Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
mercoledì 7 settembre 2022
martedì 6 settembre 2022
lunedì 5 settembre 2022
A qualsiasi prezzo (At Any Price) – Ramin Bahrani
nei piccoli stati disabitati e ricchi di voti repubblicani e terra da coltivare, rubata agli indiani, succedono cose turche, cioè normali, purtroppo.
ogm, soldi, brevetti, soldi, o fuggi o quelli sono i comandamenti.
la pancia degli Stati Uniti d'America, cioè del mondo, è marcia e porta la morte.
non sarà un capolavoro, ma un film di Ramin Bahrani meno che buono non l'ho ancora visto.
buona (con poca speranza) visione - Ismaele
… Bahrani has used the same
cinematographer, Michael Simmonds, on all four of his films. They found
locations near DeKalb, Ill., for their Iowa farmland, and the film's visuals
look effortlessly authentic. This isn't a movie set of a farm, but a working
farm, representing a considerable financial investment, hard work, heartbreak
and sweat. Henry spends hours in the air-conditioned cabin of an enormous
combine, checking the crop prices on his cellphone as his land slides past like
a backdrop. Then there's a little scene where Henry's wife Meredith takes some
potatoes from her kitchen garden, and the film establishes its closeness to the
earth.
None of Bahrani's films are simple. They
inspire reflection. When this film played at the Venice Film Festival, one
British critic complained that the Efron character's racing career
"ultimately peters out." That suggests the critic understood exactly
nothing about the movie. If it had ended with Dean Whipple winning a big race
and becoming a NASCAR champion, that would have signified that "At Any
Price" was just one more simple-minded formula picture. But this film
doesn't wrap things up in a tidy package. It is a great film about an American
moral crisis.
…At Any
Price di contrasti si nutre e su contrasti si costruisce. Su
quelli interni alla sua storia – contrasti familiari, lavorativi, di tradizione
– e su quelli ad essa esterni.
Perché se alla tensione tra passato e futuro aggiungiamo una punteggiatura che
snocciola l’un dopo l’altro, con inquietante precisione, i luoghi comuni
dell’americanità cinematografica e sociale più spinta, ci si accorge che Bahrani
parla di una nazione e di un popolo, più che di personaggi. Parla del cuore
pulsante, ambiguo e contraddittorio degli Stati Uniti d’America, della sua
anima, delle sue fondamenta.
Fondamenta fatte, appunto, dalla mescolanza tra pulsioni opposte e conflittuali,
in grado di trovare sintesi catastrofiche e sanguinolente per rinascere dalle
proprie ceneri, per riciclarsi e rinascere come i semi di mais lavati (e, ancor
di più, modificati geneticamente) che sono al centro di una delle tante
discordie del film. Che si compondono e si accordano, progressivamente e con
fatica, fino a comporre un complesso sinfonico che echeggia Star Spangled
Banner, indossa blue jeans e t-shirt e odora di barbecue all’aperto, ma con la
coscienza sporca.
Perché, oggi più che mai, gli Stati Uniti d’America sono ancora e sempre di più
quello. E Bahrani lo sa bene.
Come sembra sa benissimo (non può non saperlo) che l’Iowa contadino che ha
scelto come cornice della sua storia è lo stato dove storicamente, con i primi
caucus, si apre la campagna per le elezioni presidenziali; è lo stato natale di
John Wayne. Lo stato che gli stessi americani chiamano "American
Heartland".
Il cuore dell'America, appunto.
Henry Whipple ha due figli e un impero agricolo. Vende
semi geneticamente modificati nelle contee del suo stato, l'Iowa, in un regime
di competizione serrata e senza sosta. Vorrebbe che i ragazzi ereditassero il
suo lavoro, come è prassi nella sua famiglia da generazioni, ma il grande vuole
vedere il mondo e il giovane, Dean, corre in macchina e sogna i circuiti
professionali. Le preoccupazioni di Henry si aggravano quando si vede arrivare
in azienda due ispettori, inviati da qualcuno per rovinarlo.
