mercoledì 7 novembre 2012

Harry Brown - Daniel Barber

un grandissimo Michael Caine e una brava e bella Emily Mortimer (era la fioraia Lisette in “Hugo Cabret) valgono da soli il film, una storia di vendetta del giustiziere solitario.
merita la visione, sicuro - Ismaele


…Caine plays an old man with a dying wife. He lives in a London housing estate used by a drug gang as its own turf. Pedestrians are terrorized and beaten, drugs are openly sold, there are some areas understood as no-go. From his high window, Harry hears a car alarm and looks down to see the car's owner come out and be beaten by thugs. This is the daily reality.
Caine is a subtle actor who builds characters from the inside out. His voice has become so familiar over the years, that it's an old friend. In this film, he begins as a lonely, sad geezer, and gradually an earlier persona emerges, that of a British marine who served in Northern Ireland. All of that has been put in a box and locked away, he says, and thinks…

…la principale réussite du film de Barber se résume à un nom : Michael Caine. Si les plus jeunes des spectateurs seront surpris de constater à quel point le majordome de Bruce Wayne a pris du galon depuis les « Batman » de Christopher Nolan, les autres choisiront plutôt de se reporter au rude Jack Carter de « La Loi du milieu » ou au babillant Milo Tindle du « Limier », avec ce plaisir délicat qu’il y a toujours à retrouver, sur grand écran, ces hommes tout aussi grands qui surent s’imposer par le corps et par la voix. Car Harry Brown n’est pas seulement un homme qui s’effondre ; c’est d’abord, et surtout, une carrure imposante dissimulée sous un long pardessus, un visage alerte comme au premier jour, des yeux qui trahissent une émotion sourde et nostalgique, et une voix, cette voix de stentor, à mi-chemin entre l’extravagant aventurier de « L’Homme qui voulut être roi » de John Huston et le professeur / paternel tout en contenance d’ « Inception », qui le temps d’un instant égaye de sa stable certitude l’environnement en déliquescence de son fils violeur de rêves. C’est bien cela, Michael Caine : une voix enveloppante qui mène et rassure les troupes lorsque le monde semble s’effondrer. Elle résonne encore tout au long de « Harry Brown », en Harry Brown, et au-delà.


…il film non decolla e non cattura in toto perché, probabilmente, “vuole” tutto e subito. Così i sopraccitati sprazzi di realtà concrete si rivelano zavorre: quella che poteva essere una chance di aprire l’opera al confronto virtuale con lo spettatore si rivela invece un fattore creatore di distanza tra l’opera e chi la fruisce. Come esempio del problema, nonostante la viscerale fascinazione che potrebbe scatenare il personaggio di Brown (paragonabile a quasi tutti i supereroi e paladini), nonostante la quasi certa ammirazione e affezione del pubblico nei confronti di Sir Caine (che, vale la pena ripetere, regala una performance di altissimo livello), bene, nonostante tutto questo, l’immedesimazione spettatoriale col protagonista tarda ad arrivare e se si manifesta lo fa in maniera molto sfuggente: non si riesce a scivolare comodamente “dentro Harry Brown”.
A suo modo, anche questa fascinazione latente è però una forma d’apertura del testo. Dubitare, criticare ciò che viene fruito è operazione degna di lode, ma soprattutto segno di una visione di per sé stessa problematica e quindi “ricca e arricchente”: ma dal punto di vista di Barber, o più in generale, da quello della forma mentis che dà forma all’opera “Harry Brown”, si tratta di un fallimento. Lo stile pubblicitario applicato al cinema, almeno questa volta, non ha avuto buon esito. Senza considerare nemmeno da lontano le implicazioni culturali del film (il protagonista è un fascista? Fa bene o no a diventare un vigilante?
Ne ha il diritto? Lo Stato può permettere una cosa simile?), l’operazione non va a buon fine perché non riesce a catturare lo spettatore al 100%, proprio per colpa della sua caratterizzazione forte e dominante, che, però, non riesce a convincere chi guarda della bontà del prodotto “Harry Brown” con la stessa facilità con cui lo si convince dell’efficacia di uno shampoo o di una automobile. Sebbene, infatti, sia un prodotto con le cosiddette “carte in regola”, cinematograficamente superiore alla media, una visione probabilmente più avvincente e meglio strutturata rispetto a molti altri film comparabili (primo tra tutti, ad esempio, “Gran Torino”), ciononostante questa macchia alla base mina ogni salto effettivo di qualità del lungometraggio.
Fosse stato girato da un regista prettamente “cinematografico”, forse questo salto sarebbe arrivato senza troppi problemi.

