una storia d'amore che sconvolge Emanuelle Devos e Fabrizio Gifuni, e come le belle cose, dura poco, lei tornerà a Parigi, lui diventerà l'erede del grande architetto.
…Dove
non ho mai abitato è un film che coinvolge da subito e che trascina in
un alternarsi di emozioni che vanno dai sorrisi al pianto come in pochi altri
casi. I due protagonisti, Emanuelle
Devos e Fabrizio Gifuni, sono straordinari
nell’interpretare due personaggi che si rivelano nei piccoli gesti, nelle
parole sussurrate, nel non detto. I loro sentimenti reciproci si percepiscono
in un lento ma inevitabile crescendo che li porta ad avvicinarsi e a dare la
sensazione di non poter più fare a meno di questi pochi attimi rubati alla loro
quotidianità. Il vedersi per seguire gli ormai quasi terminati lavori di una
casa creata ad hoc per una coppia di neosposi innamorati è il
momento in cui torna a splendere il sole di una città che li ha ingrigiti
nell’anima.
Il regista, Paolo Franchi,
riesce a costruire una storia fatta di pochi elementi ma chiari e che vanno
dritti al punto. Tutto è organizzato affinché nulla sia superfluo, non
un’inquadratura in più, non una battuta, non una location.
Ogni elemento è studiato e funzionale agli eventi ed
all’empatia che si vuol far provare allo spettatore il quale, dall’inizio alla
fine, non può che sentirsi partecipe del racconto. Perché, ciò che si vede
sullo schermo è, in fondo, anche la nostra vita.
Negli occhi dei protagonisti, nei loro imbarazzi e
nelle loro lacrime, ma anche nei loro sorrisi e negli improvvisi momenti di
felicità, ci siamo tutti noi e tutte le nostre scelte.
Guardare Dove non ho mai abitato è un
po’ come guardarci allo specchio, uno specchio che ci racconta quello che
potremmo essere se chiudessimo le porte al vero amore, che sia una persona o
una passione, e come sarebbe la nostra vita se ci arrendessimo troppo presto.
Da non perdere.
…Tanto
enigmatici e ambigui erano stati i lavori precedenti, tanto è scoperto e
dichiarato il nuovo: da un lato, "Dove non ho mai abitato" ci
presenta i protagonisti e la loro chiusura verso il mondo, che il regista si
preoccupa di destabilizzare con la progressiva messa a nudo delle loro
personalità e con il ribaltamento dei rapporti di forza tra le parti;
dall'altro, procede a un impiego delle immagini e dei suoni che, in maniera
coerente, sono utilizzati per fare da diapason agli stati d'animo di Francesca
e Massimo. A differenza di altre volte, la regia di Franchi ci sottrae il corpo
dei personaggi e quindi la loro carnalità per restituirceli - attraverso
un'abbondanza di primi piani - nella misura che li contraddistingue dal punto
di vista sentimentale. Ed è proprio il lavoro di sottrazione operato prima sul
testo della sceneggiatura e poi sul set, lavorando sulle interpretazione
trattenute dei bravi Emmanuelle Devos e Fabrizio Gifuni, a costituire la parte
migliore del film, insieme alla combinazione tra la rarefazione della resa
attoriale e la presenza decisa di musica (Pino Donaggio) e fotografia (un Fabio
Cianchetti in versione depalmiana) che, insieme, concorrono a definire i tratti
di una passione a lenta combustione. Semmai, abituati alle vertigini
cinematografiche di Franchi, la coerenza di "Dove non ho mai abitato"
lo fa sembrare a tratti semplificato e un po' scontato. Forse ha ragione
Franchi nel dire che ai critici non va bene niente e, comunque, pur fidandoci
delle nostre sensazioni non ci sentiamo di sminuire la bontà del suo lavoro.
