domenica 7 giugno 2020

Rana’s Wedding - Hany Abu-Assad

una mezza giornata a Gerusalemme, in un film d'amore e di oppressione (e che oppressione!), di ribellione e di sorrisi e pianti, una corsa contro il tempo, un aria da nouvelle vague, un po' neorealista.
un matrimonio di gioia e liberazione.
un gioiellino da non perdere.
se la storia d'amore e il sorriso di Rana vi prendono il cuore non siete soli, non è grave.
i due (promessi) sposi, Clara Khoury e Khalifa Natour, li avrete già visti in alcuni bei film, o li rincontrerete da qualche parte.
buona imperdibile visione - Ismaele




QUI il film completo, con sottotitoli in inglese


Girando gli esterni a Gerusalemme Est, a Ramallah e a un posto di blocco interposto, il regista palestinese Hany Abu-Assad osserva il conflitto palestinese-israeliano attraverso gli occhi di una giovane donna, la quale, con solo dieci ore per sposarsi, deve decidere il suo avvenire tra blocchi stradali, soldati, lanciatori di sassi, funzionari affaticati…..e il cuore di un innamorato incerto.
Questo film esplora opportunamente l’amore tra le rovine dei Territori Occupati…..
Secondo Abu-Assad, “Quando l’anormalità delle barriere e dell’occupazione diviene una realtà quotidiana, una cosa normale come un matrimonio si trasforma in un’opera di fantasia. Attualmente, questa è la vita in Palestina…….. Vorrei cambiarla attraverso il cinema.

Rana's father is going to the airport at 4 p.m., and she can either get married, or leave the country with him. He supplies her with a list of eligible bachelors who have asked for her hand in marriage. But she is in love with Khalil. Can she find him, ask him to marry her, find a registrar, get her hair done, gather the relatives and get married -- all before 4 o'clock?
This could be the description of a Hollywood romantic comedy. And indeed it is a romantic comedy of sorts, as romance and comedy survive in the midst of the conflict between Palestinians and Israelis. The movie takes place on both sides of the armed border separating Jerusalem and the Palestinian settlement of Ramallah, and although the comedy occupies the foreground, the background is dominated by checkpoints and armed soldiers, street funerals and little boys throwing rocks, bulldozers tearing down buildings and a general state of siege…
…The movie is passable as a story but fascinating as a document. It gives a more complete visual picture of the borders, the Palestinian settlements and the streets of Jerusalem than we ever see on the news, and we understand that the Palestinians are not all suicide bombers living in tents, as the news sometimes seems to imply, but in many cases middle-class people like Rana and her circle, sharing the same abilities and aspirations as their neighbors. I think the point is to show how their conditions of life are like a water torture, breaking them down a drop at a time, reminding them that having lived in this place for a long time, they are nevertheless homeless.

… Rana’s Wedding is a powerful Palestinian film directed by Hany Abu-Assad that posits love as the only valid antidote to fear in a tense environment of anger, rage, death, destruction. The closing scenes beautifully reveal how a slender thread of hope can be nourished in the hearts of those who participate in the universal rituals that affirm life, renewal, and meaning.

sabato 6 giugno 2020

Kevin J. Everson, l’America bianca continuerà a costruire nuovi muri



(Giona A.Nazzaro intervista Kevin Jerome Everson)