martedì 6 novembre 2012

ParaNorman - Chris Butler, Sam Fell

un film bellissimo, quando esci sai hai visto un film memorabile, ti sei nutrito di Cinema.
Norman è uno che ha paura, ma deve capire e cercare di risolvere un grande problema.
da non perdere, se vi volete bene - Ismaele



… Come accade per i grandi capolavori, nei primi minuti di racconto di ParaNorman c'è già tutto il senso di quel che verrà. Norman è intento a guardare un filmaccio horror di serie B all'italiana in tv (la cui fotografia sarà il punto di riferimento visivo del film) mentre la nonna (fantasma) sostiene che "è inutile che urlino e scappino quando basterebbe parlare, ma del resto se parlassero sarebbe un altro genere di film". Allo stesso modo non è altro genere se non un horror (comico) anche ParaNorman, cartone in stop motion che sa essere parte del cinema nel senso più ampio del termine e non della sola categoria dell'animazione. Anche in ParaNorman non si parla con i morti viventi ma si corre da e verso di loro per tutti i 92 minuti indiavolati in cui Chris Butler racconta la sua storia con una tempra morale di ferro, passione per i luoghi comuni dell'horror e capacità di mostrare con una sola battuta il ridicolo che si cela dietro ogni figura. La soluzione sarà tutta nelle parole ma non potrà che arrivare alla fine, altrimenti sarebbe un altro genere di film…

…Enfin bref, L’Étrange Pouvoir de Norman est un TRES grand film d’animation. Jonglant avec les références dans un univers graphique et sonore fabuleux, je me suis laissé transporter au travers de ce film que j’ai regardé constamment avec des yeux écarquillés et des frissons plein le corps. Ce film est très drôle, très beau et parfois même très triste, abordant des thèmes oscillant entre amitié, famille et acceptation.
Si vous aimez un brin l’animation et que vous êtes amateurs de vieux films d’horreur, n’hésitez pas une seconde, je suis quasi sûr qu’il vous plaira et que vous passerez un très bon moment ! Par contre, si vous avez des enfants, je ne pourrais pas le conseiller pour ceux qui ont moins de 10 ans… Les thèmes abordés et la façon dont c’est fait, avec l’ambiance zombies (qui sont parfois impressionnants) et certaines scènes très dures, pourraient ptête choquer les plus petits.
Mais sans exagérer et hésiter, je le place très facilement dans mon top 10 des films d’animation qui m’ont marqué.

… Pendant que Guìllermo Del Toro prépare sa guerre entre robots et monstres géants, et que Tim Burtoncherche à retrouver sa grâce passée, c’est du côté de Chris Butler et Sam Fell qu’il faut regarder pour trouver la plus belle ode aux freaks depuis Hellboy II, la plus belle déclaration d’amour au pouvoir de l’imaginaire depuis Le Labyrinthe de Pan et une des plus belles équipée sauvage d’enfants/adolescents depuis des lustres. L’étrange pouvoir de Norman, c’est un peu la même philosophie que Shaun of the Dead. Rendre hommage, détourner, mais ne jamais oublier la création. Avec sa séquence d’introduction qui s’ouvre sur un film d’horreur en noir et blanc et en 4/3, pour mener vers le cœur du sujet, à savoir que Norman a tendance à voir des fantômes, dont sa grand-mère qui lui sert d’ange gardien, le bien nomméParanorman (pourquoi avoir changé un titre aussi simple ?) impose déjà une vraie signature. A partir de là, le film se démultiplie pour ne plus se cantonner à un genre en particulier mais pour embrasser toute une frange du cinéma populaire, avec deux « genres » de prédilection pour guider le récit : le teen movie et le film fantastique…

…  Con una puesta en escena maravillosa, mimosa, meticulosa y desarmante, “El alucinante mundo de Norman” fascina por la taciturna verdad artesanal que desprende cada uno de sus fotogramas. No es para todos, pero quien la goce, lo hará cosa bárbara.

