lunedì 17 dicembre 2018

In Guerra - Stéphane Brizé

ritratto del mondo come è, i movimenti di capitale e le libertà dei datori di lavoro, di chiudere o no gli stabilimenti industriali, e non solo, provocano drammi senza soluzione per milioni di lavoratori, le loro famiglie, le loro vite.
per i lavoratori cercare accordi con i proprietari delle imprese è una fatica di Sisifo, quando hai risolto un problema, se ci riesci, ne appaiono subito altri.
il lavoro e i lavoratori sono trattati come qualsiasi altra materia prima, per l'impresa cambiare il fornitore del lavoro è un giochetto senza penalità, il dumping sociale è il cancro che distrugge persone e comunità.
film non adatto per chi va al cinema per evadere, perfetto per tutti gli altri.
Vincent Lindon è da premio Oscar, come privarsene?
buona visione - Ismaele








…anche nei momenti di pathos in cui la forza del meccanismo collettivo viene messa a repentaglio dalla spaccatura del fronte operaio e dalla guerra intestina tra le sigle sindacali che agitano la protesta, Brizé mantiene la camera sulla dimensione collettiva, fuggendo la tentazione di scendere nel dettaglio personale, nel tratteggio biografico di anche uno solo dei protagonisti. Una scelta urlata in maniera ancora più forte nel duro finale che il regista ha scelto per la lotta di Amédéo e dei suoi compagni, dove il gesto del singolo è parola collettiva, dove la disperazione individuale lascia spazio alla reazione di massa. Un esperimento che Brizé ha avuto il lusso di permettersi grazie ad un eccezionale interpretazione di Lindon, valore aggiunto di un film che – al netto delle produzioni che spesso infestano le nostre sale cinematografiche a 8 euro a sera – vale sicuramente la pena vedere.

…En guerre è un film di impatto poderoso, dal ritmo martellante e dalla tensione inesausta, con pochissime distensioni e parentesi personali (perché anche il privato è lotta politica, in certi contesti) che non cerca appigli per piacere ma che emoziona e coinvolge con la giustezza di una posizione morale e ideologica chiara e giusta ma allo stesso tempo trattata con intelligenza anti-propagandistica.
E con un Vincent Lindon di bravura impossibile, inumana, per cui gli elogi e i premi sembrano ormai pleonastici.

…In guerra non racconta una storia ma storie plurime che si intrecciano lungo un asse narrativo che ingloba e sovrasta le individualità, e lo fa con una forma cinema e uno stile assai audaci che mimano e riproducono i linguaggi visivi caotici e informi delle news tv, di youtube, dei video postati sui social e spediti via whatsapp. Qualcosa che porta In guerra molto ai di là dei tanti film sulla stessa questione…
…Un film claustrofobico in cui Brizé penetra letteralmente con la macchina dalla presa nelle stanze degli scontri e dei confronti, quasi abbattendo le barriere tra realtà e rappresentazione (m’è parso di capire che molti degli attori conservino il proprio nome e portino dentro il film qualcosa di sé), con lunghe sequenze in tempo reale, restituendo tutti i passaggi di un’angosciosa partita da cui, si intuisce, usciranno tutti perdenti. E ci ipnotizza con quei proclami e slogan e mantra autorassicurativi, con quella massa di corpi che si parlano, urlano, urtano, si sbranano. A un certo punto una soluzione, attaverso la mediazione governativa, sembra profilarsi. Sembra, e non dico di più…
da qui


… En guerre, au-delà des scènes anxiogènes de manifestations, amplifiées par une utilisation violente de la musique, s’avère être une formidable réflexion sur les luttes sociales antagonistes, d’un côté des multinationales sur la défensive, qui usent de la langue de bois pour ne pas répondre aux questions simples que pose le syndicaliste joué par Vincent Lindon (complètement habité par son personnage), et surtout pour ne pas répondre de leurs actes face à la vérité des faits exposés (le dividende des actionnaires face à la misère humaine)... 
Peut-on réconcilier ces intérêts contraires ? Le réalisateur semble pencher vers un point de vue qui peut aussi, paradoxalement, être interprété comme peu favorable à la lutte, tant les affrontements au sein même des grévistes sèment la violence du désespoir, au profit des intouchables, épargnés dans leur tour d’ivoire. La conclusion fait froid dans le dos et relance les négociations dans un environnement mortifère où la figure du syndicalisme s’apparente à la fois à une forme d’égoïsme nécessaire pour pouvoir survivre ou d’héroïsme.
Toutes ces contradictions rendent le film fascinant et forment un tout cohérent avec La loi du marché sans que l’on ne puisse accuser l’auteur de redite…

… Con la realizzazione di questo film Brizé ha voluto evidenziare le dinamiche che si vengono a creare durante una lotta, nonché i meccanismi perversi derivanti da una legge che, se da un lato obbliga un’azienda che chiude a essere messa sul mercato, dall’altro permette al proprietario di non vendere. Privando di fatto i lavoratori della possibilità di vittoria. Allora, di fronte a ciò scatta la violenza, con conseguenze spesso tragiche. Una violenza che non giunge mai per caso, senza motivo. Ma si scatena perché prima di arrivare a essa c’è un percorso che porta, più o meno velocemente, all’esasperazione, derivante dall’impotenza dei lavoratori, i più deboli fra i contendenti. 
La forza del film di Stéphane Brizé risiede negli argomenti trattati, ma anche nella sua realizzazione e nella sceneggiatura, opera dello stesso regista e di Olivier Gorce. Ma soprattutto sta nella bravura degli attori. A cominciare da Lindon, qui al quarto film con Brizé, per proseguire con tutti gli altri, molti dei quali non professionisti che, con una capacità espressiva notevole, riescono a rendere assai realistiche tutte le scene. Alla fine si uscirà dal cinema con l'animo pesante per la vicenda degli operai della Perrin Industries ma anche felici per aver visto un gran bel film.