Come spesso avviene, lo sguardo dello straniero (anche di seconda generazione)
sulla terra di adozione è più sanguigno di quello autoctono e illumina con
maggior limpidezza le contraddizioni sociali che guidano e minacciano l'umanità
di un popolo. Per il suo quarto lungometraggio, Ramin Bahrani si addentra nel
cuore dell'America rurale, divisa tra la soggezione ai dettami granitici di una
tradizione patriarcale e calvinista e il dinamismo di un mercato che impone il
rinnovamento perenne, almeno in sede tecnologica.
Non è un'ambientazione come un'altra, ma una scelta fortissima, che richiama
potentemente a sé gli echi del grande cinema classico americano e della
letteratura americana della crisi. In questo scenario non poteva che
dispiegarsi un dramma dalla struttura romanzesca (nel senso del medium di
un'altra epoca), dove ciò che accade nel mezzo riscrive profondamente le cose,
anche se a saperlo dovessimo essere noi, personaggi e spettatori, legati senza
possibilità di marcia indietro. Il conflitto, come da manuale, è la spina
dorsale dell'intero corpo del film e si trova a tutti i livelli, all'interno e
all'esterno di ogni singolo personaggio, persino quel Grant che si palesa solo
in cartolina ma per un piccolo attimo vacilla, di fronte alla ripidezza della
scelta che ha compiuto coraggiosamente in autonomia.
Se Dennis Quaid è speciale nell'interpretare un personaggio a cavallo tra due
mondi, incapace per questo di camminare diritto, impegnato com'è a cercare di
non farsi inghiottire dalla frattura nel mezzo, una nota di merito va anche a
Zac Efron, al quale Bahrani regala un'immagine nuova, che allo stesso tempo sa
di reincarnazione di altri giovani perdenti, tragici e trascorsi. Ma è alla famiglia
nel suo insieme che punta l'obiettivo dell'autore, come un nucleo diviso e
indissolubile, contraddizione primigenia e massima, protagonista assoluta di
questa storia di decadenza morale.
Spaccato di vita di una famiglia che lentamente
scivola nel baratro dell'immoralità, nel tentativo di conservare una parvenza
di quel sogno americano tanto sbandierato nel cinema hollywoodiano.
La storia ha degli alti e bassi, il cast non
sempre appare nelle condizioni migliori per risultare credibile e carico di
emozionalità e il ritmo cala in alcuni punti rendendo la visione meno
interessante di quello che poteva essere, in più la Graham non si spoglia...ed
è un peccato.
Pellicola guardabile ma non indimenticabile.
domenica 4 settembre 2022
The Secret Reunion – Hun Jang
un film patriottico, la polizia coreana (del sud) deve sventare degli omicidi da parte di agenti coreani (del nord).
Song Kang-ho, l'agente che non riesce a impedire i primi omicidi, deve riscattarsi (bravo come sempre, è una sicurezza).
riesce a convincere un giovane agente nemico con problemi di coscienza, con turre le difficoltà del caso, ma ci riesce.
un film con un buon ritmo, niente di straordinario, ma ben fatto.
buona (fino all'ultimo respiro) visione - Ismaele
Film di spionaggio che ha per protagonisti due agenti di nord e
sud Corea che agiscono su fronti contrapposti. Il film ha uno stile
disomogeneo, con una prima parte d'azione molto serrata a cui segue una con
toni più leggere che riprende lo stile delle commedie poliziesche americane. Il
finale è nuovamente all'insegna dell'azione. Questa frammentarietà non disturba
anche per l'ottima caratterizzazione psicologica dei personaggi, affidati a due
bravissimi attori. Un buon film, nonostante qualche forzatura della trama.
