Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
giovedì 13 giugno 2024
mercoledì 12 giugno 2024
Domenica, maledetta domenica - John Schlesinger
nella "civile" Inghilterra, e non solo, negli anni '70, fu uno scandalo.
mostrare omosessuali senza giudicarli dei mostri fu veramente un colpo da maestro, con attori bravissimi.
Alex e Daniel si dividono l'amore dello stesso uomo, non essendo capaci di averlo in maniera esclusiva.
loro sanno tutto e sopportano la situazione, anche se vorrebbero di più, ma non è nelle loro corde pretendere e costringere, sono soli e rassegnati.
soffrono, ma non riescono a uscirne, un po' di amore è meglio di niente.
le ultime parole di Daniel davanti alla cinepresa sono memorabili.
un film da non perdere, promesso.
buona (sofferta) visione - Ismaele
ps: appare per pochi secondi Daniel Day-Lewis, bambino teppista.
QUI il film
completo, in italiano
…Quello che appassiona è lo studio dei personaggi, la
loro inquietudine, quella che in realta' è la loro solitudine sempre presente
ma che è messa a nudo solo con la partenza dello scrittore. Uno stile piu'
mansueto rispetto agli scarti umorali e stilistici del free cinema inglese lo
fa distinguere da altri titoli inglesi del periodo, a firma di Lindsay Anderson
o Tony Richardson. Ma la forza di risollevarsi è la stessa, il parlare di certi
temi a cuore aperto (come l'omosessualita' dichiarata dei due protagonisti
maschili) riporta alla mente quella stagione cosi' feconda artisticamente. I
protagonisti danno tutti una straordinaria prova di loro stessi...
Un film stupendo che non tramonterà mai come esempio
di realismo e poetica cinematografica.
Schlesinger in formissima dopo i successi di Midnight
Cowboy che gli avevano dato fama mondiale affrontava un'opera intimista che
visti i temi trattati appariva molto difficile da realizzare ma che meglio non
poteva riuscire: 9 giorni di vita vera senza cadere mai nella commedia o nel
dramma rimanendo a contatto con i tre magnifici protagonisti quando si
svegliano ed aprono gli occhi, quando si dedicano al lavoro e poi staccano,
quando affrontano le azioni del quotidiano, quando si amano il tutto diretto
con una grande leggerezza concedendo spazio ai silenzi, agli sguardi
malinconici ai particolari.
La sceneggiatura matura di Penelope Gillat parlava di
un uomo annoiato che si divideva fra un dottore non più giovanissimo ed una
donna che aveva un matrimonio fallito alle spalle, Schlesinger reinventò il
personaggio centrale del triangolo in un giovane ambizioso inventore per cui la
doppia relazione non è un'ancora di salvezza alla solitudine, ma la
consapevolezza di una emancipazione sempre più crescente in una generazione
diversa per cui nascondere la propria sessualità non è più obbligatorio al
contrario degli altri due estremi più avanti con l’età e costretti sempre a
scontrarsi con le pressioni dei familiari e quindi con vecchie regole sociali.
L’omosessualità non è più raccontata con timore ma con rispetto ed
intelligenza.
Fece epoca il bacio fra Head e Finch ma anche il
finale quando la Jackson e Finch si incontrano in quella maledetta domenica è
indimenticabile.
Un grandissimo film che viene più apprezzato oggi che
alla sua uscita
… Rispetto alle due opere altrettanto importanti e straordinarie
firmate da Dearden e Richardson che sono le più “affini”, il film di
Schlesinger “osava” indubbiamente molto di più (vedi il bacio appassionato fra
Peter Finch e Murray Head che tanta indignazione suscitò nei benpensanti): non
si era infatti praticamente mai visto qualcosa di così esplicito in un film non
di nicchia destinato al grande pubblico, e fu di conseguenza scambiato per una
provocazione, mentre intendeva essere tutt’altro che una forzata e voyeristica
esibizione. Quel “gesto” appassionato ma casto, è infatti l’elemento qualificante
che caratterizza l’opera, e come tale, non poteva che essere esposto in
assoluta evidenza, ma solo al fine di far percepire la corrispondenza di un
sentimento naturale che si estrinseca con le stesse forme partecipative sia nel
rapporto uomo/donna che in quello fra due persone dello stesso sesso. Il
rifiutarlo con tanta cocciuta e becera determinazione, fu dunque a mio avviso
un tentativo estremo di difesa della società bigotta e conservatrice
finalizzato a esorcizzare la sua paura del “diverso”.
