Quando in una bilancia con due piatti si toglie peso a un piatto, l’altro sale.
Se nel confronto Allende – Pinochet si descrive Allende come un idiota, se si dice che è sua la colpa del golpe e del terrore e della dittatura terribile dei militari, per non aver ceduto ai militari e agli Stati Uniti, e che la rivoluzione è un sogno borghese, è chiaro che si stanno tessendo le lodi di Pinochet e dei suoi.
Chissà se fra i finanziatori di questa opera di revisionismo ci sono gli eredi di Pinochet, che hanno depredato il Cile (qui), o magari i familiari e amici di Allende, esiliati e uccisi, come il ministro Orlando Letelier, ammazzato a Washington nel 1966, a 44 anni (qui).
Se c’è un caso in cui si deve essere manichei è questo, senza se e senza ma.
Quello che fanno questi giovanotti, in italiano si chiama revisionismo, che poi siano sfacciati e dissacranti (qui) perché dicono che papa Francesco è un pedofilo, che Thatcher si allargava l’ano, perché l’attrice si toglie il reggiseno e vuol fare un pompino, a me non ha fatto ridere e non farà ridere.
C’è chi parla bene di questo spettacolo (vedi quio qui oqui), bontà loro.
Io sto con Les Inrockuptibles, che dicono che questo spettacolo è da evitare assolutamente (“A éviter de toute urgence”, qui).
In giro per il mondo molti dicono che questo spettacolo è una vergogna(qui e qui, per esempio, con parole chiare e inequivocabili, senza compromessi).
Anche l’Associació Allende a Tarragona (leggi qui) denuncia lo schifo dello spettacolo.
Siccome siamo d’accordo con Che Guevara (la cui immagine gli attori strappano tanto allegramente durante lo spettacolo, è finzione, lo sappiamo tutti) che diceva "O siamo capaci di sconfiggere le opinioni contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le opinioni con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell'intelligenza", lasciamoli pure esprimere i giovanotti: noi sappiamo che questo spettacolo “es una mierda”, una merda schifosa, venata di un fascismo soft, tanto è finzione.
Leggo che le scuole portano gli alunni e vai di standing ovation, è uno spettacolo cool, un giorno di vacanza, tanto con la storia arrivano alla prima guerra mondiale e il Cile è così lontano.
Mala tempora currunt.
Dice John Berger (sembrano parole scritte per quest’occasione):
La memoria implica un atto di redenzione. Ciò che è ricordato è salvato dall’annullamento. Ciò che è dimenticato è stato rinnegato. Se tutti gli eventi sono visti istantaneamente da un occhio soprannaturale, al di fuori del tempo, la distinzione fra ricordare e dimenticare si trasforma in un giudizio, in un atto di giustizia, grazie al quale il riconoscimento equivalea essere ricordatoe la condannaa essere dimenticato.
Per chi pensa che Salvador Allende non sia stato un deficiente, ma uno dei grandi del Novecento, ecco un intervista a S.A. di Roberto Rossellini (qui), e due grandi film di Patricio Guzman (qui e qui).
I revisionisti si astengano e si guardino e riguardino La imaginación del futuro, magari al teatrino di CasaPound.
…It’s a gorgeous, intriguing short, weaving together
memories and history and thoughtful observations about the power of cinema, the
collective experience, the childhood terrors and traumas and
imaginations. Told mostly in still photos and eloquent tableaus, black
and white except for the bookends, with lovely music by Arvo Pärt. It
makes me wish once again that there was more Erice to discover, only a handful
of shorts remain. Perhaps we may get another feature out of him yet.
…La
Morte Rouge parte, comeEl sol del membrillo, dal “qui e ora” della città placida emormorante e da un elemento topico, il mare,
intorno a cui ruota l'andare/venire dei concetti (anzi, per dirla ancora con
Deleuze, dei pensieri-immagine) – costruzioni cubiche sul litorale di San
Sebastian dove un tempo sorgeva il Gran Kursaal, imponente casinò dellabelle
epoque, in seguito ridotto a sala cinematografica – per
poi regredire, protendersi sul sé virtuale, su quella stessa infanzia mormorata
dal mare.
Roy William Neill «inventò un luogo, La Morte
Rouge, che apparteneva a un paese che sulle mappe non compare, chiamato
cinema». È il paese (in)cantato al centro del primo film dell’infanzia di
Victor Erice,The Scarlett Claw (L’Artiglio
scarlatto, 1944), scenario inesistente, sebbene collocato
da Neill nel Quebec, fatto della stessa fibra germinante, eroticamente tattile,
delFrankensteindi Whale e delloSpirito dell’alveare, nonché di quelFlor en la sombra inventato
da Erice nelSur: un
paese-cinema che è realtà intensiva e fonde attualità e finzione in una
complessiva storia naturale (ancora Deleuze).
