giovedì 7 gennaio 2021

Il sospetto - Daniele D'Anza

quando le serie non esistevano in televisione c'erano gli sceneggiati, spesso tratti da opere di scrittori di serie A. 

la tv non era ancora a colori, venivano rappresentate opere che oggi si direbbero difficili, non adatte a essere interrotte dalla pubblicità, la televisione serviva anche ad elevare gli spettatori, che mai sarebbero andati a teatro.

gli attori venivano dal teatro, gli sceneggiati erano di impianto teatrale, quasi sempre ambientate in interni.

il commissario Hans Bärlach (Paolo Stoppa) è un poliziotto non troppo amato dai superiori, per i suoi metodi, integrità e testardaggine.

qui dà la caccia a un torturatore nazista (Adolfo Celi), con l'aiuto di Gulliver (Mario Carotenuto) , ebreo scampato al campo di concentramento.

a volte si dice che i tedeschi hanno fatto i conti non il nazismo, gli italiani poco e niente. 

vedere per credere, ma anche leggere, Friedrich Dürrenmatt è uno degli scrittori più grandi.

e grazie a Raiplay si possono recuperare tanti gioielli.

buona visione - Ismaele

 

 

QUI lo sceneggiato, in due parti

 

Sceneggiato molto particolare, "Il sospetto", per i contenuti, i temi trattati, il ristretto numero di attori e di scenografie; riguardo quest'ultime, tutta la prima puntata è girata dentro una stanza d'ospedale, caso più unico che raro nella storia degli sceneggiati TV.
Cambia il luogo, ma non la sostanza, nella seconda: una futuristica, angosciosa, fredda stanza in una clinica di Zurigo. La verità, comunque, è che in questa produzione il giallo in senso stretto c'entra ben poco: qui non contano le locations, la cerchia dei sospetti, i colpi di scena, gli omicidi mirati; ne "Il sospetto" si conosce già tutto, ossia un probabile indiziato, accusato di orribili torture e una quantità immane di morti sulla coscienza (che non possiede). Se tutto è già scritto, allora cos'è che ci spinge a restare incollati davanti alla TV? La straordinaria prova degli attori, questa l'immediata risposta, ed il titanico, suggestivo scontro filosofico/dialettico tra l'ispettore Barlach ed il chirurgo Fritz Emmemberger. Il trio Stoppa-Celi-Carotenuto è un perfetto mix di emozioni e di alta scuola di recitazione da tramandare ai posteri ed inserire come materia obbligatoria di studi per le giovani leve.
Un altro lavoro targato D'Anza che rimarrà per sempre nel mio cuore.

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Il sospetto andò in onda sul Programma Nazionale della RAI in prima serata domenica 13 febbraio e martedì 15 febbraio 1972; regia di Daniele D’Anza e sceneggiatura di Diego Fabbri, dal romanzo omonimo di Friedrich Dürrenmatt, Der Verdacht, pubblicato nel 1951. Negli anni Cinquanta, Dürrenmatt (1921-1990) ha ripetutamente usato l’arma del poliziesco per investigare sull’oscurità insita nella natura umana.

Paolo Stoppa interpreta l’anziano commissario Hans Bärlach, Adolfo Celi è il terribile dottor Emmenberger, Mario Carotenuto è il giustiziere ebreo che si fa chiamare Gulliver, Ferruccio De Ceresa è il dottor Samuel Hungertobel, Mila Vannucci è la dottoressa Edith Marlock, Franco Volpi è il capo della polizia di Berna, diretto superiore di Bärlach; nel cast anche Jole Fierro (un’infermiera) e Olga Gherardi (la dottoressa Irene).

Impianto teatrale, uso impetuoso dello zoom per arrivare ai primi piani, foto raccapriccianti dai campi di concentramento, e pochi attori in scena: Stoppa, Carotenuto e Celi formano un terzetto di fuoriclasse.

Fedelissimo al romanzo (solo il finale è un po’ diverso), con alcuni pensieri di Bärlach trasformati in dialoghi, lo sceneggiato ne enfatizza la staticità. Gran parte delle scene è girata nelle stanze delle due cliniche dove è ricoverato il commissario Bärlach: la prima è la classica, bianca clinica di Berna diretta dall’amico Hungertobel, la seconda è la metallica, avveniristica clinica di Zurigo diretta da Emmenberger…

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Nonostante la figura del commissario protagonista, quello di Durrenmatt non è il classico giallo, ma un'indagine sui lati più oscuri dell'animo umano. Esempio di fiction oggi improponibile, con un ritmo piuttosto lento e le riprese effettuate esclusivamente in interni (ospedalieri). Eppure si resta con la sensazione di aver assistito a un prodotto di classe e in grado di ispirare riflessioni non banali. Grande cast: a colpire maggiormente è forse lo scontro dialettico tra Stoppa e Celi, ma la prova di Carotenuto non è certo da meno.