domenica 16 dicembre 2018

Tutto può cambiare (Begin Again) – John Carney

John Carney, dopo qualche anno da Once, ripropone una storia dove protagonista è la musica, insieme a Keira Knightley e Mark Ruffalo, entrambi bravissimi e convincenti.
non sarà un capolavoro, ma si fa vedere davvero bene - Ismaele




…Apparentemente banale, la sceneggiatura ha almeno tre momenti degni di entrare nell’immaginario collettivo del romanticismo contemporaneo: la Knightley sul palco che canta (e con che voce!) mentre gli strumenti musicali suonano da soli, il ballo in discoteca con gli auricolari e For once in my life nelle orecchie, e il terzo sarebbe un peccato rivelarlo, perché è il culmine di questa piccola grande favola musicale che ha la forza dell’intelligenza e il gusto della ricercatezza. Irresistibili i dialoghi, al servizio di due interpreti affiatatissimi, con particolare notazione  alla simpatia nevrotica e stropicciata di Ruffalo e allo stile inconfondibile di Keira. E anche il frontman del gruppo pop Maroon5 Adam Levine, contro ogni pronostico, fornisce un’interpretazione perfettamente credibile e indovinata. Se avete voglia di star bene al cinema, è il film giusto.

…ci sono alcune cose che non possono mancare, dalla protagonista che gironzola in bicicletta sorridendo con lo sguardo rivolto verso un futuro migliore, all'amico scemo ed esuberante di cui proprio non si può fare a meno, ma nel complesso si percepisce lo sforzo di non incasellarsi nelle solite formule e il risultato è una commedia romantica intelligente, divertente, con alcuni momenti di reale tenerezza, personaggi di contorno che fanno il loro dovere senza scivolare nello status di cartonati e un paio di protagonisti credibili e ben tratteggiati. Poi, certo, Mark Ruffalo, per quanto bravo, sostanzialmente interpreta il ruolo del solito Mark Ruffalo, ma nel complesso funziona tutto molto bene e, di nuovo, ci sono due o tre passaggi in cui Carney si lascia totalmente andare alla passione per la musica che da soli valgono la visione.

…Tutto può cambiare è un film che riesce a guardare ai suoi corpi come fossero musica. Con un cinema semplice e diretto che, proprio come una ballata, punta dritto verso i sentimenti e le emozioni, perché di questo è fatta alla fine la vita, John Carney filma un intero universo nel tempo di uno sguardo. Un universo dove ci sono tutta la gioia di un incontro e la solitudine di chi sa che i conflitti sono ferite che rimangono aperte, a bruciare sotto la pelle, e dove scorrono storie che non si sono potute vivere, perché il loro attimo è andato per sempre perduto.
E’ vero, una canzone non basta a salvarci dalle nostre vite, ma può comunque, proprio come Mark Ruffalo dice a Keira Knightley, continuare a farci sperare.

giovedì 13 dicembre 2018

L'Armée du crime - Robert Guédiguian

L'Armée du crime è un film partigiano, si capisce da che parte sta Robert Guédiguian.
i partigiani comunisti agli ordini di Missak Manouchian, combattono i nazisti, incoscienti e coscienti che li aspetta la fucilazione o i campi di concentramento.
film corale con tanti protagonisti nelle mani di un regista militante.
di questi eroi partigiani resta anche una bellissima canzone di Léo Ferré.
mai apparso in sala in Italia, voi guardatelo lo stesso, non ve ne pentirete - Ismaele




... L’armée du crime est un film à thèse, cela ne fait aucun doute. Robert Guédiguian admire tous les résistants du groupe Manouchian, et il entend bien nous le montrer, nous le démontrer même. Que l’on se comprenne bien, je ne dis pas que c’est honteux d’être admiratif devant ces résistants, je le suis aussi d’autant que je suis bien en peine pour savoir ce que j’aurais fait à leur place. Résister à l’occupant était, sans nul doute, héroïque, mais quand on essaie de m’en convaincre à coups de violons et de plans bien appuyés, je me lasse vite.
Était-il ainsi nécessaire que tous les résistants soient merveilleusement gentils, sauf quand il faut être méchants, qu’ils soient tous des héros stoïques façon tragédie grecque quand le jugement dernier vient à sonner ? Et était-il nécessaire au contraire de faire de tous les Allemands et tous les Français collabos des salauds impitoyables, prêts à écraser leur prochain par tous les moyens si jamais il était étranger, Juif ou pire, communiste ? Fallait-il vraiment nous montrer avec force effets pour bien insister sur la solennité de la scène, les rafles juives, l’envoi dans les wagons à bestiaux, ou dans un autre registre la torture ? À propos de torture, j’ai cru pendant un moment revoir l’horrible « film » de Mel Gibson sur les derniers jours du Christ : c’est vraiment, encore une fois, le héros grec impassible et impuissant face au monde extérieur plus mauvais que jamais…