La Morte Rouge affonda progressivamente nellafittatrama, nel saturo intervallo di ombre sul muro, anamorfosi
proprie della potenzialità dell’immagine-infanzia, sovrimpressione specifica,
in(di)visibile del vastovisibile:
artigli, sagome del postino Potts e di treni semoventi,la sombra stanziale come esausta alla lucedi
cera, o profilo di fronde fuori dalla finestra che
inquietavano Ana e Isabel e poi il sogno di Lopez; relique, orologi, accordati
al suono del pianoforte (come l'orologio da tasca del padre, nelloSpirito
dell'alveare, che misurava il
tempo, emanando la sua musica stereotipata), prima del riaffiorare del mare.
«Si può dire che solo il mare rimane, il resto è
diverso o si è cancellato con il tempo, come le orme di passi sulla sabbia». Lo
spirito delle cose consiste nell'energia intrinseca
alle cose stesse che le forma e le dissolve, impulso (costante) alla granulosa,
perpetua presentificazione. Come lo spirito dell’alveare e quello del
membrillo, solo il tramestio del mare, la sua tattile liquidità, resiste a ciò
che il tempo cancella e rinnova, immagini-mondo legate inscindibimente allafermentazione (delle
melecotogne), al dissiparsi di ciò che si fa presente, agli esseri
disperatamente protesi sulla propria (s)comparsa.
premesso
che non si è mai visto un parlamentare della Repubblica Italiana andare con una
prostituta in un albergo e che poi, addirittura, la giovane stia male per
storie di droga (vedi qui), e
che è una bestemmia dire che la Santa Madre Chiesa possa essere implicata in
speculazioni immobiliari (qui
o qui),
lasciando da parte la follia di un papa che si dimette o che organizzazioni
criminali possano controllare o ricattare esponenti politici, o interi partiti
politici, ecco, fatta la tara di tutte queste ipotesi strampalate, Suburra è un ottimo film.
si
legge qua e là che ci sono imprecisioni, esagerazioni, forzature, ma questo è
solo un film da due ore, mica un saggio storico-antropologico-politico.
qualcuno
potrà temere che sia un affresco di un mondo ormai consegnato alla storia, si
rassicuri, è in ottima salute, passato presente e futuro vanno a braccetto.
tutti
gli attori sono eccezionali, bravo Stefano Sollima che li dirige.
la
fine, Viola che si allontana dopo aver fatto il suo dovere, un po’ Nikita,
sotto una pioggia senza fine, è bellissima.
non
perdetevelo, se vi piace il cinema - Ismaele
…Non
so seSuburra sarà
una nuova pietra di paragone per il cinema di genere italiano: solo il tempo ce
lo dirà .
Ma noir di questo stampo ne abbiamo veramente ben
pochi nella storia del nostro cinema.
Chapeau!
…Cinema con la C che più maiuscola non si può. E io che
delle colonne sonore non parlo mai non posso tacere stavolta perchè siamo su
livelli vertiginosi. Molti,
già lo vedo, storceranno la bocca su questa sceneggiatura a episodi e incastri
che invece, secondo me, in due ore lega tutto che meglio non si può…
…Suburraè
girato da Sergio Sollima con una maestria e una consapevolezza stilistica
altissime, con un’impronta profondamente nostra, frutto della storia del nostro
cinema, e insieme allineato ai più avanzati e sofisticati linguaggi dell’action
e del noir made in Usa. Peccato che tanta meravigliosa abilità di messinscena
sia al servizio di un racconto di insopportabili schematismo e rozzezza,
nonostante che per la sceneggiatura si siano messi all’opera nomi di fama e
mestiere consolidati, lo storico duo di tanto nostro cinema (e tv) Stefano
Rulli-Sandro Petraglia, più Carlo Bonini (da un suo libro inchiesta era tratto
il precedente film di SollimaACAB )
e Giancarlo De Cataldo, sì, l’autore diRomanzo criminale, il libro-matrice da cui tutto poi si è generato,
il film di Michele Placido e la successiva Sky-serie. Più che un plot, un