Giuliano perde il suo migliore amico per un'overdose di droga, entra in crisi, smette di drogarsi e, dopo un po', si innamora di Serena, una prostituta incontrata per strada.
il film è in bianco e nero, è sorprendente quasi come un thriller, ogni scena è memorabile, gli attori sono davvero bravi, e il regista, che anche ha scritto il film, non è mai banale e prevedibile.
il film è girato in Francia, qualche volta i dialoghi sono in francese.
un questo film eccezionale è straordinaria la vecchietta francese, nel suo dialogo con Luciano, in attesa di Serena.
un gioiellino da non perdere.
buona visione - Ismaele
…L’emersione storica della pellicola
appare la traslazione di ciò che viene raccontato al suo interno: è una storia
da oblio, film non identificato dove i suoi protagonisti sembrano, sono fantasmi
erranti, quindi morti: non c’è pace, l’estasi allucinata risiede nella musica a
140 bpm, non c’è luogo, le cartoline da mondi paralleli, e che siano discariche
o cessi di bar di provincia poco importa, non c’è parola, inglese francese
italiano, l’identità è incerta, multiculturale, spaccata, volatilizzata,
eppure, sorprendentemente, c’è amore: sincero perché fra gli ultimi, fra due
che hanno pestato il proprio passato, di lividi divenuti tatuaggi, trip
lisergici, tipi psichedelici, ingenui (come ingenuo è l’ultimo dialogo) che
però trovano l’amore, riemergono, e il dramma assurdo costellato da
maschere pasoliniane sotto effetto di LSD diventa fiaba, sporca, fetida, laida,
ma comunque, in qualche modo, con un lieto fine.
…Erroneamente paragonato ad Amore
Tossico di Caligari e a Trainspotting uscito pochi mesi prima,
Girotondo è qualcosa di estremamente più radicale, senza il benché minimo
orpello o aggancio pop, nemmeno così focalizzato sul fattore droga ma
panoramicamente, desolatamente conficcato nel cuore di un disagio
sociale più esteso e nel contempo più sottile e non
semplificabile; senza inni pop e colori, con surreali, convoluti
dialoghi quotidiani e martellanti musiche techno a scandire i
malandati pomeriggi dei sopravviventi e sopravvissuti.
E’ un film
retrospettivo sul dolore, un tributo (per usare le parole di Manuli) “alle
tante persone perse prima e durante le riprese”, dove il vagare senza
meta e senza prospettive degli emaciati protagonisti (su tutti il bravissimo,
iconico Curreli) tra Milano, Roma e Parigi diventa una delocalizzata,
universale processione di disperazione ed ottundimento generazionale. Manuli torna
a qualche anno prima, all’eroina e al vagabondaggio di ventenni e trentenni
senza salvezza, allo spettro dell’Aids e della scomparsa di corpo e di
pensiero. “Voglio lasciare un segno, ci sono passata anch’io su questa
fottutissima terra”, grida una delle protagoniste di Girotondo, chiedendo di
essere messa incinta da Angelo, sillabando così il devastante manifesto di una
gioventù in evaporazione.
Un film condannato dalle leggi di mercato, ma a cui
occorre restituire giustizia e di cui è impossibile non respirare
l’anima, logora ma furente, di una generazione tradita. Un film che puzza di
vita.
…Luciano
Curreli è Angelo, il protagonista, un personaggio bellissimo, fragile, aperto,
che lascia la droga dopo aver perso il suo migliore amico e aver incontrato la
prostituta Serena (Sarah Boberg), straordinaria nella sua bellezza di angelo
ferito, luminosa e tagliente. Due attori, due volti capaci di bucare lo schermo
e conficcarsi dritti nell’occhio della cinepresa e di riflesso nel cuore e
nella testa di chi guarda.