…Di
netta ispirazione americana, la pellicola si divide in maniera quasi manichea:
nella prima vi è la forte rappresentazione di una corporeità da manuale,
l’efferatezza dell’omicidio, la viscosità del sangue, colpi di pistola e
altrettanto pericolosi colpi di arti marziali. Nella seconda metà si cambiano
registro e prospettiva, ci si diverte anche con toni da commedia. Si racconta,
con accento decisamente virile, l’amicizia tra due uomini, partner ideali di un
film decisamente buono, anche se non un capolavoro. Sullo sfondo la
riflessione, mai pedestre, sul rapporto tra Corea del Nord e Corea del Sud, due
mondi così vicini, così culturalmente attigui, che parlano la stessa lingua, ma
allontanati dai quei giochi di potere che escludono una vera agnizione delle
proprie personalità. Le sequenze action sono davvero squisite, con accattivanti
piani-sequenza e il buon uso della macchina a mano, e catapultano lo spettatore
in un thriller che non esito a definire davvero appassionante, un plot che
spazia dalla spy-story al melodramma al comico. Song Kang-ho è bravo,
completo e desta simpatia: ci sa fare quando si tratta di menare le mani e lo
si apprezza anche nel senso più puro del termine recitazione. Un peccato che
tale siffatta generosità visuale debba poi perdersi nel classico bicchiere
d’acqua di un finale non troppo fortunato, che stride sul fondo di vetro
anziché adagiarsi miracolosamente: si depotenzia la drammaticità, con un occhio
buttato all’incasso sperato. Ben 36 milioni di dollari al botteghino e la medaglia
di bronzo al box office coreano nel 2010.
…Poliziesco, thriller e commedia si intrecciano in
maniera omogenea in questo bel film che cerca di tracciare a suo modo una via
riconciliativa tra le due Coree attraverso l'improbabile ma genuina amicizia
che si forma tra i due protagonisti, "soldati" di forze avversarie in
una "guerra fredda" che dura ormai da troppi anni dividendo un Paese.
Hun Jang è bravo nella gestione dei tempi proponendo un ritmo equilibrato che,
dopo l'inizio più adrenalinico, si concentra sui rapporti umani concedendo
ampio spazio al sentimento (che raggiunge l'apice negli ultimi minuti) per
tutta la parte centrale e scatenandosi di nuovo in un lungo exploit action
nell'intenso finale. Con un'ottima caratterizzazione dei personaggi, secondari
inclusi (la figura del cinico e implacabile Shadow è anch'essa affascinante),
il regista riesce a far trasparire dei ritratti introspettivi non banali e
dall'evoluzione costante in cui ognuno avrà qualcosa da imparare dall'altro.
Pur sfruttando a tratti qualche espediente emotivo sin troppo classico che
punta all'emozione facile, The Secret Reunion riesce
a mantenere alto l'interesse anche grazie alla passione che traspare dal
comparto tecnico / registico, che propone alcune sequenze suggestive nella
miglior tradizione dei thriller coreani, e una colonna sonora di grande
impatto. Lo stesso si può dire per le interpretazioni dei due protagonisti:
Kang Dong-won si cala bene in un personaggio all'apparenza freddo ma in realtà
tormentato dalla lontananza dalla sua famiglia (che non vede da sette anni),
mentre Song Kang-ho offre l'ennesima straordinaria prova della sua carriera
regalando anche qualche risata in una figura ricca di sfaccettature.
sabato 3 settembre 2022
Court - Chaitanya Tamhane
un film sulla persecuzione di un artista popolare e coerente.
Narayan è un poeta musicista che canta le sue idee, e il Potere (che è un potere piccolino e poliziesco) fa di tutto per zittirlo.
il cantante è difeso da un avvocato coscienzioso e accusato da un'avvocata che sembra avere il compito di distruggere il cantore, senza se e senza ma.
sembrano udienze di un paese del terzo mondo, come da noi, d'altronde.
viva Narayan!
un bel film, Chaitanya Tamhane è davvero bravo.
buona (musicale e da tribunale) visione - Ismaele
…vediamo svolgersi la storia di un cantante
folk già abbastanza avanti con gli anni, che è costretto a difendersi più volte
in vari processi da un’accusa a dir poco assurda: può una canzone popolare
spingere al suicidio
Non c’è il classico gioco vittima e carnefice:
sia l’accusato che gli accusanti, sia il difensore che la vittima, provengono
dallo stesso strato sociale.