Norman Babcock (Kodi Smit-Mcphee) frequenta le elementari ed è già un emarginato, solo per una piccola, inquietante stranezza: è capace di vedere e parlare con i fantasmi. Per questo, è preso in giro a morte dai compagni, in testa il viscido Alvin (Christopher Mintz-Plasse), ed è tormentato dalle incomprensioni della famiglia e della sorella civetta Courtney (Anna Kendrick). Il solo amico che gli rimane è l'altro sfigato della classe, il grassoccio e vigliacco Neil (Tucker Albrizzi). I due si ritrovano a dover fronteggiare, spalleggiati dai loro peggiori nemici, una minaccia che incombe su loro e tutta la cittadina di Blithe Hollow: la maledizione della streghetta arsa viva trecento anni prima e del suo drappello di zombie che stanno per risvegliarsi...

lunedì 5 novembre 2012

L’equipier – Philippe Lioret

Philippe Lioret ha fatto un altro bel film, non sarà grandissimo come altri  suoi, ma è un film che merita.
musiche di Piovani e una storia in un'isola lontana, con poche parole e sguardi che le sostituiscono, una storia adatta anche a quelli/e un po' romantici
buona visione - Ismaele



Camille arriva a Ouessant - l'isola dove è nata - per vendere la casa di famiglia, dove ormai nessuno più vive e che viene usata saltuariamente come abitazione di vacanza: Yvon, suo padre, è morto da dieci anni e Mabé, sua madre, è mancata l'anno precedente. Insieme alla zia Jeanne, Camille si appresta a passare un'ultima notte nella casa, non aspettandosi di fare una scoperta tanto importante: un manoscritto di un certo Antoine, un uomo che nel 1963 restò due mesi sull'isola, lavorando a fianco del padre (ai tempi guardiano del faro), per poi scappare improvvisamente. 

…L’Equipier est un film réussi, mais un film calibré. Epopée romanesque, généreuse, richement illustrée de beaux paysages bretons et de Bretons beaux comme des paysages (Torretontorretonitruant, Bonnaire troublante, Dequenne minaudant…), ultra-sécurisée par une musique dispatchant ses émotions avec la précision d’une pendule suisse, l’insulaire histoire humaine qui se joue là ne parvient à vraiment nous toucher que de manière discontinue, sans cesse menacée qu’elle est par ses limites par trop timorées…

… Quel beau film ! Empreint d’émotions fortes, bouleversant, car même si la trame de l’histoire est sans grande surprise, la façon de la filmer et de la dévoiler est superbe. Aussi grave que positif, aussi tendre que cruel, c’est un film qui vous touche au plus sensible, vraiment, une belle réussite.

domenica 4 novembre 2012

L'intrus - Claire Denis

un film di Claire Denis merita sempre, questo pure, anche se non ho capito quasi niente.
è un flusso di coscienza, ma, se devi leggere il romanzo o qualche spiegazione, qualcosa non funziona a dovere.
le immagini sono molto belle, stregano, come sempre, ma la storia non è alla portata dello spettatore (parlo per me, naturalmente) - Ismaele



L'"intruso" del titolo è il cuore che viene trapiantato a Louis, il protagonista del film. Questi intraprenderà un viaggio che, dalle nevi svizzere, lo porterà a Tahiti, dove (forse) incontrare un figlio che crede di aver avuto anni prima con un'indigena del luogo. Il film è un on the road destrutturato e sconnesso, in cui la Denis scompagina continuamente le carte, tanto da rendere impenetrabili — e quindi più veri — i gesti e le azioni del protagonista e dei personaggi che egli incontra.

La potenza evocativa della sola colonna sonora basterebbe per farne un assoluto classico contemporaneo. Ma, come al solito, i nostri critici restano immancabilmente turbati per qualsivoglia segnale di audacia narrativa o stilistica. E, come si poteva prevedere, un film «diverso» come L'intrus di Claire Denis non ha avuto il minimo riscontro critico nel nostro paese.

da qui

 

… Dal gelo e dalle coltri innevate innevate della Svizzera, simbolo di un'emozionalità mai vissuta e irrisolta, al mare tahitiano, aperto e sconfinato, speranza di recuperare i valori più importanti, come un figlio mai conosciuto. Claire Denis descrive il cammino di Louis con un approccio troppo cerebrale, coinvolgente a tratti quanto irritante nell'inspiegabile finale, affascinando tutti coloro che vogliono trovare forzatamente significati nell'illeggibile e infastidendo chi dal cinema desidera emozioni.

