mercoledì 12 giugno 2024

Domenica, maledetta domenica - John Schlesinger

nella "civile" Inghilterra, e non solo, negli anni '70, fu uno scandalo.

mostrare omosessuali senza giudicarli dei mostri fu veramente un colpo da maestro, con attori bravissimi.

Alex e Daniel si dividono l'amore dello stesso uomo, non essendo capaci di averlo in maniera esclusiva.

loro sanno tutto e sopportano la situazione, anche se vorrebbero di più, ma non è nelle loro corde pretendere e costringere, sono soli e rassegnati.

soffrono, ma non riescono a uscirne, un po' di amore è meglio di niente.

le ultime parole di Daniel davanti alla cinepresa sono memorabili.

un film da non perdere, promesso.

buona (sofferta) visione - Ismaele


ps: appare per pochi secondi Daniel Day-Lewis, bambino teppista.

 

 

QUI il film completo, in italiano

 


…Quello che appassiona è lo studio dei personaggi, la loro inquietudine, quella che in realta' è la loro solitudine sempre presente ma che è messa a nudo solo con la partenza dello scrittore. Uno stile piu' mansueto rispetto agli scarti umorali e stilistici del free cinema inglese lo fa distinguere da altri titoli inglesi del periodo, a firma di Lindsay Anderson o Tony Richardson. Ma la forza di risollevarsi è la stessa, il parlare di certi temi a cuore aperto (come l'omosessualita' dichiarata dei due protagonisti maschili) riporta alla mente quella stagione cosi' feconda artisticamente. I protagonisti danno tutti una straordinaria prova di loro stessi...

da qui

 

Un film stupendo che non tramonterà mai come esempio di realismo e poetica cinematografica.

Schlesinger in formissima dopo i successi di Midnight Cowboy che gli avevano dato fama mondiale affrontava un'opera intimista che visti i temi trattati appariva molto difficile da realizzare ma che meglio non poteva riuscire: 9 giorni di vita vera senza cadere mai nella commedia o nel dramma rimanendo a contatto con i tre magnifici protagonisti quando si svegliano ed aprono gli occhi, quando si dedicano al lavoro e poi staccano, quando affrontano le azioni del quotidiano, quando si amano il tutto diretto con una grande leggerezza concedendo spazio ai silenzi, agli sguardi malinconici ai particolari.

La sceneggiatura matura di Penelope Gillat parlava di un uomo annoiato che si divideva fra un dottore non più giovanissimo ed una donna che aveva un matrimonio fallito alle spalle, Schlesinger reinventò il personaggio centrale del triangolo in un giovane ambizioso inventore per cui la doppia relazione non è un'ancora di salvezza alla solitudine, ma la consapevolezza di una emancipazione sempre più crescente in una generazione diversa per cui nascondere la propria sessualità non è più obbligatorio al contrario degli altri due estremi più avanti con l’età e costretti sempre a scontrarsi con le pressioni dei familiari e quindi con vecchie regole sociali. L’omosessualità non è più raccontata con timore ma con rispetto ed intelligenza.

Fece epoca il bacio fra Head e Finch ma anche il finale quando la Jackson e Finch si incontrano in quella maledetta domenica è indimenticabile.

Un grandissimo film che viene più apprezzato oggi che alla sua uscita

da qui

 

… Rispetto alle due opere altrettanto importanti e straordinarie firmate da Dearden e Richardson che sono le più “affini”, il film di Schlesinger “osava” indubbiamente molto di più (vedi il bacio appassionato fra Peter Finch e Murray Head che tanta indignazione suscitò nei benpensanti): non si era infatti praticamente mai visto qualcosa di così esplicito in un film non di nicchia destinato al grande pubblico, e fu di conseguenza scambiato per una provocazione, mentre intendeva essere tutt’altro che una forzata e voyeristica esibizione. Quel “gesto” appassionato ma casto, è infatti l’elemento qualificante che caratterizza l’opera, e come tale, non poteva che essere esposto in assoluta evidenza, ma solo al fine di far percepire la corrispondenza di un sentimento naturale che si estrinseca con le stesse forme partecipative sia nel rapporto uomo/donna che in quello fra due persone dello stesso sesso. Il rifiutarlo con tanta cocciuta e becera determinazione, fu dunque a mio avviso un tentativo estremo di difesa della società bigotta e conservatrice finalizzato a esorcizzare la sua paura del “diverso”.

