sabato 13 giugno 2020

Paradise now - Hany Abu-Assad

i protagonisti sono i due amici Khaled e Said, volontari per una missione suicida, e Suha, una ragazza che prova a far loro cambiare idea. 
mi sembrava di conoscere Suha, cerco un po' e trovo che l'attrice, che si chiama Lubna Azabal, è la straordinaria Nawal nell'immenso film di Denis Villeneuve che è La donna che canta.
Paradise now è ambientato nella Palestina occupata dagli invasori israeliani, i due amici non vedono altra via di uscita alla loro condizione se non quella di diventare martiri.
non è un film a tesi, è dialettico e pieno di sofferenza e di dubbi, drammatico, ma ci scappa qualche sorriso.
è stato candidato agli Oscar per il miglior film straniero.
da non perdere, sicuro - Ismaele


… We may disagree, too, and yet watch the film with a fearsome fascination. The director and co-writer, Hany Abu-Assad, uses the interesting device of undercutting the heroism of his martyrs with everyday details. During one taping of a farewell message, the camera malfunctions. During another, one of the bombers interrupts his political sermon with a personal shopping reminder for his mother. When the leader of the terrorist group personally visits the two men, he seems less like a charismatic leader than a bureaucrat a little bored by this obligatory task…

…I tre personaggi principali portano avanti altrettanti modi di vedere la situazione e tentativi di risolverla: pacifista, incerto e terroristico.
Tutti e tre sono però veramente umani, inaspettatamente per chi non è a contatto con la situazione come la maggior parte degli spettatori. È sconvolgente vedere come dei gesti così estremi e ingiustificabili possano essere compiuti da persone che non assomigliano affatto a invasati o ad estremisti religiosi: giovani normali spinti dalla difficoltà della vita di tutti i giorni e piene di rancore perché private dei mezzi per migliorarla, che cercano nella fede solo una speranza e conforto per un al di là che fa paura. Un’immagine che spaventa molto più di quella che spesso costruiamo nelle nostre menti.

venerdì 12 giugno 2020

Bé Omid é Didar (Au Revoir) - Mohammad Rasoulof

fuggire dalla prigione Iran è impossibile, Noora è un avvocato dei diritti umani, ha un marito che ha scritto contro il potere, ha il fiato sul collo degli sgherri del regime, aspetta una bambina, vuole andare via.
sembra facile a noi, lì no.
Noora resiste, con sempre maggiore difficoltà, vuole evadere da quella prigione.
un film da non perdere, per chi mette in conto di soffrire (almeno al cinema).
buona visione - Ismaele





… Un senso di sconvolgente estraneità, difficile da sostenere per lo sguardo, abita Bé Omid é Didar e se ne impossessa come unica condizione possibile in Iran. Un paese dove il futuro può offrire solo una vita malata, ancora prima della sua nascita, e dove un principio distruttivo regola ogni rapporto fino a prosciugarlo. Imprigionata in una claustrofobica gabbia ormai rotta, come la tartaruga che tiene in casa, Noora vive la continua violazione del suo spazio e delle sue speranze, mentre il suo sguardo, sempre puntato su un fuori campo irrealizzabile, rivela con disperato stupore il vuoto che va fagocitando ogni movimento vitale. La staticità che circonda e bracca Noora, unico corpo pulsante del film che si ferma ad ascoltare il battito del cuore della bambina che ospita nel suo ventre, è l’immagine mortuaria di un mondo svuotato. Come la città sulla quale si affaccia la protagonista: un orizzonte  distrutto dalla sua immobilità e al quale è stata negata anche la voce per gridare il proprio dolore. A questo scenario di morte, che con la sua livida intransigenza divora ogni immagine, Mohammad Rasoulof oppone la resistenza della sua protagonista. Incurante del logoramento fisico, costretta a subire un’asfissiante solitudine mentre tentano di depredarla della dignità e del futuro, Noora continua testardamente ad avanzare – come Rasoulof, che ha realizzato questo film semi-clandestinamente – in una struggente lotta che si rivela il sogno fallito di una rivoluzione ancora impossibile.