…On voit bien les raisons profondes qui ont motivé Guédiguian : l’empathie naturelle du cinéaste pour une figure historique importante de l’émigration arménienne en France, l’intérêt pour le motif du petit groupe antifasciste, le combat désespéré mais nécessaire des faibles contre les forts, thème qui traverse toute sa filmo. Enfin, le fait que le phalanstère dénoncé par l’affiche rouge était composé d’individus venus du monde entier (Juifs, Espagnols, Italiens, Arméniens, Polonais, etc.) n’a sans doute pas échappé au réalisateur en ces temps de ministère de l’Immigration et de l’Identité nationale, et raconter cette histoire d’immigrés versant leur sang pour la France libre est comme jeter une pierre dans le jardin malodorant de la démagogie gouvernementale actuelle. Si le sujetdu film et les intentions du cinéaste ont toute notre sympathie, il est dommage que ce dernier ait opté pour le chromo prévisible. Dès le scénario, Guédiguian et ses coscénaristes Gilles Taurand et Serge Le Péron ont séparé les héros et les salauds. S’ils montrent parfois un personnage prêt à basculer en fonction de son intérêt personnel, ils évacuent toute allusion au pacte germano-soviétique ou aux tensions idéologiques qui clivaient la Résistance. Dans son Black Book, Paul Verhoeven avait réussi à montrer la complexité humaine de la période, affinant les oppositions manichéennes…

…Per realizzare il suo film forse più ambizioso, Guédiguian prende in mano la vicenda reale e la modifica per aumentare e sottolineare l'intento pedagogico, avendo peraltro l'umiltà di ammetterlo senza remore in una didascalia che appare prima dei titoli di coda. In una narrazione che non ha un vero e assoluto protagonista, il minutaggio maggiore è però riservato a Manouchian, capo della banda, non a caso di origine armena (così come lo stesso Guédiguian), intorno al quale si muovono una serie di figure abili a comporre un mosaico non privo di fascino. Certo, in qualche punto il ritmo si avvicina a certe limitazioni para-televisive, e il sopracitato intento pedagogico talvolta finisce per legare la messinscena in qualche schematismo di troppo. Ma le imperfezioni nulla tolgono a un lavoro che sa colpire nel segno, dichiarare con coraggio la sua verità, ed emozionare senza cadere nel facile pietismo.
L'armée du crime, ignorato dai distributori italiani, interessati alle pellicole francesi quasi soltanto quando si parla di commedie, resta abbastanza lontano da autentiche gemme come Marius et Jeannette, La ville est tranquille, Marie Jo et ses deux amours, À la place du coeur e il recente Les neiges du Kilimandjaro (tutti titoli assolutamente da recuperare per chi ancora non li conoscesse), ma ancora una volta dimostra l'intelligenza di un regista a suo modo unico, per l'acutezza e la passione con cui riesce ogni volta a raccontare un preciso e palese punto di vista sulla realtà senza mai perdere di vista l'amore per il cinema…

LA STORIA DI MISSAK MANOUCHIAN E DEL MANIFESTO ROSSO

Missak Manouchian (in armeno: Միսաք Մանուշյան) ha 19 anni quando giunge in Francia, nel 1925. È nato il 1° settembre 1906 in una famiglia di contadini armeni del paesino di Adyaman, in Turchia. Ha otto anni quando suo padre viene ucciso da alcuni militari turchi durante un massacro; sua madre morirà di malattia, aggravata dalla carestia che aveva colpito la popolazione armena. Le atrocità del genocidio segnarono Missak Manouchian per tutta la vita. Di carattere introverso, diverrà ancora più taciturno e questo lo porterà, verso i dodici o tredici anni, a esprimere il suo stato d'animo in versi:
« Un bel bambino
Ha sognato per una notte intera
Di fare all'alba porpora e dolce
Dei mazzi di rose ».
Essendo orfano, è accolto prima da una famiglia curda, e in seguito da un'istituzione cristiana. Al suo arrivo in Francia impara il mestiere di falegname, ma accetta tutti i lavori che gli vengono offerti. Contemporaneamente fonda due riviste letterarie in lingua armena, Čank (« Lo sforzo ») e Makhaguyt (« Cultura »). Missak Manouchian frequenta le università operaie create dalla CGT e, nel 1934, aderisce al Partito Comunista e si unisce alla sezione armena della MOI (Manodopera Immigrata). Nel 1937 sarà al tempo stesso presidente del Comitato di Soccorso per l'Armenia e redattore del suo giornale Zangu (nome di un fiume armeno).
Dopo la disfatta del 1940, ridiventa operaio e, in seguito, responsabile della sezione armena della MOI clandestina. Nel 1943 entra ne Franchi Tiratori Partigiani (FTP) della MOI parigina, di cui diviene direttore delle operazioni militari sotto il comando di Joseph Epstein. Missak Manouchian dirige una rete formata da 22 uomini e da una donna.
A partire dalla fine del 1942, questi uomini conducono a Parigi un'incessante guerriglia contro i tedeschi: in media portano a termine un'operazione armata ogni due giorni, fra attentati, sabotaggi, deragliamenti di treni e collocamento di bombe. Il loro colpo più riuscito risale al 28 settembre 1943, quando abbattono Julius Ritter, responsabile del Servizio di Lavoro Obbligatorio in Francia e generale delle SS.