da qui



A frustrating, non-linear meditative portrait of a hard, lonely man in search of a heart. He lives in the wild, has a very dysfunctional non-relationship with his son who is a caring father, supposedly has another son in Tahiti after an old fling, has heart trouble and undergoes heart surgery. The movie isn't about plot however, but about mood, the inner imaginings of the heart and mind. Fantasy and dreams blend with reality to the point where you can't tell which is which. The man goes around the world in search of a son, another son, a ship, entertaining company, sex, comfort. He is hounded, probably in his mind, by Russian illegal organ transplant criminals who torture him as payment, leave a horrible scar and tell him he has an empty heart. Intruders in his body, his heart, his house, who he kills. The movie, despite its visual poetry, fails however because it doesn't add up to anything, neither logically, psychologically nor emotionally. Slow and unrewarding. 

…It’s difficult to explain how willfully dislodged from narrative convention Claire Denis’ The Intruder is. It’s fucking abstract. And beautiful. You could say it’s about a man’s globe-trotting attempts to get a heart transplant and find his long-lost son, but that shortchanges Denis’ hypnotic, elliptical, commercially legless vision and its severe resistance to spoon-fed storytelling. Parts threaten to burst into an espionage thriller of some sort, others vanish into an existential ether. The initial effect feels trapped somewhere between David Lynch’s non-sequitur free-association and Bruno Dumont’s poker-faced shock tactics. Yet that seems too easy and superficial. It’s a cliche to say this, but The Intrudermost resembles a dream: beautifully meandering, fluidly unspooling, and engaging the subconscious with its evocatively switching landscapes, dissolving plot threads and lucid scope cinematography. Great score by Tindersticks’ Stuart Staples, who orchestrates ominous shards of discordant melody that recalls Neil Young’s work on Dead Man. Don’t miss this one, ‘cos it ain’t returning.

venerdì 2 novembre 2012

Amour - Michael Haneke


Questo è un film osceno, nel senso che sceglie Carmelo Bene, qui si rappresenta quello che è fuori dalla scena, quello su cui di solito al cinema si sorvola, la vecchiaia, il dolore, la perdita di dignità, la disperazione della fine.
Emmanuelle Riva (già vista qui, oltre che in “Kapò”) e Jean-Luis Trintignant, sotto la guida di Haneke, regalano allo spettatore tutta la debolezza e le difficoltà della vecchiaia, senza risparmiare niente, senza pietà per noi.
da non perdere mi sembra il minimo - Ismaele



…Un enfer total pour la cellule familiale et une tragédie absolue. Le plus touchant dans ce genre de situation est de voir une incarnation de la sagesse retomber petit à petit dans la petite enfance, donnant tout leur sens à ces moments de lucidité de plus en plus rares. C’est la vie que film Haneke, fièrement caché derrière un couple de comédiens qui ont accepté le challenge avec courage et sont tout simplement incroyables à l’écran. Jean-Louis Trintignant et Emmanuelle Riva, symboles même du cinéma, s’élèvent littéralement dans Amour. Filmés au fond des yeux, au plus près des blessures de leur âme et de leur chair, tandis que la fille, symboliquement interprétée par Isabelle Huppert (la « fille » de Michael Haneke quelque part) reste le point d’ancrage du spectateur qui sort de cette merveille comme d’une rencontre brutale avec un rouleau-compresseur.
Amour est un film d’une puissance émotionnelle qui n’a que peu de concurrence, sans pour autant appuyer sur les curseurs du pathos facile. Et l’acte monstrueux , ou qui peut être considéré comme tel, qui scelle le récit, est une des plus belles déclarations d’amour que le cinéma ait pu donner. C’est magnifique.