Manuli racconta un mondo sfatto e ai margini, intriso di morte, dolore, vita,
gioia, amore, droga, favola, comprensione, umanità, senza la benché minima
ombra di retorica, affidandosi al linguaggio di una cinepresa che aderisce alla naturale
fotogenia degli attori. Senza compiacimento, ma solo spinto da un’urgenza e una
necessità palpabili. Così, lontano dalle edulcorazioni della fiction, tutto
sembra vero, sentito, sofferto, vissuto. E in queste sue “aperture”, in queste
sue fughe spericolate a cavallo di un racconto che procede per sussulti,
squarci e passaggi di natura biologica più che logica, c’è tutto il film preso
nel suo “farsi”, il film come lavoro di set, di sceneggiatura scritta e
rimaneggiata direttamente sul posto, al momento delle riprese, resa elastica e
dirompente dalle dinamiche degli attori, dalla cinepresa a spalla che li segue
in ascolto, dai toni e dalle facce giuste, dai luoghi reali,
dall’improvvisazione, in qualche modo, che fa pensare ai momenti più liberi di
un Cassavetes.
È inidentificabile e apolide, l’operazione di Manuli.
Indipendente, certamente. Ma anche fuori dal tempo, allucinata, estranea al
caos contemporaneo, capace di stare sul crine di un cinema che
rilegge, con naturalezza e per pura necessità di espressione, le immagini
libere e fiammeggianti degli anni ’60 e ’70, quelle delle nouvelles vagues
impetuose e travolgenti (l’uso dello zoom a mano, furioso e selvaggio; un certo
montaggio sincopato; la macchina a spalla a seguire le camminate degli attori…),
ma anche quelle affacciate sul baratro di senso postmoderno della New Wave del
cinema francese anni ’80, dove le storie avevano meno importanza dei personaggi
(il rapporto uomo-donna tra i due protagonisti fa pensare al primissimo Luc
Besson, mentre la sequenza nel caffè, con i suoi ospiti bizzarri, è un misto
tra Godard e Beineix). E ancora i brevi e fulminanti quadri in cui i personaggi
si rivolgono direttamente alla macchina da presa, o il mondo del circo e delle
comunità nomadi, che fanno venire in mente il primo Kusturica.
La polifonia linguistica è un altro punto di forza del film, girato per un buon
70% da attori francesi in francese e con alcune battute di dialogo in inglese.
L’italiano diventa allora una lingua tra le tante, e neanche la più importante;
e tutto questo, inevitabilmente, porta al film un tangibilissimo quid di verità
in più…
Franco e Ciccio lavorano in un circo, insieme al loro scimpanzè Filiberto, vengono portati in Africa ed è tutto uno spettacolo, quando ci sono Franco e Ciccio (quasi sempre).
ci sono Tarzan e Jane, Franco e Ciccio sono strepitosi, alcune battute sono memorabili.
Fa "una tenerezza paurosa"
(Giusti): vero. Credo che certe cose, benché datate, si apprezzino
(=recuperino) più ora di allora: Rizzo che fa il tedesco (e dice
"scimpànzo"), Andronico che è Miguel Berrendero (vedi pubblicità
Talmone), Franco che canta ogni cosa sull'aria di "Faccetta nera". E
che dire di quell'inverosimile giungla, palesemente ricavata dalla zone
tirreniche (dovremmo essere su un lago costiero, forse quello di Fogliano)?.
Gag basate su titoli di film, di romanzi, sul Risorgimento: come il solito, ma
non poche funzionano. Vale.
Questa volta il simpatico duo gioca con il filone di Tarzan,
i documentari esotici e RIUSCIRANNO I NOSTRI EROI A RITROVARE L'AMICO
MISTERIOSAMENTE SCOMPARSO IN AFRICA? (Non stanno cercando nessuno! Ho citato il
film di Scola solo perch'è una scena ne è praticamente la parodia/omaggio!!!).
E poi ci sono mercenari, sabbie mobili, splendidi paesaggi, cannibali, etc.
Memorabile la battuta: "Non è ancora ora di dire AFRICA ADDIO!".
