mercoledì 9 ottobre 2024

Dove non ho mai abitato – Paolo Franchi

una storia d'amore che sconvolge Emanuelle Devos e Fabrizio Gifuni, e come le belle cose, dura poco, lei tornerà a Parigi, lui diventerà l'erede del grande architetto.

un film non urlato, poche parole e tanti sguardi.

buona (amorosa) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo, su Raiplay

 

 

Dove non ho mai abitato è un film che coinvolge da subito e che trascina in un alternarsi di emozioni che vanno dai sorrisi al pianto come in pochi altri casi. I due protagonisti, Emanuelle Devos e Fabrizio Gifuni, sono straordinari nell’interpretare due personaggi che si rivelano nei piccoli gesti, nelle parole sussurrate, nel non detto. I loro sentimenti reciproci si percepiscono in un lento ma inevitabile crescendo che li porta ad avvicinarsi e a dare la sensazione di non poter più fare a meno di questi pochi attimi rubati alla loro quotidianità. Il vedersi per seguire gli ormai quasi terminati lavori di una casa creata ad hoc per una coppia di neosposi innamorati è il momento in cui torna a splendere il sole di una città che li ha ingrigiti nell’anima.

Il regista, Paolo Franchi, riesce a costruire una storia fatta di pochi elementi ma chiari e che vanno dritti al punto. Tutto è organizzato affinché nulla sia superfluo, non un’inquadratura in più, non una battuta, non una location.

Ogni elemento è studiato e funzionale agli eventi ed all’empatia che si vuol far provare allo spettatore il quale, dall’inizio alla fine, non può che sentirsi partecipe del racconto. Perché, ciò che si vede sullo schermo è, in fondo, anche la nostra vita.

Negli occhi dei protagonisti, nei loro imbarazzi e nelle loro lacrime, ma anche nei loro sorrisi e negli improvvisi momenti di felicità, ci siamo tutti noi e tutte le nostre scelte.

Guardare Dove non ho mai abitato è un po’ come guardarci allo specchio, uno specchio che ci racconta quello che potremmo essere se chiudessimo le porte al vero amore, che sia una persona o una passione, e come sarebbe la nostra vita se ci arrendessimo troppo presto. Da non perdere.

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…Tanto enigmatici e ambigui erano stati i lavori precedenti, tanto è scoperto e dichiarato il nuovo: da un lato, "Dove non ho mai abitato" ci presenta i protagonisti e la loro chiusura verso il mondo, che il regista si preoccupa di destabilizzare con la progressiva messa a nudo delle loro personalità e con il ribaltamento dei rapporti di forza tra le parti; dall'altro, procede a un impiego delle immagini e dei suoni che, in maniera coerente, sono utilizzati per fare da diapason agli stati d'animo di Francesca e Massimo. A differenza di altre volte, la regia di Franchi ci sottrae il corpo dei personaggi e quindi la loro carnalità per restituirceli - attraverso un'abbondanza di primi piani - nella misura che li contraddistingue dal punto di vista sentimentale. Ed è proprio il lavoro di sottrazione operato prima sul testo della sceneggiatura e poi sul set, lavorando sulle interpretazione trattenute dei bravi Emmanuelle Devos e Fabrizio Gifuni, a costituire la parte migliore del film, insieme alla combinazione tra la rarefazione della resa attoriale e la presenza decisa di musica (Pino Donaggio) e fotografia (un Fabio Cianchetti in versione depalmiana) che, insieme, concorrono a definire i tratti di una passione a lenta combustione. Semmai, abituati alle vertigini cinematografiche di Franchi, la coerenza di "Dove non ho mai abitato" lo fa sembrare a tratti semplificato e un po' scontato. Forse ha ragione Franchi nel dire che ai critici non va bene niente e, comunque, pur fidandoci delle nostre sensazioni non ci sentiamo di sminuire la bontà del suo lavoro.

