sabato 21 novembre 2020

La pacifista - Miklós Jancsó

un film distrutto dalla critica, ma non così male, in fondo, forse a suo tempo c'erano troppi pre-giudizi, forse perché protagonisti erano dei fascisti.

gli spazi sono pochi, sembra quasi un film di impianto teatrale.

Monica Vitti giganteggia, anche senza la sua voce (viene doppiata, chissà perché), con Pierre Clementi che non sfigura, basta loro due per dare un giudizio positivo al film.

buona visione - Ismaele



QUI il film completo in italiano (non guardate i sottotitoli in spagnolo, fanno pena)


 

 

Una giornalista televisiva, Barbara, politicamente non impegnata ma che si professa genericamente pacifista, svolge il suo lavoro in una città in fermento per la contestazione giovanile da una parte, le violenze degli estremisti dall'altra. Vittima ella stessa, durante uno dei suoi servizi, di alcuni giovani motociclisti - che le strappano il registratore e le bruciano l'automobile - Barbara è però turbata, soprattutto, da una misteriosa e sfuggente presenza: quella di un giovane che la segue dappertutto, apparendo e sparendo all'improvviso. Riuscita, finalmente, a parlargli, Barbara scopre che egli non ha cattive intenzioni nei suoi riguardi, ma è invece innamorato di lei. Membro di un'organizzazione di estremisti, i quali gli avevano ordinato di compiere un delitto politico, il giovane teme, non avendo avuto il coraggio di uccidere, le reazioni dei suoi compagni. Questa, infatti, non tarda a venire e il giovane paga la sua disobbedienza con la morte. Rivoltasi, invano, alla polizia, Barbara - presa ormai nella spirale della violenza - lo vendica uccidendo il capo degli estremisti.

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Politicizzato al massimo (si sentono canzoni comuniste, tra le quali riconosciamo la famosa "Contessa" di Pietrangeli). Non male l'interpretazione dei due personaggi (Clementi e Monica Vitti) ma film che francamente non lascia il segno. Insipido, diciamo mediocre.

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…Un film sostanzialmente reazionario, insomma, che non rende giustizia a un autore impegnato come l'ungherese Jancso e che penalizza allo stesso modo la carriera di interpreti dotati e di primo livello quali la stessa vitti e soprattutto di Pierre Clementi, qui coprotagonista. Girato interamente in Italia, La pacifista sfoggia una serie di collaboratori tecnici del Belpaese; vale la pena citare l'operato di Giorgio Gaslini per la colonna sonora e quello di Carlo Di Palma per la fotografia, entrambi encomiabili; quest'ultimo era all'epoca il compagno della Vitti. Quanto a lei, aggiungere che per l'ennesima volta anche in questa sfortunata pellicola dimostra di essere un'attrice dalle potenzialità smisurate potrebbe apparire superfluo. Ma vale la pena di correre tale rischio.

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Extraparlamentare e (quasi) extratemporale. Lodevole l'originalità delle intenzioni: raccontare lo scontro tra opposti estremismi politici con un linguaggio assolutamente non naturalistico. Il risultato... un guazzabuglio fanta-politico, condito da dissertazioni filosofiche e teologiche. Potenza narrativa, minima. Vitti e Clementi molto al di sotto della loro media.

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Il film segna l'inizio della parabola discendente di Jancsò dopo essersi rivelato al mondo con pellicole ben più interessanti e riuscite. Come in passato la matrice della pellicola è politica, ma qui lo stile sobrio e rigoroso dell'ungherese è solo un lontano ricordo. Siamo invece dinanzi ad un pasticcio di grandi proporzioni che si prende troppo sul serio anche se prova a smorzare questo aspetto con qualche coloritura ironica non sempre riuscita. Meglio lasciar perdere anche i "discorsi" politici, spesso risibili e raffazzonati. La Vitti e Clementi sottotono. Bruttura d'autore.

