mercoledì 16 gennaio 2019

A distanza ravvicinata (At Close Range) - James Foley

gli attori sono straordinari, in una storia a 100 all'ora, dove Christopher Walken e Sean Penn sono padre e figlio.
il primo è un delinquente di prim'ordine, il figlio è un bravo ragazzo, un po' ingenuo, che inizia a lavorare per il padre.
quando il gioco si fa duro Sean vuole mollare (intanto si è innamorato), ma la sfortuna e il destino sono in agguato.
un gran bel film,  che non ti dimentichi tanto in fretta, e non potrà non piacerti, promesso - Ismaele





…Da sottolineare la prova assurdamente magnifica dei due protagonisti:un Walken totalmente fuori degli schemi con lo sguardo folle e con gesti ancora piu' folli e un Penn che nonostante la giovanissima eta' ci regala un interpretazione favolosa di una gioventu' bruciata che si riesce a redimere....

… Film drammatico ispirato ad un criminale realmente esistito. 
Ben scritto da Nicholas Kazan e con una regia non solo peculiare, ma creativa, ricca di espedienti visivi che creano molta suggestione, ha come protagonista un Sean Penn che già dimostrava di essere in gamba (seppure ancora immaturo), tanto da dare del filo da torcere a Christopher Walken. Nei panni del fratello del protagonista c'è il compianto Chris Penn, vero fratello di Sean. 
Interessante commistione di noir moderno e dramma, riesce a creare la giusta tensione e il giusto pathos nonostante la trama sia piuttosto prevedibile da un certo punto in poi. 
Molto piacevole anche la colonna sonora (che introduce ad esempio il personaggio di Brad e di Terry con una bella atmosfera) scritta da Patrick Leonard e che vede la collaborazione con Madonna - allora moglie di Penn - per la canzone Live to Tell. 
Un film particolare, dai toni un po' malinconici e caratterizzato da scene inaspettatamente crude. 
Da vedere assolutamente (meglio in lingua originale). Consigliatissimo.

Una piacevole sorpresa questo film di Foley, e non solo perché regala un' occasione più unica che rara di vedere entrambi i giovanissimi fratelli Penn all'opera, ma perché riesce dall'inizio alla fine a trasmettere il giusto ritmo ad un film cupo e crepuscolare, con vicende familiari che si incastrano alla perfezione in un gioco criminale dove tutti i legami di sangue vengono soppiantati dalla legge del più forte. Un film dove però a giganteggiare a mio parere è il padre Walken, cinico, amorale ed al tempo stesso estremamente affabile come si conviene ad un criminale di lungo corso. La fotografia eccellente del paesaggio rurale americano è la ciliegina sulla torta di un'ottima pellicola.

Una sceneggiatura dura e tagliente come una lama, crudele e angosciante come una moderna tragedia di Shakespeare, supportata da un cast di altissimo livello, guidato da due attori sublimi come Walken e Penn. Solo la regia di Foley risulta un po' troppo...formale, quasi distaccata, lasciando in effetti che siano la solidità delle parole e degli attori a far funzionare il meccanismo, privando il tutto di quel pizzico di "inventiva" che avrebbe permesso al film di diventare un capolavoro (magari con uno Scorsese dietro al timone...)
In ogni caso, la sceneggiatura è un autentico gioiello di attenzione alle psicologie dei personaggi e di equilibrio tra azione, sentimento e logica degli eventi. E poi, come già menzionato, il duetto dei protagonisti vale da solo il prezzo del film: per quanto è odioso e senza coscienza Walken (ma in un modo molto umano e non macchiettistico, che lo rende anche più terrificante), così è intenso ed emotivo il giovane Penn (forse il miglior attore ora in circolazione ad Hollywood): poco più che ventenne, ma già incredibilmente dotato.
da qui

martedì 15 gennaio 2019

A ghost story - David Lowery

succede poco, in questo film.
protagonisti sono i fantasmi, proprio quelli con il lenzuolo bianco e due buchi all'altezza degli occhi; detto così sembra una scemenza, ma quei fantasmi sono così espressivi, e legati al mondo, alla casa.
fra loro si riconoscono, e i pochi dialoghi riescono a commuovere.
è proprio un film da non perdere, nessuno se ne pentirà, anzi... - Ismaele






…A Ghost Story es mágica, hipnótica, terrible, amarga y realista, utiliza a su fantasma para golpearnos con dureza y  simplicidad, dejándonos sin aliento y totalmente aturdidos al terminar la proyección. Obra de culto instantánea.