racconto didascalico e a tesi da vecchio cinema militante e di impegno civile,
intriso di un sotto-brechtismo un po’Mahagonny un
po’Arturo Ui con parecchi villain al lavoro, teso
a dimostrare che oggi Roma Capitale è proprietà privata di una cosca dove
poteri criminali, politici ed ecclesiastici si intrecciano…
…Talmente bello e potente,Suburra, nella
sua messinscena, nelle sue accensioni visionarie, da farci dimenticare le
troppe semplificazioni del plot, e anche farci venire un qualche sospetto di
manierismo. Questo, che verrà celebrato da molta critica come film assai
contenutistico di denuncia, è invece pura forma, il più stilisticamente
consapevole e radicale che il cinema italiano ci abbia dato di recente, altro
che Sorrentino. Se i caratteri non sono tutti così riusciti (il migliore è il
Samurai di un formidabile Claudio Amendola che lavora tutto in sottrazione
inventandosi un boss che ti fa paura solo a guardarlo, i meno risolti sono il
politico di Favino e il piccolo faccendiere di Elio Germano), gli ambienti in
cui i personaggi sono collocati e si muovono tolgono il fiato, per come sanno
restituire e suggerire un mondo, uno stare al mondo, un’antropologia…
…Al netto del suo ideologismo,Suburra è magnifico, lurido e buio,
un’oscurità che è anche dell’anima e che ricorda nei momenti più altiL’infernale Quinlan di Orson Welles. Però l’ideologismo
c’è, si fa sentire eccome limitando la grandezza del film, e non bastano a
cancellarlo un profondo senso del cinema e una visione potente. Certo ci si
aspettava conSuburra la
rifondazione del nostro cinema popolare e di genere, un nuovo inizio,
l’invenzione di un nuovo paradigma filmico per la nostra industria
dell’entertainment, temo che l’obiettivo sia stato solo parzialmente raggiunto.
…Mentre Caligari ripercorreva le borgate di pasoliniana
memoria con una naturalezza che ricordava il primo Scorsese, Sollima guarda a
modelli più giovani e spregiudicati: ci sono gli ammiccamenti e la fascinazione
per il racconto circolare tipici del cinema di Paul Thomas Anderson; e c'è
anche la ricerca di un'estetica della violenza, stilizzata quanto più
possibile, sulla scia di alcuni modelli contemporanei (pensiamo soprattutto al
cinema di Nicolas W. Refn). E poi c'è Roma, sotto un diluvio continuo, prossima
a una probabile alluvione (che avvenne sul serio proprio in quell'autunno 2011).
Se il libro di Bonini e De Cataldo era stato profetico, prima che esplodesse
l'inchiesta di Mafia Capitale, il film arriva dopo i fatti di cronaca e li
cavalca: la città diventa una protagonista inseparabile dal destino dei
protagonisti e Sollima calca un po' la mano su questo elemento
"fortunosamente" venuto ad arricchire il già abbondante materiale su
cui era impegnato. Ma le (poche) cadute di stile sono tutte perdonate in questo
affresco ultramoderno e iperattivo di un'umanità disperata e totalmente dominata
dagli istinti: politici corrotti, mezzi uomini vigliacchi e umiliati, donne
fatali tossiche e facili da comprare, gangster saggi e compassati e giovani
criminali sanguigni e pronti a usare il coltello per dirimere qualsiasi
controversia. Per chi ama il cinema di genere, per chi ama il cinema, vedere
"Suburra" è come salire su una giostra lanciata a velocità smodata,
con tanto di tappeto musicale avvolgente (affidato alle sonorità degli M83). Non basterebbe una recensione, poi, per parlare
degli interpreti, per applaudirne la bravura, dato che tutti sono davvero in
grande forma. Per non fare torto a nessuno dei divi già citati, ce la caviamo
con una parola finale per Alessandro Borghi e il suo Numero 8, il boss di Ostia
romantico e spietato: siamo di fronte a un ex caratterista, pronto a diventare
una stella di prima grandezza. Nei suoi occhi rivediamo qualcosa che ci ricorda
Gian Maria Volonté.