…chi scrive vuole suggerire un’apertura al simbolo da parte dell’autore, ciò deriva da un’interpretazione del tutto soggettiva per cui prendetela con le pinze: il punto è… l’acqua, alcune delle scene fondamentali della pellicola rivelano la sua cruciale presenza: nella prima amnesia di Anne tutto ruota intorno alla chiusura di un rubinetto, successivamente vediamo la donna stesa vicino alla finestra (voleva buttarsi giù?) mentre fuori diluvia, nell’inquietante parentesi onirica Trintignant giunge in un pianerottolo del palazzo completamente allagato, infine sempre Georges reagisce in modo violento (e ciò può fungere da campanello d’allarme) al rifiuto della moglie ormai moribonda di bere un sorso d’acqua. Vista l’intransigenza di Haneke nell’attenersi al suo stile asciuttissimo anche solo avvertire la presenza di variabili “metaforiche” (l’acqua = sorgente Vitale vs. Morte?)  rappresenta una discreta novità (forse il finale deLa pianista [2001] è l’unico caso di slancio oltre la cronaca dei fatti); ad ogni modo vi sono constatazioni meno azzardate in questo campo, mi riferisco alla presenza del piccione (tra l’altro il disegno di un volatile campeggia anche nel soggiorno di casa) e all’importanza scenica che gli si dà (magari per caricarlo come elemento libero o esterno), senza dimenticare i due belli e dolenti strappi surreali in cui Anne si mostra agli occhi di Georges come se non fosse successo niente.

…Le mal qui ronge Anne du jour au lendemain, lié au vieillissement, n’a rien d’une maladie extraordinaire. Mais face à ses conséquences dramatiques, le personnage de George est mis à rude épreuve. Pour autant, le jeu de Trintignant reste ténu, ne s’autorisant aucun affaiblissement ni débordement. Une remarque du concierge, monté à l’appartement du couple pour donner un coup de main, vient asséner un coup de grâce en traduisant une pensée générale : celle que l’abnégation, dans de telles circonstances, tient tout simplement de l’héroïsme. Et à l’image de George qui ne vacille pas, le film tient bon et ne tombe jamais dans le mélodrame.

Bien qu’il soit d’une grande dureté, renvoyant à notre propre fatalité, le film « Amour » sert donc un propos d’une grande beauté, que la mise en scène sobre de Haneke rend d’autant plus vibrante. Dans une très belle scène du début, Georges raconte à Anne une anecdote selon laquelle, quand il était enfant, il croisa un voisin en revenant du cinéma. Il s'arrêta pour lui raconter l’histoire du film, qui l’avait beaucoup ému, mais il se mit à pleurer et ne put terminer son récit. Le film qu'avait vu le jeune George aurait pu être « Amour ». Chacun y vivra son propre raz-de-marée, condamné à être hanté pendant longtemps par le chef d’œuvre auquel il vient d’assister.


…Emmanuelle Riva e Jean-Luis Trintignant si trovano nella pellicola di Haneke in una colossale interpretazione, sono moglie e marito, Anne e Georges anziani insegnanti di musica in pensione, la cui vita viene sconvolta da una malattia aggressiva e inaspettata che affligge la donna, immobilizzandone parte del corpo.
Lei costretta a un vivere che la priva sempre più della dignità. Lui indaffarato nel prendersi cura di lei in un cammino faticoso e lacerante. Il percorso è duro e sfiancante ... La morte e il morire che perlopiù possiamo sperimentare sono il morire e la morte degli altri, di quelli che ci circondano e se la morte, per quanto assurda e imperativa, può essere compresa come condizione stessa del vivere umano … il processo del morire, invece, non solo manifesta la fragilità umana, ma ne mette in questione la dignità. L'esperienza del morire dell'altro è allora una domanda che interroga l'uomo direttamente su cosa renda vita una vita. Che lo chiama a comprendere anche l'amore in nuove forme, in insoliti gesti.
L'arte cinematografica di Haneke al suo meglio è una visione stupefacente; cruda e crudele, violenta anche…

…Con il sadismo verso i propri personaggi (che poi è sadismo verso lo spettatore che si identifica in essi) che lo contraddistingue, Haneke cerca di far esperire a tutti quell'esperienza di estrema dedizione tramite immagini spesso perfette (lo stanzino in cui il marito si trasferisce per lasciare alla moglie il letto è il simbolo stesso del sacrificarsi, l'affaticata lentezza con cui si muove Trintignan sa essere più esasperante delle urla della malata) e come si conviene negli ultimissimi minuti tira le fila di tutto, senza negarsi un paio di scene madri che tirano fuori la lacrima.
Nonostante quindi anche stavolta il teorema filmico di Haneke sia perfetto, rimane l'idea di un film dalle aspirazioni e dai risultati inferiori rispetto al passato. Senza sconfinare nel territorio sentimentale puro di Mike Leigh, Amour bazzica dalle parti di Another Year, senza averne la potenza; mostra una figura retta indefessa, senza mai calarla in contesti che mettano alla prova le sue convinzioni ma testandone solo la tenacia.
E' insomma un film di resistenza Amour, più che di amore vero e non è detto che, in questo senso, il titolo non stia lì a mettere in dubbio la spinta che muove il protagonista.