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mercoledì 18 novembre 2020

Il fabbricante di gattini (Katzelmacher) - Rainer Werner Fassbinder

chissà l'effetto che ha fatto ai suoi tempi un film così diverso dagli altri film che si vedevano in giro.

un po' teatrale, un po' ripetitivo, abbastanza cattivo da scandalizzare il tedesco che viveva alle spalle degli immigrati, milioni e milioni negli anni '60.

la storia è quella di alcuni giovani un po' vitelloni, tristi, ubriaconi, che trattano le ragazze come fossero oggetti da scopare, e nulla più.

appare Jorgos (interpretato da Fassbinder), un immigrato greco, di poche tedesche parole, scambiato per un italiano dai giovani tedeschi.

solo Marie lo considera, e quei tedeschi annoiati, sempre alla ricerca di soldi, si risvegliano dal torpore perché in Jorgos hanno trovato un nemico.

ma come si fa a raccontare un film così?

guardatevelo, non ve ne pentirete - Ismaele

 

 

 

QUI il film completo, con sottotitoli in italiano

 

 

Inizio di stile documentaristico, quasi godardiano, forse esagerato, che proietta lo spettatore nel vuoto che questi giovani tedeschi vivono tutti i giorni. Giovani senza speranze e senza ambizioni che non fanno altro che pensare a perdere il loro tempo dietro a donne di facili costumi. Questa routine viene interrotta da un elemento estraneo al loro ambiente, uno straniero che sembra diverso da loro e che pagherá per il fatto di essersi intromesso nella loro esistenza vacua.
Uno dei primi film di Fassbinder, in cui si produce anche in veste di attore, che tratta in modo poco velato del tema della xenofobia che ancora attanaglia la Germania del tempo. Ma non solo. Si parla anche di invidia, di pettegolezzi che infangano, di gioventú bruciata.
Epiche quelle passeggiate con sottofondo di piano.

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…Cibo, soldi , sesso , chiacchiere svuotate di senso, un vegetare più che vivere in attesa degli eventi.
Però quando questo particolare (dis)ordine precostituito viene "alterato" dalla presenza di un immigrato greco che vuole solo lavorare per mandare i soldi a casa, questa gioventù(per modo di dire, sono tutti trentenni o giù di lì)  ariana si ricompatta dietro lo scudo della xenofobia arrivando a pestare il giovane greco all'apice di un crescendo di pettegolezzi e falsità dette sul suo conto.
Girato in un bianco e nero molto contrastato e con una fotografia molto nitida è un film a cui è difficile avvicinarsi per la particolare struttura(evidente l'influenza godardiana) ma una volta entrati nella lunghezza d'onda di questa generazione piegata e disillusa , Il fabbricante di gattini lascia intravedere il talento accecante di Fassbinder in una disamina generazionale in cui prevalgono amarezza e accenti grotteschi.
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…Ogni personaggio, in Il fabbricante di gattini, è chiuso con i suoi pensieri, isolato da un contesto invero vuoto e privo di significato, fatto di un arredamento sobrio e quasi assente su sfondi sempre bianchi chiari come in accecanti oblii. E l'arrivo dello straniero, interpretato proprio da Fassbinder, colora per un attimo le vite dei personaggi facendo focalizzare l'attenzione su di sé senza alcuna intenzione né interesse, facendo, in fondo, fare tutto a loro e alle dicerie svolazzanti che amano provocare e si deformano in bugie inclassificabili. Cosicché la vita, divenuta successione di inutili e "letali" riflessioni, si appiattisce in quadri di duro sarcasmo e abbacinante minimalismo, in cui è proprio il mantenimento dell'immobilità della mdp a dare paradossalmente "movimento" a uno stile apparentemente sobrio ma scoppiettante, straniante, sperimentale nel momento in cui gioca con i silenzi, tramortisce con le onnipresenti voci e avvolge nelle inestricabili intersezioni della figurale cecità umana.

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Katzelmacher è un’espressione bavarese spregiativa con cui venivano chiamati i lavoratori immigrati dell’Europa meridionale. L’appellativo allude alla loro presunta intensa prolificità, mentre l’etimologia corretta indica il “fabbricante di cazze“, artigiano proveniente per lo più dalla Val Gardena, specializzato nella produzione di mestoli (Gatzeln) in legno e in rame. Un’ulteriore etimologia deriva dallo svizzero-tedesco e individua specificatamente i lavoratori italiani (soprattutto del Sud) molto presenti dalla fine degli anni ’50 alla fine degli anni ’70 in tutta la Svizzera interna, con contratti stagionali. L’accezione è riferita appunto all’attitudine ad avere molti figli (Katzenmacher significa, infatti, “fabbrica gatti“).

