martedì 3 novembre 2015

Carneade Muccino, non pervenuto

Dice Gabriele Muccino:"...Ho sempre pensato che Pasolini regista fosse fuori posto, anzi, semplicemente un "non" regista che usava la macchina da presa in modo amatoriale, senza stile, senza un punto di vista meramente cinematografico sulle cose che raccontava, in anni in cui il cinema italiano era cosa altissima, faceva da scuola di poetica e racconto "cinematico" e cinematografico in tutto il mondo..."(qui)


Si leggerà nell’enciclopedia del cinema del futuro prossimo venturo: “Carneade Muccino! Chi era costui?”.

domenica 1 novembre 2015

La legge del mercato – Stéphane Brizé

Thierry cerca un lavoro, il business della formazione lo sfrutta per fare corsi, mica per trovargli un lavoro, ciascuno è solo, i sindacati non contano niente, i risparmi finiscono, accetta allora di fare la guardia in una specie di palestra di una specie campo di concentramento (dove non muore nessuno, ma non sempre, musica di fondo e luci rendono tutto cool), l'ipermercato, dove l'essere umano vale meno di niente, valgono i clienti (paganti), il resto sono niente, o possibili criminali, secondo il codice della proprietà.
Thierry parla poco, vede tutto, è rassegnato, dovrà scegliere, ma non è vinto, quando è troppo è troppo, domani si vedrà.
un film non urlato, fatto di sguardi, di resistenza all'omologazione verso la schiavitù (moderna per carità) e al potere delle merci su tutto, sula delazione, controllo, sorveglianza, punizione.
la realtà è anche peggio (leggi qui, per esempio).
Vincent Lindon ha meritato il premio di Cannes, è davvero bravo (come sempre),
il film non è adatto per chi pensa che il nostro sia il migliore dei mondi possibili - Ismaele






… Brizé si prende il tempo necessario per creare i giusti presupposti di un finale coerente, in linea con quanto mostrato fino a quel momento della vita di Thierry, uomo giusto ma mai accondiscendente, marito premuroso e tenero padre, disposto sempre a rimettersi in gioco pur di garantire lo stretto necessario alla propria famiglia: mai una scena madre, o cadute nel patetico, il film sceglie una linea di condotta austera ma non per questo insincera. E la mantiene anche nel momento cruciale, quando Thierry è costretto, suo malgrado, a smascherare prima qualche taccheggiatore occasionale, poi alcuni colleghi del supermercato dediti a lucrare sulle fidelity card o a nascondere qualche buono sconto.
Gente disperata, forse più di lui: e quando “la legge del mercato” viene messa di fronte alla “misura di un uomo” (splendida contrapposizione a cui fa riferimento anche il doppio titolo del film) bisogna per forza di cose prendere una decisione. Soccombere e disumanizzarsi, o smettere la divisa di un sistema che non accettiamo più. Chapeau.

…Anche se il regista Stéphane Brizé non ne possiede la forza formale, per la coerenza e la verità della messa in scena si pensa al cinema dei fratelli Dardenne; e nei panni di Thierry, un formidabile Vincent Lindon, premiato per l’interpretazione a Cannes, filtra il messaggio attraverso uno sguardo in cui si legge il dolente dilemma di un essere umano consapevole di trovarsi, non si sa per quanto, dalla parte sbagliata della barricata.

da qui


…Emblematico il titolo del film nella distribuzione in lingua anglofona ("The Measure Of A Man") che ci pone, in chiusura, un'ineludibile domanda: qual è il valore di un uomo? Quello calcolato sulla base dei protocolli sociali o quello che richiama a una situazione autentica, di comprensione dell'altro?
Questo il quesito a cui "La legge del mercato" tenta di (non) rispondere, puntando tutte le sue forze sull'(in)espressività di Vincent Lindon (unico attore professionista all'interno del cast), che si porta a casa con grande merito il premio alla migliore interpretazione maschile al festival di Cannes. A lui, in costante dialogo con l'istanza narrante della macchina da presa, è affidata pressoché tutta la scena, essenzialissima e privata di qualsiasi manierismo o slancio estetico. 
Il film rimane su un costante livello di apatia ed è caratterizzato da una certa ripetitività narrativa delle sequenze, ma ciò non fa che evidenziare maggiormente lo stato interiore dell'uomo contemporaneo…