C’è da domandarsi semmai come il regista sia riuscito
a far approvare tale concessione (anche da parte dei due attori impegnati nella
performance che furono davvero molto coraggiosi non solo nell’accettare, ma
anche nel rappresentare con assoluta veridicità e trasporto, quel momento
cruciale dell’intera pellicola). Credo (ma è una mia opinione personale) che
questa fondamentale “libertà” gli sia stata accordata in virtù del clamoroso
successo internazionale ottenuto dalla sua precedente fatica girata in America
(e mi riferisco a Midnight Cowboy -Un uomo da marciapiede)
che già sviluppava tematiche abbastanza particolari anche se maggiormente
concentrate sul rapporto di amicizia e di mutuo soccorso di due emarginati
fuori dagli schemi.
Quello che è importate comunque, è il fatto che
qualunque sia stata la ragione, Schlesinger ha avuto così l’occasione di fare
un film in fortissimo anticipo sui tempi tornando a parlare (ma allargando
notevolmente l’orizzonte) delle relazioni umane e delle loro complicanze,
mettendo così di nuovo a fuoco una questione spesso centrale nel suo cinema a
partire dalla sua opera d’esordio A Kind of Loving – Una maniera
d'amare, e cioè che non sempre (o addirittura quasi mai) queste
alla fine – e soprattutto quando riguardano la sfera sentimentale - collimano
perfettamente con l’idea astratta che ci si è fatti di ciò che dovrebbe essere
inteso come “amore”.
Sarà stata dunque questa presunta "temerarietà
dell'assunto" a spiazzare un pubblico preso di contropiede e a indurlo al
rifiuto soprattutto in America? Per la verità non è che in patria
(l’Inghilterra) gli sia andata molto meglio non solo come incassi, ma anche
come critica, una parte della quale definì il film un’analisi
abbastanza superficiale di un rapporto a tre aggravato da un’insolita e
perniciosa pulsione omoerotica, liquidando di fatto con pochissima
indulgenza un’opera che nonostante i tanti “no”, non tardò molto a diventare un
piccolo “cult” da venerare.
…It is with the two older characters that we get to the core of the
movie. In a world where everyone loses eventually, they are still survivors.
They survive by accommodating themselves to life as it must be lived. The
doctor, for example, is not at all personally disturbed by his homosexuality,
and yet he doesn't reveal it to his close-knit Jewish family; maintaining
relations-as-usual with them is another way for him to survive. The woman tells
us late in the film, "Some people believe something is better than
nothing, but I'm beginning to believe that nothing can be better than
something." Well, maybe so, but we get to know her well enough to suspect
that she will settle for something, not nothing, again the next time.
The glory of "Sunday Bloody Sunday" is supposed to be the
intelligent, sophisticated -- civilized! -- way in which these two people
gracefully accept the loss of a love they had shared. Well, they are graceful as
hell about it, and there is a positive glut of being philosophical about the
inevitable. But that didn't make me feel better for them, or about them, the
way it was supposed to; I felt pity for them. I insist that they would not have
been so bloody civilized if either one had felt really deeply about the boy.
The fact that they were willing to share him is perhaps a clue: They shared him
not because they were willing to settle for half, but because they were afraid
to try for all. The three-sided arrangement was, in part, a guarantee that no
one would get in so deep that being "civilized" wouldn't be
protection enough against hurt…
…Esta
película pertenece específicamente al nicho de películas que en su momento
causaron sensación, pero ahora son consideradas “passé”. Sin embargo, eso no
impide que sea una de las cintas británicas más interesantes de la historia –
si tomamos en cuenta el clima histórico y el país. Filmada en el otoño de 1970,
esta cinta la realiza Schlesinger cuando ya es un cineasta consumado: Midnight
Cowboy había obtenido un Oscar como mejor película – algo inaudito,
ya que era clasificación “X” y trataba (aún si lo hacía de un modo muy sutil)
acerca de homosexuales-, y con filmes como Billy Liar y Darling había
expuesto aspectos de Inglaterra que no habían conocido la crudeza de su cámara
casi documental: en la primera, el tema son las inquietudes juveniles de un
muchacho rebeldón y en la otra muestra cómo una trepadora social pasa de la
clase media a la aristocracia de cama en cama... pero básicamente es una buena
chica.
Basado en un guión de Penélope Gilliatt, celebérrima crítica de cine para
el New Yorker y el London Observer y ex
esposa del famoso dramaturgo John Osborne, Sunday, Bloody Sunday –
y no, de ella no tomó U2 el título de su canción, sino de los disturbios del 30
de enero de 1972 en Irlanda del Norte- cuenta la historia de siete días en las
vidas de tres personajes y cómo éstas se entrelazan. De hecho, el slogan de la
película era: “It’s about three gentle people. They will break your heart.”