… La sintassi cinematografica di Lowery sabota la linearità, il fantasma è osservatore fuori dal tempo che fluisce senza ordine: ed è così che scopre il futuro ergersi su grattacieli di vetro e acciaio, illuminati al neon, cadendo nel vuoto fino ad atterrare nel passato. Senza in realtà muoversi di un passo. Perché bloccato lì dove ha sempre desiderato essere: a casa. Almeno finché il bigliettino di M, incapsulato come un messaggio in bottiglia lasciato vagare nell'eternità, non riemerga; scendendo a patti con la finitudine delle cose umane, l'epifania si concretizza nell'attesa, al fine di lasciare una piccola traccia di sé in un angolo di mondo, prima che l'universo ci dimentichi. Lowery ci e si ricorda che la Settima arte permette tale impresa.

…a livello costruttivo, la narrazione è divisa perfettamente in tre parti da due immobili piani sequenza; il vagabondare del fantasma viene interrotto da questi momenti cruciali che rallentano ulteriormente il tempo inglobandolo in un'atmosfera ovattata: nel primo troviamo, accovacciata a terra, la moglie che ingoia forzatamente dei bocconi di torta al cioccolato cercando di reprimere quelle lacrime che non vedremo mai scendere sul suo volto. Successivamente, in quella casa ormai abbandonata da tempo dalla vedova, compare un personaggio decisamente inutile ai fini della storia ma il cui monologo (nuovamente un motivo per sospendere la narrazione nell'unica sequenza vivace del film) presenta degli spunti di riflessione non indifferenti: l'idea pessimistica di un universo che, prima o poi, è destinato a scomparire e quella di destino come disegno precostituito, sono i concetti attorno ai quali il film stesso si costruisce.

…gran parte del fascino di A Ghost Story risiede in un ammaliante impianto estetico, nel quale lente panoramiche esplorative e tableaux vivants densi di stasi si alternano a un montaggio sincopato che ben illustra la relatività del tempo che passa inesorabile, il tutto corredato da un insolito formato 4:3 dai bordi arrotondati che comprime lo sguardo all’interno di un universo eminentemente visuale (il buon vecchio “cinema puro” hitchcockiano) dominato dal silenzio, un mondo fatto solo d’immagine nel quale la parola sembra non trovare posto. Una realtà altra dove è permesso anche a due ectoplasmi della porta accanto abbandonarsi a un muto eloquio esistenzialista al quale il pubblico può grottescamente presenziare attraverso i sottotitoli…

… No es una película de fantasmas, es mucho más que la banal adaptación de la opinión de alguien: Es una reafirmación de la importancia del detalle y el tiempo cuando no lo aprovechamos, y pretendemos lograrlo cuando empezamos a formar parte del olvido natural. Pero la cinta contiene un guiño final que cierra con perfección el ciclo analizado. Algunos podrían considerarlo una buena idea para resolver la película. Yo creo que es un vistazo a las segundas oportunidades.