Cominciare dal titolo, per parlare del secondo lungometraggio di Rainer Werner Fassbinder (il primo era L’amore è più freddo della morte, 1969), Katzelmacher (Il fabbricante di gattini), è utile per comprendere quanto disprezzo già serbava a ridosso degli anni ’70 la piccola borghesia della Germania Federale nei confronti dell’altro, di chi veniva percepito come non appartenente al proprio ordine di simbolico di riferimento. Nel film di Fassbinder il Katzelmacher (da lui stesso interpretato) viene appellato con termini assai dispregiativi, quali, per esempio, “negro” e “comunista”; fin dalla sua prima apparizione è visto come un elemento di disturbo, un pericolo che dev’essere estirpato, che non si esita a calunniare, pur di ridurlo a sacrificabile capro espiatorio…

…Con Katzelmacher Fassbinder inaugurava una nuova modalità di fare cinema, contrassegnata dalla possibilità di produrre opere a bassissimo costo e con grande velocità di esecuzione, a dimostrazione di come a fronte di un’idea di cinema (e non un cinema di idee) fosse possibile sganciarsi dai circuiti convenzionali, raggiungendo comunque risultati egregi. Un film, l’opera seconda del regista tedesco, da vedere e rivedere, su cui non smettere di tornare a meditare.

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Un'arguta critica alla società xenofoba, questo il secondo film di Fassbinder, forse troppo godardiano e ridondante in certi punti, ma riuscitissimo.
Ritratti curati e particolareggiati di trentenni nullafacenti tedeschi alla fine degli anni '60. La mancanza di ogni valore, interesse, aspirazione concreta, sensibilità, trova sfogo attraverso lo stigma per un immigrato greco (Fassbinder, eccezionale nel ruolo), in un crescendo di pettegolezzi e luoghi comuni beceri e insensati, uniti tra loro da sequenze a volte davvero geniali, perchè combinate in modo da dare un'idea di moltiplicazione e aumento dell'intensità, fino alla parte finale che ovviamente non svelo.
Scenografie volutamente asettiche, scevre di qualunque elemento di calore e conforto.
Grottesco e amaro, vale davvero la visione anche se ammetto che lo stile quasi documentaristico può risultare un pò indigesto soprattutto nella prima parte.

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…Scopertissimo apologo antifascista, Il fabbricante di gattini, nella sua apparente banalità, nella sua rivendicazione di uno stile asciugato sino alla decolorazione di ambienti, anime e psicologie, è opera totalmente fassbinderiana, abitata da un’ironia ed una disperazione che, a volte, diventano indistinguibili. La telecamera inquadra i personaggi nella loro fissità e quasi li inchioda ad una vita che, infestata da elementi e manufatti interiori di bassa lega, si constata pervasa da noia e pochezza assolute. Il tocco di Fassbinder sta nell’ingenerare un senso di pietas verso le meschinità e le piccole corruzioni, nel lambire le disperazioni con un tocco di umorismo nerissimo e surreale (le voci che si rincorrono incontrollate e perlopiù false sulle caratteristiche del greco, le passeggiate delle varie coppie nel quartiere, a mostrare ed ostentare un impettimento che è semplice ansia di riconoscibilità sociale), nel lasciare che parlino, più che le immagini, dialoghi di pochezza programmatica in grado di rendere palpabile il disagio esistenziale di una società tedesca alla deriva.

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…le cinéaste refuse tout drame ou tragédie et la bastonnade qui devait être l’acmé du film n’en est qu’un épisode sordide qui ne résout rien. Si la fin engage des projets (partir en Grèce, s’engager dans l’armée), on a des doutes sur leur réalisation tant leur quotidien poisseux les englue. Vision pessimiste, certes, aride, certes, qui fait par moments penser à une vision d’un enfer sans religion, sartrien si l’on veut. On pourra aussi y voir ce qui deviendra un leitmotiv dans la suite de sa carrière, la condamnation d’une société de petits bourgeois qui, comme le disait Flaubert, « pensent bassement », mais sans émotion ni grand discours. À sa manière lente et minimaliste, cette œuvre tout en retenue peut néanmoins toucher, bien qu’étouffante et singulièrement aride. Elle rend compte aussi à la fois d’un début d’un grand cinéaste et d’une certaine conception moderne du cinéma, exigeante mais passionnante.