Cuando inicia la película, conocemos al doctor Daniel Hirsh (el formidable
Peter Finch), un médico de cierta edad y buena posición social, que vive en un
buen distrito de Londres. De ascendencia judía, Daniel es un profesional
dedicado, correcto, bien educado. Le preocupan sus pacientes y cultiva diversos
intereses. Es viernes por la tarde y él espera una llamada. En esa época
existían “Answering Services” – servicios de recados- que eran utilizados por
personas demasiado ocupadas para tomar llamadas. No existía la “llamada en
espera”, ni el celular ni los correos de voz, ni los beepers: uno
avisaba al servicio dónde estaría y ellos lo contactaban. Para alguien en la
profesión médica era muy importante…
lunedì 10 giugno 2024
Salvate il soldato David
In occasione dell’anniversario del D-Day, a Omaha Beach, è stato presentato il progetto del remake di Salvate il soldato Ryan, che uscirà nelle sale e nelle piattaforme nel 2025.
Erano presenti il regista Steven Spielberg e l’attore Tom Hanks (regista e attore del film del 1998).
Questo era il vecchio film, per chi ha poca memoria:
Salvate il soldato Ryan (1998)
Seconda guerra mondiale: una madre americana sta per ricevere nello stesso giorno la notizia della morte di tre dei suoi figli su diversi fronti della guerra. Il comandante in capo generale Marshall dà ordine che il quarto fratello, Ryan, sbarcato in Normandia, venga rintracciato e portato a casa. Sarà il capitano Miller (Hanks) a eseguire l'ordine. Nei primi venti minuti assistiamo allo sbarco di un anfibio sulla famosa spiaggia di Omaha, punto avanzato e cruciale dello sbarco in Normandia del 6 giugno 1944. È la parte più intensa del film. Tanto reale che lo spettatore davvero sbarca sulla spiaggia coi Marines. Mutilazioni, morti, ferite, braccia che cadono, viscere che escono. Però tutto ha una ragione. Reale che più reale non si può: è stato l'impegno del regista, che difficilmente manca i suoi obiettivi. Poi la storia diventa, diciamo, normale…
Grazie all’Intelligenza Artificiale (e non solo) sta per uscire la nuova versione di Salvate il soldato Ryan
Si ringrazia per la consulenza gratuita alla sceneggiatura della Fondazione per il Cinema della CIA, Riscrivere la storia per migliorare il futuro è il nome, la loro mission è: I fatti storici sono noiosi, la Narrazione è tutto
Ecco il progetto del nuovo film:
Salvate il soldato David (2025)
Seconda guerra mondiale: una madre americana sta per ricevere nello stesso giorno la notizia della morte di tre dei suoi figli su diversi fronti della guerra. Il comandante in capo generale Marshall dà ordine che il quarto fratello, David, sbarcato in Normandia, venga rintracciato e portato a casa.
David, ostaggio dei soldati sovietici (che, nella seconda guerra mondiale, avevano invaso l’Europa fino a Lisbona), viene liberato, con coraggio e ardimento, dai soldati degli Stati Uniti d’America, dai partigiani del maresciallo Petain, leader dello stato di Vichy, di Stepan Bandera, leader dei partigiani ucraini contro l’Armata Rossa, e dai guerriglieri sionisti Haganah, Irgun e Stern…
Appunti dell’Ufficio Studi Riscrivere la storia per migliorare il futuro, la ONG Fondazione per il Cinema della CIA:
La CIA consiglia di non trattare assolutamente i seguenti argomenti:
1 - le bande sioniste Haganah, Irgun e Stern erano spietati terroristi e specialisti nella pulizia etnica
https://www.infopal.it/haganah-e-irgun-la-nascita-del-terrorismo-sionista/
2 - De Gaulle non partecipò mai alle cerimonie di celebrazione e commemorazione del D-Day.
Non citare mai De Gaulle, il gigante dimenticato e da dimenticare, non citarlo mai!
https://www.revolutionarydemocracy.org/rdv11n1/degaulle.htm
3 - Stepan Bandera era un collaborazionista dei nazisti
https://www.peacelink.it/storia/a/49651.html
5 - Attraverso le strategie spericolate dei liberatori mostrare la loro intelligenza, contro l’ottusità sovietica!
domenica 9 giugno 2024
Twixt – Francis Ford Coppola
un film del 2011, massacrato dalla critica (4,7 su Imdb).
eppure è un film che non ti aspetti, una specie di horror, che però è anche un'altra cosa.
lo scrittore protagonista vive scrivendo storie inutili, e alla fine dovrà fare i conti con un lutto mai sopito (come pure Francis Ford Coppola).
visto due volte di seguito, fatti prendere per mano da Francis Ford Coppola, un film che merita.
buona (spettrale) visione - Ismaele
QUI il film completo, su Raiplay
…Se l'incipit dello scrittore che si trova
catturato in un loop senza soluzione di continuità tra realtà ed incubo ricorda
abbastanza Il seme della follia di
Carpenter, il film poi prosegue in altre direzioni rispolverando tutto
l'armamentario dello stile gotico: alberghi abbandonati, botole che nascondono
orrori inenarrabili, luci di candela che rischiarano il buio, così come il
sangue che colora di rosso scarlatto il grigiore che avvolge la parte onirica
del film che si sovrappone a quella vissuta realmente.