… Como sugiere el relato de Virginia Woolf que citamos al inicio del texto (Lowery también hace en el filme), quizá solo puedan regresar como fantasmas aquellos que, al igual que el caracter de Affleck, conciban cada pedazo de memoria como un tesoro a conservar en lugar de un jalón con el que sellar el avance hacia un nuevo camino. Sea como sea, A Ghost Story tiene la capacidad de trasladar esta perspectiva del fantasma a cualquiera capaz de identificar en esta figura el anhelo existencial, y junto a él la desazón irremediable, por perseguir la permanencia todo lo que amamos. Lowery ha confesado que el germen del guión fue una de esas etapas vitales en las que uno siente que, ante la mortalidad de todo lo que nos rodea, nada importa. Desde una necesidad desesperada de asomarse a ese abismo para salir de él con alguna verdad se entiende la inmensa belleza que arranca una película tan necesitada de aferrarse a ella. El gran logro de A Ghost Story, la obra de un cineasta en efervescencia creativa, es la organicidad con la que el minimalismo de sus elementos internos hace brotar un maximalismo de discursos existenciales. 

… Con un inicio que descoloca, en parte a su formato 4:3, A Ghost Story se convierte en una experiencia única que atrapa al espectador quedándose fascinado e hipnótico ante la propuesta del director australiano. Un prodigio de dirección en la que cada plano, cada escena tiene un significado que vamos descubriendo según avanza la película y que nos deja con una sensibilidad a flor de piel, nada es baladí lo que nos narra y la ternura traspasa la pantalla. A Ghost Story es una pequeña historia en lo que lo sobrenatural se narra de una manera poética y filmada con una exquisitez que abruma. Puede asustar su sencillez, sus agobiantes espacios e incluso algunos planos y escenas que no parecen tener fin pero la magia que desborda el fin es suficiente para atraer al espectador a una sala de cine y comprender que estamos ante uno de los mejores filmes de este año.

lunedì 14 gennaio 2019

Blue ruin - Jeremy Saulnier

una vendetta che non ti aspetti, dove l'unico pensiero è quello di ammazzare e non essere ammazzato.
un pensiero poco evoluto, ma questo è il film.
Macon Blair è il valore aggiunto del film, uno scannatore che non ti aspetti.
gran film, comunque, anche per chi non fa il macellaio.
non perdertelo - Ismaele




…Lo sguardo è quello disperato, di un film che si prende (giustamente) sul serio, senza però rinunciare a quello sguardo popolare che rimanda a un altro tipo d’intrattenimento.
In Blue Ruin, il sangue scorre a fiumi, ma la violenza si stempera in una contenuta ironia (la scena del tiro al bersaglio col fratello rapito e nascosto nel baule) che però non svacca mai nello humour di grana grossa a cui Tarantino ci ha abituati. Forse un altro modo di intendere il cinema lo abbiamo trovato.

…'Blue Ruin' sembra ispirarsi a quei film girati e sceneggiati dai fratelli Coen. Se i Coen vi piacciono, allora è altrettanto probabile che ‘Blue Ruin’ è il film che fa per voi! Le immagini grigie, incolore esplodono alla visione del blu. È un film che visivamente mi ha impressionato parecchio. L’interpretazione del protagonista è mozzafiato. I suoi movimenti lenti, la sua voce quasi sussurrata e i suoi sguardi desolati risucchiano lo spettatore in una spirale discendente che non può che coinvolge. 'Blue Ruin’ è una perla rara nel panorama del cinema indipendente del sud degli States. Un film capace di garantirvi un’oppressione che perdurerà per il resto della giornata.

… Blue Ruin ha un andamento da cinema quasi europeo e si prende i suoi tempi senza mai spingere sull'accelleratore. Ma non è soltanto un thriller cupissimo e dalle tendenze autoriali. Quello di Saulnier è anche un atto di accusa contro la facile reperibilità di armi in un paese che ha ormai cronicizzato il problema e che tenta di sostituirsi alla legge perseguendo la via della giustizia privata (e infatti la polizia è completamente fuori dal racconto).
A metà tra il thriller e lo slasher d'annata ma anche un po' western dei nostri giorni, il film di Jeremy Saulnier è un ritratto disperato dell'America contemporanea: violenta, senza scrupoli e sporchissima.

