Dice
Gabriele Muccino:"...Ho sempre pensato che Pasolini regista fosse fuori
posto, anzi, semplicemente un "non" regista che usava la macchina da
presa in modo amatoriale, senza stile, senza un punto di vista meramente
cinematografico sulle cose che raccontava, in anni in cui il cinema italiano
era cosa altissima, faceva da scuola di poetica e racconto
"cinematico" e cinematografico in tutto il mondo..."(qui)
Si
leggerà nell’enciclopedia del cinema del futuro prossimo venturo: “Carneade Muccino! Chi era
costui?”.
Thierry cerca un lavoro, il business della formazione lo sfrutta per fare corsi, mica per trovargli un lavoro, ciascuno è solo, i sindacati non contano niente, i risparmi finiscono, accetta allora di fare la guardia in una specie di palestra di una specie campo di concentramento (dove non muore nessuno, ma non sempre, musica di fondo e luci rendono tutto cool), l'ipermercato, dove l'essere umano vale meno di niente, valgono i clienti (paganti), il resto sono niente, o possibili criminali, secondo il codice della proprietà. Thierry parla poco, vede tutto, è rassegnato, dovrà scegliere, ma non è vinto, quando è troppo è troppo, domani si vedrà. un film non urlato, fatto di sguardi, di resistenza all'omologazione verso la schiavitù (moderna per carità) e al potere delle merci su tutto, sula delazione, controllo, sorveglianza, punizione. la realtà è anche peggio (leggi qui, per esempio). Vincent Lindon ha meritato il premio di Cannes, è davvero bravo (come sempre), il film non è adatto per chi pensa che il nostro sia il migliore dei mondi possibili - Ismaele
… Brizé si prende
il tempo necessario per creare i giusti presupposti di un finale coerente, in
linea con quanto mostrato fino a quel momento della vita di Thierry, uomo
giusto ma mai accondiscendente, marito premuroso e tenero padre, disposto
sempre a rimettersi in gioco pur di garantire lo stretto necessario alla
propria famiglia: mai una scena madre, o cadute nel patetico, il film sceglie
una linea di condotta austera ma non per questo insincera. E la mantiene anche
nel momento cruciale, quando Thierry è costretto, suo malgrado, a smascherare
prima qualche taccheggiatore occasionale, poi alcuni colleghi del supermercato
dediti a lucrare sulle fidelity card o a nascondere qualche buono sconto.
Gente disperata, forse più di lui: e quando “la legge del
mercato” viene messa di fronte alla “misura di un uomo” (splendida
contrapposizione a cui fa riferimento anche il doppio titolo del film) bisogna
per forza di cose prendere una decisione. Soccombere e disumanizzarsi, o
smettere la divisa di un sistema che non accettiamo più. Chapeau.
…Anche se il regista Stéphane Brizé non ne possiede la forza
formale, per la coerenza e la verità della messa in scena si pensa al cinema
dei fratelli Dardenne; e nei panni di Thierry, un formidabile Vincent Lindon,
premiato per l’interpretazione a Cannes, filtra il messaggio attraverso uno
sguardo in cui si legge il dolente dilemma di un essere umano consapevole di
trovarsi, non si sa per quanto, dalla parte sbagliata della barricata.
…Emblematico il titolo del film nella distribuzione in lingua
anglofona ("The Measure Of A Man") che ci pone, in chiusura,
un'ineludibile domanda: qual è il valore di un uomo? Quello calcolato sulla
base dei protocolli sociali o quello che richiama a una situazione autentica,
di comprensione dell'altro? Questo il quesito a cui "La legge del
mercato" tenta di (non) rispondere, puntando tutte le sue forze
sull'(in)espressività di Vincent Lindon (unico attore professionista
all'interno del cast), che si porta a casa con grande merito il premio alla
migliore interpretazione maschile al festival di Cannes. A lui, in costante
dialogo con l'istanza narrante della macchina da presa, è affidata pressoché
tutta la scena, essenzialissima e privata di qualsiasi manierismo o slancio
estetico. Il film rimane su un costante livello di apatia ed
è caratterizzato da una certa ripetitività narrativa delle sequenze, ma ciò non
fa che evidenziare maggiormente lo stato interiore dell'uomo contemporaneo…
…il suicidio sul luogo di lavoro sembra essere l’unico
esito possibile ai meccanismi di negazione ed erosione della soggettività che
in tempi di crisi vengono perpetrati in misura sempre maggiore in fabbrica, in
azienda, a scuola e in tutti gli altri ambiti lavorativi. Sintomatico e
purtroppo assai realistico è il discorso del manager delle Risorse Umane che
nel finale cerca di convincere i dipendenti del gruppo del fatto che la colpa
di un gesto estremo non è loro, che di fronte alla decisione di farla finita
non si può dimostrare che un licenziamento pesi più di avere un figlio che si
droga.