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C'è chiaramente il sapore di altri tempi in questo "sceneggiato", che nonostante gli anni non ha affatto perduto il suo fascino, sostenuto com'è dalla recitazione di grandi attori oggi purtroppo scomparsi. Diretto a un pubblico che allora era in grado di recepire e apprezzare i contenuti indipendentemente dall'azione, è sicuramente un manuale involontario su come strutturare un'ottima storia con pochi mezzi. Come altre opere realizzate allora per la televisione, ha i pochi esterni girati su pellicola (16mm) e gli interni con telecamere.

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…Va immediatamente rilevato che si tratta di film televisivi e pertanto, seguendo gli standard dell’epoca, a basso budget e con pretese estetiche minimali: bianco e nero, scenografie e costumi sostanzialmente teatrali, luci palesemente di studio di registrazione (ove si svolge la maggior parte della trama), azione ridotta al minimo e dialoghi preponderanti. Detto ciò, Il sospetto è nel suo contesto un validissimo lavoro che sfoggia un cast di indubbio appeal (i principali interpreti sono Paolo Stoppa, Ferruccio De Ceresa, Mario Carotenuto, Adolfo Celi, Franco Volpi e Olga Gherardi) con una sceneggiatura firmata da Diego Fabbri e la mano salda di D’Anza dietro la macchina da presa – ma al di là dei citati limiti produttivi, va anche riscontrata una durata forse un po’ eccessiva, vale a dire due ore e mezza circa, dovuta alla necessità di riempire due prime serate.

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mercoledì 6 gennaio 2021

Ovoce stromů rajských jíme (Fruit of Paradise) - Věra Chytilová

i primi minuti non li ho visti così in nessun altro film, un sogno, un delirio, un paradiso.

il film è stato iniziato lo stesso mese dell'invasione sovietica, e allora si carica anche di altri significati, ma non troppo espliciti, la censura e la galera sono moneta corrente quegli anni.

la storia è quella di Adamo ed Eva, con il diavolo e tanti altri.

il diavolo è fascinoso, ma ha anche un segreto, ed Eva è molto curiosa.

un film strano, diverso, imprevedibile.

merita di sicuro, senza distrarsi - Ismaele


 

 

 

 


 

 

QUI il film completo con sottotitoli in inglese

 

 

"E quando Eva vide che l'albero era desiderabile, prese il frutto e lo mangiò. Lo diede a suo marito e lui lo mangiò. Ed entrambi i loro occhi si aprirono, e scoprirono di essere enrtrambi nudi E sentirono la voce di Dio, ai piedi del Paradiso. E l'uomo e la donna si nascosero alla presenza di Dio, tra gli alberi e i frutti del Paradiso".
Solamente per quei nove, caleidoscopici minuti di prologo, si potrebbe discorrere di capolavoro inestinguibile attraverso il tempo: Adamo ed Eva, testurizzati nelle geometrie topiarie di un Giardino dell'Eden incandescente e dall'istantaneo effetto psicotropo. Un immaginifico affresco visivo in continua (s)composizione tra psichedelie di natura floreale e sostanze organiche finchè, alla rapida ricomposizione di quel luogo (e dell'immagine) al suo aspetto originario, il fatidico frutto (la mela), non cade dall'albero proprio nelle mani di Eva, la quale, con sguardo malizioso rivolto in camera, si appresta ovviamente ad addentarla. Da questo punto in poi, Věra Chytilová (tra le più provocatorie, nonchè massime esponenti della gloriosa Nová vlna ceca) cambia direzione abbandonando, almeno in parte, quelle abbacinanti scenografie sperimentali, rievocanti inoltre certe correnti dell'underground americano, come quella dei film-painting (Fuses, ad esempio recente), per rientrare nel più a lei connaturale habitat di matrice surrealista, acuito di toni grotteschi e inaugurato quattro anni prima con Le Margheritine (Semidrasky); il film che le costò un esposto dal governo(1) e che a detta di molti, non solo resiste come capolavoro personale, ma anche come probabile caposaldo di tutta quella corrente avanguardista che fermentava alle porte della Primavera di Praga. Ciò che segue in Fruit of Paradise, è una rilettura radicale e serratamente simbolica sulla caduta dell'uomo. Spinta dallo stesso impeto visionario dell'opera precedente, la cineasta di Ostrava inscena qui, il tutto, con i tratti caratteristici di una novella (sfumata di mystery), che vede la succitata Eva trovarsi coinvolta al centro di un falotico ménage à trois, sospesa tra la via della rettitudine e quella della tentazione: tra una malcelata passività nei confronti del marito Josef/Adamo (rappresentazione dell'uomo perfettamente inquadrato in una società oppressiva e consumistica, grigia come l'abito che indossa) e una fervente attrazione, al contrario, per l'enigmatico Robert/il diavolo (ovviamente vestito di rosso; emblema del proibito, della sovversione al regime, alle convenzioni tradizionali).