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lunedì 7 ottobre 2024

Girotondo, giro attorno al mondo - Davide Manuli

Giuliano perde il suo migliore amico per un'overdose di droga, entra in crisi, smette di drogarsi e, dopo un po', si innamora di Serena, una prostituta incontrata per strada.

il film è in bianco e nero, è sorprendente quasi come un thriller, ogni scena è memorabile, gli attori sono davvero bravi, e il regista, che anche ha scritto il film, non è mai banale e prevedibile.

il film è girato in Francia, qualche volta i dialoghi sono in francese.

un questo film eccezionale è straordinaria la vecchietta francese, nel suo dialogo con Luciano, in attesa di Serena.

un gioiellino da non perdere.

buona visione - Ismaele

 


 

 

 

L’emersione storica della pellicola appare la traslazione di ciò che viene raccontato al suo interno: è una storia da oblio, film non identificato dove i suoi protagonisti sembrano, sono fantasmi erranti, quindi morti: non c’è pace, l’estasi allucinata risiede nella musica a 140 bpm, non c’è luogo, le cartoline da mondi paralleli, e che siano discariche o cessi di bar di provincia poco importa, non c’è parola, inglese francese italiano, l’identità è incerta, multiculturale, spaccata, volatilizzata, eppure, sorprendentemente, c’è amore: sincero perché fra gli ultimi, fra due che hanno pestato il proprio passato, di lividi divenuti tatuaggi, trip lisergici, tipi psichedelici, ingenui (come ingenuo è l’ultimo dialogo) che però trovano l’amore, riemergono, e il dramma assurdo costellato da maschere pasoliniane sotto effetto di LSD diventa fiaba, sporca, fetida, laida, ma comunque, in qualche modo, con un lieto fine.

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Erroneamente paragonato ad Amore Tossico di Caligari e a Trainspotting uscito pochi mesi prima, Girotondo è qualcosa di estremamente più radicale, senza il benché minimo orpello o aggancio pop, nemmeno così focalizzato sul fattore droga ma panoramicamente, desolatamente conficcato nel cuore di un disagio sociale più esteso e nel contempo più sottile e non semplificabile; senza inni pop e colori, con surreali, convoluti dialoghi quotidiani e martellanti musiche techno a scandire i malandati pomeriggi dei sopravviventi e sopravvissuti.

E’ un film retrospettivo sul dolore, un tributo (per usare le parole di Manuli“alle tante persone perse prima e durante le riprese”, dove il vagare senza meta e senza prospettive degli emaciati protagonisti (su tutti il bravissimo, iconico Curreli) tra Milano, Roma e Parigi diventa una delocalizzata, universale processione di disperazione ed ottundimento generazionale. Manuli torna a qualche anno prima, all’eroina e al vagabondaggio di ventenni e trentenni senza salvezza, allo spettro dell’Aids e della scomparsa di corpo e di pensiero. “Voglio lasciare un segno, ci sono passata anch’io su questa fottutissima terra”, grida una delle protagoniste di Girotondo, chiedendo di essere messa incinta da Angelo, sillabando così il devastante manifesto di una gioventù in evaporazione.

Un film condannato dalle leggi di mercato, ma a cui occorre restituire giustizia e di cui è impossibile non respirare l’anima, logora ma furente, di una generazione tradita. Un film che puzza di vita.