Ma forse il vero incubo è quello girato a
colori, quello in grigio è un rifugio estremo.
Sono molto più pericolosi i vampiri della vita
reale che quelli relegati nelle pagine di un libro e all'interno di leggende a
cui non crede ormai più nessuno.
A proposito di recuperi dal passato: Coppola qui
recupera un imbolsito Val Kilmer che è efficacissimo nel ruolo dello scrittore
alcolizzato e notevole è anche il Bruce Dern caricato a pallettoni che
interpreta lo sceriffo.
Infine un tocco di sottile ironia: la moglie
petulante che assilla lo scrittore tramite Skype chiedendogli soldi in
continuazione è interpretata dalla rediviva Joanne Whalley, un tempo moglie di
Val Kilmer.
Psicanalisi della loro crisi di coppia?
Twixt è chiaramente lontano dai capolavori di Coppola ma è
un divertissiment che funge da perfetto intrattenimento nella sua medietà.
Tra una parodia twilighitiana ( i supposti
vampiri emo accampati in riva la fiume), un uso dimostrativo del 3-D e una
citazione burtoniana non è solo un mero esercizio di stile come da più parti
bollato.
A suo modo è sperimentale : un ibrido di
metacinema e di metaromanzo.
…John
Baltimore sta vivendo una crisi, tanto sul versante professionale quanto su
quello umano; l’uno condiziona l’altro, e viceversa, costringendolo così
alla frustrazione. Si sente involgarito dalla banalità come scrittore, e allo
stesso tempo come uomo; vittima di una coazione a ripetere che gli impedisce
di mancare la verità, sia dal punto di vista creativo che esistenziale.
Soltanto riuscendo ad andare “oltre lo specchio”, entrando in un mondo di
immagini chiare ed essenziali, la vita può tornare ad autenticarsi, e ciò che
appare come un problema si schiarirebbe, mostrandosi per quello che realmente
è, solamente confusione. Per poter inaugurare una sensibilità diversa è dunque
necessaria una dilatazione prospettica, compiere un passaggio in un nuovo
regime spazio-temporale.
Dal punto di vista diegetico
questo coincide con lo sfondamento della dimensione onirico-allucinatoria:
Baltimore, smarrite le traiettorie, si trova ad avanzare per una “selva
oscura”; qui a fargli da Virgilio è lo spettro dannato e dolente di Edgar Allan
Poe che gli infonde stralci della sua Filosofia della composizione: per Poe, prima di tutto
c’è la costruzione dell’effetto. Una costruzione che va
intesa sia come individuazione strategica del programma narrativo, sia come
atto dialogico fra il narratore e il lettore: una dialogicità implicita e
differita, certo, ma ineliminabile, perché nell’azione progettuale ogni mossa e
decisione viene presa come se fosse la battuta di un dialogo. Dunque
individuare innanzitutto non una forma dell’oggetto ma un suo effetto, ed
elaborare quindi la forma che quell’effetto di conseguenza è in grado di
produrre. L’oggetto di ogni progetto sta tutto negli effetti che esso sarà in
grado di produrre.
È lo stesso Coppola ad applicare il precetto; è in
questa chiave che va interpretato l’impiego del 3D. La dilatazione prospettica
è risposta alla necessità di un’altra estensione del visibile nella quale
sperimentare ciò che determinate situazioni limite gli suggerivano. È messa in
atto una risemantizzazione della vista: l’occhio deve non solo elaborare un
aumento di dati sensibili, ma anche di sviluppare la capacità di comporre
l’eterogeneità dei dati. Ma all’inizio è stordimento, lo stesso che è vissuto
da Baltimore. Proprio quando la ricchezza delle immagini si fa più netta,
queste appaiono invece più enigmatiche. È vertigine: ogni personaggio appare
attraverso l’accenno del proprio gesto, e ogni elemento del paesaggio come
sospeso.