Kevin Jerome Everson è senza dubbio una delle voci più originali del cinema statunitense contemporaneo. Nonostante dichiari di non saperne molto di cinema («Sono molto più interessato all’arte»), vanta una filmografia di quasi duecento film di varia lunghezza e formati e numerosi riconoscimenti accademici fra i quali una fellowship della Guggenheim. Scultore, fotografo, pittore oltre che cineasta, l’anno scorso la Heinz Foundation gli ha conferito il suo prestigioso riconoscimento per le scienze umanistiche.Docente presso l’università della Virginia a Charlottesville, Everson e il suo lavoro sono stati oggetto di numerose retrospettive, installazioni, esibizioni – al Centre Pompidou di Parigi, al Museum of Contemporary Arts di Los Angeles, alla Tate Modern di Londra al Carnegie Museum of Art di Pittsburgh.
EVERSON è appena rientrato a Charlottesville da Berlino, dove era ospite dell’accademia Americana per una residenza artistica, e ha quasi completato l’obbligatorio periodo di quarantena di due settimane: «Tutto quello che sta succedendo e che a molti sembra nuovo non è nient’altro che la solita vecchia storia», dichiara immediatamente. «L’America bianca è sempre stata irrispettosa della tradizione orale afroamericana. Ogni volta che una persona afroamericana dichiara qualcosa, l’America bianca non gli crede mai. Deve essere filmata per essere creduta. L’America bianca non sopporta che qualcuno possa essere testimone delle sue atrocità. Loro sono i primi a credere alle proprie menzogne di essere sempre i buoni. Se tenti di contrastare questa visione attraverso una narrazione orale, non ci credono. E quando finalmente lo vedono pensano sempre che si tratti di un fatto isolato. Si rifiutano di accettare che sia sistemico perché gli permette di conservare la loro presunta superiorità morale, di restare aggrappati al potere. Se i bianchi commettono un crimine, si tratta sempre di un ’individuo’. Se un afroamericano commette un crimine, allora è tutta la comunità che lo commette. Un serial killer bianco è sempre un ’lupo solitario’. O un pazzo. Perché i bianchi si ritengono essenzialmente ’buoni’. Per cui se un bianco commette una strage, si tratta di un folle o di malato perché si allontana dalla norma della supremazia bianca. Il sottotesto è: ’noi sempre migliori di chiunque altro e quello è solo il crimine di un singolo individuo’. Il sistema non è mai messo in discussione. Per cui l’Isis, Al Qaeda e tutte queste organizzazioni sono riconducibili a interi gruppi etnici che vengono criminalizzati. Persino Dylann Storm Roof che ha compiuto la strage della Emanuel African Methodist Episcopal Church viene estrapolato dal suo contesto. Il suo giubbotto, però, recava la scritta Rhodesia. Quindi qualcuno lo ha indottrinato. Quello non è solo un ’lupo solitario’».
«PER I BIANCHI il problema non mai dei bianchi in generale. È questo è il problema della supremazia bianca: ’Siamo superiori quindi non possiamo essere malvagi’. Il sistema non è mai ritenuto responsabile perché loro ritengono che il sistema sia infallibile. Sono una persona molto pessimista ma è interessante osservare che molte di queste proteste non si sono verificate in quartieri neri. C’erano tantissimi bianchi per strada Hanno dato alle fiamme macchine della polizia che non stavano nei loro quartieri. Hanno messo a ferro e fuoco Santa Monica! E Santa Monica è più bianca che non si può! Non ci vive nessuno di noi (ride, ndr). Sono arrivati a Rodeo Drive (distretto dello shopping di lusso losangelino, ndr)! Chi l’avrebbe mai detto? Quello sì che è un posto fuori mano (ride, ndr.). Ci credo che hanno chiamato la Guardia Nazionale e volevano l’esercito per strada! Sono entrati nei quartieri dei bianchi ricchi. Per questo motivo stanno andando fuori di testa: mica bruciava South Central! Il fatto che la protesta sia multiculturale la rende molto più minacciosa rispetto a quelle del passato. Se si fosse trattato di soli afroamericani avrebbero usato senz’altro pallottole vere per fermare le rivolte e tutto sarebbe stato molto più violento e la repressione molto più sanguinosa».
Come considerare il fatto che molti bianchi si sono uniti alla protesta? «I giovani oggi crescono in un ambiente multiculturale. Probabilmente non sono così segregati come le generazioni che li hanno preceduti. E sono più istruiti».