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Luciano Curreli è Angelo, il protagonista, un personaggio bellissimo, fragile, aperto, che lascia la droga dopo aver perso il suo migliore amico e aver incontrato la prostituta Serena (Sarah Boberg), straordinaria nella sua bellezza di angelo ferito, luminosa e tagliente. Due attori, due volti capaci di bucare lo schermo e conficcarsi dritti nell’occhio della cinepresa e di riflesso nel cuore e nella testa di chi guarda.
Manuli racconta un mondo sfatto e ai margini, intriso di morte, dolore, vita, gioia, amore, droga, favola, comprensione, umanità, senza la benché minima ombra di retorica, affidandosi al linguaggio di una cinepresa che aderisce alla naturale fotogenia degli attori. Senza compiacimento, ma solo spinto da un’urgenza e una necessità palpabili. Così, lontano dalle edulcorazioni della fiction, tutto sembra vero, sentito, sofferto, vissuto. E in queste sue “aperture”, in queste sue fughe spericolate a cavallo di un racconto che procede per sussulti, squarci e passaggi di natura biologica più che logica, c’è tutto il film preso nel suo “farsi”, il film come lavoro di set, di sceneggiatura scritta e rimaneggiata direttamente sul posto, al momento delle riprese, resa elastica e dirompente dalle dinamiche degli attori, dalla cinepresa a spalla che li segue in ascolto, dai toni e dalle facce giuste, dai luoghi reali, dall’improvvisazione, in qualche modo, che fa pensare ai momenti più liberi di un Cassavetes.

È inidentificabile e apolide, l’operazione di Manuli. Indipendente, certamente. Ma anche fuori dal tempo, allucinata, estranea al caos contemporaneo, capace di stare sul crine di un cinema che rilegge, con naturalezza e per pura necessità di espressione, le immagini libere e fiammeggianti degli anni ’60 e ’70, quelle delle nouvelles vagues impetuose e travolgenti (l’uso dello zoom a mano, furioso e selvaggio; un certo montaggio sincopato; la macchina a spalla a seguire le camminate degli attori…), ma anche quelle affacciate sul baratro di senso postmoderno della New Wave del cinema francese anni ’80, dove le storie avevano meno importanza dei personaggi (il rapporto uomo-donna tra i due protagonisti fa pensare al primissimo Luc Besson, mentre la sequenza nel caffè, con i suoi ospiti bizzarri, è un misto tra Godard e Beineix). E ancora i brevi e fulminanti quadri in cui i personaggi si rivolgono direttamente alla macchina da presa, o il mondo del circo e delle comunità nomadi, che fanno venire in mente il primo Kusturica.
La polifonia linguistica è un altro punto di forza del film, girato per un buon 70% da attori francesi in francese e con alcune battute di dialogo in inglese. L’italiano diventa allora una lingua tra le tante, e neanche la più importante; e tutto questo, inevitabilmente, porta al film un tangibilissimo quid di verità in più…

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domenica 6 ottobre 2024

Due bianchi nell'Africa nera – Bruno Corbucci

Franco e Ciccio lavorano in un circo, insieme al loro scimpanzè Filiberto, vengono portati in Africa ed è tutto uno spettacolo, quando ci sono Franco e Ciccio (quasi sempre).

ci sono Tarzan e Jane, Franco e Ciccio sono strepitosi, alcune battute sono memorabili.

cercatelo e godetene tutti.

buona (africana) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo

 

 

Fa "una tenerezza paurosa" (Giusti): vero. Credo che certe cose, benché datate, si apprezzino (=recuperino) più ora di allora: Rizzo che fa il tedesco (e dice "scimpànzo"), Andronico che è Miguel Berrendero (vedi pubblicità Talmone), Franco che canta ogni cosa sull'aria di "Faccetta nera". E che dire di quell'inverosimile giungla, palesemente ricavata dalla zone tirreniche (dovremmo essere su un lago costiero, forse quello di Fogliano)?. Gag basate su titoli di film, di romanzi, sul Risorgimento: come il solito, ma non poche funzionano. Vale.

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Questa volta il simpatico duo gioca con il filone di Tarzan, i documentari esotici e RIUSCIRANNO I NOSTRI EROI A RITROVARE L'AMICO MISTERIOSAMENTE SCOMPARSO IN AFRICA? (Non stanno cercando nessuno! Ho citato il film di Scola solo perch'è una scena ne è praticamente la parodia/omaggio!!!). E poi ci sono mercenari, sabbie mobili, splendidi paesaggi, cannibali, etc. Memorabile la battuta: "Non è ancora ora di dire AFRICA ADDIO!".