C’è da domandarsi semmai come il regista sia riuscito a far approvare tale concessione (anche da parte dei due attori impegnati nella performance che furono davvero molto coraggiosi non solo nell’accettare, ma anche nel rappresentare con assoluta veridicità e trasporto, quel momento cruciale dell’intera pellicola). Credo (ma è una mia opinione personale) che questa fondamentale “libertà” gli sia stata accordata in virtù del clamoroso successo internazionale ottenuto dalla sua precedente fatica girata in America (e mi riferisco a Midnight Cowboy -Un uomo da marciapiede) che già sviluppava tematiche abbastanza particolari anche se maggiormente concentrate sul rapporto di amicizia e di mutuo soccorso di due emarginati fuori dagli schemi.

Quello che è importate comunque, è il fatto che qualunque sia stata la ragione, Schlesinger ha avuto così l’occasione di fare un film in fortissimo anticipo sui tempi tornando a parlare (ma allargando notevolmente l’orizzonte) delle relazioni umane e delle loro complicanze, mettendo così di nuovo a fuoco una questione spesso centrale nel suo cinema a partire dalla sua opera d’esordio A Kind of Loving – Una maniera d'amare, e cioè che non sempre (o addirittura quasi mai) queste alla fine – e soprattutto quando riguardano la sfera sentimentale - collimano perfettamente con l’idea astratta che ci si è fatti di ciò che dovrebbe essere inteso come “amore”.

Sarà stata dunque questa presunta "temerarietà dell'assunto" a spiazzare un pubblico preso di contropiede e a indurlo al rifiuto soprattutto in America? Per la verità non è che in patria (l’Inghilterra) gli sia andata molto meglio non solo come incassi, ma anche come critica, una parte della quale definì il film un’analisi abbastanza superficiale di un rapporto a tre aggravato da un’insolita e perniciosa pulsione omoerotica, liquidando di fatto con pochissima indulgenza un’opera che nonostante i tanti “no”, non tardò molto a diventare un piccolo “cult” da venerare. 

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…It is with the two older characters that we get to the core of the movie. In a world where everyone loses eventually, they are still survivors. They survive by accommodating themselves to life as it must be lived. The doctor, for example, is not at all personally disturbed by his homosexuality, and yet he doesn't reveal it to his close-knit Jewish family; maintaining relations-as-usual with them is another way for him to survive. The woman tells us late in the film, "Some people believe something is better than nothing, but I'm beginning to believe that nothing can be better than something." Well, maybe so, but we get to know her well enough to suspect that she will settle for something, not nothing, again the next time.

The glory of "Sunday Bloody Sunday" is supposed to be the intelligent, sophisticated -- civilized! -- way in which these two people gracefully accept the loss of a love they had shared. Well, they are graceful as hell about it, and there is a positive glut of being philosophical about the inevitable. But that didn't make me feel better for them, or about them, the way it was supposed to; I felt pity for them. I insist that they would not have been so bloody civilized if either one had felt really deeply about the boy. The fact that they were willing to share him is perhaps a clue: They shared him not because they were willing to settle for half, but because they were afraid to try for all. The three-sided arrangement was, in part, a guarantee that no one would get in so deep that being "civilized" wouldn't be protection enough against hurt…

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…Esta película pertenece específicamente al nicho de películas que en su momento causaron sensación, pero ahora son consideradas “passé”. Sin embargo, eso no impide que sea una de las cintas británicas más interesantes de la historia – si tomamos en cuenta el clima histórico y el país. Filmada en el otoño de 1970, esta cinta la realiza Schlesinger cuando ya es un cineasta consumado: Midnight Cowboy había obtenido un Oscar como mejor película – algo inaudito, ya que era clasificación “X” y trataba (aún si lo hacía de un modo muy sutil) acerca de homosexuales-, y con filmes como Billy Liar y Darling había expuesto aspectos de Inglaterra que no habían conocido la crudeza de su cámara casi documental: en la primera, el tema son las inquietudes juveniles de un muchacho rebeldón y en la otra muestra cómo una trepadora social pasa de la clase media a la aristocracia de cama en cama... pero básicamente es una buena chica.

Basado en un guión de Penélope Gilliatt, celebérrima crítica de cine para el New Yorker y el London Observer y ex esposa del famoso dramaturgo John Osborne, Sunday, Bloody Sunday – y no, de ella no tomó U2 el título de su canción, sino de los disturbios del 30 de enero de 1972 en Irlanda del Norte- cuenta la historia de siete días en las vidas de tres personajes y cómo éstas se entrelazan. De hecho, el slogan de la película era: “It’s about three gentle people. They will break your heart.”