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…It should be noted that Fassbinder had to rely on state funding to make his films, and he can certainly be challenged for biting the hand that feeds him. The filmmaker’s attitude is that he’s an outsider and that even though outsiders are needed to bring new life to the stagnant German culture, they are never welcome. In order for Fassbinder to achieve success in this milieu, he aped the Hollywood director by organizing his own production base and made it function like the American studio system. As in most of his early films, Fassbinder fills the screen with despair and his subject matter themes always seem to be about the exploitation of feelings. Here, he does this in a highly stylized and artistic manner by examining the dynamics among couples from both “without” and “within” themselves. This film was the winner of the German Film Awards as outstanding feature film.

As in all Fassbinder films, there are slogans spoken by the characters or flashed across the screen. This film opens with the crawl: “It’s better to make new mistakes then to perpetuate old ones.” A bunch of aimless youths hang out in their neighborhood street and interact with each other in such a disarmingly comfortable way as only intimates can. The men act bored, macho and abusive toward the women; the women unhappily yearn for love and walk together arm in arm conveying a false sense of solidarity while talking harshly about the others and their own delusional aspirations…

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lunedì 16 novembre 2020

Il faraone - Jerzy Kawalerowicz

il film è girato fra l'Uzbekistan, la Polonia, e l'Egitto.

dev'essere costato molto, con tante comparse e tanti luoghi diversi.

se uno non lo sapesse penserebbe a un kolossal di Hollywood, o di Cinecittà, per fortuna è molto meglio.

ci sono gli intrighi di potere e la lotta fra il potere politico e quello religioso (diciamo così), che è anche potere economico.

una lotta senza quartiere è la regola, e il popolo e i soldati sono nelle mani dei più forti e dei peggiori (se esistono i migliori).

così era il mondo a quei tempi, ci dimostra mirabilmente Jerzy Kawalerowicz, adesso siamo ancora in quei tempi (pensando di non esserlo più).

gran film, un gioiellino da non perdere - Ismaele

 

 

QUI il film completo, con sottotitoli in spagnolo

 

 

Kolossal polacco anni Sessanta che fa le scarpe a tanti prodotti consimili di provenienza hollywoodiana, per non parlare dei nostri sandaloni. Le ragioni di questa riuscita superiore alla media sono da ricercarsi nella maestria di un regista abbastanza sottovalutato dalle nostre parti, nonché di un discorso che non si limita all'avventura pura e semplice né al banale raccontino degli intrighi del potere. "Il faraone" di Kawalerowicz, adottando un'ottica abbastanza pessimista, parla di tematiche attualissime anche oggi, come la difficoltà, evidentemente sempiterna, di affermare la laicità dello stato (tematica preannunciata fin dalla magistrale sequenza iniziale della lotta tra gli scarabei), il contrasto tra moralità e ragion di stato, tra l'amore e i doveri del sovrano. Con i colori abbacinanti del deserto ed una libertà espressiva che non ci si immaginerebbe in un film polacco dell'epoca, un grande maestro come Kawalerowicz ci trasporta in un'epoca apparentemente lontanissima, nella quale si vivono i drammi di sempre, e nel finale ci mostra persino un ingannevole "miracolo egiziano".

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…Heir to the pharaoh Ramsès XIII (Zelnik) matches wits against the priests when his dad kicks the bucket and he impulsively upsets tradition by taking command of the military–a duty previously always occupied by the priests. Ramsès detests the priests because they have robbed him of his wealth (they are secretly hoarding gold as a tribute to the gods) and he considers them devious and unreliable subjects. His antagonism leads to a battle of survival between those loyal to him and those siding with the priests.

Adding to the melodrama Ramsès takes a Jewess, the musically gifted Sarah (Mikolajewska), as a mistress, who bears him a son. Political intrigue comes by way of the Phoenicians and the mistress Kama (Brylska). She is sent to Ramsès to replace the Jewess as his team plots to get him to go to war with Assyria, which his priests are against. The main body of this work is about the power struggle between Rameses and his temple priests. The romance story fizzles from lack of attention, as filmmaker Kawalerowicz chugs along with his dull political struggles, epic battle scenes and musical interludes of Egyptian tunes sung in Polish. He characterizes one character named Hiram as a malevolent Jew, and precedes to stereotype him in an obviously bias way from a hooked nose to other degrading features about his character traits which call attention to him being one of those Jewish types. It’s beyond me how this film was ever considered for an Oscar as a Best Foreign-Language Film nominee back in the 1960s.