…Il film è una farsa di modesto spessore, interessante
perché contamina un sacco di generi in voga e li stravolge in parodia: mondo
movie, avventuroso, cinema cannibale, comico-esotico, Tarzan in gonnella
(Gungala, Tarzana…), pochade, Tarzan-movie, film circensi,
romantico-avventuroso e le pellicole con protagonisti gli animali. La pellicola
è dedicata a un pubblico di bambini che ancora oggi sono in grado di
apprezzarla e di sorridere alle evoluzioni di Filiberto. La scimmia ammaestrata
è una vera attrice: scrive a macchina, fa la barba a Franco, apre le gabbie,
mette i vestiti in valigia…I siparietti con Franco sono molto comici, anche
perché l’attore - dotato di un volto mobile - è bravissimo a imitare la
scimmia. Riferimenti alti si possono trovare nella moda della commedia terzomondista stile Riusciranno
i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa (1968)
di Ettore Scola, ma in alcuni dialoghi viene citato anche Africa addio (1966)
di Gualtiero Jacopetti. Bruno Corbucci saccheggia molti documentari africani e
qualche mondo movie per le sequenze (con diversa fotografia)
che implicano la presenza di elefanti, leoni, giaguari, serpenti e altri
animali esotici. Elefante e scimpanzé sono veri e provengono da un circo.
L’Africa è periferia di Roma, campagna del litorale laziale, perché il film è
girato al risparmio e il regista stringe il campo delle immagini per non
fornire mai uno sguardo d’insieme e cerca di far credere - con qualche trucco
scenografico - che siamo nella savana…
Anche se nel giallo argentiano si trovano innumerevoli esempi
migliori, questo film di Freda possiede il tipico e innegabile fascino anni
'70. Sceneggiatura piuttosto confusa e omicidi sadici ma diretti
frettolosamente, però ci sono un intrigante spunto di partenza (il delitto
all'ambasciata Usa con la polizia frenata dall'immunità diplomatica) e una
buona tensione nel finale. Non male il cast - con Pistilli in uno dei suoi
rarissimi ruoli da protagonista, una deliziosa Lassander e discreti comprimari
- e le musiche di Cipriani.
…La trama appare goffa,
scombinata e spesso paradossale, si susseguono fatti inspiegabili che in nessun
modo il reale assassino avrebbe potuto mettere in atto (il gatto della madre di
Norton ucciso e riposto nel frigo di casa, per esempio). I personaggi usano
spesso e volentieri frasi ambigue quasi a voler insinuare la propria
colpevolezza (“Tu non sai di cosa sono capace“, “L’assassino è un professionista… come me!“), alcune
battute cascano persino nel ridicolo (si veda la citazione d’apertura). La
sceneggiatura appare spesso grossolana e frettolosa, l’interpretazione degli
attori non di rado svogliata (persino Pistilli che è uno dei pochi che si salva
appare fin troppo calmo per i suoi standard). La fotografia è troppo buia.
Alcune scene piuttosto riuscite ci sono (un cadavere trovato su un letto di
fiori, il traumatico flashback del detective Norton, la scena in cui la
Lassander fugge dall’assassino gettandosi nel fiume) ma in generale si respira
un’atmosfera troppo lenta e sovente noiosa. Avrebbe potuto essere un buon film,
e invece supera a malapena la sufficienza. Da sottolineare comunque una velata
critica sociale verso la classe borghese, attraverso l’analisi morbosa delle
pulsioni e degli scheletri nell’armadio che nasconde la famiglia
dell’ambasciatore, vero e proprio microcosmo deviato all’interno di una Dublino
tranquillissima. Discreta la colonna sonora di Stelvio Cipriani.
Giallo all’italiana mediato dalla rivisitazione del mistery
inglese: operazione che non si preoccupa affatto di scivolare
nell’inverosimile, nel grottesco e nemmeno nel kitsch volontario. Modus
operandi che Freda utilizza abilmente anche con la spettacolarizzazione delle
psicologie, che vengono gettate sullo schermo urlanti e senza un minimo di
spiritualità. Un “indovina chi?” livido e morboso, sovrastato- in ogni
sequenza- da una location atipica ed elegantemente nefasta. Sottovalutato.