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Il film è una farsa di modesto spessore, interessante perché contamina un sacco di generi in voga e li stravolge in parodia: mondo movie, avventuroso, cinema cannibale, comico-esotico, Tarzan in gonnella (Gungala, Tarzana…), pochade, Tarzan-movie, film circensi, romantico-avventuroso e le pellicole con protagonisti gli animali. La pellicola è dedicata a un pubblico di bambini che ancora oggi sono in grado di apprezzarla e di sorridere alle evoluzioni di Filiberto. La scimmia ammaestrata è una vera attrice: scrive a macchina, fa la barba a Franco, apre le gabbie, mette i vestiti in valigia…I siparietti con Franco sono molto comici, anche perché l’attore - dotato di un volto mobile - è bravissimo a imitare la scimmia. Riferimenti alti si possono trovare nella moda della commedia terzomondista stile Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa (1968) di Ettore Scola, ma in alcuni dialoghi viene citato anche Africa addio (1966) di Gualtiero Jacopetti. Bruno Corbucci saccheggia molti documentari africani e qualche mondo movie per le sequenze (con diversa fotografia) che implicano la presenza di elefanti, leoni, giaguari, serpenti e altri animali esotici. Elefante e scimpanzé sono veri e provengono da un circo. L’Africa è periferia di Roma, campagna del litorale laziale, perché il film è girato al risparmio e il regista stringe il campo delle immagini per non fornire mai uno sguardo d’insieme e cerca di far credere - con qualche trucco scenografico - che siamo nella savana…

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venerdì 4 ottobre 2024

L'iguana dalla lingua di fuoco - Riccardo Freda

Luigi Pistilli è un commissario che indaga su una serie di omicidi (a Dublino) che hanno qualche relazione con un ambasciatore.

l'assassinio di tutti gli omicidi (meno il primo) sarà una sorpresa.

il commissario (Pistilli) riesce a capire tutto.

un film sottovalutato, merita più di quel che sembra.

buona (diplomatica) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo



 

Anche se nel giallo argentiano si trovano innumerevoli esempi migliori, questo film di Freda possiede il tipico e innegabile fascino anni '70. Sceneggiatura piuttosto confusa e omicidi sadici ma diretti frettolosamente, però ci sono un intrigante spunto di partenza (il delitto all'ambasciata Usa con la polizia frenata dall'immunità diplomatica) e una buona tensione nel finale. Non male il cast - con Pistilli in uno dei suoi rarissimi ruoli da protagonista, una deliziosa Lassander e discreti comprimari - e le musiche di Cipriani.

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La trama appare goffa, scombinata e spesso paradossale, si susseguono fatti inspiegabili che in nessun modo il reale assassino avrebbe potuto mettere in atto (il gatto della madre di Norton ucciso e riposto nel frigo di casa, per esempio). I personaggi usano spesso e volentieri frasi ambigue quasi a voler insinuare la propria colpevolezza (“Tu non sai di cosa sono capace“, “L’assassino è un professionista… come me!“), alcune battute cascano persino nel ridicolo (si veda la citazione d’apertura). La sceneggiatura appare spesso grossolana e frettolosa, l’interpretazione degli attori non di rado svogliata (persino Pistilli che è uno dei pochi che si salva appare fin troppo calmo per i suoi standard). La fotografia è troppo buia. Alcune scene piuttosto riuscite ci sono (un cadavere trovato su un letto di fiori, il traumatico flashback del detective Norton, la scena in cui la Lassander fugge dall’assassino gettandosi nel fiume) ma in generale si respira un’atmosfera troppo lenta e sovente noiosa. Avrebbe potuto essere un buon film, e invece supera a malapena la sufficienza. Da sottolineare comunque una velata critica sociale verso la classe borghese, attraverso l’analisi morbosa delle pulsioni e degli scheletri nell’armadio che nasconde la famiglia dell’ambasciatore, vero e proprio microcosmo deviato all’interno di una Dublino tranquillissima. Discreta la colonna sonora di Stelvio Cipriani.