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Following on from what is by far her best-known film, Sedmikrásky (Daisies, 1966), Věra Chytilová embarked on a new project, the production of which would be shaped by internal and external forces alike: on the one hand, by the director’s commitment to a kind of restless self-abnegation, the seeking out of a new style for each successive work; on the other, by the brief flowering and much longer withering of the Prague Spring, which ushered in the prolonged “normalisation” of Czechoslovakian society, and which would also see Chytilova barred from making another film until 1975.

At first blush, Ovoce stromů rajských jíme (Fruit of Paradise, 1969) offers up a new take on the story of Adam and Eve, which also doubles as an allegory for the invasion of Prague by Soviet forces under the Warsaw Pact in August 1968 – the very month in which filming began. More in line with the unnamed dystopian spaces that gesture towards historical tragedy in Juraj Jakubisko’s Vtáckovia, siroty a blázni (Birds, Orphans and Fools, 1969) than with Jaromil Jireš’ direct criticism of party politics in Žert (The Joke, 1968), Fruit of Paradise avoids forthright political comment and so comes across as an unpredictable and capacious work of art.

Even as the film’s allegorical scaffolding was shaped explicitly by the historical events taking place during the shoot – the sounds of incoming planes were heard by Chytilova from the shooting location north of Prague – it is clear from the beginning that it has much more to offer than a simple transposition of the Genesis urtext. On the one hand, that myth might be neatly mapped on to the invasion, with the Soviet snake invading prelapsarian Prague and forcing its inhabitants into exile. But the film also offers the heretical valorisation of the serpent’s craftiness: Fruit of Paradise is also about the necessity of eating from the Tree of the Knowledge of Good and Evil, which opens one’s eyes and allows for what Chytilova called “an explicit rejection of accepting the experienced truth” as a puppet state of the Soviet Union…

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La LEGGENDA (nota bene il maiuscolo) di Adamo ed Eva nel giardino dell'Eden, rivisitata da una delle più importanti esponenti della nuova ondata cecoslovacca, con modi che rimandano a una miriade di modelli diversi, tanti da risultare, presi tutti assieme, in uno stile assolutamente personale. L'impronunciabile Ovoce ecc. sembra contemporaneamente un film muto e sonoro, infantile e smaliziato, comico e tragico, pesante e leggerissimo. Sembra Buñuel incrociato agli innamorati di Peynet, messi in scena dallo scrittore Hrabal con l'aiuto dell'illustratore Ales Jiranek. Un'esperienza straniante che non ci è mai stato concesso di vedere in Italia. Il titolo originale dovrebbe significare Frutto del Paradiso. 

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… It's genuinely impossible to imagine the film working anywhere near as effectively without Zdenek Liska's astonishing musical score, which is melded to the visuals as completely as the hypnotic Philip Glass score for Godfrey Reggio's Koyaanisqatsi and is even more varied and adventurous in its scope. More than once I found myself pondering on the riddle of which came first, the imagery or the music, as the two are so organically bonded that each feels specifically crafted to compliment the other. (It's worth noting that the insanely prolific Liska – this was one of eight features he scored in 1970 alone – also wrote the music for Juraj Herz's superb The Cremator and a number of early Jan Švankmajer shorts.)