giovedì 1 novembre 2012

Ho ucciso mia moglie (La poison) - Sacha Guitry

uno di quei film dalla sceneggiatura semplice e perfetta, con un grandissimo Michel Simon.
cinema da non perdere - Ismaele



Dans un petit village de Normandie, Paul Braconnier ne peut plus supporter sa femme, alcoolique et odieuse qui le lui rend bien. Chacun projette de tuer l'autre… La poison est d'abord une petite merveille d'écriture : le scénario est simple, reposant une idée brillante et même plausible. Sacha Guitry a écrit là une superbe variation du crime parfait. C'est aussi une petite merveille d'interprétation : Michel Simon joue avec un naturel et une expressivité rare. Quand on sait que le film a été tourné en onze (oui, onze!) jours, Michel Simon ayant demandé à Guitry de faire le moins possible de deuxièmes prises(!), on n'en est que plus admiratif. Enfin, c'est aussi une petite merveille d'humour noir qui s'amplifie au fur et à mesure que le film avance et dont l'apothéose est le procès final, jubilatoire.

…Le tournage du film ne dura en conséquence que 11 jours, que le comédien décrira des années plus tard comme « le meilleur souvenir de sa carrière. » Malgré tout, le douziime jour, l’équipe fut réunie à nouveau pour un prologue, resté célèbre, où le cinéaste apparaît saluant un à un tous les artisans de la réussite de son film, signant en particulier une dédicace formidablement élogieuse à l'endroit de son comédien principal (image ci-contre à gauche).,,
…”La Poison” ne se contente pas d’être un pamphlet quasiment anarchiste sur les systèmes judiciaires humains, et en particulier sur l’intégration de la morale à la justice (Braconnier lâchant à son avocat, à propos des procureurs et des juges : « Comme ils sont hypocrites ! ») : c’est également une satire assez mordante sur la France profonde de l’après-guerre, celle des petits villages où le "tout le monde connaît tout le monde" n’est jamais loin du "tout le monde médit de tout le monde"…
…Sacha Guitry aura donc trouvé dans ”La Poison” son ton nouveau, un ton unique, sans cesse magnifié par cet esprit incomparable qui fait de lui l’un des plus (sinon le plus) plaisant(s) des dialoguistes français. Car on pourrait louer à l’infini l’élégance inouïe de cette plume, ici trempée dans le vitriol, qui sait pondre les aphorismes et les répliques comme une couveuse de gala, et qui triomphe dans une plaidoirie finale prodigieuse de finesse et d’amoralité…

martedì 30 ottobre 2012

Bellas mariposas - Salvatore Mereu

evitare il paragone con il libro è necessario, dopo di che si parla del film.
la prima parte è davvero bella, poi la storia diventa un po' dispersiva, troppa roba da far stare in quel 3 agosto, ma complessivamente è un film che merita di essere visto.
Caterina e Luna sono bravissime, la maga sta meglio nei film del marito (senza offesa).
il cinema vi aspetta - Ismaele