PARLANDO con Spike Lee, lui suggeriva che invece di limitarci a puntare il dito sul razzismo degli Stati Uniti dovremmo pensare a come fermare la pandemia del razzismo in casa nostra. «Spike ha ragione. In queste narrazioni si tratta sempre degli ’altri’, mai di . ’noi’. Quando sono stato in Italia nel 2002 c’era questo ritornello ossessivo contro gli albanesi. Ogni cosa che accadeva era colpa degli albanesi! Senza contare poi questa frattura regionalistica dove ognuno pensa di essere più ’italiano’ degli altri. Poi basta guardare a come è stata gestita la crisi dei rifugiati in Italia. Una cosa terribile. D’altronde questa è la stessa cosa che accade negli Stati Uniti. I bianchi guardano sempre da un’altra parte. ’Mio Dio, stanno opprimendo la gente in Tibet! Oddio un’altra strage nel Darfur!’ A me verrebbe da dire: ’Hey! Siete mai stati a St. Louis?’. Troppo facile: così non sei mai tu il responsabile. Quando i bianchi fanno i film sulla schiavitù e lo schiavismo la buttano sempre sul razzismo e mai sull’economia. In questo modo il padrone della piantagione ha sempre la parlata sudista strascicata dall’accento pesantissimo. Ed è sempre rappresentato come un bifolco. In questo modo uno come Tarantino può dire: ’Non sono io, sono loro!’».
«DANNO sempre la colpa a qualcun altro, ma in fondo si tratta ogni volta del medesimo privilegio bianco che ti permette di fare queste distinzioni. Oggi ho come l’impressione che in Italia, per esempio, il discorso sia estremamente frammentato, come se non ci fosse più spazio per l’idea di inclusività. Eppure nel 40 a.c. nel senato romano c’erano senatori africani perché dovevano trattare anche con altri popoli e tutti stavano sempre su delle navi in perenne movimento a commerciare e a viaggiare».
GEORGE FLOYD è stato ucciso pochi giorni dopo Ahmaud Arbery. Gli afroamericani sono più che mai esposti a una violenza impunita e continuata. «È sempre stato così. Ricordo che quando andavo alle medie, negli anni 70, tiravano giù dai bus scolastici ragazzi di appena 14 anni in manette. Avevo 12 anni quando osservai il vicepreside della mia scuola ordinare a tre ragazzi bianchi di mettere in riga tre miei coetanei. Quando trasmettevano Radici la mattina dopo a scuola ti insultavano dandoti del negro e dovevi fare a botte ogni giorno. Si viveva in un clima di violenza costante. Era normale».
Alcune persone in Europa sostengono ora che finalmente gli Stati Uniti hanno gettato la maschera. «Non c’è mai stata nessuna maschera! (ride di gusto, ndr). Quando i miei colleghi – che amo e ammiro – mi invitano a partecipare a seminari sul razzismo, l’integrazione, ecc. io rifiuto sempre. Mi limito a dire: ’Fatelo voi questo lavoro. Non ho nessuna intenzione di partecipare a tavole rotonde sull’inclusione e la diversità. L’America con tutte le sue risorse potrebbe cambiare lo stato delle cose se solo lo volesse e non lo fa perché a loro le cose vanno bene come stanno. Questo complesso di superiorità offre loro infiniti benefici e a loro fa piacere essere dove sono. Non hanno nessuna voglia di cambiare posto. Chris Rock una volta ha detto: ’Nessun bianco vorrebbe stare al mio posto. E io sono uno ricco!’. Le persone che si occupano di immobili dicono sempre: ’Quando nel tuo quartiere ti avvicini alla soglia dell’11% di residenti non bianchi quello è il momento in cui spuntano i cartelli Vendesi’. Temo che i bianchi siano perfettamente capaci di rivotarsi Trump per altri quattro anni anche se lui sta facendo un ottimo lavoro per non farsi rieleggere. Dopo la sua elezione, alcuni colleghi mi chiedevano: ’Ma che fine ha fatto il vostro voto?’. E io rispondevo: ’Che fine fatto ha fatto il vostro voto!’ Tocca ai bianchi fare la parte del sollevamento pesi. Noi siamo solo il 13-14%. E il nostro lavoro lo facciamo tutti i giorni. Facessero pulizia in casa loro e iniziassero a lavorare sul serio. I bianchi costruiranno sempre nuovi muri. Queste cose sono state ripetute all’infinito. La cultura, la musica, l’intrattenimento ha detto tutto quel che c’era da dire eppure i bianchi non vogliono ascoltare (ride ancora, ndr). Pensa a Redd Foxx, Richard Pryor, James Baldwin, Toni Morrison, Maya Angelou: che altro puoi fare? Aveva ragione Dick Gregory quando diceva: ’Siamo nei guai: i bianchi non sono molto svegli’. Gli ripeti le stesse cose mille volte e continuano a non crederti. Se devo essere sincero sino in fondo, stai facendo queste domande alla persona sbagliata. Queste domande dovresti farle a tutti i registi bianchi e vedere cosa ti rispondono».
Killer Mike dei Run the Jewels è stato al centro di forti polemiche per delle affermazioni a favore dell’uso delle armi da fuoco. Qual è la tua posizione? «Davanti alla mia finestra del mio ufficio quando c’è stata la marcia per Unite the Right ho avuto nazisti armati fino ai denti per giorni interi. Una donna aveva un AR-15 a tracolla. Un’altra aveva un lanciagranate».
«PERSONALMENTE ho un porto d’armi. In quei giorni avevo sempre la mia pistola con me. Se invece di bianchi nazisti armati fino ai denti fossero stati egiziani, cinesi, albanesi li avrebbero ammazzati uno per uno senza troppe storie. Essendo bianchi ottengono un trattamento speciale. Ma i nazisti li conosciamo. Sai chi sono e cosa vogliono fare. Il problema è la signora o l’impiegato bianco che magari hanno votato due volte per Obama ma che se incontrano un afroamericano nel loro quartiere chiamano immediatamente la polizia. Per questo motivo ho voluto fare questa serie di film sui Bird Watcher (ornitologi amatoriali). Quale attività più pacifica e tranquilla? Eppure se la gente si ritrova di fronte un Bird Watcher afroamericano si spaventa e chiama la polizia. Se ci pensi è la paura dell’interruzione della loro normalità, il sottotesto base di tutti i film horror. Il mostro della laguna nera interrompe i piani di relax dei bianchi, così come lo squalo interrompe le vacanze della classe media. Ci trattano come alieni. Non a caso faccio vedere a miei studenti E.T. di Spielberg. La cosa straordinaria di quel film non è l’alieno ma l’assenza di tutti gli altri. In quella parte della California è impossibile non incontrare cittadini messicani eppure nel film non ce ne è nemmeno uno. Senza contare gli afroamericani anche se la maggior parte degli avvistamenti di Ufo avviene nei quartieri neri (ride, ndr). È questa esclusione, quest’assenza data per scontata che è problematica».
COSA pensi del cinema di John Ford e in particolare dei suoi film con Stepin Fetchit? «Stepin Fetchit era un grande attore. I ruoli che gli offrivano erano il problema. Sono convinto che Ford fosse una persona di grande talento ma non riesco più a vedere Sentieri selvaggi. Da noi passa in tv in continuazione. Ritengo che Howard Hawks un artista più moderno, dalla tavolozza più ricca. Mi piace il suo senso dell’essenzialità. Billy Wilder è un altro cineasta che mi interessa. Un film come L’appartamento mi sembra davvero modernissimo. Non ho alcuna idea di cosa sia il ’cinema afroamericano’, siamo appena agli inizi, ma ogni volta che mi invitano a discutere Nascita di una nazione mi arrabbio. Dico sempre: ’Se vengo, vi prendo a pedate bifolchi!’ (ride a lungo, ndr). Si continua a sostenere che sia un lavoro geniale perché ha introdotto delle innovazioni formali ma quelle idee erano già nell’aria. All’epoca c’era anche Oscar Micheaux che faceva i suoi film ma lui è quasi dimenticato. Anche in questo caso si tratta di esclusione e di assenza».
da qui