Riproposto più volte nel corso del tempo con giudizio di mediocrità
totale, io, invece, a seguito di questa mia ulteriore rivisione l'ho trovato
semplicemente sublime.
Non c'è tregua che tenga o calo di tensione e i plot twist si
susseguono a catena.
È evidentissima la voglia di Riccardo Freda (qui accreditato con
l'insolito pseudonimo di Willy Pareto) di mettere in risalto il suo gusto
estetico di raffinatezza: dalla casa e le abitudini di una certa diplomazia di
provincia fino alle strade e locali di una Dublino immersa nella perdizione del
tempo.
Anche se la spiegazione del titolo è piuttosto banale (una spicciola
metafora riassunta in venti secondi in un'ora e mezza di film), la parte
gialla, escludendo alcune lungaggini francamente evitabili, funziona
discretamente e anche il finale, pur leggermente eccessivo, è sorprendente,
anche per l'improbabilità e l'assenza di un movente vero e proprio del
colpevole.
un film sorprendente e coraggioso, ambientato in un villaggio trentino, un secolo fa, quando tutti, o quasi, non parlavano la lingua italiana.
un racconto pieno di bambini, che capiscono tutto.
una figlia del maestro, Lucia, s'innamora di un siciliano che torna dalla guerra e si ferma in quel villaggio, Pietro e Lucia si sposano, e arriva un bambino, ma il padre non c'è più.
le donne devono solo obbedire, ma ormai un vento di libertà ha cominciato a soffiare.
Maura Delpero ricostruisce fedelmente un mondo che non c'è più, e che un po'. almeno per sentito dire, abbiamo conosciuto tutti, che in quei paesi non ci siamo nati.
Vermiglio ha un'aria di Piccolo corpo, che racconta una storia di una mamma con un bambino.
non perdetevi questo film di oggi che racconta storie di ieri.
buona (resistente) visione - Ismaele
…“Vermiglio” è un film che riesce a far emergere la vita di
una famiglia immersa in una realtà rurale e immutabile, raccontando con
delicatezza e crudezza il peso della tradizione e della sottomissione
femminile. Con una regia semplice ma potente, Maura Delpero offre uno sguardo
sincero su un mondo ormai perduto, mantenendo viva la memoria di una cultura e
di usanze che il tempo ha spazzato via. Un’opera che parla al cuore dello
spettatore, rievocando atmosfere verghiane attraverso una narrazione lenta e suggestiva.
…Richiamandosi
al cinema della vita contadina di Ermanno Olmi e sulla scia di quello più
recente proposto da Alice Rohrwacher, Maura Delpero firma il suo capolavoro
attraverso un racconto lirico in cui il rigore della forma trova corrispondenza
nella scelta di sottrarre le sequenze al movimento, affidando l'efficacia del
risultato alla fissità della mdp (metafora anche della chiusura del mondo in
cui vivono i personaggi), pronta a cogliere l'umanità dei protagonisti nella
concentrazione dello sguardo così come nella plastica composizione della
postura di un'intera epoca.
La bravura della Delpero è quella di continuare a ragionare sui temi che le
sono consoni cambiando per intero la geografia umana e paesaggistica dei suoi
orizzonti. "Vermiglio" è un'opera seconda che non smentisce la prima,
riuscendone addirittura a migliorarne i pregevoli risultati. Almeno per chi
scrive il film si candida al premio per il miglior film e interpretazioni. Tra
queste ultime oltre a Tommaso Ragno, Carlotta Gamba e all'iconico cameo Sara
Serraiocco, non si può fare a meno di citare le meravigliose Martina Scrinzi,
Rachele Potrich e Anna Thaler, attrici esordienti a cui speriamo il cinema
italiano sia capace di dare altre possibilità per esprimere il loro talento.