Ma l’horror (che
Coppola, come suo solito, scuote con fiammeggianti fluorescenze
romantico-sentimentali), oltre che a produrre emozioni forti nell’occhio, è
materializzazione di incubi. E quello che affligge il protagonista è lo stesso
che tormenta il regista: il non aver fatto nulla per evitare la morte del
proprio figlio (le dinamiche causanti la morte della figlia del protagonista
sono le stesse che hanno ucciso Gian Carlo, il figlio del regista). Coppola, e
Baltimore per lui, deve cercare di scavare nel passato per scacciare tutti i
fantasmi che lo abitano; individuare il dolore primario, profondo e personale
per riuscire a esorcizzarlo. Ma perché si possa avviare un processo di
riparazione occorre che la perdita sia totale, e come tale percepita. Il lavoro
del lutto inizia solo quando l’oggetto è perduto e il soggetto ne realizza e
accetta le conseguenze. E a Coppola infatti sono occorsi 25 anni…
…Ne scaturisce un film
disomogeneo, di gusto bizzarro e sperimentale, la cui estetica fatta di
desaturazioni e di green screen ricorda (fin troppo) quella milleriana di Sin City e The Spirit.
I suoi pregi vanno però altrettanto
riconosciuti, a partire dall’atmosfera straniata, surreale, vicina a quella
di Twin Peaks: la straordinaria voce narrante di Tom Waits, dalle sonorità
grezze e quasi rancide, colloca istantaneamente la vicenda nella tipica
periferia americana, teatro di orrori nascosti. Ma ad apparire rilevante è
soprattutto la componente autobiografica. Al di là delle occasionali
autocitazioni (da Rusty il
selvaggio a Dracula di Bram Stoker), l’intera storia rappresenta un viaggio
doloroso che il regista statunitense compie in cerca della propria redenzione
personale.
Come il protagonista, vinto dal senso di colpa,
anche Coppola deve infatti perdonarsi e superare un lutto ventennale: quello per
il figlio Gian Carlo, morto tragicamente nel 1986 durante una gita in
barca.
Il genio di un autore e' spesso
dolorosamente castrato dalla oggettiva impossibilita' di esprimere con completa
liberta' le proprie emozioni, le proprie ansie, le proprie aspettative e
convinzioni, vittime della mannaia senza scrupoli di produttori
irriducibilmente attratti solo dal business. Alla soglia dei settantacinque
anni il grande Francis Ford Coppola si considera finalmente un regista per
necessita' e non per mestiere, e dal 2007 e' tornato, tra un'annata di vino e l'altra,
a dirigere piccoli (ma spesso grandi dal punto di vista artistico) film non
facilmente catalogabili o classificabili, figli dell'emozione e della vena
creativa che abitano ancora in lui. Twixt, strambo horror emozionante sia
visivamente sia dal punto di vista del soggetto, e' il fratello minore, ma solo
anagraficamente, dello splendido "Tetro" di un paio di anni fa (mi
rifiuto di menzionarlo col bruttissimo e convenzionale titolo italiano), del
quale riprende e coltiva con ancor maggiore seduzione le splendide curatissime
scenografie, dove anche stavolta il color porpora insanguina uno sfondo
stellato in bianco e nero, nell'ambito del sogno piu' seducente e spaventoso
che ognuno di noi possa pensare di vivere durante un proprio tormentato sonno
ispiratore.
La vicenda singolare e a tratti anche molto
buffa di uno scrittore di romanzi horror/gotici di terz'ordine che, convocato a
presentare la sua ultima opera in un paesino che non ha nemmeno una libreria
(infatti dovra' ricevere i pochi lettori su un banchetto posto tra le corsie di
un supermercato/ferramenta), si imbattera' in un caso di omicidio di una
ragazza, in uno sceriffo che adora i suoi romanzacci e gli propone di scriverne
uno assieme sui tragici fatti che negli anni '50 insanguinarono il borgo a
causa di una strage di innocenti, in una setta satanica che bivacca nei pressi
di un lago e finisce per prendersi tutte le responsabilita' dell'omicidio, nel
fantasma angosciato di una ragazza vittima della strage, nei misteri di un
campanile a sette facciate con sette orologi per nulla in sincronia e
dall'aspetto sinistramente molto hitchcokiano, si incastra con la seduzione di
un sogno ampiamente rivelatore, con il celebre adorato scrittore Edgar Allan
Poe che aiuta il protagonista a risolvere il mistero e a trovare l'ispirazione
per il libro che questi e' assolutamente obbligato a scrivere. Lambiccatissimo
e sensuale, un B-movie spettacolare che sorprende per la comicita' e
sensibilita' di situazioni mai viste in un horror: le gesta
preparatorie/scaramantiche dell'autore prima di accingersi a iniziare la
scrittura, con tanto di montaggio di un pratico tavolino portatile e i
tentativi alcolici di far sopraggiungere l'ispirazione, con un incipit
metereologico che prevede prima una nebbia fitta, poi l'assoluta assenza di
nebbia - esilarante. E ancora il sofferto rimorso del protagonista per la
perdita della figlia in un tragico incidente in motoscafo, che riporta
drammaticamente alla tragica fine del primogenito di Coppola, morto nelle
medesime tragiche circostanze. Per questo motivo dicevo che il cinema e' per
Coppola un mezzo per sopravvivere ed esorcizzare certi traumi e fantasmi del
passato, per esplicitare un senso di colpa che forse, una volta rappresentato,
riesce in qualche modo a fargli trovare pace.