L’unica differenza è la posizione di potere. La
magistratura come ente autorizzato, che violenta e sputa
sentenze di vita e di morte. Realtà dove non
diversamente le persone provenienti da ogni classe e cultura, interagiscono e
si mescolano. Il potere del sistema e delle sue regole, del protocollo e della
gerarchia.
Il senso di impotenza ed ingiustizia si avverte
per tutta la durata del film, e la figura notevole di Vivek Gomber amplifica,
con la sua fisicità e la sua intensità, l’atmosfera di realtà tragica a cui
rimane difficile rimanere indifferenti.
Ovviamente al regista non interessa la causa
giudiziaria in se, non vuole indagare sulla forza oscura che sembra volere con
ogni mezzo, anche illegale, trattenere il malcapitato di turno, presenza affine
a molti sistemi giudiziari nel mondo. Il suo sguardo va oltre, nell’ambiguità
dell’India contemporanea, ancora purtroppo legata ad un passato fatto di
razzismo, diversità, ignoranza, soprusi.
Siamo lontani dai fasti di Bollywood, c’è solo
un timido accenno di alcune musichette dei film commerciali in una scena nel
finale, durante un viaggio in bus.
…Lo script di Chaitanya Tamhane è abile nel raccontare la realtà in cui la
storia si muove, usando l'impianto giudiziario di Court per
raccontare i personaggi che danno vita al processo, oltre che il processo
stesso. Il caso non è messo in secondo piano, ma non si erge mai a protagonista
assoluto della storia, lasciando che siano le vite dei personaggi della vicenda
a dettare modi e tempi narrativi del film. Lo dimostra anche la sequenza finale
aggiunta dal regista dopo che l'aula, ormai deserta, sfuma in nero e mostra per
un ultima volta uno spaccato della vita al di fuori del tribunale. E' una
scelta che paga, perché riesce a fornire uno sguardo interessante sull'India e
la zona di Mumbai che fa da sfondo al racconto,
accennando anche ad una critica del sistema giudiziario indiano. Dove il film
difetta è in una messa in scena molto piatta, che si affida alla camera
fissa per scrutare l'interno dell'aula e tende a non favorire il
coinvolgimento dello spettatore, che in molti casi si ritrova ad assistere come
se fosse tra il pubblico in aula, mantenendosi a distanza da quanto accade…
…Una de las primeras secuencias de esta
propuesta india que ha logrado colarse entre los estrenos de esta semana en
salas españolas, algo muy insólito entre los filmes de su prolífico país de
procedencia, nos hace entender cuál es el funcionamiento del sistema judicial
indio cuando no existe independencia entre sus poderes y los intereses
gubernamentales. Si el poder decide encarcelar a quien se atreva a levantar la
voz contra sus ideales, decenas de falsas incriminaciones atormentarán sin
descanso al pobre infeliz que trate de barrarles el paso. Y de esto mismo trata
este trabajo de Chaitanya Tamhane, quien nos presenta la historia de un
cantautor cuyas letras, tan libres como ácidas y subversivas, suponen una
amenaza para un poder demasiado acostumbrado a controlar a las masas de tan
mastodóntica nación. Es por ello que viviremos el absurdo de un juicio cuyo
abogado defensor poco podrá hacer para probar la libertad de su acusado siempre
y cuando sigan recayendo nuevos falsos cargos sobre él. Al mismo tiempo, su
director aprovecha para dictaminar una mirada crítica hacia el correcto
desarrollo de la actividad jurídica, incidiendo en la falta de medios y la
lentitud como consecuencia de posponer el caso llegando casi al inmovilismo…