Cuando inicia la película, conocemos al doctor Daniel Hirsh (el formidable Peter Finch), un médico de cierta edad y buena posición social, que vive en un buen distrito de Londres. De ascendencia judía, Daniel es un profesional dedicado, correcto, bien educado. Le preocupan sus pacientes y cultiva diversos intereses. Es viernes por la tarde y él espera una llamada. En esa época existían “Answering Services” – servicios de recados- que eran utilizados por personas demasiado ocupadas para tomar llamadas. No existía la “llamada en espera”, ni el celular ni los correos de voz, ni los beepers: uno avisaba al servicio dónde estaría y ellos lo contactaban. Para alguien en la profesión médica era muy importante…

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lunedì 10 giugno 2024

Salvate il soldato David

  

In occasione dell’anniversario del D-Day, a Omaha Beach, è stato presentato il progetto del remake di Salvate il soldato Ryan, che uscirà nelle sale e nelle piattaforme nel 2025.

 

Erano presenti il regista Steven Spielberg e l’attore Tom Hanks (regista e attore del film del 1998).

 

Questo era il vecchio film, per chi ha poca memoria:

Salvate il soldato Ryan (1998)

Seconda guerra mondiale: una madre americana sta per ricevere nello stesso giorno la notizia della morte di tre dei suoi figli su diversi fronti della guerra. Il comandante in capo generale Marshall dà ordine che il quarto fratello, Ryan, sbarcato in Normandia, venga rintracciato e portato a casa. Sarà il capitano Miller (Hanks) a eseguire l'ordine. Nei primi venti minuti assistiamo allo sbarco di un anfibio sulla famosa spiaggia di Omaha, punto avanzato e cruciale dello sbarco in Normandia del 6 giugno 1944. È la parte più intensa del film. Tanto reale che lo spettatore davvero sbarca sulla spiaggia coi Marines. Mutilazioni, morti, ferite, braccia che cadono, viscere che escono. Però tutto ha una ragione. Reale che più reale non si può: è stato l'impegno del regista, che difficilmente manca i suoi obiettivi. Poi la storia diventa, diciamo, normale…

continua qui

 

 

Grazie all’Intelligenza Artificiale (e non solo) sta per uscire la nuova versione di Salvate il soldato Ryan

Si ringrazia per la consulenza gratuita alla sceneggiatura della Fondazione per il Cinema della CIA, Riscrivere la storia per migliorare il futuro è il nome, la loro mission è: I fatti storici sono noiosi, la Narrazione è tutto

 

Ecco il progetto del nuovo film:

Salvate il soldato David (2025)

Seconda guerra mondiale: una madre americana sta per ricevere nello stesso giorno la notizia della morte di tre dei suoi figli su diversi fronti della guerra. Il comandante in capo generale Marshall dà ordine che il quarto fratello, David, sbarcato in Normandia, venga rintracciato e portato a casa.

David, ostaggio dei soldati sovietici (che, nella seconda guerra mondiale, avevano invaso l’Europa fino a Lisbona), viene liberato, con coraggio e ardimento, dai soldati degli Stati Uniti d’America, dai partigiani del maresciallo Petain, leader dello stato di Vichy, di Stepan Bandera, leader dei partigiani ucraini contro l’Armata Rossa, e dai guerriglieri sionisti Haganah, Irgun e Stern…

 

 

Appunti dell’Ufficio Studi Riscrivere la storia per migliorare il futuro, la ONG Fondazione per il Cinema della CIA:

La CIA consiglia di non trattare assolutamente i seguenti argomenti:

1 - le bande sioniste Haganah, Irgun e Stern erano spietati terroristi e specialisti nella pulizia etnica

https://www.infopal.it/haganah-e-irgun-la-nascita-del-terrorismo-sionista/

 

2 - De Gaulle non partecipò mai alle cerimonie di celebrazione e commemorazione del D-Day.

Non citare mai De Gaulle, il gigante dimenticato e da dimenticare, non citarlo mai!

https://lanostrastoria.corriere.it/2014/08/25/settantanni-fa-la-liberazione-di-parigi-perche-de-gaulle-non-amava-celebrare-il-d-day/


https://www.revolutionarydemocracy.org/rdv11n1/degaulle.htm


3 - Stepan Bandera era un collaborazionista dei nazisti

https://www.peacelink.it/storia/a/49651.html

 

4 - https://farefilm.it/visioni-e-recensioni/cia-pentagono-e-governo-dietro-le-produzioni-hollywoodiane-10928

 

5 - Attraverso le strategie spericolate dei liberatori mostrare la loro intelligenza, contro l’ottusità sovietica!

domenica 9 giugno 2024

Twixt – Francis Ford Coppola

un film del 2011, massacrato dalla critica (4,7 su Imdb).