Attori splendidi che ci piace moltissimo
rivedere: Val Kilmer, il cui volto dilatato lo rende un clone, ma piu'
simpatico, di John Travolta, Joanne Whalley, sua ex moglie nella vita e anche
nel film, concorte affamata di soldi che minaccia di vendere un prezioso libro
rarissimo del marito, Bruce Dern naturalmente, grande protagonista di molto
buon cinema anni '70 e quell'impronunciabile Alden Ehrenreich che aveva gia'
illuminato col suo bel volto da divo lo splendido Tetro, e Elle Fanning, il
fantasma che ognuno vorrebbe avere alle proprie spalle, anche a costo di venir
vampirizzati. Un'opera piccola ma geniale, imperdibile e degna delle piu' alte
vette raggiunte in molte occasioni dal grande maestro italo-americano.
…Chi ne parla come un film mediocre,
confuso, nonsense o altro non ha capito nulla a mio modesto parere.
"Twixt", con uno strepitoso Tom Waits a farvi da voce narrante, è una
pellicola ingiustificatamente sottovalutata, massacrata a pié pari da pubblico
e critica, e vittima di un oscurantismo globale che ha limitato alla stessa di
godere della visione sul grande schermo. Macché: l'ultimo lungometraggio di
Coppola è, a distanza di ben dodici anni dalla sua uscita in sala, attualmente
inedito in Italia per cui viene vietata, dunque, la libertà di espressione ad
una delle pellicole più inebrianti, sensazionali e agghiaccianti degli ultimi
vent'anni, con dei punti altissimi della fotografia in bianco e nero da
parte di Mihai Malamaire Jr, un ottimo utilizzo delle musiche di Dan Deacon ed
Osvaldo Golijov, uno splendido e caratteristico montaggio di Kevin Bailey, Glen
Scantlebury e Robert Schafer, ed una messa in scena talmente tanto precisa e
curata da strapparsi i capelli. Un horror così, nonostante le volute
imperfezioni ed una marginale ingenuità di scrittura in certi punti, ce lo
sogniamo.
venerdì 7 giugno 2024
La catene della colpa (Out of the Past) - Jacques Tourneur
Robert Mitchum investigatore sempre più in trappola, Kirk Douglas un cattivo, prima di Spartaco, e una serie di dark ladies che già la metà sarebbero state troppe.
diffida delle donne, sembra la morale della storia.
una sceneggiatura (anche di James M. Cain) che non lascia scampo, in un film ricco, senza tempi morti, con colpi di scena a ripetizione e dialoghi strepitosi.
non perdetevelo, merita molto.
buona (non femminista) visione - Ismaele
QUI il
film completo, in italiano
Splendido noir dell'età dell'oro del genere,
cupo, perso, ineluttabile, completo. Completo perchè a partire da un cast
perfetto contiene e sviluppa magistralmente molti dei punti salienti
dell'intero filone. Mitchum poi è uno dei grandi veri eroi noir che davanti
alla gabbia mortale tesa dal destino, reagisce con un
abbandono così inevitabile da risultare epico: il coraggio e la lealtà non
vogliono dire necessariamente salvezza, perché in fondo salvarsi in questo
mondo è inutile... La misoginia è ai massimi livelli: la donna verginale ed
innocente viene 'disintegrata' dalla terribile presenza delle dark ladies,
belle, infallibili, perdutamente malvagie. Tutto è (meravigliosamente)
codificato per esprimere le paranoie dell'americano medio anni 40, lasciando ben
poche possibilità di vedere la luce alla fine del tunnel. Il francese Tourneur
dopo i capolavori "horror" degli anni precedenti, centra un must del
cinema USA di tutti i tempi, dove i superbi dialoghi portano lo spettatore in
uno stato ipnotico magistrale, in balia del commento fuori campo e di uno dei
duelli psico/verbali più riusciti della storia della settima arte,
Douglas/Mitchum. Nella "Biblioteca del Concresso
degli Stati Uniti d'America" tutta la vita! Come al solito
i titolisti italiani del periodo, rivoluzionando il concetto dell'originale Out
of the Past (fuori-ritorna dal passato) scelsero un titolo più affascinante,
ribaltando però l'approccio all'opera con una visione della 'colpa' tipicamente di morale cattolica, mantenendo per
fortuna l'idea dell'impossibiltà di fuggire dal proprio fato con l'uso della
parola 'catene'.