Brizé condensa in modo a tratti
brutalmente disadorno questi elementi prelevati dalle cronache quotidiane degli
ultimi anni – e già oggetto in Francia di un’ampia letteratura saggistica e
narrativa – e li accentua con uno stile semi-documentaristico in cui il
protagonista è filmato sempre da vicino ma la camera a mano si muove di
continuo facendolo entrare e uscire dal campo in cui viene contrapposto,
praticamente in ogni sequenza, ad altri personaggi da cui dipenderà il suo
destino. Inoltre, la scelta di affiancare a Lindon un gruppo di interpreti in
larga parte non professionisti, ai quali l’attore si amalgama bene, intende
aggiungere un grado ulteriore di autenticità che il doppiaggio italiano rischia
di smorzare…
… Brizé sceglie frammenti di vita e chiede
allo spettatore di guardare, di sommare; non usa alcun artificio per
emozionare, ma provoca a poco a poco un disagio profondo: la storia di Thierry
è una Passione contemporanea che riguarda molti. Sullo schermo è resa evidente
la perversione della legge del mercato che fa scatenare la guerra tra poveri;
ma è anche evidente che gli strumenti collettivi di risposta non sono più
efficaci, perché il lavoratore è logorato dalle attese, dagli insuccessi: “non
ho più energie, voglio solo voltare pagina” dice Thierry. Lavoro e affetti
entrano silenziosamente in conflitto: coraggio è la sopportazione per garantire
la propria famiglia, qui resa ancor più emergente dalla presenza di un figlio
disabile, o coraggio è dire no a un sistema affermando di non volerne far
parte, di non voler essere l’aguzzino prezzolato dei propri compagni di
sventura?...
… Non
si può peraltro parlare deLa legge del mercato, senza parlare del coinvolgimento di un grande attore come
il francese Vincent Lindon. Qui lo vediamo interpretare un uomo sulla
cinquantina, scaricato dall’azienda per cui aveva lavorato 25 anni a causa dei
brutali meccanismi della delocalizzazione, ritratto fin dalle primissime scene
mentre è alle prese con la disoccupazione, con “stage” e lavoretti temporanei
per niente risolutivi, con sussidi insufficienti, con l’aumentare continuo
delle spese cui è soggetto il suo piccolo nucleo famigliare, con le critiche
dei vecchi compagni del sindacato che lo avrebbero voluto ancora al loro
fianco, nella difficile causa intentata all’azienda rea di aver licenziato lui
ed altri.
Quest’ultimo elemento è importante, per capire bene il clima
di disillusione e di avvilente “monadizzazione” della classe salariata, che
Stéphane Brizé ha saputo introdurre così bene nel racconto…
film apparentemente folle, un ragazzino di 10 anni che afferma di essere il marito defunto di Anna (Nicole Kidman). alcuni indizi la fanno vacillare, e quel ragazzino diventa una presenza fastidiosa per tutti, meno che per lei. le cose non sono come credi siano, tutti pensano a un imbroglio, a qualche trucco, nessuno capisce perché, Anna pena di intuire qualcosa, sapere e capire è troppo. non trascuratelo, se vi capita a portata di mano, non è perfetto, anzi, ma ha un suo fascino - Ismaele
…"Birth" is a
dark, brooding film, with lots of kettledrums and ominous violins in Alexandre
Desplat's score. Harris Savides' cinematography avoids surprises and gimmicks
and uses the same kind of level gaze that Sean employs. Echoes of "Rosemary's
Baby" are inevitable, given the similarity of the apartment locations and
Kidman's haircut, so similar to Mia Farrow's. But "Birth" is less
sensational and more ominous, and also more intriguing because instead of going
for quick thrills, it explores what might really happen if a 10-year-old turned
up and said what Sean says. Because it is about adults who act like adults, who
are skeptical and wary, it's all the creepier, especially since Cameron Bright
is so effective as the uninflected and non-cute Sean. Like M. Night Shyamalan's
best work, "Birth" works less with action than with implication.