Il est parfois difficile pour un spectateur occidental de voir un film iranien (ou provenant d’un autre pays au contexte politique complexe) de manière complètement innocente ; de ne pas être tenté, consciemment ou non, d’interpréter chaque élément du film et de son récit de manière uniquement politique et revendicative. Il est parfois facile d’oublier qu’un film iranien est aussi avant tout un film comme les autres, c'est-à-dire une œuvre d’art plutôt qu’un tract. Mohammad Rasoulof est l’ « autre » cinéaste iranien (avec Jafar Panahi) à être actuellement menacé de prison et d’interdiction de filmer - Au revoir a d’ailleurs été tourné clandestinement, majoritairement en intérieur, mais le cinéaste le dit d’ailleurs lui-même : « On parle, hélas, beaucoup plus de ce qui entoure les films et pas assez des films eux-mêmes. Je veux être considéré comme un cinéaste qui exerce tout simplement son métier »…

…C’est qu’Au revoir est aussi un grand film politique, pas une fiction sociale larmoyante et consensuelle mais un véritable objet de cinéma, proche des univers kafkaïens de Cadavres exquis de Francesco Rosi ou Hunger de Steve McQueen, Couloirs, salles d’attente, rames de métro et taxis sont ici des éléments de décor traduisant la solitude et l’enfermement d’individus privés de lien social, bien mis en lumière par des plans-séquences qui ne sont pas de simples figures de style.
« Quand on se sent étranger dans son propre pays, autant de sentir étranger dans un autre pays », réalise Noura, prise dans un dédale d’impasses où toute sonorité semble une menace permanente. Si Marjane Satrapi trouvait vite la fuite dans Persepolis, l’évasion est ici moins aisée et le pessimisme plus explicite. Tourné dans la semi-clandestinité par un cinéaste condamné (avec Jafar Panahi) à une peine de prison pour « propagande contre l’État », Au revoir est un cinéma de résistance et une œuvre majeure sur l’oppression, à voir en complément du magistral Une séparation de Afghar Farhadi.

…Sans cris ni brutalités, une mise en scène d'une radicalité et d'une intelligence rares fait exploser à l'écran l'essence de l'oppression politique. Quel que soit le décor, les murs sont de la même couleur, celle-là même qu'a fini par revêtir le monde aux yeux de Noura, gris terne, invariablement. Ils sont filmés en plan fixe, en accordant une grande importance au hors-champ. Simple, confiant dans la puissance d'évocation primaire du cinéma, ce dispositif exalte avec une force à couper le souffle la violence effarante contenue dans un contexte politique aussi délétère, dans le moindre son, dans le moindre geste.

mercoledì 10 giugno 2020

Yeralti - Zeki Demirkubuz

il film è basato su una storia di Fedor Dostoevskij, uno scrittore profondo come pochi.
il protagonista è Muharrem, un uomo con qualche qualità, che odia il mondo, corrisposto.
passa una vita d'inferno, solo, si ubriaca, va a puttane, rompe con la sua donna delle pulizie, odia, corrisposto, gli amici.
in questa deriva si ferma ogni tanto a pensare, e vede e capisce perfettamente la discesa continua e irreversibile verso un pozzo senza via d'uscita.
un bel film, non adatto ai depressi e a chi riscorre il cinema d'evasione, per tutti gli altri è consigliatissimo - Ismaele

ps: negli anni '80 ha passato tre anni in galera, tortura compresa (qui), e anche adesso non sono bei tempi per la gente onesta, come spesso capita agli artisti, in Turchia.





…Influenzato da Dostoevskij di cui riprende idee e tematiche, Dermirkubuz sviluppa così una personale riflessione sull’uomo e i dilemmi che ne caratterizzano la condizione esistenziale.Inside, vincitore a diversi festival arabo-asiatici e presentato (tra gli altri) al Film Festival Turco di Roma 2012, non fa eccezione, rendendosi anzi il suo lavoro maggiormente segnato dall’opera dello scrittore russo. Attualizzando Memorie dal sottosuolo – e in particolare la seconda parte, A proposito della neve bagnata – il regista mette in scena il declino interiore di Muharrem, impiegato quarantenne colto e intelligente, la cui inadeguatezza alla vita lo porta a covare un senso di odio e di costante invidia verso il mondo, in primis gli amici e la domestica, conducendolo a una depressione causa di azioni (auto)lesive sempre più degradanti. Lo sguardo di Dermirkubuz si incolla al protagonista, rendendo così lo spettatore muto e inerte testimone, vittima a sua volta del lento abbrutimento del personaggio, accentuato a livello visivo da una fotografia livida e quasi esclusivamente notturna e dall’uso del grandangolo a sottolineare il suo disagio ed estraneità da ciò che lo circonda….

Based upon Dostoyevsky's 1864 novella Notes from Underground, Demirkubuz’s consummately crafted, blackly comic character study takes us on a discomfiting journey through a literally barking mad Ankaran civil servant’s crumbling psyche, following him as fantasy, memory, and experience blend in and out of each other against a backdrop of cosseted potatoes, put-upon widows, nefarious landlords, vulnerable prostitutes, larcenous writers, and drunken former friends. Engin Günaydin’s unsettling central performance, Demirkubuz’s expressive mise en scène, and Türksoy Gölebeyi’s dreamy photography combine to decidedly potent effect.