eppure è un film che non ti aspetti, una specie di horror, che però è anche un'altra cosa.

lo scrittore protagonista vive scrivendo storie inutili, e alla fine dovrà fare i conti con un lutto mai sopito (come pure Francis Ford Coppola).

visto due volte di seguito, fatti prendere per mano da Francis Ford Coppola, un film che merita.

buona (spettrale) visione - Ismaele

 

QUI il film completo, su Raiplay

 

 

…Se l'incipit dello scrittore che si trova catturato in un loop senza soluzione di continuità tra realtà ed incubo ricorda abbastanza Il seme della follia di Carpenter, il film poi prosegue in altre direzioni rispolverando tutto l'armamentario dello stile gotico: alberghi abbandonati, botole che nascondono orrori inenarrabili, luci di candela che rischiarano il buio, così come il sangue che colora di rosso scarlatto il grigiore che avvolge la parte onirica del film che si sovrappone a quella vissuta realmente.
Ma forse il vero incubo è quello girato a colori, quello in grigio è un rifugio estremo.
Sono molto più pericolosi i vampiri della vita reale che quelli relegati nelle pagine di un libro e all'interno di leggende a cui non crede ormai più nessuno.
A proposito di recuperi dal passato: Coppola qui recupera un imbolsito Val Kilmer che è efficacissimo nel ruolo dello scrittore alcolizzato e notevole è anche il Bruce Dern caricato a pallettoni che interpreta lo sceriffo.
Infine un tocco di sottile ironia: la moglie petulante che assilla lo scrittore tramite Skype chiedendogli soldi in continuazione è interpretata dalla rediviva Joanne Whalley, un tempo moglie di Val Kilmer.
Psicanalisi della loro crisi di coppia?
Twixt è chiaramente lontano dai capolavori di Coppola ma è un divertissiment che funge da perfetto intrattenimento nella sua medietà.
Tra una parodia twilighitiana ( i supposti vampiri emo accampati in riva la fiume), un uso dimostrativo del 3-D e una citazione burtoniana non è solo un mero esercizio di stile come da più parti bollato.
A suo modo è sperimentale : un ibrido di metacinema e di metaromanzo.

da qui

 

…John Baltimore sta vivendo una crisi, tanto sul versante professionale quanto su quello umano;  l’uno condiziona l’altro, e viceversa, costringendolo così alla frustrazione. Si sente involgarito dalla banalità come scrittore, e allo stesso tempo come uomo; vittima di una coazione a ripetere che gli impedisce  di mancare la verità, sia dal punto di vista creativo che esistenziale. Soltanto riuscendo ad andare “oltre lo specchio”, entrando in un mondo di immagini chiare ed essenziali, la vita può tornare ad autenticarsi, e ciò che appare come un problema si schiarirebbe, mostrandosi per quello che realmente è, solamente confusione. Per poter inaugurare una sensibilità diversa è dunque necessaria una dilatazione prospettica, compiere un passaggio in un nuovo regime spazio-temporale.
Dal punto di vista diegetico questo coincide con lo sfondamento della dimensione onirico-allucinatoria: Baltimore, smarrite le traiettorie, si trova ad avanzare per una “selva oscura”; qui a fargli da Virgilio è lo spettro dannato e dolente di Edgar Allan Poe che gli infonde stralci della sua Filosofia della composizione: per Poe, prima di tutto c’è la costruzione dell’effetto. Una costruzione che va intesa sia come individuazione strategica del programma narrativo, sia come atto dialogico fra il narratore e il lettore: una dialogicità implicita e differita, certo, ma ineliminabile, perché nell’azione progettuale ogni mossa e decisione viene presa come se fosse la battuta di un dialogo. Dunque individuare innanzitutto non una forma dell’oggetto ma un suo effetto, ed elaborare quindi la forma che quell’effetto di conseguenza è in grado di produrre. L’oggetto di ogni progetto sta tutto negli effetti che esso sarà in grado di produrre.

È lo stesso Coppola ad applicare il precetto; è in questa chiave che va interpretato l’impiego del 3D. La dilatazione prospettica è risposta alla necessità di un’altra estensione del visibile nella quale sperimentare ciò che determinate situazioni limite gli suggerivano. È messa in atto una risemantizzazione della vista: l’occhio deve non solo elaborare un aumento di dati sensibili, ma anche di sviluppare la capacità di comporre l’eterogeneità dei dati. Ma all’inizio è stordimento, lo stesso che è vissuto da Baltimore. Proprio quando la ricchezza delle immagini si fa più netta, queste appaiono invece più enigmatiche. È vertigine: ogni personaggio appare attraverso l’accenno del proprio gesto, e ogni elemento del paesaggio come sospeso.