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Giallo all’italiana mediato dalla rivisitazione del mistery inglese: operazione che non si preoccupa affatto di scivolare nell’inverosimile, nel grottesco e nemmeno nel kitsch volontario. Modus operandi che Freda utilizza abilmente anche con la spettacolarizzazione delle psicologie, che vengono gettate sullo schermo urlanti e senza un minimo di spiritualità. Un “indovina chi?” livido e morboso, sovrastato- in ogni sequenza- da una location atipica ed elegantemente nefasta. Sottovalutato.

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Riproposto più volte nel corso del tempo con giudizio di mediocrità totale, io, invece, a seguito di questa mia ulteriore rivisione l'ho trovato semplicemente sublime.

Non c'è tregua che tenga o calo di tensione e i plot twist si susseguono a catena.

È evidentissima la voglia di Riccardo Freda (qui accreditato con l'insolito pseudonimo di Willy Pareto) di mettere in risalto il suo gusto estetico di raffinatezza: dalla casa e le abitudini di una certa diplomazia di provincia fino alle strade e locali di una Dublino immersa nella perdizione del tempo.

Anche se la spiegazione del titolo è piuttosto banale (una spicciola metafora riassunta in venti secondi in un'ora e mezza di film), la parte gialla, escludendo alcune lungaggini francamente evitabili, funziona discretamente e anche il finale, pur leggermente eccessivo, è sorprendente, anche per l'improbabilità e l'assenza di un movente vero e proprio del colpevole.

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giovedì 3 ottobre 2024

Vermiglio - Maura Delpero

un film sorprendente e coraggioso, ambientato in un villaggio trentino, un secolo fa, quando tutti, o quasi, non parlavano la lingua italiana.

un racconto pieno di bambini, che capiscono tutto.

una figlia del maestro, Lucia, s'innamora di un siciliano che torna dalla guerra e si ferma in quel villaggio, Pietro e Lucia si sposano, e arriva un bambino, ma il padre non c'è più.

le donne devono solo obbedire, ma ormai un vento di libertà ha cominciato a soffiare.

Maura Delpero ricostruisce fedelmente un mondo che non c'è più, e che un po'. almeno per sentito dire, abbiamo conosciuto tutti, che in quei paesi non ci siamo nati.

Vermiglio ha un'aria di Piccolo corpo, che racconta una storia di una mamma con un bambino.

non perdetevi questo film di oggi che racconta storie di ieri.

buona (resistente) visione - Ismaele

 

 

 

 

…“Vermiglio” è un film che riesce a far emergere la vita di una famiglia immersa in una realtà rurale e immutabile, raccontando con delicatezza e crudezza il peso della tradizione e della sottomissione femminile. Con una regia semplice ma potente, Maura Delpero offre uno sguardo sincero su un mondo ormai perduto, mantenendo viva la memoria di una cultura e di usanze che il tempo ha spazzato via. Un’opera che parla al cuore dello spettatore, rievocando atmosfere verghiane attraverso una narrazione lenta e suggestiva.

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Richiamandosi al cinema della vita contadina di Ermanno Olmi e sulla scia di quello più recente proposto da Alice Rohrwacher, Maura Delpero firma il suo capolavoro attraverso un racconto lirico in cui il rigore della forma trova corrispondenza nella scelta di sottrarre le sequenze al movimento, affidando l'efficacia del risultato alla fissità della mdp (metafora anche della chiusura del mondo in cui vivono i personaggi), pronta a cogliere l'umanità dei protagonisti nella concentrazione dello sguardo così come  nella plastica composizione della postura di un'intera epoca.
La bravura della Delpero è quella di continuare a ragionare sui temi che le sono consoni cambiando per intero la geografia umana e paesaggistica dei suoi orizzonti. "Vermiglio" è un'opera seconda che non smentisce la prima, riuscendone addirittura a migliorarne i pregevoli risultati. Almeno per chi scrive il film si candida al premio per il miglior film e interpretazioni. Tra queste ultime oltre a Tommaso Ragno, Carlotta Gamba e all'iconico cameo Sara Serraiocco, non si può fare a meno di citare le meravigliose Martina Scrinzi, Rachele Potrich e Anna Thaler, attrici esordienti a cui speriamo il cinema italiano sia capace di dare altre possibilità per esprimere il loro talento.