venerdì 5 giugno 2020

Muffa (Küf) – Ali Aydın

la Turchia non è un posto per ridere. 
anche l'opera prima di Ali Aydın non può non dirlo.
quando i giovani vanno a combattere il potere dello stato, alla fine dello scorso secolo, come adesso, metti in conto che il nemico vuole il tuo annientamento fisico.
Bescet aspetta un figlio che non tornerà, lo sappiamo, lui vuole sapere che fine ha fatto.
è un uomo buono, vinto dalla vita, dall'attesa infinita.
è un film che merita molto, guardatelo, se potete - Ismaele







QUI il film completo, in italiano



…Ali Aydin pone grande attenzione al paesaggio, lo usa narrativamente, e cura maniacalmente la collocazione degi attori nello spazio dell’inquadratura. Videoartisticamente, anche gli interpreti si fanno elementi (oggetti) di una composizione squisitamente visuale, e si pensi solo a quella che è la sequenza fose più bella, quasi un manifesto programmatico, del film, il primo incontro tra il commissario e Bescat, con la macchina fissa a riprendere i due disposti in perfetta simmetria ai bordi opposti di un tavolo, e quell’accendino messo esattamente al centro dell’inquadratura a segnalare la divisione in due del campo visivo. Una scena che dura molto a lungo, perfetta, dove le scarne parole che i due si scambiano, all’apparenza così qualunque, suonano pesanti, gravide di conseguenze, definitive. Un bell’esempio di virtuosismo cinematografico, anche perché Ali Aydin riesce a unire qui (e nel resto del film) l’occhio implacabile e infallibile a buone doti di narratore. Pur nella lentezza e nell’estenuazione di un cinema rarefatto, e di silenzi e tempi interni dilatati fino a suscitare un effetto ipnotico, in Muffa la narrazione non manca mai, la storia ci appassiona e ci tiene legati fino alla fine. Una fine che arriverà con una rivelazione forse non così sorprendente, ma lo stesso sconvolgente. E quelle immagini nelle sinistre camere di un istituto di Istanbul ci restano dentro.