…Il quadro è variegato e confuso, quando la censura è ancora regolata dalle leggi inglesi dell’epoca vittoriana, e nelle aree rurali resistono culture religiose arretrate, dalle usanze barbariche. Si passa la serata al pub, dove si possono ascoltare melodie brasiliane, ma il giorno dopo si può essere aggrediti, all’uscita da un ristorante, per aver pubblicamente criticato le pratiche di una certa etnia. Il potere giudiziario, su cui il film centra l’obiettivo, procede in superficie sulla scorta dei codici e della burocrazia, ma appare privo del necessario supporto di una coscienza critica, adeguata ai tempi, che possa davvero fungere da base ad un regime ispirato ai principi di libertà ed uguaglianza. Mentre la miseria dilaga, invincibile, la grande assente è la voglia di cambiare, di riconoscere, in quell’orizzonte chiuso dalla generale miopia, il vero nemico comune contro cui Narayan invita tutti a combattere. La sua voce è potente e rabbiosa, però intorno a lui la realtà è debole, inquieta ma sostanzialmente impantanata in un’inerzia morale che blocca ogni tentativo di rimettere in discussione gli assunti fondamentali (la vecchia concezione della vita familiare e del ruolo femminile), ed ostacola anche l’applicazione delle nuove norme (i dispositivi di sicurezza sul lavoro). Durante un’udienza, una donna dichiara di non conoscere con precisione la propria età. Un’altra viene rispedita a casa dal giudice perché si è presentata con un vestito senza maniche. Il film procede lento e pacato, abbandonato ad una informe estemporaneità, che riproduce il ritmo esistenziale di chi tira a campare, facendo quello che può ed illudendosi di poter prosperare. In Court l’aula del tribunale si apre sul mondo, per rivelarsi come il cuore di un immenso mercato in cui la folla avanza a fatica, come un corpo dalle mille anime: individui soffocati dalla massa, che non vedono dove vanno, che il più delle volte si lasciano trasportare dalla corrente, e che a tratti cadono e finiscono calpestati. In questo grande serpentone umano, è pretestuoso voler intravvedere un nesso logico, da ciò che l’uno dice e l’altro fa, a pochi metri di distanza da lui. Le parole, per lo più, restano incomprese ed inascoltate, come i gridi di denuncia di Narayan. Oppure vengono studiatamente travisate, e date in pasto ad un sistema che cerca sempre nuove vittime.
venerdì 2 settembre 2022
Foglia sul cuscino - Garin Nugroho
una storia realistica e drammatica, i bassifondi di una metropoli sono abitati da povera e poverissima gente.
alcuni ragazzi sono "adottati" da una signora, una sarta, che cerca di proteggerli, ma non è mica facile.
tutto va contro quei ragazzi, in un film dove davvero è impossibile vedere qualche raggio di speranza.
buona (rassegnata) visione - Ismaele
QUI il film completo, con sottotitoli in italiano
A Jogiakarta, centro delle tradizioni reali
giavanesi, tre ragazzi di strada vivono mendicando, assumendo droghe e facendo
lavori saltuari. I tre fantasticano spesso sul futuro, e concentrano il loro
desiderio d'amore materno nella figura di Asih. Ma i loro destini non possono
che essere tragici.
giovedì 1 settembre 2022
Veins of the World - Byambasuren Davaa
l'avidità e la rapina del capitalismo distrugge gli esseri umani e il mondo, in maniera insanabile, anche le praterie della Mongolia.
gli indigeni avranno un posto di lavoro, per qualche anno, a condizioni indesiderabili, semischiavistiche.
c'è una via di fuga, i talent alla tv, solo la fuga è possibile, uno su mille ce la farà.