…Le composizioni visive di Tourneur sono
molto interessanti e paiono per certi versi assimilabili ad una idea
pittorico-fotografica: simmetrie, contrasti scenografici tra gli sfondi
naturalistici e l’opera costruttiva dell’uomo, distanze tra gli attori in
ambienti spesso ampi, come il soggiorno della casa di Jim, dominato dalle sue
enormi vetrate, quasi un acquario a metaforizzare i due pesci in trappola. O
ancora come la casa di Kathie ad Acapulco, in cui Tourneur adotta una soluzione
filmica pazzesca, scaricando totalmente sull’immaginario dello spettatore
l’azione tra i due amanti che l’autocensura dell’epoca aveva impedito potesse
essere minimamente rappresentata. Kathie porta infatti Jeff per la prima volta
nella propria abitazione (piena di "mobili di bambù e soprammobili
messicani") per ripararsi da una pioggia torrenziale: lui le
asciuga i capelli nonostante lei sia riottosa, la bacia sul collo, poi
scaraventa via l’asciugamano che finisce su un lume che cascando per terra si
spegne, mentre il vento apre le porte dell’ampia dimora. La mdp segue il vento
e riprende il giardino con le piante grasse che danno l’idea dell’ambientazione
tropicale. Pochi secondi dopo nuovo cambio scena, la mdp ritorna nella stanza
riprendendo Jeff che chiude le porte e come se nulla fosse successo (ma è
accaduto nella nostra testa) i due si concentrano sulla fuga verso San
Francisco. Semplicemente geniale, quasi un emblema del noir seduttivo e
maledetto…
…Esta frontera actitudinal de fondo, entre el ansia de
felicidad suburbana por un lado, región de los propios e indelegables
intereses, y el sentirse bajo el control de terceros incluso más inescrupulosos
por el otro lado, como una Moffat que tiende a procurar caer siempre bien
parada a pesar de esa perfidia de puñales en las espaldas del protagonista y la
criatura del genial Douglas, hoy en su tercer trabajo para el séptimo arte,
abarca tanto las amenazas y las trampas a lo telaraña atávica como la
hipocresía y una atracción que insta a los zonzos a tropezarse incansablemente
con la misma piedra, en este sentido recordemos que la femme fatale de la
encantadora Greer cambia de bandos como de bombacha y a fin de cuentas tampoco
queda en claro si prefiere el sadomasoquismo de la relación con el mafioso o la
aparente utopía de estabilidad futura con el ex detective privado, amén de la
meta conjunta e insistente de procurarse un techo, ajustar cuentas pendientes
con los canallas titulares o secundarios, llevarse una moneda por servicios
amatorios prestados -a Jeff primero le dice que no tomó esos 40 mil dólares de
su pareja, sin embargo el susodicho los encuentra en una libreta bancaria- y/ o
tratar de evitar el presidio, su destino más probable a raíz de esa propensión
a disparar contra machos exaltados del montón. Tourneur, en gran medida, con el
fluir de los años se convertiría en el modelo ineludible del cineasta de
raigambre Clase B, un técnico consumado en el difícil arte de mantener elevada
la tensión y un autor polirubro que sin grandes discursos se movía a sus anchas
en la dialéctica de lo obvio, léase esto de señalar las disyuntivas del
canibalismo comunal y los puntos muertos y las zonas grises a escala ética de
los rediles a veces interconectados del amor, los negocios, las amistades y los
vínculos públicos y privados más heterogéneos. A la mentira como moneda de
cambio se suma toda esta elegancia decrépita y la pretensión de “no
interferencia social” de los sujetos como si dicho afán fuese un derecho a la
memoria o a su contracara, la amnesia, que no tolera imposiciones del exterior,
latiguillo retomado en la floja remake de los años 80, El Poder y la Pasión (Against All Odds, 1984),
de Taylor Hackford, y en muchas obras por venir de arcanos sórdidos y
autopistas hacia una efusividad dormida, como Una Historia de Violencia (A History of Violence,
2005), de David Cronenberg, y Nadie (Nobody, 2021), de Ilya
Naishuller, por ello aquí el castillo de naipes de la estación de servicio y la
esposa en ciernes del personaje de Mitchum, enorme bestia sagrada de la
pantalla cuyos ojos, gestos, semblante sereno y disposición física cuasi felina
agazapada están planeados al dedillo, viene a tapar el dolor por la
desaparición facilista y cobarde de la femme fatale, suerte de ortopedia
emocional de los recuerdos que se desarma cuando alguien reconoce al yo oculto
del pasado y a éste no le queda otra opción más que salir de la oscuridad,
renunciar a su “segunda oportunidad” hollywoodense marca registrada y retornar
al huracán de traiciones, juegos mentales y máscaras de la más variada
naturaleza para ya dejar de autoengañarse y aceptar que algunas decisiones de
antaño no tienen marcha atrás ni pueden perdonarse.