…il suicidio sul luogo di lavoro sembra essere l’unico esito possibile ai meccanismi di negazione ed erosione della soggettività che in tempi di crisi vengono perpetrati in misura sempre maggiore in fabbrica, in azienda, a scuola e in tutti gli altri ambiti lavorativi. Sintomatico e purtroppo assai realistico è il discorso del manager delle Risorse Umane che nel finale cerca di convincere i dipendenti del gruppo del fatto che la colpa di un gesto estremo non è loro, che di fronte alla decisione di farla finita non si può dimostrare che un licenziamento pesi più di avere un figlio che si droga.
Brizé condensa in modo a tratti brutalmente disadorno questi elementi prelevati dalle cronache quotidiane degli ultimi anni – e già oggetto in Francia di un’ampia letteratura saggistica e narrativa – e li accentua con uno stile semi-documentaristico in cui il protagonista è filmato sempre da vicino ma la camera a mano si muove di continuo facendolo entrare e uscire dal campo in cui viene contrapposto, praticamente in ogni sequenza, ad altri personaggi da cui dipenderà il suo destino. Inoltre, la scelta di affiancare a Lindon un gruppo di interpreti in larga parte non professionisti, ai quali l’attore si amalgama bene, intende aggiungere un grado ulteriore di autenticità che il doppiaggio italiano rischia di smorzare…

… Brizé sceglie frammenti di vita e chiede allo spettatore di guardare, di sommare; non usa alcun artificio per emozionare, ma provoca a poco a poco un disagio profondo: la storia di Thierry è una Passione contemporanea che riguarda molti. Sullo schermo è resa evidente la perversione della legge del mercato che fa scatenare la guerra tra poveri; ma è anche evidente che gli strumenti collettivi di risposta non sono più efficaci, perché il lavoratore è logorato dalle attese, dagli insuccessi: “non ho più energie, voglio solo voltare pagina” dice Thierry. Lavoro e affetti entrano silenziosamente in conflitto: coraggio è la sopportazione per garantire la propria famiglia, qui resa ancor più emergente dalla presenza di un figlio disabile, o coraggio è dire no a un sistema affermando di non volerne far parte, di non voler essere l’aguzzino prezzolato dei propri compagni di sventura?...

… Non si può peraltro parlare de La legge del mercato, senza parlare del coinvolgimento di un grande attore come il francese Vincent Lindon. Qui lo vediamo interpretare un uomo sulla cinquantina, scaricato dall’azienda per cui aveva lavorato 25 anni a causa dei brutali meccanismi della delocalizzazione, ritratto fin dalle primissime scene mentre è alle prese con la disoccupazione, con “stage” e lavoretti temporanei per niente risolutivi, con sussidi insufficienti, con l’aumentare continuo delle spese cui è soggetto il suo piccolo nucleo famigliare, con le critiche dei vecchi compagni del sindacato che lo avrebbero voluto ancora al loro fianco, nella difficile causa intentata all’azienda rea di aver licenziato lui ed altri.
Quest’ultimo elemento è importante, per capire bene il clima di disillusione e di avvilente “monadizzazione” della classe salariata, che Stéphane Brizé ha saputo introdurre così bene nel racconto…

sabato 31 ottobre 2015

Birth - Io sono Sean - Jonathan Glazer

film apparentemente folle, un ragazzino di 10 anni che afferma di essere il marito defunto di Anna (Nicole Kidman).
alcuni indizi la fanno vacillare, e quel ragazzino diventa una presenza fastidiosa per tutti, meno che per lei.
le cose non sono come credi siano, tutti pensano a un imbroglio, a qualche trucco, nessuno capisce perché, Anna pena di intuire qualcosa, sapere e capire è troppo.
non trascuratelo, se vi capita a portata di mano, non è perfetto, anzi, ma ha un suo fascino - Ismaele




…"Birth" is a dark, brooding film, with lots of kettledrums and ominous violins in Alexandre Desplat's score. Harris Savides' cinematography avoids surprises and gimmicks and uses the same kind of level gaze that Sean employs. Echoes of "Rosemary's Baby" are inevitable, given the similarity of the apartment locations and Kidman's haircut, so similar to Mia Farrow's. But "Birth" is less sensational and more ominous, and also more intriguing because instead of going for quick thrills, it explores what might really happen if a 10-year-old turned up and said what Sean says. Because it is about adults who act like adults, who are skeptical and wary, it's all the creepier, especially since Cameron Bright is so effective as the uninflected and non-cute Sean. Like M. Night Shyamalan's best work, "Birth" works less with action than with implication.