Assolutamente stupefacente per la prima ora, sciaguratamente
didascalico negli ultimi quaranta minuti. Jonathan Glazer indovina la distanza
dalla materia rappresentata girando con uno stile di scarnificata, disossata
eleganza. Sospesi piani sequenza, impietrite figure intere, ostinati e
sgretolanti primi piani scandiscono una vicenda in cui la tensione è una
creazione puramente mentale. Ovvio che agli spettatori in cerca di
"altri" sensazionalismi tutto ciò sembrerà fastidiosamente - e
soprattutto inspiegabilmente - inconcludente. I minuti scivolano con angosciosa
improduttività sulla levigata e compressa inquietudine della famiglia
iperborghese di Anna (Kidman, prodigiosa), prima scalfita e poi disintegrata
dall'ossessionante tenacia di Sean (un credibilissimo Cameron Bright). Fin qui
una pellicola dislocante, trattenuta, raffinatissima…
parlare di tensione morale per paccottiglia come questa mi
pare esagerato...l'idea di base è ridicola(penso che se uno viene a dirti che è
la reincarnazione di un tuo caro morto non viene accolto come viene accolto nel
film ma gli vengono sparate subito due bombe in faccia),l'unico che si comporta
normalmente è il fidanzato di lei(si parteggia per lui quando insegue il
sedicente reincarnato per picchiarlo per poi quasi vomitare quando lo
sculaccia)e il sottofondo torbido che si vuole inserire(la storia adulterina di
sean)accentua solo la sensazione d'amaro in bocca.....l'uso insistito di primi
piani secondo me serve per mascherare la pochezza di fondo...
Dopo la festa di fidanzamento di Anna, arriva nella sua casa
un ragazzino che sostiene di essere Sean, il marito morto dieci anni prima.
Nonostante il rifiuto di tutta la famiglia, la donna inizia a credere nel
bambino, convinta dai ricordi del nuovo Sean e dalla speranza di ricreare
l'antico rapporto, mai dimenticato. Nonostante la confezione raffinata diGlazere
l'interesse che il film suscita nella prima mezzora, Birth delude per la
sceneggiatura superficiale e prevedibile, e, spiace dirlo, per la stucchevole
espressività diNicole Kidmanche,
dallaMacchia Umanain
poi, sembra aver perso l'intuito nella scelta dei copioni.
…I
film con un forte concetto metafisico sono sempre molto rischiosi, poiché la
possibilità di confezionare una sorta di incudine, seppur ben decorato, che
grava sullo spettatore è molto forte. Purtroppo, soprattutto per noi, Glazer si
è dimostrato un fabbro sopraffino e non certo nel legarci alla poltrona con le
sue catene narrative, quanto nel creare degli insostenibili ceppi narrativi che
hanno reso questa pellicola, afflitta anche da una fotografia con sottoesposizione
cronica irreversibile, un vero martirio…
…Birth (scritto dal regista con Jean Claude
Carrière – già co-sceneggiatore di Buñuel – e Milo Addica) è un film
imperfetto, con una conclusione non del tutto convincente, ma con una sfoggio
di grandi interpreti e visivamente caratterizzato da preziose atmosfere, elementi
più che sufficienti a renderlo un’opera non liquidabile con un semplice fischio.
distribuzione straordinaria, questa settimana addirittura 4 (quattro) sale, qualcuno dirà che è sempre meglio che due sale (spero per non piangere). i film di Ascanio Celestini, come il suo teatro, sono storie di piccoli lillipuziani contro giganti, a volte indefinibili, come il Potere, la Storia, il Caso, la (S)Fortuna. i lillipuziani cercano di vivere, o anche solo di sopravvivere, faticosamente, sbagliando, a volte, resistendo. Zygmunt Bauman li chiamerebbe scarti umani, i dimenticati o trascurati dalla Storia. non è un film perfetto, ma è un film aspro, spigoloso, vivo. prodotto (anche) dai fratelli Dardenne, una garanzia, no? guardatelo, se ve lo fanno guardare - Ismaele
…L’obiettivo primario di Celestini è
analizzare l’incoerenza e le paure dell’animo umano, costituite nel film dai
numerosi tentativi dei protagonisti di cercare il prossimo, ma al contempo di
respingerlo, ossessionati da un timore tanto invisibile quanto potente. Tale
concetto è incarnato alla perfezione da Nicola, il quale afferma più volte di
voler smettere di bere, ma anche da Sofia, che sogna di trasferirsi in Spagna
oppure da il Concellino, che aspira a costruirsi una vita normale e una
carriera lavorativa.
In Viva la sposa l’essere umano è
contraddistinto dal “voglio, ma non posso”, colto così nella sua totale
contraddittorietà, in una marea di buoni propositi che alla fine non riuscirà a
mantenere.