The themes explored by Fruit of Paradise – temptation, loss of purity, the corruption of innocence – should be evident to all but the most disinterested viewer, but are explored in such an artistically adventurous manner that there are times here when they play like virgin cinematic ground. It's the also boldness of Chytilová's approach that ensures that the symbolic use of white and red – and the climactic transition from one to the other – never feel as obvious as a written description would doubtless make it sound. Second Run regulars should already be aware of Chytilová's work through her superb 1966 Daisies. If you're a fan of that film (as surely you must be), then you should consider Fruit of Paradise essential viewing…

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An avant-garde, symbolic fable on dangerous knowledge based on a simplistic interpretation of Adam and Eve. A married, happy couple stays in a resort, but their lives are soon shaken by an eccentric stranger. The wife is seduced by him, but her eyes are soon opened to horrible truths such as her possibly cheating husband and that the stranger may be a serial killer. An extended symbolic struggle between the three people ensues, with truthful keys being dropped, swamps standing for danger, balls, scarves, dresses and ink all in red appearing during awakenings and revelations, a statue of an angel is thrown and broken, etc. The occasional strange dialogue and stagy poses are heavy with meaning, and colors, lenses and other effects are used to artistic effect. The cinematography is very interesting as is the unusual avant-garde soundtrack, but the movie tends to wander. Lovers of Fando and Lis should enjoy this.

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domenica 3 gennaio 2021

Smetto quando voglio: Ad honorem - Sydney Sibilia

finisce la trilogia della banda di ricercatori che avevano cercato una strada nel mondo.

e gli tocca salvare il "sistema", quello che li ha fatti soffrire.

ma loro sono buoni, degli eroi in un popolo che ne ha bisogno.

peccato finire, ma tre episodi sono giusti, è stata evitata una serie stanca, magari in più stagioni, Sydney Sibilia merita un applauso anche per questo.

guardate il terzo episodio e godetene tutti, non ve ne pentirete, promesso - Ismaele

 

QUI il film completo


 

…Mentre all’interno della finzione questi ultimi riescono a diventare eroi, il messaggio cinico e satirico verso la nostra società che non premia i meritevoli consegna allo spettatore un misto di malinconia per la fine dichiarata della saga insieme a una speranza per un corso virtuoso del cinema italiano dal punto di vista della produzione.

Una produzione italiana in qualche modo necessaria e che mantiene le caratteristiche della nostra commedia raccontando temi sociali vicini ed attuali ma li eleva con un respiro cinematografico più ampio, combinando divertimento e riflessione, osando finalmente andare oltre le logiche economiche solite e puntando a creare un ciclo che si affermi e dia nuova linfa a un cinema che ne ha bisogno.

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… Secondo il regista la saga era concepita già per tre film che pur mantenendo una fortissima base di commedia doveva andare in tre direzioni differenti, con esperienze cinematografiche diverse. Nel primo una commedia all’italiana classica, che attingesse a piene mani dalle serie tv di quel momento. Nel secondo l’idea d’azione poliziottesca e western all' italiana con i sequel americani degli anni Ottanta e Novanta. Nel terzo le regole sono cambiate ancora, in una sorta di Fuga da Alcatraz.

Ad honorem
 rispetta in pieno la tradizione degli epiloghi delle trilogie classiche, rispondendo alle domande nei film precedenti, chiudendo così il cerchio in questo definitivo faccia a faccia tra i buoni e un super cattivo, Mercurio, spietato e senza scrupoli, ma anche realistico, portando la saga a un livello dark.

La saga di Smetto quando voglio è stata per tutta l’industria cinematografica l’occasione per misurarsi con un progetto ambizioso e complesso, pieno di accorgimenti tecnici raramente adottati dal cinema nostrano, che non ha nulla da invidiare in ambito internazionale, e che è stata premiata dal pubblico apprezzando un cinema popolare, divertente, ma anche colto.

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… Merito della saga di Smetto Quando Voglio è quello di aver creato un immaginario, tutto italiano, che pur prendendo a prestito generi che sono prevalentemente utilizzati all’estero, si mescolano con la nostra commedia migliore, ovvero quella fatta di attori, personaggi che nella loro comica impotenza di fronte alle circostanze, si industriano, in questo caso grazie anche altissime competenze accademiche che li caratterizzano. Se all’inizio era un incontro tra Breaking Bad e I Soliti Ignoti, la commedia in tre atti di Sibilia si è mescolata ancora con altri generi, rimanendo sempre profondamente legata all’identità dei personaggi, il vero punto fermo e forte della trilogia…