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È un film affascinate e ipnotico Vermiglio, costruito su costanti ellissi narrative nelle quali gli eventi accadono spesso in fuori campo (come per il destino di morte di Pietro) lasciando a noi spettatori la condivisione delle conseguenze umane. Il dramma si insinua silenzioso nella quotidianità, nel fluire della vita e delle stagioni, come correlativo oggettivo di una difficoltà a far collimare l’azione al sentimento. Pensiamo al bellissimo personaggio di Ada e alla sua ricerca identitaria posta sullo sfondo di una tragedia collettiva (la guerra) e di una tragedia privata (il destino della sorella Lucia incinta) che reclamano il primo piano. Eppure Ada è capace di generare emozioni e riflessioni “contemporanee” confinate in una manciata di scene rubate alle linee d’azione principali.

L’archivio di forme e il registro metaforico di autori come Pietrangeli, Olmi o Pasolini è in più occasioni evocato e rimodellato ma mai sterilmente serigrafato. Così come il confine tra pratiche del documentario e spinte finzionali viene più volte valicato nel fertile lavoro antropologico su attori e luoghi. Un rigore formale che rende ancora una volta universale il tema della maternità tra dimensioni pubbliche e private, folklore e dolore. Certo, il film sconta qualche schematismo nella definizione dei suoi caratteri e qualche semplificazione narrativa nel comprensibile timore di mettere in chiaro i tanti fronti delle riflessioni contemporanee (la guerra, la maternità, la condizione femminile, l’orientamento sessuale, ecc). C’è tanto altro, però. Perché Delpero continua a fidarsi delle proprie inquadrature aprendole a una moltitudine di significanze possibili, quindi concedendoci il giusto tempo di lettura. Questo è un film che crede ancora nella potenza dei luoghi e dei volti come tramite per andare oltre le storie contingenti, inscrivendosi in una tradizione di cinema italiano che fa dell’etica della forma la sua intima riflessione umanista. Insomma, Vermiglio è un film sincero e onesto con il suo spettatore confermando in Maura Delpero uno sguardo registico personale e consapevole che arricchisce il panorama del cinema italiano contemporaneo.

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“Vermiglio” colpisce il pubblico con la sua semplicità nel raccontare la vita quotidiana di montagna. E’ un modo affascinante che riporta sul grande schermo immagini di un tempo ormai lontano decenni. La riproduzione degli ambienti, nonostante le difficoltà di registrazione immense, è perfetta; i vestiti, gli utensili, tutta l’oggettistica è curata nei particolari. Anche le luci usate e la fotografia riescono a immergere lo spettatore.

Si tratta di un vero e proprio affresco sociale perchè non coinvolge solo la numerosa famiglia come era in uso in tutta Italia ai tempi, si tratta anche di coinvolgere altre famiglie, altri personaggi importanti del paesino. La scuola in classe unica con componenti di diverse età, la locanda dove gli uomini bevono, fumano, giocano a carte; la chiesa, il lavoro nei campi, sono tutti luoghi di incontro e che permettono a diversi personaggi di confidarsi e informarsi.

Il paese presenta una società tipica dell’epoca: una società prettamente patriarcale. Le dinamiche relative al lavoro nei campi, alla possibilità di istruzione, al corteggiamento, al fidanzamento, al matrimonio e alla gestione della famiglia sono antiche, diverse da come le conosciamo oggi. L’espediente per riuscire a spiegare al pubblico alcune dinamiche è stato quello di far parlare i bambini piccoli della famiglia che chiedono ai familiari più grandi anche tramite domande semplici e ingenue…

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Ada desidera qualcosa che non è permesso, per questo si nasconde dietro l’armadio, e poi prega per i suoi desideri che possano non tracimarle dentro; Flavia vuole studiare ma non vuole lasciare la famiglia, vuole stare vicina a Lucia che ha impugnato la sua vergogna tessendola come una tela nera a lutto. Questo ci suggerisce come ogni personaggio abiti il suo spazio, piccolo e spesso piccolissimo, in una realtà che non accoglie i desideri di tutti ma solo i doveri. Vermiglio è un film corale ambientato durante la fine della guerra, ma la guerra è la grande assente, è indicibile, mortifera, vedovile, è un fantasma che vive altrove.