…È
un film affascinate e ipnotico Vermiglio,
costruito su costanti ellissi narrative nelle quali gli eventi accadono spesso
in fuori campo (come per il destino di morte di Pietro) lasciando a noi
spettatori la condivisione delle conseguenze umane. Il dramma si insinua
silenzioso nella quotidianità, nel fluire della vita e delle stagioni, come
correlativo oggettivo di una difficoltà a far collimare l’azione al sentimento.
Pensiamo al bellissimo personaggio di Ada e alla sua ricerca identitaria posta
sullo sfondo di una tragedia collettiva (la guerra) e di una tragedia privata
(il destino della sorella Lucia incinta) che reclamano il primo piano. Eppure
Ada è capace di generare emozioni e riflessioni “contemporanee” confinate in
una manciata di scene rubate alle linee d’azione principali.
L’archivio di forme e il registro metaforico di autori
come Pietrangeli, Olmi o Pasolini è in più occasioni evocato e rimodellato ma
mai sterilmente serigrafato. Così come il confine tra pratiche del documentario
e spinte finzionali viene più volte valicato nel fertile lavoro antropologico
su attori e luoghi. Un rigore formale che rende ancora una volta universale il
tema della maternità tra dimensioni pubbliche e private,
folklore e dolore. Certo, il film sconta qualche schematismo nella definizione
dei suoi caratteri e qualche semplificazione narrativa nel comprensibile timore
di mettere in chiaro i tanti fronti delle riflessioni contemporanee (la guerra,
la maternità, la condizione femminile, l’orientamento sessuale, ecc). C’è tanto
altro, però. Perché Delpero continua a fidarsi delle proprie inquadrature
aprendole a una moltitudine di significanze possibili, quindi concedendoci il
giusto tempo di lettura. Questo è un film che crede ancora nella potenza dei
luoghi e dei volti come tramite per
andare oltre le storie contingenti, inscrivendosi in una tradizione di cinema
italiano che fa dell’etica della forma la sua intima riflessione umanista.
Insomma, Vermiglio è un film sincero e
onesto con il suo spettatore confermando in Maura Delpero uno sguardo registico
personale e consapevole che arricchisce il panorama del cinema italiano
contemporaneo.
…“Vermiglio” colpisce il pubblico
con la sua semplicità nel raccontare la vita quotidiana di montagna. E’ un modo
affascinante che riporta sul grande schermo immagini di un tempo ormai lontano
decenni. La riproduzione degli ambienti, nonostante le difficoltà di
registrazione immense, è perfetta; i vestiti, gli utensili, tutta
l’oggettistica è curata nei particolari. Anche le luci usate e la fotografia
riescono a immergere lo spettatore.
Si
tratta di un vero e proprio affresco sociale perchè non coinvolge solo la
numerosa famiglia come era in uso in tutta Italia ai tempi, si tratta anche di
coinvolgere altre famiglie, altri personaggi importanti del paesino. La scuola
in classe unica con componenti di diverse età, la locanda dove gli uomini
bevono, fumano, giocano a carte; la chiesa, il lavoro nei campi, sono tutti
luoghi di incontro e che permettono a diversi personaggi di confidarsi e
informarsi.
Il
paese presenta una società tipica dell’epoca: una società prettamente
patriarcale. Le dinamiche relative al lavoro nei campi, alla possibilità di
istruzione, al corteggiamento, al fidanzamento, al matrimonio e alla gestione della
famiglia sono antiche, diverse da come le conosciamo oggi. L’espediente per
riuscire a spiegare al pubblico alcune dinamiche è stato quello di far parlare
i bambini piccoli della famiglia che chiedono ai familiari più grandi anche
tramite domande semplici e ingenue…
… Ada desidera qualcosa che non è permesso, per questo si
nasconde dietro l’armadio, e poi prega per i suoi desideri che possano non tracimarle
dentro; Flavia vuole studiare ma non vuole lasciare la famiglia, vuole stare
vicina a Lucia che ha impugnato la sua vergogna tessendola come una tela nera a
lutto. Questo ci suggerisce come ogni personaggio abiti il suo spazio, piccolo
e spesso piccolissimo, in una realtà che non accoglie i desideri di tutti ma
solo i doveri. Vermiglio è un film corale
ambientato durante la fine della guerra, ma la guerra è la grande assente, è
indicibile, mortifera, vedovile, è un fantasma che vive altrove.