… Saulnier regala allo spettatore una visione dell’America rurale votata alla violenza e le armi, alternata da una fotografia sinistra e disarmante (la casa di campagna, lo spargimento di sangue) alle perfette inquadrature(l’oceano, la spiaggia, l’auto/tenda).
La scelta del protagonista di Blue Ruin non è un caso, l’attore Macon Blair (da poco diventato regista e migliore amico nella vita reale di Saulnier), un personaggio devastato dalla vita, segnato dal tempo, ma che può trovare un senso alla vita terrena solo con la vendetta (il cambiamento del look non è un caso).
L’autore dà un senso quasi “biblico” alla storia, dove vige la legge “del taglione” e per regolare la giustizia terrena bisogna attaccare se si subisce un violenza, ripagare lo stesso torto con la stessa sorte e spargere il medesimo sangue, soprattutto se è quello della famiglia del carnefice.
C’è anche un pizzico di humor grottesco nei pochi e mirati dialoghi (il fast food, la foto del festino con l’amico e la spogliarellista), nelle scene (la pipì sulla bara) per arrivare al finale con il temporale da “giudizio universale” ed il “fratellastro” che se ne va dopo la carneficina, via nei boschi della Virginia.

…L'unica cosa di cui siamo sicuri è di avere davanti un uomo ormai "destinato" ad essere un assassino, senza averne affatto le capacità e, tranne in un caso -il primo- nemmeno forti motivazioni.
Psicologicamente vedere come ad un uomo così "buono" non resti altro che comportarsi come si comporta Dwight è molto interessante e, per un certo verso, anche devastante…

…Pese a aunar características de múltiples géneros y referentes, y presentar no pocos lugares reconocibles para el espectador avezado, el filme derrocha personalidad y estilo propios fotograma a fotograma. Parte de la “culpa” de esta singularidad la tiene el peculiar tono de la cinta, que combina la contención, la calma y la sobriedad predominantes con despuntes de un humor negruzco que, pese a poder resultar disonantes en primera instancia, terminan integrándose a la perfección en el relato y generando un alivio cómico especialmente necesario en un filme tan lóbrego y con una sordidez como la que exhibe “Blue Ruin”.
Podría decirse que “Blue Ruin” es como su protagonista; un hombre de muy pocas palabras, pero de muchas acciones. Un magnífico ejercicio de tono y estilo cocinado a fuego muy lento que no pierde el tiempo con distracciones innecesarias y dispara a bocajarro sin andarse con rodeos. Imprescindible.

… Le scénario est brillant. Si plusieurs mouvements se succèdent afin de dessiner une ligne narrative captivante (mais toutefois inégale), Jeremy Saulnier y insuffle une dynamique singulière flirtant avec le burlesque tout en restant au plus proche du réalisme. Ainsi de nombreux détails, souvent très drôles, exacerbent la tension, attestent du temps qui passe ou nous saisissent d’autant plus. Car attendre des heures durant, voler une voiture ou jouer à l’assassin n’est sans conséquences… Et si les rebondissements sont nombreux, l’intelligence de Saulnier est leur logique aussi implacable qu’impayable !
L’approche esthétique – et notamment la dynamique de cadrage (le réalisateur signe lui-même la photographie du film) – participe à la tonalité générale. L’effervescence du montage est purement exaltante. Fin artificier, Jeremy Saulnier joue tant avec le genre – au plus proche de la série B – qu’avec nos attentes de spectateurs. BLUE RUIN est ainsi un singulier petit délice.

domenica 13 gennaio 2019

The city and the city – Tom Shankland

tratto da un bellissimo romanzo di China Mieville (qui), ecco una miniserie da quattro puntate per la BBC, praticamente un film lungo.
non era facile tradurre un gran romanzo in un film poliziesco e distopico, ma la sceneggiatura di Tony Grisoni c'è riuscita.
un omicidio come tanti, ma non in quella/e città.
il commissario Borlù deve andare dall'altra parte, in un'indagine che sembra impossibile.
sembra un film di fantascienza...
da non perdere, e poi il libro, o viceversa, l'ordine lo decidete voi - Ismaele