Ma l’horror (che Coppola, come suo solito, scuote con fiammeggianti fluorescenze romantico-sentimentali), oltre che a produrre emozioni forti nell’occhio, è materializzazione di incubi. E quello che affligge il protagonista è lo stesso che tormenta il regista: il  non aver fatto nulla per evitare la morte del proprio figlio (le dinamiche causanti la morte della figlia del protagonista sono le stesse che hanno ucciso Gian Carlo, il figlio del regista). Coppola, e Baltimore per lui, deve cercare di scavare nel passato per scacciare tutti i fantasmi che lo abitano; individuare il dolore primario, profondo e personale per riuscire a esorcizzarlo. Ma perché si possa avviare un processo di riparazione occorre che la perdita sia totale, e come tale percepita. Il lavoro del lutto inizia solo quando l’oggetto è perduto e il soggetto ne realizza e accetta le conseguenze. E a Coppola infatti sono occorsi 25 anni…

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…Ne scaturisce un film disomogeneo, di gusto bizzarro e sperimentale, la cui estetica fatta di desaturazioni e di green screen ricorda (fin troppo) quella milleriana di Sin City e The Spirit.
I suoi pregi vanno però altrettanto riconosciuti, a partire dall’atmosfera straniata, surreale, vicina a quella di 
Twin Peaks: la straordinaria voce narrante di Tom Waits, dalle sonorità grezze e quasi rancide, colloca istantaneamente la vicenda nella tipica periferia americana, teatro di orrori nascosti. Ma ad apparire rilevante è soprattutto la componente autobiografica. Al di là delle occasionali autocitazioni (da Rusty il selvaggio a Dracula di Bram Stoker), l’intera storia rappresenta un viaggio doloroso che il regista statunitense compie in cerca della propria redenzione personale.
Come il protagonista, vinto dal senso di colpa, anche Coppola deve infatti perdonarsi e superare un lutto ventennale: quello per il figlio Gian Carlo, morto tragicamente nel 1986 durante una gita in barca.

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Il genio di un autore e' spesso dolorosamente castrato dalla oggettiva impossibilita' di esprimere con completa liberta' le proprie emozioni, le proprie ansie, le proprie aspettative e convinzioni, vittime della mannaia senza scrupoli di produttori irriducibilmente attratti solo dal business. Alla soglia dei settantacinque anni il grande Francis Ford Coppola si considera finalmente un regista per necessita' e non per mestiere, e dal 2007 e' tornato, tra un'annata di vino e l'altra, a dirigere piccoli (ma spesso grandi dal punto di vista artistico) film non facilmente catalogabili o classificabili, figli dell'emozione e della vena creativa che abitano ancora in lui. Twixt, strambo horror emozionante sia visivamente sia dal punto di vista del soggetto, e' il fratello minore, ma solo anagraficamente, dello splendido "Tetro" di un paio di anni fa (mi rifiuto di menzionarlo col bruttissimo e convenzionale titolo italiano), del quale riprende e coltiva con ancor maggiore seduzione le splendide curatissime scenografie, dove anche stavolta il color porpora insanguina uno sfondo stellato in bianco e nero, nell'ambito del sogno piu' seducente e spaventoso che ognuno di noi possa pensare di vivere durante un proprio tormentato sonno ispiratore.
La vicenda singolare e a tratti anche molto buffa di uno scrittore di romanzi horror/gotici di terz'ordine che, convocato a presentare la sua ultima opera in un paesino che non ha nemmeno una libreria (infatti dovra' ricevere i pochi lettori su un banchetto posto tra le corsie di un supermercato/ferramenta), si imbattera' in un caso di omicidio di una ragazza, in uno sceriffo che adora i suoi romanzacci e gli propone di scriverne uno assieme sui tragici fatti che negli anni '50 insanguinarono il borgo a causa di una strage di innocenti, in una setta satanica che bivacca nei pressi di un lago e finisce per prendersi tutte le responsabilita' dell'omicidio, nel fantasma angosciato di una ragazza vittima della strage, nei misteri di un campanile a sette facciate con sette orologi per nulla in sincronia e dall'aspetto sinistramente molto hitchcokiano, si incastra con la seduzione di un sogno ampiamente rivelatore, con il celebre adorato scrittore Edgar Allan Poe che aiuta il protagonista a risolvere il mistero e a trovare l'ispirazione per il libro che questi e' assolutamente obbligato a scrivere. Lambiccatissimo e sensuale, un B-movie spettacolare che sorprende per la comicita' e sensibilita' di situazioni mai viste in un horror: le gesta preparatorie/scaramantiche dell'autore prima di accingersi a iniziare la scrittura, con tanto di montaggio di un pratico tavolino portatile e i tentativi alcolici di far sopraggiungere l'ispirazione, con un incipit metereologico che prevede prima una nebbia fitta, poi l'assoluta assenza di nebbia - esilarante. E ancora il sofferto rimorso del protagonista per la perdita della figlia in un tragico incidente in motoscafo, che riporta drammaticamente alla tragica fine del primogenito di Coppola, morto nelle medesime tragiche circostanze. Per questo motivo dicevo che il cinema e' per Coppola un mezzo per sopravvivere ed esorcizzare certi traumi e fantasmi del passato, per esplicitare un senso di colpa che forse, una volta rappresentato, riesce in qualche modo a fargli trovare pace. 
Attori splendidi che ci piace moltissimo rivedere: Val Kilmer, il cui volto dilatato lo rende un clone, ma piu' simpatico, di John Travolta, Joanne Whalley, sua ex moglie nella vita e anche nel film, concorte affamata di soldi che minaccia di vendere un prezioso libro rarissimo del marito, Bruce Dern naturalmente, grande protagonista di molto buon cinema anni '70 e quell'impronunciabile Alden Ehrenreich che aveva gia' illuminato col suo bel volto da divo lo splendido Tetro, e Elle Fanning, il fantasma che ognuno vorrebbe avere alle proprie spalle, anche a costo di venir vampirizzati. Un'opera piccola ma geniale, imperdibile e degna delle piu' alte vette raggiunte in molte occasioni dal grande maestro italo-americano.