Assolutamente stupefacente per la prima ora, sciaguratamente didascalico negli ultimi quaranta minuti. Jonathan Glazer indovina la distanza dalla materia rappresentata girando con uno stile di scarnificata, disossata eleganza. Sospesi piani sequenza, impietrite figure intere, ostinati e sgretolanti primi piani scandiscono una vicenda in cui la tensione è una creazione puramente mentale. Ovvio che agli spettatori in cerca di "altri" sensazionalismi tutto ciò sembrerà fastidiosamente - e soprattutto inspiegabilmente - inconcludente. I minuti scivolano con angosciosa improduttività sulla levigata e compressa inquietudine della famiglia iperborghese di Anna (Kidman, prodigiosa), prima scalfita e poi disintegrata dall'ossessionante tenacia di Sean (un credibilissimo Cameron Bright). Fin qui una pellicola dislocante, trattenuta, raffinatissima…

parlare di tensione morale per paccottiglia come questa mi pare esagerato...l'idea di base è ridicola(penso che se uno viene a dirti che è la reincarnazione di un tuo caro morto non viene accolto come viene accolto nel film ma gli vengono sparate subito due bombe in faccia),l'unico che si comporta normalmente è il fidanzato di lei(si parteggia per lui quando insegue il sedicente reincarnato per picchiarlo per poi quasi vomitare quando lo sculaccia)e il sottofondo torbido che si vuole inserire(la storia adulterina di sean)accentua solo la sensazione d'amaro in bocca.....l'uso insistito di primi piani secondo me serve per mascherare la pochezza di fondo...

Dopo la festa di fidanzamento di Anna, arriva nella sua casa un ragazzino che sostiene di essere Sean, il marito morto dieci anni prima. Nonostante il rifiuto di tutta la famiglia, la donna inizia a credere nel bambino, convinta dai ricordi del nuovo Sean e dalla speranza di ricreare l'antico rapporto, mai dimenticato.
Nonostante la confezione raffinata di Glazer e l'interesse che il film suscita nella prima mezzora, Birth delude per la sceneggiatura superficiale e prevedibile, e, spiace dirlo, per la stucchevole espressività di Nicole Kidman che, dalla Macchia Umana in poi, sembra aver perso l'intuito nella scelta dei copioni.

…I film con un forte concetto metafisico sono sempre molto rischiosi, poiché la possibilità di confezionare una sorta di incudine, seppur ben decorato, che grava sullo spettatore è molto forte. Purtroppo, soprattutto per noi, Glazer si è dimostrato un fabbro sopraffino e non certo nel legarci alla poltrona con le sue catene narrative, quanto nel creare degli insostenibili ceppi narrativi che hanno reso questa pellicola, afflitta anche da una fotografia con sottoesposizione cronica irreversibile, un vero martirio…

…Birth (scritto dal regista con Jean Claude Carrière – già co-sceneggiatore di Buñuel – e Milo Addica) è un film imperfetto, con una conclusione non del tutto convincente, ma con una sfoggio di grandi interpreti e visivamente caratterizzato da preziose atmosfere, elementi più che sufficienti a renderlo un’opera non liquidabile con un semplice fischio.

venerdì 30 ottobre 2015

Viva la sposa - Ascanio Celestini

distribuzione straordinaria, questa settimana addirittura 4 (quattro) sale, qualcuno dirà che è sempre meglio che due sale (spero per non piangere).
i film di Ascanio Celestini, come il suo teatro, sono storie di piccoli lillipuziani contro giganti, a volte indefinibili, come il Potere, la Storia, il Caso, la (S)Fortuna.
i lillipuziani cercano di vivere, o anche solo di sopravvivere, faticosamente, sbagliando, a volte, resistendo.
Zygmunt Bauman li chiamerebbe scarti umani, i dimenticati o trascurati dalla Storia.
non è un film perfetto, ma è un film aspro, spigoloso, vivo.
prodotto (anche) dai fratelli Dardenne, una garanzia, no?
guardatelo, se ve lo fanno guardare - Ismaele






…L’obiettivo primario di Celestini è analizzare l’incoerenza e le paure dell’animo umano, costituite nel film dai numerosi tentativi dei protagonisti di cercare il prossimo, ma al contempo di respingerlo, ossessionati da un timore tanto invisibile quanto potente. Tale concetto è incarnato alla perfezione da Nicola, il quale afferma più volte di voler smettere di bere, ma anche da Sofia, che sogna di trasferirsi in Spagna oppure da il Concellino, che aspira a costruirsi una vita normale e una carriera lavorativa.
In Viva la sposa l’essere umano è contraddistinto dal “voglio, ma non posso”, colto così nella sua totale contraddittorietà, in una marea di buoni propositi che alla fine non riuscirà a mantenere.
Ciascuno dei personaggi vaga alla ricerca di un posto dove stare al sicuro, di un’ancora di salvataggio a cui aggrapparsi per non annaspare nelle sabbie mobili che secerne la vita quotidiana, sia che si tratti di un quartiere degradato sia di uno squallido e sudicio bar di periferia.
Viva la sposa dunque vi accompagnerà dolcemente mano nella mano nella poliedricità emotiva della società italiana. Se volete compiere questo viaggio non esitate a farlo.