…Ah, già, la serie. Attraverserete varie fasi, come quando si passa da Beszel a Ul Qoma e viceversa. All’inizio la odierete, perché come vi distraete un attimo non capite più niente, poi però disvedete il divano, i vostri piedi sul tavolino ed entrate nel mondo delle due città. A Beszel troverete anche il partito neonazista, pieno di skinheads orrendi che -indovinate un po’, sbraitano contro gli immigrati, e scoprirete che il loro leader, un verme baffuto e molliccio, è identico a quel fascistone di Enoch Powell che tanto piaceva a quell’incommensurabile imbecille di Eric Clapton (il cui problema, evidentemente, non è mai stata la droga ma la cretinaggine innata). Disvedete e guardatevi The City and The City. Consigliatissimo.

…This production makes for a dense, demanding drama, throwing you in at the deep end with all sorts of terms and jargon that treats the world as real, challenging you to keep up and work it all out as it goes. There’s no hand-holding here. I guess that explains its low ratings on IMDb and the raft of “people were, like, totes confused by David Morrissey’s new drama!” articles that accompanied its airing. In terms of what it is“about”, the visual style very much evokes ’80s Soviet countries in Besźel, with secret police and dated, rundown cars and gloomy yellow-brown palette; while Ul Qoma is characterised by blues, glass and steel, LCD screens — a modern metropolis, but with different kinds of oppression. It’s very timely in its depiction of far-right nationalist groups being ascendent vs those seeking unification and tolerance being crushed — I wonder if that’s why it got made now, or if it’s just a fortunate coincidence.
Not everyone’s going to get on with The City and the City’s challenges, but there’s something here for those prepared to attempt the trip. Put it this way: after it finished, I popped on Amazon and ordered the book.

… The story begins with two cities, Beszel and Ul Qomas, occupying the same space in time but separated by a strange aura that makes the other city appear hidden to the naked eye, depending on which side of the border you’re standing. When a dead Ul-Qoman girl mysteriously appears is Beszel, it’s up to Inspector Tyador Borlú to find out what happened to her and stop whoever’s responsible. The four hour-long episodes see him travel across the border to Ul Qoma and back again, trying desperately to solve the case that rings eerily similar to the disappearance of his wife several years earlier. As the episodes progress, the slow-pace does pick up slightly as more revealing facts about his wife’s disappearance are divulged and answers begin trickling in. It’s at this point that the plot evolves to include lore around a possible third city nestled between the two existing ones resulting in Borlú changing his approach to the case…

… This moody series, directed by Tom Shankland, conveys the notion of twin cities smartly, utilising reflections at every given opportunity to demonstrate that duality, and lending a distinct colour palette to each city to help us keep track of where we are.
The production design also creates a busy mise-en-scène – Besźel is cluttered, and covered in graffiti – to help generate a cramped atmosphere. After all, two cities sitting on top of one another (even if you only chose to perceive one) are going to feel claustrophobic, and Shankland nails the atmosphere, using interesting angles and often placing objects that partly obstruct our vision in the foreground of shots, as if the camera could barely fit in this already twice-occupied space. Besźel is a wholly convincing location.
The City and the City takes all the staples of a detective show – the gruff, smoking leading man, the tortured backstory, the rookie partner, the distrust of other departments, etc – and lays them on top of the strange dual-cities premise, breathing life into them all as a result.
Morrisey is excellent, while Dhillon gets to play Corwi with a refreshing brashness. The richness of the cinematography and the authentic noir atmosphere mean The City and the City is, rather appropriately, a show that feels like two things at once: a classic noir detective story, and a bold, high-concept fantasy sitting on top of one another; a series that's simultaneously comfortingly familiar and brazenly fresh.

mercoledì 2 gennaio 2019

Coincoin et les Z'inhumains - Bruno Dumont

un film in quattro parti, per un totale di circa tre ore, come il precedente Quinquin (qui) .
stessi attori, una storia misteriosa, senza finale, ma non importa.
tutti gli attori sono bravissimi, e il regista è folle e geniale.
anche quest'anno Cahiers du cinema mette il film di Dumont fra i più buoni dell'anno.
a me è piaciuto molto.
cercatelo e godetene tutti - Ismaele