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…Chi ne parla come un film mediocre, confuso, nonsense o altro non ha capito nulla a mio modesto parere. "Twixt", con uno strepitoso Tom Waits a farvi da voce narrante, è una pellicola ingiustificatamente sottovalutata, massacrata a pié pari da pubblico e critica, e vittima di un oscurantismo globale che ha limitato alla stessa di godere della visione sul grande schermo. Macché: l'ultimo lungometraggio di Coppola è, a distanza di ben dodici anni dalla sua uscita in sala, attualmente inedito in Italia per cui viene vietata, dunque, la libertà di espressione ad una delle pellicole più inebrianti, sensazionali e agghiaccianti degli ultimi vent'anni, con dei punti altissimi della fotografia in bianco e nero da parte di Mihai Malamaire Jr, un ottimo utilizzo delle musiche di Dan Deacon ed Osvaldo Golijov, uno splendido e caratteristico montaggio di Kevin Bailey, Glen Scantlebury e Robert Schafer, ed una messa in scena talmente tanto precisa e curata da strapparsi i capelli. Un horror così, nonostante le volute imperfezioni ed una marginale ingenuità di scrittura in certi punti, ce lo sogniamo.

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venerdì 7 giugno 2024

La catene della colpa (Out of the Past) - Jacques Tourneur

Robert Mitchum investigatore sempre più in trappola, Kirk Douglas un cattivo, prima di Spartaco, e una serie di dark ladies che già la metà sarebbero state troppe.

diffida delle donne, sembra la morale della storia.

una sceneggiatura (anche di James M. Cain) che non lascia scampo, in un film ricco, senza tempi morti, con colpi di scena a ripetizione e dialoghi strepitosi.

non perdetevelo, merita molto.

buona (non femminista) visione - Ismaele



QUI il film completo, in italiano


 

Splendido noir dell'età dell'oro del genere, cupo, perso, ineluttabile, completo. Completo perchè a partire da un cast perfetto contiene e sviluppa magistralmente molti dei punti salienti dell'intero filone. Mitchum poi è uno dei grandi veri eroi noir che davanti alla gabbia mortale tesa dal destino, reagisce con un abbandono così inevitabile da risultare epico: il coraggio e la lealtà non vogliono dire necessariamente salvezza, perché in fondo salvarsi in questo mondo è inutile... La misoginia è ai massimi livelli: la donna verginale ed innocente viene 'disintegrata' dalla terribile presenza delle dark ladies, belle, infallibili, perdutamente malvagie. Tutto è (meravigliosamente) codificato per esprimere le paranoie dell'americano medio anni 40, lasciando ben poche possibilità di vedere la luce alla fine del tunnel. Il francese Tourneur dopo i capolavori "horror" degli anni precedenti, centra un must del cinema USA di tutti i tempi, dove i superbi dialoghi portano lo spettatore in uno stato ipnotico magistrale, in balia del commento fuori campo e di uno dei duelli psico/verbali più riusciti della storia della settima arte, Douglas/Mitchum. Nella "Biblioteca del Concresso degli Stati Uniti d'America" tutta la vita! Come al solito i titolisti italiani del periodo, rivoluzionando il concetto dell'originale Out of the Past (fuori-ritorna dal passato) scelsero un titolo più affascinante, ribaltando però l'approccio all'opera con una visione della 'colpa' tipicamente di morale cattolica, mantenendo per fortuna l'idea dell'impossibiltà di fuggire dal proprio fato con l'uso della parola 'catene'.