Il 16 novembre 1943 Missak Manouchian deve incontrare Joseph Epstein sugli argini della senna, a Evry. Non sa che veniva seguito fin dalla sua casa parigina; i due sono arrestati sulla riva sinistra da dei poliziotti francesi in borghese. Con questo, tutte le unità di combattimento della MOI parigina vengono smantellate il giorno stesso o nei giorni successivi. Si trattò di un'operazione di polizia ben condotta o di una denuncia? Alcuni storici ritengono che le circostanze in cui ebbe luogo l'arresto del gruppo Manouchian restano oscure e fanno certamente pensare ad una spiata. Il gruppo sarebbe stato utilizzato per operazioni troppo pericolose per i suoi mezzi, e non sarebbe stato convenientemente avvertito dalla direzione della Resistenza comunista sui rischi che correva.
I tedeschi danno un'insolita pubblicità al loro processo. La stampa è invitata: una trentina di giornali francesi e stranieri sono presenti. I servizi di propaganda tedeschi mandano una troupe cinematografica. Si ha così un processo-spettacolo per tre giorni: il fine è evidente e il presidente della Corte Marziale lo specifica immediatamente: occorre « far sapere all'opinione pubblica francese fino a che punto la patria è in pericolo ». Gli imputati sono tutti stranieri, figurarsi quindi l'occasione propizia.
Il gruppo è infatti formato principalmente da stranieri: otto polacchi, cinque italiani, tre ungheresi, due armeni, uno spagnolo, una rumena e soltanto tre francesi. Tra di essi, inoltre, vi sono nove ebrei (a partire da Epstein) e tutti sono comunisti o vicini al PC. Il loro capo è l'armeno Missak Manouchian.

Contemporaneamente, su tutti i muri di Francia viene affisso un manifesto che li presenta come criminali: il Manifesto Rosso. La propaganda tedesca intende mostrare che questi uomini non sono dei liberatori, bensì dei criminali, dei terroristi, dei delinquenti comuni. Gli autori del manifesto cercano di realizzare una composizione che sappia impressionare:
1 / La scelta del colore: il rosso, colore del sangue, ovvero il sangue scorso negli omicidi perpetrati dall' « esercito del crimine »;
2 / Il titolo del manifesto: « Liberatori? » Più in basso, la risposta: No, sono criminali. Tra la domanda e la risposta, le prove (armi nascoste, sabotaggi, morti e feriti);
3 / Sotto la parola « liberatore », presentata come leggenda, i dieci volti mal rasati degli imputati sono inseriti in medaglioni dal bordo nero, disposti simmetricamente. Sotto ciascuna immagine c'è un nome dal suono straniero, ebreo per sette di essi. Beninteso non vi figura nessun francese. Missak Manouchian è qualificato come « capobanda ». Non è un resistente, non è un liberatore, ma un delinquente comune.
I dieci medaglioni formano come una freccia di cui Manouchian è il vertice, e che punta direttamente sulla parola « crimine ».
Il manifesto viene diffuso anche in forma di volantino, con il presente testo sul verso:
« Anche se dei francesi rubano, sabotano e uccidono, sono sempre comandati da stranieri; sono sempre disoccupati e criminali di professione quelli che eseguono; sono sempre degli Ebrei che li ispirano. »

I tedeschi e il governo di Vichy intesero trasformare questo processo in propaganda contro la Resistenza. Vollero mostrare che la Resistenza era soltanto banditismo e un complotto straniero contro la Francia e i francesi. Si servirono della xenofobia, dell'antisemitismo e del presunto anticomunismo dell'opinione pubblica. La radio e i giornali di Vichy ripresero il tema del « giudeo-bolscevismo, agente del banditismo ». Si trattava di destabilizzare la Resistenza in un momento in cui si era organizzata e causava problemi sempre più gravi alle forze della repressione.
Missak Manouchian fu fucilato al Mont-Valérien assieme a ventuno dei suoi compagni, il 19 febbraio 1944. La donna rumena fu decapitata a Stoccarda. Joseph Epstein e ventotto altri partigiani francesi furono fucilati l'11 aprile 1944.


Vous n'avez réclamé ni gloire ni les larmes
Ni l'orgue ni la prière aux agonisants
Onze ans déjà que cela passe vite onze ans
Vous vous étiez servis simplement de vos armes
La mort n'éblouit pas les yeux des Partisans

Vous aviez vos portraits sur les murs de nos villes
Noirs de barbe et de nuit hirsutes menaçants
L'affiche qui semblait une tache de sang
Parce qu'à prononcer vos noms sont difficiles
Y cherchait un effet de peur sur les passants

Nul ne semblait vous voir Français de préférence
Les gens allaient sans yeux pour vous le jour durant
Mais à l'heure du couvre-feu des doigts errants
Avaient écrit sous vos photos MORTS POUR LA FRANCE
Et les mornes matins en étaient différents

Tout avait la couleur uniforme du givre
A la fin février pour vos derniers moments
Et c'est alors que l'un de vous dit calmement
Bonheur à tous Bonheur à ceux qui vont survivre
Je meurs sans haine en moi pour le peuple allemand

Adieu la peine et le plaisir Adieu les roses
Adieu la vie adieu la lumière et le vent
Marie-toi sois heureuse et pense à moi souvent
Toi qui vas demeurer dans la beauté des choses
Quand tout sera fini plus tard en Erivan

Un grand soleil d'hiver éclaire la colline
Que la nature est belle et que le coeur me fend
La justice viendra sur nos pas triomphants
Ma Mélinée ô mon amour mon orpheline
Et je te dis de vivre et d'avoir un enfant

Ils étaient vingt et trois quand les fusils fleurirent
Vingt et trois qui donnaient le coeur avant le temps
Vingt et trois étrangers et nos frères pourtant
Vingt et trois amoureux de vivre à en mourir
Vingt et trois qui criaient la France en s'abattant.



Versione italiana di Riccardo Venturi
17 giugno 2005
IL MANIFESTO ROSSO

Non avete reclamato né gloria né pianti
né l’organo, né la preghiera dei moribondi.
Son già undici anni. Come passan presto.
Avevate usato solo le vostre armi,
la morte non annebbia gli occhi dei partigiani.