… non sembra che Coincoin si ponga la possibilità di un futuribile, perlomeno all’interno del suo grottesco, piccolo universo. È tutto immerso in un labirinto poco meta e molto fisico di incapacità di prendere sul serio le relazioni e le connessioni interne della società, al punto che un Dharma razionale, come spesso in Dumont, sembra più che mai irraggiungibile. Il cielo manda segnali ma non dà risposte. E così il regista sfrutta la freddezza composta della cinepresa per immergersi egli stesso nel labirinto, sottilmente lasciando passare la sua angoscia collerica mediante la sontuosità simbolica e fotografica dei movimenti di macchina e della composizione delle immagini, la leggerezza degli stacchi di montaggio e l’asciuttezza cartoonesca del sound design. Non sarà una lucido testimonianza sull’esistenza nel mondo moderno, e anzi ci viene sempre più da pensare che la cosa interessante del cinema di Dumont sicuramente non è la lucidità, ma Coincoin è potente, unico, folle. Una visione che riesce incredibilmente ad avere senso nei nostri tempi nonostante non sembri porsi il problema di voler proporre un messaggio, una soluzione, una prospettiva. E nel caos dell’audiovisivo circostante, non c’è niente che più possa rappresentare alla perfezione quel 2018 che a breve sarà un cadavere.

… Coincoin et les z’inhumains è, giocoforza, un prodotto atipico e folle, che comporta necessariamente uno sforzo da parte dello spettatore nel momento in cui si va a posizionare in un loculo di una nicchia finora ignorata. Non è ragionevole neppure dare per scontato che l’epopea di Quinquin/Coincoin finisca qui, bisognerebbe piuttosto guardare a questa serie di lavori come si guarda alle Elegie di Sokurov (solo collegate fra loro), cioè produzioni parallele al “lavoro principale” dotate di una loro identità che ne fa progetti singolari a latereI, però. D’altro canto è chiaro che s’è raggiunta una climax di questa “fase della commedia”, procedere oltre questo livello sarà difficile, per complessità della riflessione sul tragicomico: certo, non si esclude una terza miniserie però nel mentre aleggia la consapevolezza che il prossimo film programmato di Dumont, un sequel di Jeannette con il canonico processo, sarà un vero punto di rottura, come lo sono stati Twentynine palms o Camille Claudel 1915, che aprirà a una terza fase completamente differente, che comunque noi attendiamo carichi ed euforici.

… Le quattro parti di CoinCoin Et Les Z’Inhumains sono una scorribanda grottesca ed esilarante sul filo della fine del mondo, più film lungo che serie tv, più consigliata da tracannare in un sorso che a tappe; è così che ci si gode meglio il flusso di presunto nonsense, i tic, le manie e le falle mentali di tutti quei freaks umani che affollano lo schermo.
Pur declinato in modo divertente (l’omaggio principale è a L’Invasione Degli Ultracorpi di Don Siegel), il fattore sci-fi è un espediente narrativo, che serve a Dumont per sottolineare ancora una volta le infinite derive della nostra specie e mostrare il quanto mai labile confine tra l’inspiegabile e l’umano.
Nei loop mentali e dialogici dei duecento minuti di CoinCoin si nascondono le manie e i cortocircuiti della famosa Humanité, che diventa una tragicomica e assurda parata; che si incarna nelle figure mascherate sullo sfondo, silenziose, inquietanti ed apparentemente casuali, così fuori contesto da rappresentare l’essenza della vita scriteriata e non direzionata dei “civili”.
E se poi in questo percorso riflessivo vengono gli addominali dal ridere, come in questo caso, tanto meglio. Ma guai a considerare quello di CoinCoin un messaggio “light”, o peggio un prodotto televisivo in senso detrattivo: dalla ratio alla confezione CoinCoin, complice la fotografia meravigliosa di Guillaume Deffontaines (già al fianco del regista per Ma Loute), è di impeccabile precisione.
Ancora una volta Dumont, tra le righe, parla impietosamente di noi.