…Lo sguardo di una piccola donna, con un'esistenza ancora in boccio sospesa sulle infinite possibilità del futuro, disegna panoramiche imprevedibili (dall'interno) di un microcosmo in cui i riti di passaggio sconfinano nella violenza: sulla falsariga del romanzo breve di Atzeni, Mereu si affida alla voce di Caterina (aspirante rockstar) per rendere concrete e visibili quelle minute tragedie fra campi e cemento. Schegge impazzite di una società allo sbando dove la famiglia diventa teatro di incertezze e abusi abitano l'universo dell'adolescente Cate con i primi amori e delusioni, e lei ne parla con la franca saggezza di chi sa troppo per non giudicare gli adulti che danno il cattivo esempio, non rispettano le regole e sopravvivono ai margini della legalità. Cronaca di una giornata normale ma non troppo, nel gioco della finzione (quasi da reality) di un pubblico immaginario, o un diario cui affidare pensieri e segreti, tra la meraviglia di un tuffo al mare nelle acque cristalline del Golfo degli Angeli, spazio di libertà, mentre sul lungomare Poetto restano in vigore le regole e differenze di classe tra stabilimenti e spiaggia libera, e i pericoli e le tentazioni della metropoli. In controluce la fatica di sottrarsi a quel destino già scritto, dipinto nei colori della povertà e della lotta per la sopravvivenza, dove ogni piccola gioia ha un prezzo alto, anche troppo alto, da pagare: la consapevolezza e la precoce maturità di Caterina si scontrano con tratti quasi infantili, come la disponibilità a credere che un miracolo si avveri, e uno spettacolo di morte si trasformi come per magia in un nuovo capitolo più allegro dell'esistenza...


Sardinian helmer Salvatore Mereu, who directed the wonderfully observant, regionally flavored "Three-Step Dance" and "Sonetaula," drops the ball hard in "Bellas mariposas." Except as maybe an audiovisual cheat sheet for everything that become undone in Italy after years of Berlusconi's reign -- including such fundamentals as morals, good taste and intelligence -- this bafflingly mannered story shows how ordinary folk, including young teenage girls, are ruled by their sexual appetites, desire to procrastinate and expectation to receive money without working for it. Beyond local play burn the fires of ancillary hell.
Cate (Sara Podda), who frequently addresses the camera, noting the time, comes from a large nest of siblings that includes a prostitute sister (Silvia Coni) with two infants, and a gun-toting, big-dicked brother (Simone Paris). Her father (Luciano Curreli) sleeps with everything that has at least two breasts, and lives off a disability pension, though he's not disabled. Story follows Cate and her BFF (Maya Mulas) for one day, with activities including swimming, eating ice cream and biting off the member of someone who pays them for fellatio. Assembly's more refined than the characters.

…Cate è il fulcro della vicenda, guidando lo spettatore attraverso quest’universo intricato e delirante. Non costituisce però l’unico asse portante del film, che accoglie come narratori occasionali tutti coloro che gravitano intorno a Cate. In questo modo ogni domanda occasionale o litigio tra la protagonista e i suoi familiari diventa occasione per una divagazione strutturale: un cinema, insomma, all’interno del quale l’interruzione dei dialoghi e le pause sono elementi metalinguistici. I fatti narrati in Bellas mariposas coprono la antonomastica durata delle 24 ore e si dipanano tra le increspature di un’ambientazione viscerale; l’argomento non può che essere un giorno nella vita di Cate, una sorta di piccola Amélie Poulain. Lo sguardo di Mereu illumina una vicenda che si impone grazie all’affabile godibilità della trama, pur ritraendo scampoli di vita drammaticamente bassa. L’assenza di filtri è forse la principale prerogativa della regia, che si sviluppa sconnessa e irregolare, ma mai sottotono. Nell’ambivalenza dello stile di Mereu si intravede ora il disincantato iperrealismo alla Scola, ora il misticismo paesano alla Fellini, mentre i richiami più attuali sono i racconti familiari di Virzì. I paragoni sono utili per definire le caratteristiche di Bellas mariposas, ma sono, come sempre, da soppesare con cautela: il rischio è che non rendano giustizia a un film autentico e molto personale…

…alla fine anche Mereu si è perso; e il linguaggio piatto e incoerente a cui ha costretto i suoi attori (compresa Micaela Ramazzotti con il suo l’improbabile mix roman-napoletano, lontanissimo dal senso del racconto) ha condizionato anche la sua regia, stavolta meno felice che nelle precedenti occasioni, benché proprio stavolta più che mai servisse realmente uno “sguardo d’autore” capace di dare sostanza cinematografica alle suggestioni evocate da Atzeni. Peccato, perché quella di far parlare “in camera” la protagonista è stata un’idea felice, ma non è bastata a colmare i vuoti e le lacune di un film che appare non risolto, incompiuto.
A Mereu resta il grande merito di avere poggiato lo sguardo su una realtà tragica come quella delle periferie cagliaritane, che dopo Atzeni pochi altri hanno avuto il coraggio di indagare. Cate e Luna esistono veramente, ma fino a quando volteremo ancora lo sguardo?...
da qui