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…Le composizioni visive di Tourneur sono molto interessanti e paiono per certi versi assimilabili ad una idea pittorico-fotografica: simmetrie, contrasti scenografici tra gli sfondi naturalistici e l’opera costruttiva dell’uomo, distanze tra gli attori in ambienti spesso ampi, come il soggiorno della casa di Jim, dominato dalle sue enormi vetrate, quasi un acquario a metaforizzare i due pesci in trappola. O ancora come la casa di Kathie ad Acapulco, in cui Tourneur adotta una soluzione filmica pazzesca, scaricando totalmente sull’immaginario dello spettatore l’azione tra i due amanti che l’autocensura dell’epoca aveva impedito potesse essere minimamente rappresentata. Kathie porta infatti Jeff per la prima volta nella propria abitazione (piena di "mobili di bambù e soprammobili messicani") per ripararsi da una pioggia torrenziale: lui le asciuga i capelli nonostante lei sia riottosa, la bacia sul collo, poi scaraventa via l’asciugamano che finisce su un lume che cascando per terra si spegne, mentre il vento apre le porte dell’ampia dimora. La mdp segue il vento e riprende il giardino con le piante grasse che danno l’idea dell’ambientazione tropicale. Pochi secondi dopo nuovo cambio scena, la mdp ritorna nella stanza riprendendo Jeff che chiude le porte e come se nulla fosse successo (ma è accaduto nella nostra testa) i due si concentrano sulla fuga verso San Francisco. Semplicemente geniale, quasi un emblema del noir seduttivo e maledetto…

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…Esta frontera actitudinal de fondo, entre el ansia de felicidad suburbana por un lado, región de los propios e indelegables intereses, y el sentirse bajo el control de terceros incluso más inescrupulosos por el otro lado, como una Moffat que tiende a procurar caer siempre bien parada a pesar de esa perfidia de puñales en las espaldas del protagonista y la criatura del genial Douglas, hoy en su tercer trabajo para el séptimo arte, abarca tanto las amenazas y las trampas a lo telaraña atávica como la hipocresía y una atracción que insta a los zonzos a tropezarse incansablemente con la misma piedra, en este sentido recordemos que la femme fatale de la encantadora Greer cambia de bandos como de bombacha y a fin de cuentas tampoco queda en claro si prefiere el sadomasoquismo de la relación con el mafioso o la aparente utopía de estabilidad futura con el ex detective privado, amén de la meta conjunta e insistente de procurarse un techo, ajustar cuentas pendientes con los canallas titulares o secundarios, llevarse una moneda por servicios amatorios prestados -a Jeff primero le dice que no tomó esos 40 mil dólares de su pareja, sin embargo el susodicho los encuentra en una libreta bancaria- y/ o tratar de evitar el presidio, su destino más probable a raíz de esa propensión a disparar contra machos exaltados del montón. Tourneur, en gran medida, con el fluir de los años se convertiría en el modelo ineludible del cineasta de raigambre Clase B, un técnico consumado en el difícil arte de mantener elevada la tensión y un autor polirubro que sin grandes discursos se movía a sus anchas en la dialéctica de lo obvio, léase esto de señalar las disyuntivas del canibalismo comunal y los puntos muertos y las zonas grises a escala ética de los rediles a veces interconectados del amor, los negocios, las amistades y los vínculos públicos y privados más heterogéneos. A la mentira como moneda de cambio se suma toda esta elegancia decrépita y la pretensión de “no interferencia social” de los sujetos como si dicho afán fuese un derecho a la memoria o a su contracara, la amnesia, que no tolera imposiciones del exterior, latiguillo retomado en la floja remake de los años 80, El Poder y la Pasión (Against All Odds, 1984), de Taylor Hackford, y en muchas obras por venir de arcanos sórdidos y autopistas hacia una efusividad dormida, como Una Historia de Violencia (A History of Violence, 2005), de David Cronenberg, y Nadie (Nobody, 2021), de Ilya Naishuller, por ello aquí el castillo de naipes de la estación de servicio y la esposa en ciernes del personaje de Mitchum, enorme bestia sagrada de la pantalla cuyos ojos, gestos, semblante sereno y disposición física cuasi felina agazapada están planeados al dedillo, viene a tapar el dolor por la desaparición facilista y cobarde de la femme fatale, suerte de ortopedia emocional de los recuerdos que se desarma cuando alguien reconoce al yo oculto del pasado y a éste no le queda otra opción más que salir de la oscuridad, renunciar a su “segunda oportunidad” hollywoodense marca registrada y retornar al huracán de traiciones, juegos mentales y máscaras de la más variada naturaleza para ya dejar de autoengañarse y aceptar que algunas decisiones de antaño no tienen marcha atrás ni pueden perdonarse.