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…The film makes a great effort at recreating a primal ancient civilization, complete with the geography, climate, social stratification, politics, religion and warfare, paying attention to detail in the scenes of embalming and funerals, the court protocol, the waking and feeding of the gods, the religious beliefs, ceremonies and processions.
At the Cannes Film Festival, the director Kawalerowicz stated that given that they had not found in all Egyptian iconography handled, no image that allowed them to think that the kiss had been a form of erotic play, it did not appear throughout the film.
The actors themselves adopt on many moments hieratic postures as seen in Egyptian paintings.
We only see two buildings (the palace and the temple) that reflect the two centers of power highlighted in the story. There are no roads, no houses, only the desert and the sun with its continued ubiquity presenting the country's dominant landscape view.
The destruction of a ditch, recommended by the priests to avoid crossing the place where two beetles were fighting, gives the first hint of the important role of religion and priests.
A slave sees destroyed that ditch whose construction he had worked for 10 years and, after that, powerless, he commits suicide. He is the only worker in the film that it is mentioned his legal status, this could spread the common believe that slavery was the dominant form of work, when at that time (late 2nd millennium) other forms of dependency were predominant.

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…Immaginate un colossal hollywoodiano senza gli ingredienti di un colossal hollywoodiano. Qui sono assenti storie d’amore, ambienti lussuosi, attori miliardari che gigioneggiano, musiche roboanti, cenni storici approssimativi, lieto fine d’obbligo, colori ipersaturi, dialoghi scontati e retorici, trame esili (cfr “Sinuhe l’egiziano” (Michael Curtiz,1954), “La regina delle piramidi”(Howard Hawks,1955), “I dieci comandamenti” (Cecil B.De Mille,1956) e tanti altri).

Qui la trama è tutt’altro che esile, anzi, a volte, è decisamente complessa, qui si ragiona di affari di stato, qui riecheggia il problema della separazione fra politica e religione, qui si parla di casse statali vuote e di minacce di invasione, qui ci si muove fra gli edifici degli antichi egizi (tranne qualche ricostruzione in studio laddove la presenza dei turisti ostacolava le riprese). Questo è il film del grande maestro polacco Jerzy Kawalerowicz, che nel 1967 qualche critica astiosa tacciava di opera lenta, pesante e noiosa.

La ricostruzione ambientale, i costumi, le armi, i movimento degli eserciti, persino i riti imposti dal sommo sacerdote per propiziare qualunque impresa (all’inizio il cammino dell’esercito viene deviato per non calpestare uno scarabeo sacro) sono filologicamente perfetti. Tre anni di lavorazione fra Egitto, Uzbekistan e Polonia, migliaia di comparse.

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domenica 15 novembre 2020

“Caro Diario”. La politica in prima persona - Filippo Adussi

Già premio per la regia a Cannes 1994, torna proprio in questi giorni al cinema quello che è forse, almeno per ora, il capolavoro di Nanni Moretti, cioè Caro Diario, in versione restaurata dalla Cineteca di Bologna per il progetto “cinema ritrovato”. Parafrasando un po’ quel proverbio tedesco di kunderiana memoria, si direbbe che «una volta sola, non basta». E, in effetti, passano gli anni, ma quegli altri film che gridavano cose orrende e violentissime si sono imbruttiti, e, infatti, non li cerca più (quasi) nessuno; mentre questo film, che evidentemente già allora diceva cose giuste, è divenuto uno splendido ventisettenne, e vale davvero la pena di stare qui ancora a parlarne.