Avete i vostri ritratti sui muri delle città
con le barbe nere e, di notte, irsuti, minacciosi.
L’avviso che sembrava una macchia di sangue
perché i vostri nomi si pronuncian difficilmente
e si cercava di fare paura ai passanti

Preferibilmente non vi si voleva ritenere francesi,
la gente, di giorno, camminava senza vedervi.
Ma all’ora del coprifuoco, delle dita vaganti
scrissero sulle vostre foto: MORTI PER LA FRANCIA
E le cupe mattine ne sortivano differenti.

Tutto aveva il colore uniforme della brina
a fine febbraio, per i vostri ultimi momenti.
Ed è allora che uno di voi disse tranquillamente
“Gioia per tutti, Gioia per chi sopravvive,
muoio senz’odio in me per il popolo tedesco.

Addio alla pena ed al piacere, addio alle rose,
addio alla vita, addio alla luce e al vento.
Spòsati, sii felice e pensami sovente
tu, che resterai nella bellezza delle cose
quando tutto sarà finito, dopo, a Erevan.

Un gran sole d’inverno rischiara la collina,
che bella è la natura, come mi si spezza il cuore.
E verrà la giustizia ai nostri passi trionfanti,
o mia Melina, amore mio, mia orfana,
io ti dico di vivere e di avere un bambino.”

Erano ventitré quando sbocciarono i fucili,
ventitré che donavano il loro cuore anzitempo.
Ventitré stranieri, ma eran nostri fratelli
ventitré innamorati della vita da morirne,
ventitré che gridaron la Francia nel cadere.




L'APPELLO AGLI IMMIGRATI

« Immigrati,

Per lunghi anni avete combattuto a fianco dell'eroico popolo francese contro l'occupante; avete condotto una lotta incessante, in ogni forma, per far sì che l'ora della liberazione di tutti giungesse prima. Attaverso i vostri sacrifici, le vostre operazioni armate, le vostre sofferenze e la vostra dedizione avete provato che la vostra sorte è legata indissolubilmente a quella del grande popolo francese. Nelle battaglie comuni avete forgiato i legami di fratellanza con la nazione francese.

Oggi, alla vigilia della vittoria definitiva, vi è richiesto un ultimo sforzo. Avvicinandosi gli eserciti alleati, il nobile popolo di Francia, degno successore dei suoi avi della Rivoluzione del 1789, si erge nella battaglia finale. In tutta Parigini si erigono le barricate. Voi, immigrati, anche voi farete il vostro dovere; vi porrete nelle prime file dei combattenti per la libertà, aiuterete a scacciare il nemico dal suolo sul quale vivete e lavorate. Tutti alle barricate! All'armi, immigrati!

Partecipate in massa alle azioni del F.F.I. Seguendo gli ordini del governo provvisorio della Repubblica, del Consiglio della Resistenza e dei suoi comandi locali.

Proclamate lo sciopero generale; aderite alle milizie patriottiche. Attaccate i membri dell'esercito tedesco ovunque essi si trovino e recuperate le loro armi con ogni mezzo. Nelle regioni di agglomerazione degli immigrati, formate e rafforzate i distaccamenti nazionali del F.F.I. Arrestate i traditori e gli agenti del nemico e impedite che fuggano; occupate le sedi e i locali delle vostre organizzazioni, che sono state invase dal nemico o dai lacchè al suo soldo.

Unitevi alle calorose manifestazioni d'amicizia e di riconoscenza che accoglieranno gli eserciti vittoriosi. In quest'ora solenne e indimenticabile, condividerete col popolo francese la gioia della liberazione, voi che avete sofferto e combattuto con lui nelle ore tragiche. Pavesate le vostre case con le bandiere francesi e alleate, americane, inglesi, sovietiche.

Immigrati,

Avanti all'assalto finale che renderà la Francia libera, indipendente e democratica.

Viva la Francia!

Viva i nostri Alleati!

Questo appello è stato emanato dal Centro di Azione e Difesa Immigrati (C.A.D.I.)

Comitato Italiano di Liberazione Nazionale, Comitato Polacco di Liberazione Nazionale, Unità Nazionale Spagnola, Comitato Nazionale Cecoslovacco, Comitato d'Unione e Difesa Israelita, Unione dei Patrioti Russi, Fronte Nazionale Ucraino, Movimento per l'Indipendenza Ungherese, Fronte Nazionale Armeno, Fronte Nazionale Rumeno. »





L'ultima lettera di Missak Manouchian alla moglie


Mia cara Melina, mia amata orfanella,
tra qualche ora, non sarò più di questo mondo.
Noi verremo fucilati questo pomeriggio alle 15.
Questo giunge come un accidente nella mia vita,
non ci credo eppure so che non ti rivedrò mai più.

Cosa posso scriverti?
Tutto è confuso in me e chiarissimo allo stesso tempo.