il film è girato in Irlanda, Colin Farrell è bravissimo, gli altri attori anche, la fotografia pure, Yorgos Lanthimos è bravo, il cane fa la sua figura, e però... a me è sembrato un copia-incolla di tanto cinema già visto, la caccia in bei film di fantascienza, un po' I figli degli uomini, di Alfonso Cuarón, un po' Non lasciarmi, una scrittura un po' ripetitiva, a tratti annoia anche. poi forse è un capolavoro e non me ne sono accorto, ma era travestito bene da film profondo, denso, un film di lonely hearts, ma non mi ha preso molto, preferisco questi (qui), di cuori solitari. il tempo, che è signore, ci dirà se è un capolavoro, o un film sopravvalutato, ho una mia idea (si capisce?). citando il mio critico cinematografico preferito, il film arranca. molto stile (anche troppo?), troppo pesante, senza leggerezza. buona visione, se lo danno in un cinema vicino a casa vostra, poi mi direte - Ismaele
…in fondo poco importa la differenza tra la coppia e la
singletudine, l’amore e il non amore, la verità e la menzogna o, e questo pare
essere ad un certo punto l’obiettivo del film, se sia più facile fingere di
avere sentimenti o fingere di non averne. Gli interrogativi sono ponderosi e
gli ingredienti ammiccanti, ma la seduzione non va mai in porto e lo humour non
può da solo fare da collante. Viene da pensare allora che, sebbene possa
sembrare alla perenne ricerca di un confine su cui muoversi o dal quale
innescare dialettiche e ragionamenti, in realtà Lanthimos prediliga il gioco
del silenzio, la stasi, bella da contemplare, ma in fin dei conti sterile,
inane, proprio come una dissertazione sulle mezze stagioni.
… Maitrisant totalement son approche
esthétique, Yorgos Lanthimos confirme son acuité à un cadrage parfait au coeur
duquel l’absurde s’impose comme une réalité tangible. Outre l’emploi d’un
renfort musical dosé avec soin et d’une voix-over qui révèle l’intelligence du
scénario, il se risque avec succès à quelques effets de ralenti qui
transcendent l’émotion des scènes. Grand imagier, il magnifie son casting qui
ne cesse de nous surprendre transformant physiquement Colin Farrell, offrant à
Léa Seydoux une perversion sensationnelle et sublimant une nouvelle fois le
talent d’Ariane Labed et d’Angeliki Papoulia.
…Nel
cinema di Lanthimos si annida incontrovertibilmente un eccesso di
programmaticità che può, a tratti, infastidire. Tuttavia il suo essere
urticante al limite del nichilismo rappresenta una merce rarissima, di questi
tempi in cui regna l’omologazione più assoluta. Ed è proprio questo assunto, in
fondo, cheThe Lobstercombatte con le
affilate armi dell’ironia e del gusto per l’iperbole. Teniamocelo stretto.
Capita, a volte, di vedere uno spettacolo che non ti lascia
più. L'ultima volta mi è capitato qualche giorno fa, un opera d’arte di burattini, scritta da
Gigio Brunello, e questa volta in baracca c’era Alberto De Bastiani, che
ha sostituito Gigio Brunello, infortunato.
Due
pazzi, Gesù e Pinocchio sono in due celle adiacenti, e si parlano.
Entrambi
sono creduloni, uno crede di essere figlio di Dio, l’altro crede alle fate,
entrambi sono in galera per storie di soldi, entrambi non vedono l’ora di
uscire, intanto diventano amici, si danno appuntamento in un’osteria sul lago
Tiberiade, dove si mangia benissimo.
Forse
non si rivedranno più, ma le parole che si scambiano in cella, quegli sguardi
(i burattini hanno sguardi), non possono non arrivare alla testa e al cuore, a
chi non succede occorre una visita specialistica seria, se è ancora vivo.
Questo
spettacolo capiterà vicino a casa vostra, forse, un giorno, non fatevelo
sfuggire per nulla al mondo (E speriamo esista il dvd).
Di
sicuro chi l’ha scritto è un pazzo, racconta la storia di due pazzi, è recitato
da un pazzo, viene organizzato da una compagnia di pazzi all'interno di un
festival desolatamente deserto (il perché del vuoto è un altro discorso, riguarda lo spirito del tempo).
Gesù
diceva di non dare le perle ai porci, quei pazzi lì, burattini, artisti e organizzatori,
non lo ascoltano.