Era il 1993, e Nanni Moretti tornava al cinema quattro anni dopo Palombella Rossa (1989) e tre anni dopo il documentario La Cosa (1990), cioè i suoi due film forse più esplicitamente politici, che si occupavano, rispettivamente, della crisi d’identità che la “sinistra” italiana stava attraversando durante il crollo del “baraccone sovietico”, e, in seguito, della cosiddetta “svolta della Bolognina”, e cioè del conseguente momento di riorganizzazione strutturale e ideologica della stessa, nella figura di Achille Occhetto, ultimo segretario del PCI. In linea coi tempi, anche questo ritorno segnò per il cinema di Nanni Moretti una sorta di “cesura”, che è proprio spiegabile a partire dalla scelta operata dal regista di optare per uno stile “diaristico” di narrazione, e quindi direttamente personale. Cinque anni più tardi, ovvero con Aprile, Moretti avrebbe ulteriormente confermato questa sua scelta stilistica, tornando a parlare in prima persona, e rendendo quindi definitiva la separazione tra Nanni Moretti medesimo e quello che, fino a quel momento, era stato il suo alter ego cinematografico, tale Michele Apicella, personaggio di fantasia che variava di età e professione in ogni suo film, e che, in sostanza, era il paravento dietro cui il regista romano decide ora di non ripararsi più.

In un momento storico di generale “ritirata strategica”, il gesto di Moretti si distingue per non essere, appunto, l’ennesimo abbandono di campo e di responsabilità; si tratta, semmai, esattamente dell’opposto, e cioè di mettersi finalmente, e forse per la prima volta, autenticamente in bella vista, e di fare questo senza abbandonare la dimensione pubblica, ma rifiutando decisamente quelle nuove e poco convincenti retoriche che stavano già sostituendo (e, di fatti, avrebbero poi sostituito) i vecchi ideologismi “spiccioli” di partito (ai quali, per altro, il nostro non ha mai fatto concessioni, neppure nei momenti di maggiore sua “corrispondenza” con lo spirito dei tempi). Cogliendo, dunque, questa occasione per spogliarsi di tutta una serie di “retoriche” che, nel bene e nel male, avevano dominato il discorso pubblico italiano fino ad allora, Moretti riesce, attraverso lo stratagemma narrativo della “forma-diario”, a dismettere i panni del “noi”, e a dare voce, probabilmente anche con una certa sua personale sensazione di sollievo, al Nanni persona e non personaggio, quindi finalmente a un “io” che, respirando, fa probabilmente tirare un respiro anche a buona parte di una certa generazione.

Una scelta, pertanto, tutt’altro che elitaria; nulla a che vedere con una ritirata sull’Aventino, o con lo “snobismo” spesso rimproverato dal mainstream di sinistra a questi intellettuali (non molti, in verità) che, proprio per non dare forfait, hanno però deciso di proseguire la propria lotta da soli, in una sorta di richiamo alla “responsabilità personale” di ciascuno. A voler ben vedere, questo certo momento di “maturazione” personale, aveva avuto, nel dibattito pubblico italiano di qualche anno prima, uno straordinario precursore, e cioè il caso della rivista di critica che, a metà degli anni ’80, due intellettuali fuori dal coro come Piergiorgio Bellocchio e Alfonso Berardinelli avevano avuto il coraggio di pensare e, soprattutto, di realizzare in totale autonomia, e che, buffa coincidenza o forse no, si chiamava proprio Diario, e cesserà le sue pubblicazioni proprio nel 1993.

Moretti, con questo film, ci tiene dunque a mettere in chiaro che «non siamo tutti complici», come viene subito detto in una delle primissime scene. A conti fatti, sono “complici” solo quelli che tacciono, e quindi acconsentono; e cioè quelli che non sanno fare i conti con sé stessi, per riscattare sé stessi, ovvero quella maggioranza con la quale Moretti sente che non potrà mai legare.

Volendo ora scendere, brevemente, nel dettaglio, la cosa che forse caratterizza di più questo film è la sua struttura, divisa in tre parti. A loro volta, questi tre episodi, che sono rispettivamente il resoconto di tre diverse tipologie di viaggio, sono ulteriormente suddivise in tante piccole tappe, che il nostro affronta, una dopo l’altra, ogni volta rendendoci partecipe delle sue introspezioni.