…A fare da bussola e da chiave di lettura è la battuta pronunciata da Nicola/Ascanio in apertura e che ribalta il finale del Pinocchio collodiano. L’essere umano è buffo, meglio il burattino. Perché l’essere umano celestiniano è fragile e contraddittorio. Cerca il prossimo ma al contempo lo teme. Fa propositi che poi non mantiene e cerca di sopravvivere ai margini del luogo dove la finzione si fa arte (Cinecittà). Anche vivendo al limite della legalità o addirittura superandolo cercando una bellezza che è negata sia dagli esterni che dagli interni, siano essi un’abitazione/ricovero degradata o un bar di periferia ultimo approdo di chi vorrebbe raggiungere un porto sicuro. Magari con in mano una bottiglia di vino con un fiocco rosso.

…Tutto da buttare quindi? Non proprio. Piace, ad esempio, la scelta di Celestini di prediligere geografie urbane inusuali, inquadrando con affettuosi movimenti di macchina quell’affascinante mix di degrado periferico e arte di strada che è oggi il Quadraro. Ma è un po’ poco per salvare il film dalla bocciatura. Stupisce semmai, alla luce della risibilità del risultato finale, l’intervento in fase di produzione di un nome altisonante come quello dei fratelli Dardenne. Stupisce invece molto meno che Viva la sposa approdi a Venezia in una delle sezioni collaterali (Giornate degli Autori) anziché essere presentato in Concorso, a differenza di quanto accaduto cinque anni fa al ben più riuscito La pecora nera.

…Siamo sempre nel mondo dei Centri Sociali romani, dei quartieri post-pasoliniani, dei baretti, delle cene da mamma la domenica, delle mignotte e dei pappa, della tristezza di non saper uscire per sempre dal proprio mondo, ma almeno Ascanio Celestini racconta un mondo che conosce alla perfezione con amore e dolore senza inventarsi un altro mestiere o altre storie lontane da lui.
Credo che il bollino produttivo dei Dardenne abbia dato al film un maggior vigore realistico e gli abbia tolto quel po’ di teatralità da Centro Sociale che in un film non funziona benissimo. Probabilmente gli ha anche dato un suono perfetto che la gran parte dei film italiani non hanno. Il resto lo hanno fatto gli attori e questo quartiere meraviglioso che sullo schermo sembra qualcosa di completamente nuovo

lunedì 26 ottobre 2015

Da evitare assolutamente (a proposito di uno spettacolo teatrale)

La imaginación del futuro - La Re-sentida

Quando in una bilancia con due piatti si toglie peso a un piatto, l’altro sale.
Se nel confronto Allende – Pinochet si descrive Allende come un idiota, se si dice che è sua la colpa del golpe e del terrore e della dittatura terribile dei militari, per non aver ceduto ai militari e agli Stati Uniti, e che la rivoluzione è un sogno borghese, è chiaro che si stanno tessendo le lodi di Pinochet e dei suoi.
Chissà se fra i finanziatori di questa opera di revisionismo ci sono gli eredi di Pinochet, che hanno depredato il Cile (qui), o magari i familiari e amici di Allende, esiliati e uccisi, come il ministro Orlando Letelier, ammazzato a Washington nel 1966, a 44 anni (qui).
Se c’è un caso in cui si deve essere manichei è questo, senza se e senza ma.
Quello che fanno questi giovanotti, in italiano si chiama revisionismo, che poi siano sfacciati e dissacranti (qui) perché dicono che papa Francesco è un pedofilo, che Thatcher si allargava l’ano, perché l’attrice si toglie il reggiseno e vuol fare un pompino, a me non ha fatto ridere e non farà ridere.
C’è chi parla bene di questo spettacolo (vedi qui o qui o qui), bontà loro.
Io sto con Les Inrockuptibles, che dicono che questo spettacolo è da evitare assolutamente (“A éviter de toute urgence”, qui).

In giro per il mondo molti dicono che questo spettacolo è una vergogna(qui e qui, per esempio, con parole chiare e inequivocabili, senza compromessi).
Anche l’Associació Allende a Tarragona (leggi qui) denuncia lo schifo dello spettacolo.