Mi ero ingaggiato nell'Esercito di Liberazione come soldato volontario e muoio a due passi dalla vittoria e dalla meta.
Auguro felicità a quelli che sopravvivranno a noi e che assaporeranno la dolcezza della Libertà e della Pace di domani. Sono sicuro che il popolo francese e tutti i combattenti della Libertà sapranno onorare la nostra memoria degnamente. In punto di morte, dichiaro di non avere alcun odio contro il popolo tedesco e contro nessuno, ognuno avrà quel che merita, il proprio castigo o la propria ricompensa. Il popolo tedesco e tutti gli altri popoli vivranno in pace ed in fraternità dopo la guerra che non durerà ancora per molto. Felicità a tutti! Ho un profondo rimpianto quello di non averti resa felice, mi sarebbe piaciuto avere un figlio da te, come hai sempre desiderato. Io ti prego quindi di sposarti dopo la guerra e di avere un figlio per la mia felicità e per esaudire la mia ultima volontà, sposati con qualcuno che possa farti felice. Tutti i miei beni e tutti i miei effetti personali li lascio a te, a tua sorella e ai miei nipoti. Dopo la guerra potrai far valere il tuo diritto alla pensione di guerra in quanto mia moglie, perché io muoio come soldato regolare dell'esercito francese di liberazione.

Con l'aiuto degli amici che mi vorranno onorare, farai pubblicare le mie poesie ed i miei scritti che meritano di essere letti. Se possibile porterai i miei ricordi ai miei genitori in Armenia. Tra poco morirò assieme ai miei 23 compagni con il coraggio e la serenità di un uomo che ha la coscienza a posto, perché personalmente, non ho fatto del male a nessuno e se l'ho fatto, l'ho fatto senza odio.
Oggi c'è il sole. E' guardando il sole e la bella natura che tanto ho amato, che dirò addio alla vita e a voi tutti, mia adorata moglie e miei cari amici.
Perdono tutti quelli che mi hanno fatto del male o che hanno voluto farmi del male tranne colui che ci ha traditi per salvarsi la pelle e quelli che ci hanno venduti.
Ti abbraccio forte a te, a tua sorella e a tutti gli amici che mi conoscevano da lontano o da vicino, vi terrò tutti nel mio cuore.
Addio. Il tuo amico, il tuo compagno, tuo marito.

Manouchian Michel.

P.S. Ho quindicimila franchi nella valigia in rue de Plaisance. Se puoi prenderli, salda i miei debiti e regala il resto ad Armène. M.M.





lunedì 10 dicembre 2018

Beyond - Pernilla August

un film drammatico, una bambina cresce in una famiglia di alcolizzati, cercando di proteggere il fratellino piccolo.
interverranno i servizi sociali, i due fratelli saranno separati.
Leena poi cresce, si fa una (bella) famiglia, deve fare ancora i conti con la madre, i suoi ricordi, i suoi fantasmi, i suoi incubi.
un film tormentato, coerente, duro.
merita molto, secondo me - Ismaele




QUI il film completo, in italiano, su Raiplay


…Cupo, claustrofobico, accompagnato da un utilizzo in giusta misura di camera a mano, si regge anche sul contrasto di colori di un passato difficile, ma dalle tinte pastello degli anni settanta, contro un presente d'amore e affetto, ma buio e invernale. Le luci da reggere, allora, quelle dei copricapi destinati alle bambine, sono appunto affidate alle donne: è da loro che nasce e si consolida l'amore, mentre gli uomini restano al palo, incapaci, deboli, inconcludenti, troppo fragili, o nel migliore dei casi compagni premurosi che tentano di comprendere e sostenere.

…Il dramma esistenziale di Leena trapela con scioccante lucidità dalle immagini semplici e quasi documentaristiche della August, che muovendosi abile tra i flashback e il presente coglie con sensibilità e va a stanare cause e conseguenze del dolore.
Notevole l’interpretazione di Noomi Rapace, ultimamente nota al grande pubblico per “Uomini che odiano le donne”, che qui recita per la prima volta al fianco di colui che è suo marito anche nella vita reale, l’attore e musicista Ola Rapace. Ancor più sorprendente la prova d’attrice della giovanissima Tehilla Blad nel ruolo di Leena bambina, figura che rasenta l’epicità e che doma un carattere in realtà fragile e sfaccettato tirando su muri che la rendono impenetrabile.
La fotografia scarna ed essenziale mette a nudo la centralità del conflitto e della sofferenza, mentre un montaggio fluido e volutamente avulso da artifici segue il flusso di coscienza della protagonista come nell’attuazione di uno psicodramma.
A parte qualche patetismo in eccesso, il film è pervaso di una crudeltà realistica e dovuta, che lacera e soffoca l’animo dello spettatore obbligato a riflettere sul significato della rabbia e della colpa. Con dignità, delicatezza, e particolare attenzione al punto di vista femminile, Beyond affronta un tema tormentoso e si inserisce tra quei film che hanno la capacità di continuare a scavare nell’animo dello spettatore ben oltre l’ultimo frame dei titoli di coda.

… Pernilla August usa un punto di vista intimo e soggettivo, lavorando molto sulle atmosfere, senza trascurare le implicazioni meno personali e più “sociali” : quanto è difficile essere poveri, venire da un altro paese – in questo caso la Finlandia – e non parlare la lingua del paese in cui si vive.
Per molto tempo Leena ha mentito a se stessa, per sopravvivere e per costruirsi una normale vita affettiva accanto al marito e alle figlie. Il fluire dei ricordi è una operazione dolorosa ma necessaria per liberare i propri fantasmi e, forse, comprendere l’amore disperato che la madre nutriva, malgrado tutto, per l’uomo che le annientava la vita.
Il film scorre con tempi giusti, ambientazioni efficaci, bravi attori, ed è davvero molto bello e toccante.