Il primo episodio, intitolato In Vespa, è forse il più iconico del film, e rappresenta, come poi suggerisce il titolo, un “fuga” del nostro Moretti dal tedio della noia afosa di agosto, e cioè un vero e proprio tour della Roma semi-deserta di quell’estate, in Vespa ovviamente; questa, confessa a noi e al suo caro diario Nanni, è «la cosa che mi piace di più». Tracciando una vera e propria mappa dei quartieri di Roma, dal centro storico sempre più a raggiera, fino alla periferia («Spinaceto, pensavo peggio!») il nostro osserva le case e i palazzi cambiare di forma, stile e dimensioni, e, stimolato nel suo vagabondare da questa vista, senza nemmeno accorgersene trasforma questa “fuga nello spazio” in una vera e propria “fuga nel tempo” e, per cosi dire “nel passato”, incominciando a farsi alcune domande relative a come è cambiata Roma negli ultimi anni, e arrivando poi fino al lido di Ostia, e cioè nel luogo dove, alcuni anni prima, era stato assassinato Pasolini. Ogni luogo è così associato ad una domanda, ad un ricordo, ad un desiderio irrealizzato, per esempio quello di visitare l’interno di tutte quelle case che, viste da fuori, lo incuriosiscono, oppure ad un rimpianto, ad una occasione che è andata perduta, per esempio la possibilità di comprare e ristrutturare un certo attico in centro.

Se il primo episodio era un viaggio all’indietro, con tinte amarcord, il secondo viaggio, Isole, è invece un continuo muoversi in tondo, senza mai arrivare a nessuna destinazione definitiva, in una sorta di nicciano “eterno ritorno dell’identico”, quasi un presente che non si estingue mai. In questo episodio, Nanni va sull’isola di Lipari per trovare un amico, studioso dell’Ulisse di James Joyce. Non serve certo un grande acume per notare l’evidente parallelismo tra il poema omerico e quella vera e propria “odissea” che anche i nostri due protagonisti, da lì a poco, avrebbero intrapreso, da Lipari a Salina, l’isola dove i figli hanno reso schiavi i genitori attraverso il controllo delle linee telefoniche, e poi a Stromboli, dove la minacciosa presenza del vulcano rende tutti più ostili, passando poi molto brevemente per Panarea, dove la fantasia è al potere e organizza splendide feste del cattivo gusto; in conclusione di questo giro quasi completo delle Eolie, l’isola di Alicudi, la più selvatica e inospitale, che farà scappare a gambe levate l’amico di Nanni, convinto detrattore dei programmi televisivi, che rivaluterà però la comodità dell’elettricità e dell’acqua calda, e persino della televisione.

L’ultimo episodio, Medici, è quello più esplicitamente auto-biografico, ed è la riproposizione su schermo di una vera e propria via crucis, che Moretti ha realmente vissuto. Si tratta della cronaca fedele degli innumerevoli tentativi compiuti dal nostro per risolvere un problema di intenso prurito che lo tormentava, e che, dopo una interminabile sequela di visite mediche, diagnosi errate, terapie e medicinali inefficaci, rimedi omeopatici e della nonna (e persino un tentativo di medicina cinese), si rivelerà essere un tumore, dapprima giudicato incurabile, e poi invece scoperto essere benigno. In questo ulteriore viaggio, che è tutto un proiettarsi “nel futuro” attraverso le ricette per stare bene, le visite e gli ambulatori che, freneticamente, si sostituiscono l’uno all’altro, Nanni arriverà a momenti di profondo sconforto, sentendosi totalmente in balia di una “salute” che dovrebbe ripristinarsi, ma che, di fatto, non si ristabilisce, tendendolo ostaggio di un avvenire sempre più carico di divieti («È per il tuo bene!») e sempre più svuotato del suo carattere di possibilità, almeno fino al (per fortuna) lieto fine. La situazione paradossale in cui decine di professionisti non sono riusciti a vedere quello che avevano sotto il naso, fa trarre a Nanni due riflessioni, e cioè che i medici sanno parlare ma non sanno ascoltare, e che, come dice qualcuno, bere un bicchiere d’acqua la mattina, prima di colazione, è una cosa che fa molto bene alla salute; come a dire che la scienza, qualche volta, va presa per dosi, un po’ come le cure che essa prescrive.

In ultima battuta, se Caro Diario ci ricorda qualcosa, è proprio quanto sia importante, specie in certi momenti, guardare dentro di noi, per capire cosa succede fuori. Vale la pena davvero, finché si può, andarlo a rivedere, specie di questi tempi. E dopo? Dopo, il dibattito. Sì! Il dibattito, sì!

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