martedì 1 gennaio 2019

Morte di un supereroe - Ian FitzGibbon

tratto dal romanzo di Anthony Mc Carten (qui), il film è comunque meritevole. anche se inferiore al libro.
Donald ha poco tempo, si esprime disegnando fumetti, si è innamorato di una compagna.
e con la complicità del suo tanatologo riesce a fuggire dall'ospedale per una notte.
non è un capolavoro, ma si lascia vedere bene.
buona visione - Ismaele



Death of a superhero, a scanso di equivoci, è un bel ritratto di un adolescente un po' diverso dal solito non per causa sua. Sfugge le trappole della retorica, non cerca la comoda scorciatoia della lacrima facile, non percorre i clichet del classico film sul coming of age, genere ultimamente molto frequentato su grande schermo.
Soprattutto perché Donald non ha il tempo materiale per completare la sua formazione, per lui l'età adulta non arriverà mai e con essa la definitiva maturazione.
Dal punto di vista formale il film di Fitzgibbon è molto interessante: la commistione live action / fumetto è articolata in modo originale…
…Death of a superhero convince soprattutto come racconto di un'adolescenza che non vedrà mai la sua fine, il suo sbocco naturale nell'età adulta. Donald sa benissimo che il suo è un percorso a breve termine e la sua consapevolezza dolorosa è il cardine attorno a cui ruota tutto il film.
Eccellente il lavoro del giovane Thomas Brodie-Sangster nella parte del giovane protagonista mentre meno convincente il personaggio del tanatologo Andy Serkis, il classico maestro di vita che sembra conoscere tutto e tutti perché ha vissuto tutto sulla sua pelle.
La morale è che si può essere supereroi dentro oltre che fuori.
Ma alle volte anche i supereroi muoiono.

…Straziante, emozionante e costantemente avvolto nell’atmosfera emotivamente congelata dell’Irlanda, con i suoi mari in tempesta e le strade silenziose: Death of a Superhero si avvale sì di tutti quegli espedienti narrativi che rendono una pellicola tristemente drammatica, ma lo fa con uno sguardo verso il mondo delle graphic novel. “Non ero interessato a fare un film sul cancro”, dice FitzGibbon, “perché quel genere di film non ha nessun fascino su di me. Ho sempre detto che questo doveva essere un film in movimento e non deprimente. Ero interessato di più all’idea di una storia d’amore con poco tempo per svilupparsi”. E infatti la malattia di Donald diventa presto solo un assunto di base attorno alla quale girano i comportamenti dei vari personaggi. Interessante è l’uso che il regista fa dell’animazione, integrata come parte stessa (se non fondamentale) della storia: i disegni di Donald, violenti e con costanti riferimenti al sesso e alla morte, ci conducono all’interno della mente di un teenager problematico, un ragazzo con una vivida immaginazione e una vita che sta, suo malgrado, fluendo via…

…già a partire dal titolo lo spettatore può capire come la vicenda si concluderà, il che vale a dire che Ian Fitzgibbon, il regista, sin da subito non nasconde l'intelligente approccio intrapreso nei confronti della narrazione: ritrarre in maniera molto vera pensieri, stati d'animo ed azioni dei personaggi, senza forzare la mano con un argomento di per sé delicato come la leucemia.
Ed è per questo che la pellicola risulta alla fine pura, sincera ed emozionante, lontana dalla plasticosità pietistica di autori letterari e cinematografici finti e fastidiosamente melodrammatici come i penosi Nicholas Sparks o Nick Cassavetes. Il film svela immediatamente la conclusione, con la prevista morte di Donald, il nostro super-eroe che, nei 100 minuti della narrazione, capirà come affrontare la propria tragica avventura, ovverosia non chiudendosi in sé stesso, ma vivendo il tempo rimastogli coltivando validi affetti coi genitori, col dottor King e con Shelly, la ragazza che ama…