Ciascuno dei personaggi vaga alla
ricerca di un posto dove stare al sicuro, di un’ancora di salvataggio a cui
aggrapparsi per non annaspare nelle sabbie mobili che secerne la vita
quotidiana, sia che si tratti di un quartiere degradato sia di uno squallido e
sudicio bar di periferia.
Viva la sposa dunque vi
accompagnerà dolcemente mano nella mano nella poliedricità emotiva della
società italiana. Se volete compiere questo viaggio non esitate a farlo.
…A fare da bussola e da chiave di lettura è la
battuta pronunciata da Nicola/Ascanio in apertura e che ribalta il finale del
Pinocchio collodiano. L’essere umano è buffo, meglio il burattino. Perché
l’essere umano celestiniano è fragile e contraddittorio. Cerca il prossimo ma
al contempo lo teme. Fa propositi che poi non mantiene e cerca di sopravvivere
ai margini del luogo dove la finzione si fa arte (Cinecittà). Anche vivendo al
limite della legalità o addirittura superandolo cercando una bellezza che è negata
sia dagli esterni che dagli interni, siano essi un’abitazione/ricovero
degradata o un bar di periferia ultimo approdo di chi vorrebbe raggiungere un
porto sicuro. Magari con in mano una bottiglia di vino con un fiocco rosso.
…Tutto da buttare quindi? Non
proprio. Piace, ad esempio, la scelta di Celestini di prediligere
geografie urbane inusuali, inquadrando con affettuosi movimenti di macchina
quell’affascinante mix di degrado periferico e arte di strada che è oggi il
Quadraro. Ma è un po’ poco per salvare il film dalla
bocciatura. Stupisce semmai, alla luce della risibilità del risultato
finale, l’intervento in fase di produzione di un nome altisonante come quello
dei fratelli Dardenne. Stupisce invece molto meno cheViva la
sposaapprodi a Venezia
in una delle sezioni collaterali (Giornate degli Autori) anziché essere
presentato in Concorso, a differenza di quanto accaduto cinque anni fa al ben
più riuscitoLa pecora nera.
…Siamo sempre nel mondo dei Centri
Sociali romani, dei quartieri post-pasoliniani, dei baretti, delle cene da
mamma la domenica, delle mignotte e dei pappa, della tristezza di non saper
uscire per sempre dal proprio mondo, ma almeno Ascanio Celestini racconta un
mondo che conosce alla perfezione con amore e dolore senza inventarsi un altro
mestiere o altre storie lontane da lui.
Credo che
il bollino produttivo dei Dardenne abbia dato al film un maggior vigore
realistico e gli abbia tolto quel po’ di teatralità da Centro Sociale che in un
film non funziona benissimo. Probabilmente gli ha anche dato un suono perfetto
che la gran parte dei film italiani non hanno. Il resto lo hanno fatto gli
attori e questo quartiere meraviglioso che sullo schermo sembra qualcosa di
completamente nuovo
Quando in una bilancia con due piatti si toglie peso a un piatto, l’altro sale.
Se nel confronto Allende – Pinochet si descrive Allende come un idiota, se si dice che è sua la colpa del golpe e del terrore e della dittatura terribile dei militari, per non aver ceduto ai militari e agli Stati Uniti, e che la rivoluzione è un sogno borghese, è chiaro che si stanno tessendo le lodi di Pinochet e dei suoi.
Chissà se fra i finanziatori di questa opera di revisionismo ci sono gli eredi di Pinochet, che hanno depredato il Cile (qui), o magari i familiari e amici di Allende, esiliati e uccisi, come il ministro Orlando Letelier, ammazzato a Washington nel 1966, a 44 anni (qui).
Se c’è un caso in cui si deve essere manichei è questo, senza se e senza ma.
Quello che fanno questi giovanotti, in italiano si chiama revisionismo, che poi siano sfacciati e dissacranti (qui) perché dicono che papa Francesco è un pedofilo, che Thatcher si allargava l’ano, perché l’attrice si toglie il reggiseno e vuol fare un pompino, a me non ha fatto ridere e non farà ridere.
C’è chi parla bene di questo spettacolo (vedi quio qui oqui), bontà loro.
Io sto con Les Inrockuptibles, che dicono che questo spettacolo è da evitare assolutamente (“A éviter de toute urgence”, qui).
In giro per il mondo molti dicono che questo spettacolo è una vergogna(qui e qui, per esempio, con parole chiare e inequivocabili, senza compromessi).
Anche l’Associació Allende a Tarragona (leggi qui) denuncia lo schifo dello spettacolo.