domenica 9 dicembre 2018

Santiago, Italia - Nanni Moretti

Nanni Moretti gira un documentario che parla di ieri, ma non solo.
quando cadde il governo cileno nel 1973 nessuno (se non i fascisti), da noi, sosteneva i militari.
e questo non è un film imparziale, grazie Nanni Moretti!
e per i numerosi esuli cileni, quelli sfuggiti ai torturatori e agli assassini, le porte erano aperte, in Europa, e sopratutto in Italia.
altri tempi, se oggi impunemente i fascisti possono assediare fisicamente l'ANPI (qui), e se il ministro dell'Interno è sempre su Facebook e Twitter, non per condannare e perseguire Forza Nuova, ma per prendersela col "regista radical-chic" (da qui).
ascoltare le interviste è un tuffo in un passato in cui la politica era una cosa nobile, la solidarietà e l'umanità erano ancora vive.il film è in una trentina di sale, solo, non perdetevelo - Ismaele








…Santiago, Italia racconta della poco conosciuta comunità cilena rifugiata nel nostro paese a seguito del golpe militare contro il presidente socialista Salvador Allende del 1973. La dittatura militare che venne instaurata con il colpo di stato era insostenibile per gli abitanti cileni; i quali si vedevano strappati sotto gli occhi ogni forma di democrazia sostituita da un pesantissimo regime di terrore. Coprifuoco, manifestazioni di forza da parte dell’esercito, sospetti dissidenti fatti sparire e torturati dalle autorità; tutto sotto gli occhi indifferenti del mondo…

…Facendo raccontare agli esuli il modo in cui l’Italia li accolse, non solo trovandogli un impiego (chi a Milano, chi nella rossa Emilia-Romagna, chi a Roma, chi altrove) ma integrandoli nella società. Facendogli sentire tutta la vicinanza umana, e non solo politica. Allora, nell’ultima parte di Santiago, Italia, si riesce a cogliere in profondità il senso dell’intera operazione portata a termine da Moretti. Com’eravamo? Come siamo diventati? Come è stato possibile? Nell’Italia che si oppone in modo becero, violento e disseminando paure alle migrazioni acquista un valore politico enorme ricordare che un’altra Italia è esistita. Un’Italia veramente popolare, memore della lotta partigiana che aveva riscattato il Paese dopo venti anni di mostruosità fascista. Un’Italia che era pronta a rispecchiarsi nell’altro, a trovare dei punti di connessione, a credere nel valore dell’umano esistere. A credere nella politica come luogo dell’incontro, della lotta comune, dello scambio di pensieri e opinioni. Quell’Italia, che pure era a rischio golpe a sua volta (il tentativo di rovesciare lo Stato da parte di Juno Valerio Borghese era del 1970) e che viveva nel cuore degli Anni di Piombo, aveva anche nelle fasce meno protette un popolo vivo, solidale, empatico. Ora gli esuli cileni che scelsero di rimanere in Italia, dove magari si erano ricostruiti una famiglia, sono ancora lì a ricordare tanto la loro amata patria socialista sotto Allende, tanto una penisola che li accolse e li rese parte di un processo sociale in divenire. Ma dov’è quel popolo? Che fine ha fatto? Dove si nasconde? Queste sono le vere domande che pone Santiago, Italia, e che chiudono un documentario aprendone di fatto un altro, che probabilmente non verrà mai girato. Queste sono le vere domande che sarebbe necessario porsi, perché come racconta uno degli intervistati nel 1973 l’Italia sembrava una nazione che aveva in qualche modo messo in atto le politiche che ad Allende erano state negate con la forza. Anche oggi l’Italia assomiglia al Cile, ma solo negli aspetti più deteriori di quella nazione…

…Parallelo al binario della memoria, infatti, scorre ed emerge nell’ultima sezione come vero cuore dell’operazione morettiana quello che attraverso il Cile guarda all’Italia di ieri e di oggi: come eravamo e come siamo diventati. Non solo a livello politico, ma a livello sociale, popolare, morale, umano.
Eravamo un’Italia post-bellica, socialdemocratica, antifascista e ancora ben salda nella sua memoria partigiana. Eravamo un’Italia accogliente e ospitale, che credeva nella reciproca collaborazione e nella dialettica, che credeva nei valori dell’umano, che sapeva “sentire” l’altro. Prima con i diplomatici in Cile che permettevano a tutti i comunisti e agli oppositori perseguitati da Pinochet di saltare il basso muro di cinta per entrare in ambasciata rinunciando di fatto al proprio Paese ma avendo salva la vita, e poi qui, nella rossa Emilia come nelle campagne, a Milano come a Roma, con la brava gente comune incredula e indignata di fronte alla barbarie del golpe e disposta a dare rifugio e lavoro agli esuli cileni, ben felice di integrare appieno e aiutare in qualsiasi modo chi era stato considerato un nemico e calpestato dal proprio stesso governo, rifiutato e represso dalla propria terra. Quarantacinque anni dopo siamo diventati un’Italia sempre più imbarbarita, chiusa, ignorante, xenofoba, inospitale, liberticida, egoista, sadica, fascistoide nell’indole. Un’Italia ormai soffocata nella sua umanità dalle gabbie del capitale, da chi realmente detiene il potere, da chi può sospendere – dalla scuola Diaz in poi, passando per i morti di Stato, per le ripetute aggressioni a chi ha la pelle più scura e per le navi di migranti respinte – la democrazia. E il ricordo del Cile acquisisce così, nella costruzione morettiana di un’Italia etica, politica e strabordante di valori umani e combattenti che non esiste più, il senso inedito e agghiacciante di monito, graffiante e sempre più urgente, per il nostro futuro…