C’è un dolore pervasivo, percettibile,
visibile che abita nelle pieghe di questa umanità periferica, disadorna, un
dolore che vive nei fantasmi delle guerre, nella morte dei figli, nelle lettere
mai corrisposte, negli amori mai sbocciati, proibiti e nello stupore della
soglia, quel crinale che divide i confini, dentro e fuori dal mondo, storie
personali e storie collettive, montagna e valle, neve e fiocchi di luce, le
stagioni della vita e quelle dell’amore che in pace e in guerra hanno forme
diverse e direzioni differenti. In Vermiglio si
respira il dolore dello stare al mondo e il dolore della sopravvivenza. In
entrambi i casi l’amore partecipa e occupa uno spazio scomodo, sempre
insidioso.
…Religione, misticismo e ragione
convivono in un unico abbraccio e si influenzano a vicenda, mostrando la
propria limitatezza. Vermiglio cresce, sedimenta, sale. E c’è
indubbiamente un punto narrativo più alto rispetto agli altri, ma è un momento
che ha la stessa tensione sospesa di un sospiro – dura l’attimo che dura e
subito dopo, semplicemente, non c’è più. Un aiuto fondamentale alla costruzione
del racconto, con la sua coerenza visiva e il suo spessore, lo dà la fotografia
di Mikhail Krichman: ci sono degli azzurri più azzurri di altri, e poi dei neri
che non diventano mai totalmente neri e che sembrano sempre fermarsi un secondo
prima, come se qualcuno li strattonasse. Le immagini sono piene. E non perché
contengono una moltitudine di corpi o di oggetti. Ma perché sono in grado di
offrire allo spettatore una totalità di luci e di ombre, con dei confini che
non tagliano le inquadrature ma che, anzi, sanno come sostenerle e ammorbidirle…
nel 1960 in tribunale un processo del colonizzatore-assassino francese contro un gruppo di "traditori" partecipanti di un gruppo che sosteneva la Resistenza algerina.
il film è del 1971, uno degli anni "caldi", nei quali il Potere, anche in Italia, aveva nel mirino i gruppi antiautoritari.
il film comprende fra le comparse tanti attori italiani famosi.
qualche anno dopo anche le aule giudiziarie italiane sarebbero state piene di gruppi in gabbia.
buona (politica) visione - Ismaele
Gli sceneggiatori Fabrizio Onofri e Silvio Maestranzi ed
il regista Gianni Serra misero mano agli atti del processo istruito
nel 1960, durante
la guerra d'Algeria, dal governo francese contro numerosi appartenenti alla Rete
Jeanson, il gruppo che aiutava i ribelli algerini.
I responsabili dell'ideazione e della realizzazione del
film ritenevano il tema di stretta attualità politica, riferibile ai moti del
Sessantotto italiano, a dimostrazione che l'azione di piccoli gruppi può
innescare importanti processi di trasformazione politica e sociale. Infatti il
Sessantotto italiano, iniziato con le proteste studentesche, rapidamente si
trasformò in un movimento più ampio di richiesta di radicali trasformazioni
sociali. In poco tempo cambiò il rapporto tra le generazioni e tra i sessi, le
istituzioni culturali furono investite dal movimento di protesta e una
moltitudine di giovani si riappropriò della politica in modo diretto e
originale. Questa grande ondata di rinnovamento portò a ridiscutere i rapporti
tra le classi sociali, anche quelle più emarginate, e tra gli individui, con il
riconoscimento di importanti diritti sociali e civili: nacque lo Statuto dei
diritti dei lavoratori, vennero approvate le leggi sul divorzio, sull'aborto e
sulla chiusura dei manicomi, il diritto di famiglia venne riscritto.