Siccome siamo d’accordo con Che Guevara (la cui immagine gli attori strappano tanto allegramente durante lo spettacolo, è finzione, lo sappiamo tutti) che diceva "O siamo capaci di sconfiggere le opinioni contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le opinioni con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell'intelligenza", lasciamoli pure esprimere i giovanotti: noi sappiamo che questo spettacolo “es una mierda”, una merda schifosa, venata di un fascismo soft, tanto è finzione.
Leggo che le scuole portano gli alunni e vai di standing ovation, è uno spettacolo cool, un giorno di vacanza, tanto con la storia arrivano alla prima guerra mondiale e il Cile è così lontano.
Mala tempora currunt.
Dice John Berger (sembrano parole scritte per quest’occasione):
La memoria implica un atto di redenzione. Ciò che è ricordato è salvato dall’annullamento. Ciò che è dimenticato è stato rinnegato. Se tutti gli eventi sono visti istantaneamente da un occhio soprannaturale, al di fuori del tempo, la distinzione fra ricordare e dimenticare si trasforma in un giudizio, in un atto di giustizia, grazie al quale il riconoscimento equivalea essere ricordatoe la condannaa essere dimenticato.
Per chi pensa che Salvador Allende non sia stato un deficiente, ma uno dei grandi del Novecento, ecco un intervista a S.A. di Roberto Rossellini (qui), e due grandi film di Patricio Guzman (qui e qui).
I revisionisti si astengano e si guardino e riguardino La imaginación del futuro, magari al teatrino di CasaPound.
…It’s a gorgeous, intriguing short, weaving together
memories and history and thoughtful observations about the power of cinema, the
collective experience, the childhood terrors and traumas and
imaginations. Told mostly in still photos and eloquent tableaus, black
and white except for the bookends, with lovely music by Arvo Pärt. It
makes me wish once again that there was more Erice to discover, only a handful
of shorts remain. Perhaps we may get another feature out of him yet.
…La
Morte Rouge parte, comeEl sol del membrillo, dal “qui e ora” della città placida emormorante e da un elemento topico, il mare,
intorno a cui ruota l'andare/venire dei concetti (anzi, per dirla ancora con
Deleuze, dei pensieri-immagine) – costruzioni cubiche sul litorale di San
Sebastian dove un tempo sorgeva il Gran Kursaal, imponente casinò dellabelle
epoque, in seguito ridotto a sala cinematografica – per
poi regredire, protendersi sul sé virtuale, su quella stessa infanzia mormorata
dal mare.
Roy William Neill «inventò un luogo, La Morte
Rouge, che apparteneva a un paese che sulle mappe non compare, chiamato
cinema». È il paese (in)cantato al centro del primo film dell’infanzia di
Victor Erice,The Scarlett Claw (L’Artiglio
scarlatto, 1944), scenario inesistente, sebbene collocato
da Neill nel Quebec, fatto della stessa fibra germinante, eroticamente tattile,
delFrankensteindi Whale e delloSpirito dell’alveare, nonché di quelFlor en la sombra inventato
da Erice nelSur: un
paese-cinema che è realtà intensiva e fonde attualità e finzione in una
complessiva storia naturale (ancora Deleuze).
La Morte Rouge affonda progressivamente nellafittatrama, nel saturo intervallo di ombre sul muro, anamorfosi
proprie della potenzialità dell’immagine-infanzia, sovrimpressione specifica,
in(di)visibile del vastovisibile:
artigli, sagome del postino Potts e di treni semoventi,la sombra stanziale come esausta alla lucedi
cera, o profilo di fronde fuori dalla finestra che
inquietavano Ana e Isabel e poi il sogno di Lopez; relique, orologi, accordati
al suono del pianoforte (come l'orologio da tasca del padre, nelloSpirito
dell'alveare, che misurava il
tempo, emanando la sua musica stereotipata), prima del riaffiorare del mare.
«Si può dire che solo il mare rimane, il resto è
diverso o si è cancellato con il tempo, come le orme di passi sulla sabbia». Lo
spirito delle cose consiste nell'energia intrinseca
alle cose stesse che le forma e le dissolve, impulso (costante) alla granulosa,
perpetua presentificazione. Come lo spirito dell’alveare e quello del
membrillo, solo il tramestio del mare, la sua tattile liquidità, resiste a ciò
che il tempo cancella e rinnova, immagini-mondo legate inscindibimente allafermentazione (delle
melecotogne), al dissiparsi di ciò che si fa presente, agli esseri
disperatamente protesi sulla propria (s)comparsa.