...Mi sembra però che, dalle testimonianze che il film colleziona, emerga un'altra parola: “antifascismo”.
È una parola che, di questi tempi, in tanti non amano sentire («È una parola che non si porta...», mi dice G.), forse perché troppo connotata rispetto al più generico ed ecumenico “accoglienza”. Eppure, è in nome di una profonda convinzione antifascista che i rifugiati cileni trovarono ospitalità in Italia; è in nome della comune lotta antifascista che tutti i partiti dell’epoca (dai repubblicani ai democristiani ai comunisti, come ricorda uno dei testimoni) decisero di non riconoscere il governo dittatoriale di Pinochet; ed è stato (anche) grazie a una diffusa cultura antifascista che i rifugiati godettero del supporto e della vicinanza della popolazione comune – e non solo nelle regioni “rosse” – nonostante quegli anni fossero tutt’altro che facili, anche nel nostro Paese. Santiago, Italia non è tanto una “bella storia”, quanto la storia di un “tessuto umano” unito, compatto, solidale. Ciò che aveva reso “belli” gli anni della militanza socialista, ricorda uno dei testimoni, era stata la capacità di agire collettivamente per spendersi a favore degli altri. Con “parzialità”, naturalmente: perlomeno nella misura in cui si è deciso di compiere una precisa scelta politica. Forse è di questo, sembra suggerire il film di Moretti, che dovremmo avere una grande nostalgia, oggi.


…Tra i sorrisi e le lacrime si ripercorre una storia d’accoglienza e integrazione che ha dell’incredibile. E che solo apparentemente sembra riecheggiare la famosa formula del «ni perdón ni olvido». Perchè invece di perdono ce n’è eccome. C’è verso i delatori che hanno rivelato il nome di un compagno sotto tortura. E c’è, in fondo, anche per quella generazione di ex militari, ora incarcerati, che potrebbero essere i nostri nonni. Ma non c’è oblio, quello no. Santiago, Italia è un piccolo monumento della memoria. E come tale andrebbe visto e maneggiato.
Moretti con la sua prospettiva indiretta, avvolgente, forte di una ricca carica emotiva, dà origine a un film intelligente e sensibile. Classico nell’impostazione e tagliente nei contenuti. A completare il corredo qualche gemma di repertorio e un montaggio equilibrato delle interviste. Il risultato è la lucida fotografia di un’epoca che guarda al passato ma parla inevitabilmente (e drammaticamente) al presente – e lo fa con quattro semplici parole: «Io non sono imparziale». Per tutti coloro che già lo amavano dal cinema di fiction, ecce… documentario!

…Non mancano comunque le evocazioni delle classiche alla Moretti, le nostalgiche madeleine sulle eccellenze sanitario-scolastico-lavorative dell’Emilia Rossa o una strana invasione di campo, anzi in campo, fisico-coroporea di Moretti, un intervento stilisticamente alla Michael Moore. Quando il regista romano “incastra” il vecchio torturatore incarcerato da tempo che svela di aver accettato l’intervista per l’imparzialità del documentario, eccolo comparire a favore di camera per dire: “Io non sono imparziale”. Figuriamoci, di fronte alla dittatura di Pinochet chi potrebbe non esserlo. Solo che questa tensione ieri-oggi, Cile-Italia, ci scusi il buon Nanni ma ci sembra un tantino autoreferenziale e tirata per i capelli o che, nella sua definitiva elaborazione cinematografica, non abbia quello smalto, quella grinta, quella contemporanea ragion d’essere.



La prima pietra - Rolando Ravello

Corrado Guzzanti è un preside alle prese con genitori, bambini, insegnanti e personale non insegnante.
deve risolvere un piccolo problema, che si rivela essere un macigno, ognuno ha le sue sensibilità, mettere insieme tutto, mediare, comunicare, risolvere il problema è un miracolo.
un piccolo film, col valore aggiunto di Corrado Guzzanti, che non delude mai.
buona visione - Ismaele




…Una commedia molto divertente interpretata in modo esilarante da un cast perfetto.
Il battito d’ali di una farfalla scatena un uragano dall’altra parte del mondo. E suppergiù è quello che succede in questa storia. Certo un bambino che lancia una pietra non corrisponde a un leggiadro battito d’ali di una farfalla. Ma quel gesto, cui nessun adulto riesce a trovare una risposta, scatena una lotta intestina tra insegnate, genitori, bidelli e preside. Ognuno resta convinto delle proprie posizioni, inamovibile in rancori e preconcetti e non fa religiosamente un passo indietro. Il Preside prova con tutta la sua diplomazia a metter pace e a trovare una soluzione prima della sua recita. Ma ogni accordo sfuma e salta…

…quest’immobilismo, che sembra a lungo un difetto e che ad un tratto può risultare perfino irritante, nasconde in realtà l’aspetto più interessante del film. I personaggi non cambiano mai la propria posizione, né a livello pratico, all’interno del dibattito, né tantomeno a livello ideologico. Quando sembra esserci un’apertura, questa viene puntualmente disattesa e al massimo li vediamo lasciarsi andare al lato peggiore di sé. Mancando questa necessaria evoluzione, i luoghi comuni, pur messi alla berlina e rivoltati man mano, finiscono col far posto a qualcosa di ben peggiore, una rabbia repressa, liberatoria ed un rancore eterno ben più complesso da scardinare. La prima pietra colpisce tutti e non salva davvero nessuno, rimane chiuso in un ciclo generazionale infinito, dove l’odio non viene guarito ma solo tramandato, e trova in un finale magari eccessivo ed esagerato la sua chiave di lettura: un fallimento triste, violento, farsesco, ma non per questo meno vero.