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…Che dire di questo capitolo conclusivo di quella che può essere considerata la prima saga italiana se non ripetere quello che si è già detto per i primi due? Innanzitutto è diverso l’orizzonte della storia. In Masterclass il ritmo è altissimo, come nel primo film, e riesce a dare quella sensazione di euforia adrenalinica che i personaggi sicuramente provano durante le loro imprese. In questo ultimo capitolo il ritmo cala leggermente in alcune parti, proprio perché siamo prossimi alla fine del racconto. Molti nodi vengono sciolti, e lo spazio dedicato allo studio dei cattivi, soprattutto su come lo sono diventati, occupa una parte considerevole ma mai eccessiva della trama. L’amore che Pietro prova per Giulia è sempre il motore della storia, il motivo per cui lui decide di smuovere la banda -ovviamente ingannandoli…

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venerdì 1 gennaio 2021

Smetto quando voglio: Masterclass - Sydney Sibilia

secondo film della trilogia, continua la storia della banda dei ricercatori.

si può anticipare il rilascio dalle patrie galere con un lavoro in collaborazione con la polizia.

avventure che non dispiacciono, anzi, e tanta azione, Tenet ha copiato da Smetto quando voglio: Masterclass, è sicuro.

gran divertimento e azione, quindi, domani mi guardo il terzo, mutatis mutandis la commedia italiana degli anni '60 ha degli emuli degni.

buona visione - Ismaele


QUI il film completo, su Raiplay

 

 

 

…Smetto Quando Voglio – Masterclass sceglie sempre di partire dalla propria idea centrale, il nucleo originale ed unico della serie, cioè l’unione che è presente in ogni suo personaggio tra una grande preparazione, una grande intelligenza e una scarsa visione di mondo. Questo contrasto è la maniera attraverso la quale Smetto Quando Voglio presenta il proprio universo e racconta ogni scena, anche quelle d’azione, tutto con una coerenza comica che è la regola nel cinema d’azione e intrattenimento migliore ma che suona innovativa qui, in un paese in cui l’evoluzione del genere si è fermata agli anni ‘70.

Non a caso allora questi eroi quotidiani, così radicati nell’ordinario e nel piccino, ma anche sorprendentemente in grado di essere protagonisti di una storia avventurosa, con tutto il grottesco dato dal mantenere parte della loro inadeguatezza, non somigliano ad eroi moderni ma a quelli del cinema anni ‘80 statunitense…

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…vengono ripresi i punti di forza del primo capitolo, in primis quest’estetica “allucinogena” con una fotografia notturna e dai filtri invadenti, inquadrature pindariche, mdp libera, montaggio serrato e musica ad alta gradazione di decibel, poi un’ironia scorretta e battute demenziali, per sfociare questa volta nei territori dell’action e del poliziesco, con omaggi dichiarati alle grandi saghe del cinema d’avventura, da Indiana Jones a Ritorno al futuro. Ecco allora assalti ai treni, inseguimenti urbani, combattimenti a mani nude, ma anche accordi tra Stato e malavita: in Masterclass, infatti, la banda dei ricercatori viene riassemblata e i criminali, in modo simile a Suicide Squad, stringono un patto con le istituzioni per ripulire la loro fedina penale e tornare in libertà. Come già nel primo film, anche in Masterclass si ride, e molto, ma anche qui la risata non è mai liberatoria e, anzi, porta con sé un inevitabile disagio. La critica sociale è forse un po’ più sotterranea, o meglio offuscata dalla maggiore spettacolarità, ma non per questo meno forte: ecco allora l’istantanea tutt’altro che retorica sui cervelli in fuga e la loro crisi identitaria (“se vuoi trasformare un uomo in una nullità non devi far altro che ritenere inutile il suo lavoro” viene in mente scomodando Dostoevskij), l’inutilità della passione e del coraggio dei giornalisti free-lance, e soprattutto l’opportunismo e l’ambiguità delle istituzioni di giustizia…