Byambasuren Davaa rende benissimo la tragedia di un popolo, la morte di una cultura, il dramma dell'economia assassina.
e tutti siamo coinvolti.
buona (drammatica) visione - Ismaele
QUI il film completo, con sottotitoli in inglese
…Una delle componenti del film è la bellezza dei luoghi,
ma fanno da contraltare le ferite inferte a questi territori dalle cave, che
scendono e scavano le stratificazioni della terra lasciando voragini. In una di
queste è caduta l’auto di Erdene che in quella occasione ha perso la vita. È
questo episodio che ostruisce le vene della vita anche per Amra, che infligge a
sé stesso delle punizioni che sente necessarie per espiare la colpa di avere
causato, sia pure indirettamente, la morte del padre. Veins of the world diventa così un racconto su un
senso di colpa infantile – ancora un bambino protagonista in questa 30esima
edizione del Festival – e su una colpa più generale che riguarda l’intera
Mongolia. Si alternano nel racconto questi due sentimenti, che sembrano trovare
quella unicità nella complessa psicologia del piccolo Amra forse destinato ad
una vita differente, ma adesso consapevole del suo ruolo maschile accanto alla
madre e alla sorella nella famiglia privata del padre. Il suo percorso di
lavoratore di nascosto della madre, saltando la scuola, diventa così anche un
rituale di iniziazione alla vita, alla stanchezza, a sfidare i pericoli, per
dare sicurezza economica alla famiglia.
Byambasuren Davaa interviene su questi temi rapportando la modernità dello
spettacolo televisivo alla vita nomade e pastorale e, per altro verso,
rapportando la devastazione ambientale che la Mongolia sopporta con la
necessità di preservare una cultura antica, che fonda proprio sulla
conservazione dell’habitat la sua perpetuazione. Il film corre dunque su due
livelli differenti, la vicenda privata con i turbamenti e i sensi di colpa di
Amra, e, su un altro piano, ma legato all’altro, le vicende di un intero
popolo, il bisogno di conservazione dei valori, ma soprattutto l’esigenza della
tutela e conservazione del territorio. Due piani di racconto che si legano
attraverso il personaggio di Erdene, a capo della contestazione contro gli
sventramenti delle compagnie minerarie. Il testimone passa al figlio e
soprattutto alla moglie che continuerà con le armi che possiede a combattere la
difficile battaglia.
Veins of the world dimostra, ancora una volta, le potenzialità di un
cinema che pur nelle apparenti lontananze culturali e geografiche su cui lavora
rispetto a quello più mainstream, sa mostrare la forza di una necessità del
racconto, l’esigenza di manifestare la propria condizione, senza infingimenti e
senza remore. Byambasuren Davaa firma un film con una carica emotiva molto
forte, che riflette una conoscenza attenta della psicologia infantile. Amra con
la sua natura remissiva obbedisce ciecamente alle direttive del padre, ma la
morte del genitore trasforma anche la sua indole, il suo atteggiarsi nei
confronti della vita, con l’acquisizione di un coraggio che sa di necessità e
di sopravvivenza e una sorda ostilità nei confronti del mondo. Sentimenti che
sapranno sciogliersi nell’abbraccio con la madre e nel confessare i suoi sensi
di colpa. Sensi di colpa che invece non appartengono agli emissari di un
capitalismo iniquo e distruttivo, di cui l’incolpevole Amra e la sua famiglia
sono tra le vittime predestinate, insieme al resto di una Mongolia che
sofferente assiste a questa sua ennesima depredazione.
…El dilema entre la modernidad —de las esperanzas de una vida mejor integrada en la sociedad contemporánea— y la tradición ocupa parte de los anhelos del pequeño Amra, que se expresa con su intención de participar en el concurso de talentos cantando una canción que habla de los peligros de la avaricia por extraer el corazón de oro de la Tierra. La muerte de su padre en un accidente de coche al regresar de la audición del programa le genera un profundo sentido de culpa. La encrucijada central de la cinta se manifiesta cuando, por un lado, se ve obligado a continuar el legado paterno de la lucha por mantener su cultura y, por otro, pretende obtener el sustento de su madre y su hermana, de quienes se siente ahora responsable…