Personaggio centrale della ricostruzione cinematografica
fu l'esponente delle rete Hèlène Cuénat, interpretata da Nicoletta Rizzi.
Hélène Cuénat, presente durante le riprese svoltesi negli studi Rai di Milano,
fornì una collaborazione indispensabile per l'atmosfera della ricostruzione.
Il film fu in sostanza un primo discorso, in televisione
e anche nel cinema, sul ruolo delle forze extraparlamentari di sinistra e
sull'importanza di una mobilitazione dell'opinione pubblica.
La rete fu prodotto dalla Rai e realizzato in uno studio di Milano. Il film fu
inserito in una serie denominata “Teatro Inchiesta”…
…Di notevole interesse i contenuti, piuttosto
macchinosa e non particolarmente accattivante la forma: La rete è un film
televisivo girato nel 1971 da Gianni Serra per raccontare, attraverso un
excursus sulla Rete Jeanson, qualcosa dell’Italia contemporanea in cui si agitavano
i primi movimenti organizzati della sinistra extraparlamentare. Allo stesso
modo, pare di capire che il messaggio di fondo sia questo, nella Francia di
oltre un decennio prima i sostenitori dell’indipendenza algerina si affiliarono
a una rete per dare supporto ai ribelli nordafricani: forse il paragone sembra
un filo eccessivo, ma quelli erano d’altronde anni di grande impegno politico,
specie da parte delle generazioni più giovani, e parimenti di alti ideali e
gesti rappresentativi – nel bene o nel male. Visto oggi La rete è quasi un
ritratto nostalgico di un’epoca ormai smarrita e che pure dalle nostre parti
non fu vissuta con altrettanto vigore che dall’altra parte delle Alpi; in ogni
caso il lavoro di Serra, che si avvale di una sceneggiatura di Silvio
Maestranzi e Fabrizio Onofri, ha il pregio di affrontare le storia recente a
testa alta, senza cercare scappatoie drammaturgiche o romanzare qua e là per
venire incontro al pubblico. Anche per questo la narrazione risulta piuttosto
blanda e la pellicola ha perso nel tempo ulteriore efficacia.
Jacopetti e Prosperi si ispirano al Candide di Voltaire, ne esce fuori un film sorprendente, il più interessante e simpatico è Pangloss, più diavoletto che professore.
un film difficile da riassumere, bisogna vederlo e restare stupiti.
Curiosissimo
film, col quale Jacopetti e Prosperi abbandonano il documentario e si lanciano
nel grottesco interpretando 'Candido' di Voltaire. L'inizio è formidabile,
quasi felliniano, poi il film procede con sbalzi disomogenei, regalando
immagini interessanti, talora vividissime, ma anche momenti in cui il grottesco
finisce in overdose. Lo stesso Autera, che criticò il film in chiave politica,
giudicò ottime le interpretazioni, la musica (Ortolani) e la fotografia
(Ruzzolini). Per me è il migliore di Jacopetti e Prosperi ed è l'unico che non
sia del genere "Mondo". Da vedere.
Anarcoide film che lambisce il grottesco, la satira,
intenzioni autoriali e quant'altro (viene da dire) avesse in mente Jacopetti.
Non privo di fascino, di una bella fotografia e di buone interpretazioni, è un
tipo di cinema che a mio avviso era (paradossalmente) concepibile solo negli
Anni Settanta, pieno di eccessi ma con quella carica visionaria ed eversiva
figlia di quei tempi. C'è un po' disomogeneità che alterna sequenze notevoli a
momenti di trash puro ma, a mio avviso, film così sono da ammirare per
l'intento.