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…La trama poi non aiuta, perché questo nuovo capitolo (alla fine fatto ad uso e consumo del terzo che verrà, forse?) non fa altro che giochicchiare senza nerbo con la dimensione temporale in modo che nemmeno inizia il film e dobbiamo correre indietro nel tempo a recuperare un blocco narrativo enorme (e chi non ha visto il primo?). Va bene, capiamo benissimo il meccanismo, però il risultato è davvero povero. Gli spiantati ricercatori questa volta devono recuperare, analizzare e registrare per conto della questura 30 nuove smart drugs legali prima che il ministero le censisca e le cataloghi illegali. Ebbene per un’ora che accade? Nulla, se non un shakerata continua del blocco “commissariato di polizia” e di quello “urla dei ricercatori”. Tutto in attesa dell’inseguimento finale su un treno merci che corre su un binario tra due strade trafficate. La trovata grottesca del sidecar e camioncino nazista (i ricercatori rincorrono il treno e il suo prezioso carico su questi mezzi indossando anche gli elmetti delle SS) meritava di essere l’apice di un strutturato non sense disseminato lungo il film e non un’estemporanea trovata simbolico/figurativa. Ma fa niente. Almeno qui con la sorpresa del nervoso villain che contende la merce ai ricercatori (non diciamo il nome dell’attore anche se è scritto in  ogni dove) la situazione si rianima un po’, vive un improvviso guizzo di saga alla supereroi…

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…Una delle cose che saltano prima all’occhio è l’accantonamento della componente di denuncia sociale, di cui il primo Smetto quando voglio era pregno. Se nel precedente capitolo ci veniva infatti ricordato ogni due per tre che questa banda era sostanzialmente obbligata a delinquere, visto che lo status quo li aveva messi all’angolo, ignorando tutti i loro meriti accademici, di questa cosa in Masterclass quasi non ce n’è traccia. Tutto è praticamente subordinato allo spettacolo messo a schermo, che è, va ricordato, di pregevole fattura. Nonostante venga etichettato da qualcuno come uno dei più classici more of the same, Smetto quando voglio: Masterclass ha una personalità propria e distinta, che riprende l’archetipo precedentemente creato per reinventarsi, proponendo un film fresco e dalla comicità intelligente. La sensazione, che si aveva col film del 2014, di guardare una sorta di Breaking Bad comico in salsa italiana, in questo sequel è completamente svanita. A venire a galla è invece la personalità dei protagonisti; alcuni sì ancora relegati al ruolo di macchietta, altri realmente riusciti, che anche più di prima riescono a far venire a galla i propri tratti distintivi, accompagnando e interagendo alla perfezione con tutte le situazioni tragicomiche che si porranno davanti al loro percorso.

Insomma, in Smetto quando voglio: Masterclass funziona davvero tutto. Dagli attori alla sceneggiatura, dalla fotografia coloratissima a una regia sempre puntuale e dalla personalità propria. Sì, certo, qualche sbavatura qua e là c’è, ma con questa pellicola, anche più rispetto a quella del 2014, Sydney Sibilia ha dimostrato a tutti, insieme a Matteo Rovere (Veloce come il vento) e Gabriele Mainetti (Lo chiamavano Jeeg Robot), che anche in Italia è possibile fare del cinema intelligente.

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…sposta la sfida dei protagonisti un po’ più in là e un po’ più verso il racconto supereroistico, corale e divertente. Smetto quando voglio 2 è in questo senso una buonissima sintesi tra la tematica sociale, che può esistere solo se si ha la capacità di guardarsi dentro a livello di scrittura, quindi plauso a Luigi Di Capua, Francesca Manieri e lo stesso Sibilia che sanno usare la sciabola del paradosso senza timori e la comicità da blockbuster che guarda agli Stati Uniti. Solo che nessuno fino a qui in Italia ha condotto così bene l'esperimento e per due capitoli, saranno tre in totale, in certi versi simili ma anche in grado di differenziarsi e fare un passo avanti ulteriore.

Di budget, di tono, di caratterizzazione. E quando Smetto quando voglio 2 si chiude, lo spettatore sa che nel prossimo capitolo i ricercatori saranno qualcosa di molto simile a certi supereroi; come i cugini Marvel ma senza il difetto della copiatura. Cioè saranno imperfetti, ciascuno con un tic fatale e forse non proprio pronti a rispondere a una chiamata più grande del proprio tornaconto personale. Con questo ultimo fim, dopo Lo chiamavano Jeeg Robot e Veloce come il vento, oltre che il primo capitolo di Smetto quando voglio, il cinema italiano sta trovando un suo stile e un suo animo profondo che sa mescolare il racconto della realtà all'azione adrenalinica. Non siamo solo cinema d'autore e lacrime; e questo va detto soprattutto nei confronti di chi sostiene che nella nostra libreria culturale collettiva ci sia posto per un solo libro. O elitario o popolare. Mentre è chiaro che i due sistemi possono allegramente coesistere. E poi questo gruppo di Smetto quando voglio ha persino un leader, Pietro Zinni (Edoardo Leo), che sa davvero fa il suo lavoro di attore e di capo spirituale della gang.

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