giovedì 6 giugno 2024
Denti da squalo – Davide Gentili
un bambino orfano di padre non sa rassegnarsi.
ha una mamma forte e un amico, un po' sfigato, ma di quelli veri.
e poi c'è lo squalo.
Walter riuscirà a salvarsi da un destino segnato (o quasi), speriamo.
opera prima positiva, non sarà un film perfetto, ma riesce a convincere.
buona (orfana) visione - Ismaele
…Denti
da squalo è un inizio interessante e a
tratti originale per come mette in scena il tema del lutto. L’aspetto
insolito sta nella scelta del personaggio-simbolo dello squalo, rappresentativo
della paura e dello status di eroe al quale Walter
ingenuamente aspira. Il rapporto con l’animale-predatore è infatti proficuo al
protagonista nel fare i conti con il passato del padre.
Nella
prima parte del film, dopo il primo incontro con lo squalo, il tredicenne
subisce il fascino del mondo criminale perché quell’ambiente gli sembra la sola
via possibile per recuperare l’eredità paterna. Nell’ultima parte invece
ritroviamo un Walter finalmente pacificato con la redenzione del padre, da
sempre considerata dal figlio la causa della sua morte. Tale riconciliazione
coincide con la liberazione dell’animale in mare.
Poco
riuscite invece le rappresentazioni dei personaggi del Corsaro e del padre che
avrebbero potuto occupare un ruolo maggiore nella crescita del piccolo
protagonista.
…Si viene sbalzati fuori dai discorsi “da
grande” messi in bocca al piccolo Walter, da certe dinamiche davvero troppo
trite e ritrite, da un accompagnamento musicale che satura senza tregua lo
spazio di alcuni silenzi che così diventano inspiegabili cacofonie. Il film di
Gentile non si prende il giusto tempo per respirare e quando lo fa, come
nell’occasione dell’incontro con il personaggio di Edoardo Pesce (in poche
battute fa schizzare in alto il lato favolistico più sporco e barbaro), è forse
tardi. Anche perché in coda si aggiunge poi un finale sensato ma troppo
macchinoso, troppo mostrato alla camera, un po’ come avviene lungo tutta
l’opera con lo squalo a cui sono riservate un numero di inquadrature eccessive
ed insistite per quella che è l’aura che il film vuole evocare.
Insomma, Denti da squalo si trova nel mezzo
così come avviene per il suo piccolo protagonista. Da una parte imbocca in modo
decisamente intrigante l’idea della sospensione, del blocco, della riflessione
grazie ad azzeccatissimi incipit, lavoro sulle location e progressivo
disvelamento del mistero. Poi si concede al dire e fare le cose battendo
sentieri già noti, schiacciandoci addosso a un dramma che vuole farsi crudo,
urlato, che vuole strappare il velo dell’innocenza e allora forza la mano alla
narrazione e ai suoi meccanismi da racconto incantato.
…Il regista, tra
fiaba e reale, lancia la sua cinepresa in direzione della torre, dimora
del Corsaro, dove il paragone tra immaginario e non è palese.
La torre nelle fiabe per eccellenza è il luogo in cui la bella è in attesa del
salvatore che la liberi dalle fauci del drago e dalla sua prigionia. Qui è il
piccolo Walter che lancia un muto grido di aiuto soffocato
dall’orgoglio, teso alla liberazione dalla confusione provocata dall’assenza –
presenza paterna e dal suo confronto.
Davide Gentile,
con la sua leggenda urbana, entra nel cuore del suo spettatore, facendolo
tuffare nelle profondità delle emozioni, in un viaggio audiovisivo dalle mille
sfaccettature e contrasti, che conferiscono alla pellicola quel carattere umano
che scopre la perfezione di un essere imperfetto e che invita all’andare oltre
l’apparenza di ciò che si vede, scavalcando le barriere dell’irriflessività,
oltre i confini del pensiero prevedibile.