Siccome siamo d’accordo con Che Guevara (la cui immagine gli attori strappano tanto allegramente durante lo spettacolo, è finzione, lo sappiamo tutti) che diceva "O siamo capaci di sconfiggere le opinioni contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le opinioni con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell'intelligenza", lasciamoli pure esprimere i giovanotti: noi sappiamo che questo spettacolo “es una mierda”, una merda schifosa, venata di un fascismo soft, tanto è finzione.
Leggo che le scuole portano gli alunni e vai di standing ovation, è uno spettacolo cool, un giorno di vacanza, tanto con la storia arrivano alla prima guerra mondiale e il Cile è così lontano.
Mala tempora currunt.

Dice John Berger (sembrano parole scritte per quest’occasione):
La memoria implica un atto di redenzione. Ciò che è ricordato è salvato dall’annullamento. Ciò che è dimenticato è stato rinnegato. Se tutti gli eventi sono visti istantaneamente da un occhio soprannaturale, al di fuori del tempo, la distinzione fra ricordare e dimenticare si trasforma in un giudizio, in un atto di giustizia, grazie al quale il riconoscimento equivale a essere ricordato e la condanna a essere dimenticato.

Per chi pensa che Salvador Allende non sia stato un deficiente, ma uno dei grandi del Novecento, ecco un intervista a S.A. di Roberto Rossellini (qui), e due grandi film di Patricio Guzman (qui e qui).

I revisionisti si astengano e si guardino e riguardino La imaginación del futuro, magari al teatrino di CasaPound.

La morte rouge (Soliloquio) - Víctor Erice




…It’s a gorgeous, intriguing short, weaving together memories and history and thoughtful observations about the power of cinema, the collective experience, the childhood terrors and traumas and imaginations.  Told mostly in still photos and eloquent tableaus, black and white except for the bookends, with lovely music by Arvo Pärt.  It makes me wish once again that there was more Erice to discover, only a handful of shorts remain.  Perhaps we may get another feature out of him yet.

…La Morte Rouge parte, come El sol del membrillo, dal “qui e ora” della città placida emormorante e da un elemento topico, il mare, intorno a cui ruota l'andare/venire dei concetti (anzi, per dirla ancora con Deleuze, dei pensieri-immagine) – costruzioni cubiche sul litorale di San Sebastian dove un tempo sorgeva il Gran Kursaal, imponente casinò della belle epoque, in seguito ridotto a sala cinematografica – per poi regredire, protendersi sul sé virtuale, su quella stessa infanzia mormorata dal mare. 
Roy William Neill «inventò un luogo, La Morte Rouge, che apparteneva a un paese che sulle mappe non compare, chiamato cinema». È il paese (in)cantato al centro del primo film dell’infanzia di Victor Erice, The Scarlett Claw (L’Artiglio scarlatto, 1944), scenario inesistente, sebbene collocato da Neill nel Quebec, fatto della stessa fibra germinante, eroticamente tattile, del Frankenstein di Whale e dello Spirito dell’alveare, nonché di quelFlor en la sombra inventato da Erice nel Sur: un paese-cinema che è realtà intensiva e fonde attualità e finzione in una complessiva storia naturale (ancora Deleuze).

La Morte Rouge affonda progressivamente nella fitta trama, nel saturo intervallo di ombre sul muro, anamorfosi proprie della potenzialità dell’immagine-infanzia, sovrimpressione specifica, in(di)visibile del vasto visibile: artigli, sagome del postino Potts e di treni semoventi,la sombra stanziale come esausta alla luce di cera, o profilo di fronde fuori dalla finestra che inquietavano Ana e Isabel e poi il sogno di Lopez; relique, orologi, accordati al suono del pianoforte (come l'orologio da tasca del padre, nello Spirito dell'alveare, che misurava il tempo, emanando la sua musica stereotipata), prima del riaffiorare del mare.

«Si può dire che solo il mare rimane, il resto è diverso o si è cancellato con il tempo, come le orme di passi sulla sabbia». Lo spirito delle cose consiste nell'energia intrinseca alle cose stesse che le forma e le dissolve, impulso (costante) alla granulosa, perpetua presentificazione. Come lo spirito dell’alveare e quello del membrillo, solo il tramestio del mare, la sua tattile liquidità, resiste a ciò che il tempo cancella e rinnova, immagini-mondo legate inscindibimente alla fermentazione (delle melecotogne), al dissiparsi di ciò che si fa presente, agli esseri disperatamente protesi sulla propria (s)comparsa.