C’è un dolore pervasivo, percettibile, visibile che abita nelle pieghe di questa umanità periferica, disadorna, un dolore che vive nei fantasmi delle guerre, nella morte dei figli, nelle lettere mai corrisposte, negli amori mai sbocciati, proibiti e nello stupore della soglia, quel crinale che divide i confini, dentro e fuori dal mondo, storie personali e storie collettive, montagna e valle, neve e fiocchi di luce, le stagioni della vita e quelle dell’amore che in pace e in guerra hanno forme diverse e direzioni differenti. In Vermiglio si respira il dolore dello stare al mondo e il dolore della sopravvivenza. In entrambi i casi l’amore partecipa e occupa uno spazio scomodo, sempre insidioso.

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Religione, misticismo e ragione convivono in un unico abbraccio e si influenzano a vicenda, mostrando la propria limitatezza. Vermiglio cresce, sedimenta, sale. E c’è indubbiamente un punto narrativo più alto rispetto agli altri, ma è un momento che ha la stessa tensione sospesa di un sospiro – dura l’attimo che dura e subito dopo, semplicemente, non c’è più. Un aiuto fondamentale alla costruzione del racconto, con la sua coerenza visiva e il suo spessore, lo dà la fotografia di Mikhail Krichman: ci sono degli azzurri più azzurri di altri, e poi dei neri che non diventano mai totalmente neri e che sembrano sempre fermarsi un secondo prima, come se qualcuno li strattonasse. Le immagini sono piene. E non perché contengono una moltitudine di corpi o di oggetti. Ma perché sono in grado di offrire allo spettatore una totalità di luci e di ombre, con dei confini che non tagliano le inquadrature ma che, anzi, sanno come sostenerle e ammorbidirle…

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mercoledì 2 ottobre 2024

La rete Jeanson - Gianni Serra

nel 1960 in tribunale un processo del colonizzatore-assassino francese contro un gruppo di "traditori" partecipanti di un gruppo che sosteneva la Resistenza algerina.

il film è del 1971, uno degli anni "caldi", nei quali il Potere, anche in Italia, aveva nel mirino i gruppi antiautoritari.

il film comprende fra le comparse tanti attori italiani famosi.

qualche anno dopo anche le aule giudiziarie italiane sarebbero state piene di gruppi in gabbia.

buona (politica) visione - Ismaele

 

 

 

Gli sceneggiatori Fabrizio Onofri e Silvio Maestranzi ed il regista Gianni Serra misero mano agli atti del processo istruito nel 1960, durante la guerra d'Algeria, dal governo francese contro numerosi appartenenti alla Rete Jeanson, il gruppo che aiutava i ribelli algerini.

I responsabili dell'ideazione e della realizzazione del film ritenevano il tema di stretta attualità politica, riferibile ai moti del Sessantotto italiano, a dimostrazione che l'azione di piccoli gruppi può innescare importanti processi di trasformazione politica e sociale. Infatti il Sessantotto italiano, iniziato con le proteste studentesche, rapidamente si trasformò in un movimento più ampio di richiesta di radicali trasformazioni sociali. In poco tempo cambiò il rapporto tra le generazioni e tra i sessi, le istituzioni culturali furono investite dal movimento di protesta e una moltitudine di giovani si riappropriò della politica in modo diretto e originale. Questa grande ondata di rinnovamento portò a ridiscutere i rapporti tra le classi sociali, anche quelle più emarginate, e tra gli individui, con il riconoscimento di importanti diritti sociali e civili: nacque lo Statuto dei diritti dei lavoratori, vennero approvate le leggi sul divorzio, sull'aborto e sulla chiusura dei manicomi, il diritto di famiglia venne riscritto.

