miracolosa) visione, se lo trovate - Ismaele
…è il suono che, stavolta, (in)veste il ruolo dell'Immagine. In
sostanza, Naderi riesce ad infrangere la barriera del suono. Quindi, come già spiegato nelle
righe soprastanti, a spaccare la barriera dell'Immagine. Di conseguenza, del
cinema. Riportando quest'ultimo alla sua naturale stabilità e densità.
Riportandolo alla consistenza originale. Riportandolo alle origini: è sempre un
cinema delle origini, in fondo, quello del regista di "Acqua, Vento,
Sabbia". Ecco che, ancora una volta, avviene un miracolo.
Il cinema di Naderi è vita. È un cinema vitale. Un cinema ossessivamente
ottimista e verticale. Come spinta propulsiva. Che punta verso l'alto. Verso la luce.
Verso, appunto, il miracolo.
Jessie, a deaf-mute child of 11, journeys all through New
York, clutching a letter and a key, looking for a store in Queens. This
contains an audio cassette recorded by her mother before she died. "Both a
stylistic feat and an endless assault on the senses, Naderi's latest excursion
into black and white is perhaps the most extensive staging of pure frustration
in the entire history of cinema."
“All of my experience over the years
in making films came together in this film, to a point that I had wanted to
reach all my life. In making Sound Barrier I discovered how much I could push
beyond my limits, and in so doing learned many things about myself and my work.
Sound Barrier told me I could begin a film I have been planning for years, as
the second part of my sound trilogy. It was one of the reasons I left my
country. A film about the moon. I have always had a dream of being on the moon;
it is exactly where I want to be. This is the beginning of a new path for me.”(A. Naderi)
Sound
Barrier: Iranian master Amir Naderi's latest dispatch from the streets of his
adopted New York represents a return to the themes of his seminal The Runner.
Fending for himself in an indifferent city, a deaf boy searches for the
remaining traces of his dead mother, a radio talk show host who left behind a
collection of audio cassettes in a Greenpoint warehouse. As is customary in
Naderi's oeuvre, sound design is crucial, and the movie gradually builds to an
aural tour de force set on a congested bridge. Exhilarating and exhausting —
with a finale that is quite literally an epiphany.