Dice
Carlo Dossi: “I pazzi aprono le vie che poi percorrono i savi” - Ismaele
Baracca
e burattini si prestano, con coraggiosa irriverenza, a diventare lo scenario
inedito di un colloquio tra il burattino più famoso del mondo e il Figlio
dell'Uomo, intorno a una delle più toccanti beatitudini del Vangelo, quella che
rende omaggio ai perseguitati a causa della giustizia. Gesù è Pinocchio ci
sorprendono per quante cose hanno da dirsi, non si fermerebbero più, parlano,
parlano, dietro le sbarre, attraverso i muri.
da qui ecco Gesù e Pinocchio prima di andare in prigione:
sceneggiatura
del bravissimo Drew Goddard
(già regista di un film grandissimo, qui), il film è girato in Giordania.
cose folli, come i teloni di plastica, non inficiano la bellezza del film, il botanico Mark Watney è un Robinson senza Venerdì. poi è un'americanata, ben fatta, attori bravissimi, gli statiunitensi sono un popolo unito, multietnico, loro colonizzano, come negli western, e meno male che non c'è nessun marziano da sterminare. e tutto è bene quel che finisce bene, solidarietà, ottimismo e forza di volontà vincono su tutto. poi ti chiedi quanti sforzi si fanno per salvare un uomo, e come è facile dannarne milioni, e distruggere il mondo. fatta la tara di questi aspetti ideologici, il film è pieno di trovate, momenti in cui si ride, e il potente di turno (qui la Nasa) viene ridicolizzato da qualcuno che non conta niente, ma poi fa andare avanti il mondo, la burocrazia ha rituali e tempi che non risolvono niente, ma coprono con un tappeto di parole e non verità, quindi menzogne, la realtà. e poi appare qualcuno che usa la fantasia e risolve i problemi, come il bambino, mutatis mutandis, che scopre che l'imperatore è nudo.
il mondo cambia, i russi non vengono nominati, i cinesi sono i nemici/amici, avversari/alleati dello spazio, e Matt Demon costa sempre un sacco di soldi al contribuente statunitense (meno male per loro che se li stampano da soli, i dollari).
si perde nel deserto, si perde in guerra, si perde nello spazio, e non è la prima volta, non perdetelo di vista - Ismaele
…The Martianè una figata senza sosta. Onore a Scott,
al suo team di effetti speciali e al talentoso direttore della fotografia
Dariusz Wolski, che hanno girato in Giordania per simulare il Pianeta Rosso.
Bella anche l’idea di costringere l’annoiato Watney ad affidarsi solo a una compilation
di disco music lasciata dal suo comandante. Alcune cose sono davvero
indimenticabili. Dopo quasi due anni in solitudine (pensate a Castaway o al più
recente Gravity) con qualche imprecazione per sfogare la propria frustrazione,
Watney rischia di perdere le speranze. Fortunatamente Damon, un buon attore dal
magnetismo che trovate solo nelle vere star, vi terrà incollato al film. Sarete
sempre al suo fianco.
…la lunghezza (2
ore e 21 minuti) e le lungaggini, la stessa scelta - teoricamente suicida - di
dar luogo a una interminabile “prova d’attore” del legnosissimo Matt Damon,
sono altrettanti perfetti correlativi – stilistici e oggettivi – del tema
centrale della pellicola, ovverosia la totale flessibilizzazione della forza
lavoro, con particolare attenzione alla realtà dellavoro straordinario.
Non solo questo
problema è espressamente sottolineato (“Ci costerà una fortuna in
straordinari!” esclamano alla NASA, non appena si accorgono di aver dimenticato
Matt Damon su Marte); non solo l’unico personaggio davvero “geniale” del film,
il nerd interpretato da Donald Glover, è costantemente a pezzi per l’assoluta mancanza
di riposo (nella prima scena in cui appare non fa altro che cascare a terra per
il sonno, e più avanti lo si vede letteralmente “attaccato” al computer
d’ordinanza); ma addirittura gli altri 5 astronauti – e i loro cari sulla
Terra! –non battono cigliodi fronte alla prospettiva di
restare nello spazio per mesi e mesi più del dovuto, pur di assecondare il
piano propagandistico e rischiosissimo portato avanti da Sean Bean (che in
quantoneolib“prestato” al governo alla fine
non ha problemi a dimettersi dalla NASA, di contro al direttore che è un
burocrate “puro”, con il volto prudente e perdente di Jeff Daniels); e la
stessa modalità con cui Bean istiga l’ammutinamento della ciurma dell’Ares 3,
ovvero un messaggio segreto inviato hackerando la casella di posta elettronica
della moglie di uno degli astronauti, segnala l’abbattimento del confine tra
ambito e orario lavorativo e dimensione privata.