…Ricco di un forte esistenzialismo e del rigore formale tipico della cinematografia mediorientale (fotografia cupa, recitazione per sottrazione, dialoghi scarni ed essenziali, lunghe inquadrature statiche, montaggio minimo), il film si fa ritratto emblematico di una realtà ormai volutamente dimenticata, rendendo il protagonista simbolo di una coscienza storica e civile che non vuole farsi cancellare, persistendo nella sua pacifica protesta al fine di ottenere ciò per cui da tempo lotta. Come tanti turchi, l’anziano Barsi – umile guardiano delle ferrovie dello Stato – vuole conoscere la sorte capitata al figlio, scomparso in carcere durante le repressioni politiche di quasi vent’anni prima.

…C’è un forte attaccamento alla letteratura nel film di Ali Aydın, non solo il citato Kemal Yetkin (Istanbul, 1903-1980) ma anche Dostoevskij, presente soprattutto nel tema del senso di colpa, che troverà spazio in una vicenda parallela al racconto principale, tratto che lo accomuna a un grande autore del cinema turco appartenente alla generazione precedente come Zeki Demirkubuz. Ma c’è soprattutto molto cinema: nei dialoghi, nella capacità di trasformare i luoghi da scenografia in protagonisti, nella direzione degli attori. E se la storia potesse sembrare semplice – ma potrebbe apparire tale solo a una lettura superficiale – le emozioni che suscita scavano nel profondo di ognuno. La fotografia di Murat Tuncel inquadra Basri in un paesaggio bellissimo ma incombente con il risultato di fare apparire l’uomo ancora più piccolo e vulnerabile e le lunghe riprese catalizzano il senso di un’attesa forse senza fine che suscita tutta la nostra empatia in un bellissimo film che ha il potere di rimanere impresso attraverso la discrezione che solo il vero dolore sa portare con se…

…Aydin evita qualsiasi tipo di spettacolarizzazione a favore di un racconto spoglio e minimalista, oggettivamente distaccato ma che non può lasciare indifferenti coloro che lo guardano, restituendo loro la sofferenza di un padre privato dell’affetto del proprio figlio e la solitudine istituzionale di un cittadino che non ha e non avrà mai voce in capitolo, privato del diritto a una risposta a una domanda sacrosanta. Il film ci restituisce con rispetto e una contemplazione mai morbosa la sensazione di un urlo di dolore soffocato in gola, che trova in un continuo vagabondare del protagonista tra i binari della ferrovia e le caserme della polizia la materializzazione di un dolore straziante. La macchina da presa del regista turco osserva gli eventi e il pellegrinaggio invisibilmente disperato di un uomo che vuole quantomeno un corpo da seppellire.  L’attesa di una risposta sul perché di una misteriosa e immotivata scomparsa fa sorgere nello spettatore un senso di angoscia crescente che si attacca alle pareti del cuore e della mente in maniera indelebile, sino al glaciale epilogo che mette solo apparentemente la parola fine al film. La messa in quadro asseconda in tutto e per tutto la messa in scena, attraverso reiterati e interminabili silenzi e un rigore formale che caratterizzano entrambi i piani sensoriali. La pregevole composizione dell’inquadratura e la scelta della fissità della macchina da presa contribuiscono a rendere la fruizione ancora più maledettamente insostenibile, alla pari della struggente e intensa interpretazione di Ercan Kesal nel ruolo di Basri, che si portavoce di un dolore latente che sta uccidendo lentamente un uomo, un padre e un cittadino come tanti.

…Aydin parte dall’associazione Cumartesi Anneleri, “le madri del sabato” che davanti al liceo Galatasaray protestano per i propri figli o fratelli scomparsi nelle carceri turche, ma va oltre la cronaca impegnata e la denuncia civile. Muffa è letteratura, vulnus interiore, dolore con nome e cognome. Muffa è forma raffreddata (pochi movimenti di macchina, un lungo piano sequenza rivelatore) e coscienza arroventata.
Muffa è cinema: povero fuori, ricco dentro. Vi ricorda qualcosa? Comprensione e comprensibilità universali, come nel neorealismo che fu e nei cinema poveri ultimi scorsi, dall’Iran alla Romania e, appunto, la Turchia. Rimane la muffa, lascito della decomposizione del figlio e della marcescenza del padre. E rimane Muffa, un esordio che passa l’esame. Di coscienza. Anche la nostra?