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giovedì 6 giugno 2024

Denti da squalo – Davide Gentili

un bambino orfano di padre non sa rassegnarsi.

ha una mamma forte e un amico, un po' sfigato, ma di quelli veri.

e poi c'è lo squalo.

Walter riuscirà a salvarsi da un destino segnato (o quasi), speriamo.

opera prima positiva, non sarà un film perfetto, ma riesce a convincere.

buona (orfana) visione - Ismaele

 

 

 

…Denti da squalo è un inizio interessante e a tratti originale per come mette in scena il tema del lutto. L’aspetto insolito sta nella scelta del personaggio-simbolo dello squalo, rappresentativo della paura e dello status di eroe al quale Walter ingenuamente aspira. Il rapporto con l’animale-predatore è infatti proficuo al protagonista nel fare i conti con il passato del padre.

Nella prima parte del film, dopo il primo incontro con lo squalo, il tredicenne subisce il fascino del mondo criminale perché quell’ambiente gli sembra la sola via possibile per recuperare l’eredità paterna. Nell’ultima parte invece ritroviamo un Walter finalmente pacificato con la redenzione del padre, da sempre considerata dal figlio la causa della sua morte. Tale riconciliazione coincide con la liberazione dell’animale in mare.

Poco riuscite invece le rappresentazioni dei personaggi del Corsaro e del padre che avrebbero potuto occupare un ruolo maggiore nella crescita del piccolo protagonista.

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…Si viene sbalzati fuori dai discorsi “da grande” messi in bocca al piccolo Walter, da certe dinamiche davvero troppo trite e ritrite, da un accompagnamento musicale che satura senza tregua lo spazio di alcuni silenzi che così diventano inspiegabili cacofonie. Il film di Gentile non si prende il giusto tempo per respirare e quando lo fa, come nell’occasione dell’incontro con il personaggio di Edoardo Pesce (in poche battute fa schizzare in alto il lato favolistico più sporco e barbaro), è forse tardi. Anche perché in coda si aggiunge poi un finale sensato ma troppo macchinoso, troppo mostrato alla camera, un po’ come avviene lungo tutta l’opera con lo squalo a cui sono riservate un numero di inquadrature eccessive ed insistite per quella che è l’aura che il film vuole evocare.

Insomma, Denti da squalo si trova nel mezzo così come avviene per il suo piccolo protagonista. Da una parte imbocca in modo decisamente intrigante l’idea della sospensione, del blocco, della riflessione grazie ad azzeccatissimi incipit, lavoro sulle location e progressivo disvelamento del mistero. Poi si concede al dire e fare le cose battendo sentieri già noti, schiacciandoci addosso a un dramma che vuole farsi crudo, urlato, che vuole strappare il velo dell’innocenza e allora forza la mano alla narrazione e ai suoi meccanismi da racconto incantato.

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…Il regista, tra fiaba e reale, lancia la sua cinepresa in direzione della torre, dimora del Corsaro, dove il paragone tra immaginario e non è palese. La torre nelle fiabe per eccellenza è il luogo in cui la bella è in attesa del salvatore che la liberi dalle fauci del drago e dalla sua prigionia. Qui è il piccolo Walter che lancia un muto grido di aiuto soffocato dall’orgoglio, teso alla liberazione dalla confusione provocata dall’assenza – presenza paterna e dal suo confronto.

Davide Gentile, con la sua leggenda urbana, entra nel cuore del suo spettatore, facendolo tuffare nelle profondità delle emozioni, in un viaggio audiovisivo dalle mille sfaccettature e contrasti, che conferiscono alla pellicola quel carattere umano che scopre la perfezione di un essere imperfetto e che invita all’andare oltre l’apparenza di ciò che si vede, scavalcando le barriere dell’irriflessività, oltre i confini del pensiero prevedibile.

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