Ed è proprio in
base allo slogan “Lavorare di Più/Ma Non Lavorare Tutti” (vedi le folle di
sfaccendati che seguono passo passo le vicende dell’ Ares 3 dai maxischermi di
New York, Londra e Pechino) che va inquadrato lo stesso tema della
colonizzazione dello spazio, per come lo affrontaThe Martian. Non si tratta
tanto di arare un suolo vergine e da fertilizzare, in cerca di un’alternativa
alla Terra oramai invivibile: “Su questo pianeta non cresce un cazzo” chiarisce
subito il botanico Damon a proposito di Marte. Qui si tratta piuttosto di
accumulare nuovi rapporti di classe; la precondizione per ritrovare la profittabilità
perduta è una rinnovata espropriazione dei lavoratori, ovvero l’azzeramento dei
diritti acquisiti per rendere flessibile la prestazione d’opera: espropriazione
che, con un “effetto fionda” (altro correlativo messo in bocca a Donald Glover,
ma che - rispetto a quello immaginato dall’astrofisico del film - funziona in
senso di marcia inverso: da Marte verso la Terra) parte dall’assoluta
disponibilità lavorativa dei coloni (Matt Damon, stakanovista del capitalismo
suo malgrado, all’inizio del film si trova di fronte alla prospettiva di dover
prolungare diquattro annila missione rispetto al
contratto di ingaggio) e arriva fino alla NASA, mobilitandone 24x7 il personale
caffeina-dipendente…
…la riuscitissima
esplorazione delle energie che innervano la personalità del carattere cui (è
proprio il caso di dirlo)Matt Damonpresta non solo il suo versatile
talento, bensì la carne stessa in tutta la sua cruda fisicità. Si tratta di un
uomo dalla spiccata propensione a non soggiacere ad alcuna avversità gli si
presenti.
Le
sue armi migliori sono i nervi saldi,la laurea in botanica, la capacità di
ironizzare caparbiamente sullo sventuratissimo reale che lo circonda e lo
penetra nel profondo, il desiderio irriducibile di tornare a casa a
riabbracciare l’umanità.
E
tutto questo emerge con tangibile consistenza grazie alla maiuscola performance
dell’attorePremio Oscar,alla sceneggiatura intelligente e
stimolante, senz’alcuna ricaduta in eccessivi tecnicismi o stucchevolezze, alla
regia che fonde sapientemente momenti di puro terrore, divertimento, arcano
spettacolo, senza mai tradire la centralità tutta umana della vicenda, senza
concedere vesti pacchianamente eroiche ad alcun personaggio…
…Divertente, meno pachidermico del romanzo da cui è tratto e
bello dall’inizio alla fine nonostante i 140 minuti di durata, Sopravvissuto –
The Martian è tra le cose migliori fatte da Ridley Scott negli ultimi 15 anni e
il merito va anche allo script di Andrew Goddard, abile nel dribblare derive
rischiose (patriottismo, pipponi scientifici) e nel consegnarci un nuovo
Robinson Crusoe con un mix di leggerezza, avventura, dramma e thrilling
impensabile dopo lo script imbarazzante di World War Z. E alla fine, anche se
non ci sono i piani sequenza di Gravity e i totem filosofici e cosmici di
Interstellar sono lontani anni luce, anche questa fantascienza ha una sua
profonda (e godibilissima) dignità…
…la tecnologia viene infatti messa da
parte per un più coriaceo umanesimo, mentre a salvare la situazione, come nei
classici del genere (uno su tutti:Jurassic Park), è l’outsider, giovane,
apparentemente sprovveduto e intento a fare calcoli notturni con i polpastrelli
ancora intrisi di cheese burger o altro junk food di ordinanza. Se però il deus
ex machina appare piuttosto accessorio e tutto sommato sostituibile con
qualsiasi altra figura attanziale a disposizione della fantasia dello
sceneggiatore, è proprio il discorso sul corpo, sull’uomo e la sua coltura
delle patate a rivelarsi qui particolarmente interessante. Non solo per
risolvere la faccenda è dunque necessaria una progressiva spoliazione
tecnologica della navicella, che deve perdere reattori, alettoni, strumenti di
comando, fino a ridursi, di fatto, nel solo corpo umano lanciato nello spazio,
ma l’individuo nel film di Scott è di fatto un superuomo armato di poteri
fitologici: la nuova frontiera del pioniere del vecchio west. Nulla di nuovo, certo. Ma dopo tutto, mettendo
da parte le spiegazioni scientifiche che qui non ci competono, in fondo se
diamo retta all’etimologia il film di Scott funziona proprio come un
ri-generatore di isotopi (iso – topos = stesso posto) preleva elementi
preesistenti, li cambia un po’ di valore e li posiziona per bene. Magari non è
arte e non salva la vita a nessuno, ma con i calcoli giusti può sempre
funzionare.