Personaggio centrale della ricostruzione cinematografica fu l'esponente delle rete Hèlène Cuénat, interpretata da Nicoletta Rizzi. Hélène Cuénat, presente durante le riprese svoltesi negli studi Rai di Milano, fornì una collaborazione indispensabile per l'atmosfera della ricostruzione.

Il film fu in sostanza un primo discorso, in televisione e anche nel cinema, sul ruolo delle forze extraparlamentari di sinistra e sull'importanza di una mobilitazione dell'opinione pubblica.

La rete fu prodotto dalla Rai e realizzato in uno studio di Milano. Il film fu inserito in una serie denominata “Teatro Inchiesta”…

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Di notevole interesse i contenuti, piuttosto macchinosa e non particolarmente accattivante la forma: La rete è un film televisivo girato nel 1971 da Gianni Serra per raccontare, attraverso un excursus sulla Rete Jeanson, qualcosa dell’Italia contemporanea in cui si agitavano i primi movimenti organizzati della sinistra extraparlamentare. Allo stesso modo, pare di capire che il messaggio di fondo sia questo, nella Francia di oltre un decennio prima i sostenitori dell’indipendenza algerina si affiliarono a una rete per dare supporto ai ribelli nordafricani: forse il paragone sembra un filo eccessivo, ma quelli erano d’altronde anni di grande impegno politico, specie da parte delle generazioni più giovani, e parimenti di alti ideali e gesti rappresentativi – nel bene o nel male. Visto oggi La rete è quasi un ritratto nostalgico di un’epoca ormai smarrita e che pure dalle nostre parti non fu vissuta con altrettanto vigore che dall’altra parte delle Alpi; in ogni caso il lavoro di Serra, che si avvale di una sceneggiatura di Silvio Maestranzi e Fabrizio Onofri, ha il pregio di affrontare le storia recente a testa alta, senza cercare scappatoie drammaturgiche o romanzare qua e là per venire incontro al pubblico. Anche per questo la narrazione risulta piuttosto blanda e la pellicola ha perso nel tempo ulteriore efficacia.

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martedì 1 ottobre 2024

Mondo candido - Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi

Jacopetti e Prosperi si ispirano al Candide di Voltaire, ne esce fuori un film sorprendente, il più interessante e simpatico è Pangloss, più diavoletto che professore.

un film difficile da riassumere, bisogna vederlo e restare stupiti.

buona (candida) visione - Ismaele

 



QUI si può vedere il film completo

  

 

Curiosissimo film, col quale Jacopetti e Prosperi abbandonano il documentario e si lanciano nel grottesco interpretando 'Candido' di Voltaire. L'inizio è formidabile, quasi felliniano, poi il film procede con sbalzi disomogenei, regalando immagini interessanti, talora vividissime, ma anche momenti in cui il grottesco finisce in overdose. Lo stesso Autera, che criticò il film in chiave politica, giudicò ottime le interpretazioni, la musica (Ortolani) e la fotografia (Ruzzolini). Per me è il migliore di Jacopetti e Prosperi ed è l'unico che non sia del genere "Mondo". Da vedere.

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Anarcoide film che lambisce il grottesco, la satira, intenzioni autoriali e quant'altro (viene da dire) avesse in mente Jacopetti. Non privo di fascino, di una bella fotografia e di buone interpretazioni, è un tipo di cinema che a mio avviso era (paradossalmente) concepibile solo negli Anni Settanta, pieno di eccessi ma con quella carica visionaria ed eversiva figlia di quei tempi. C'è un po' disomogeneità che alterna sequenze notevoli a momenti di trash puro ma, a mio avviso, film così sono da ammirare per l'intento.

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