giovedì 6 luglio 2017

Morvern Callar - Lynne Ramsay

Morvern Callar lavora in un supermercato, la conosciamo in un momento terribile della sua vita, che gestisce in un modo molto personale.
dalla Scozia fugge in Spagna, con l'amica Lanna, e come (quasi) tutti gli inglesi fa molto chiasso.
cosa vuole non lo sapremo mai, è sempre alla ricerca di qualcosa, o meglio, sempre in fuga da qualcosa, Lanna le dice: perché fuggire, dappertutto è la stessa merda.
se dicessi che è un film pieno di ottimismo direi una bugia (Lynne Ramsay non è tipa da film comici), ma non è una bugia dire che è un film che merita di essere visto - Ismaele





Silenzi potentissimi dischiusi dentro un dolore indicibile, che gela il sangue, il cuore, i sentimenti. C’è solo voglia di dimenticare, andare oltre, perché secondo Morvern Callar ognuno ha il destino che si merita. Racconto inquieto e rarefatto che monta di sottrazione attraverso atmosfere cupe e stranianti aggrappandosi ad un’introspettiva elaborazione del lutto che diviene esistenza effimera, trainata poi da una flebile ebbrezza di vita aprendosi in un road-movie che sa di combattiva speranza e voglia di cogliere un Attimo difficile da riprendere.

…Lynne Ramsay scolpisce un personaggio errabondo, una donna alla ricerca e alla scoperta di se stessa e della propria vita. Morvern, con la forza incosciente di chi non può fare altrimenti, rincorre un nuovo presente che detta condizioni difficili e radicali: annullare il passato. Da qui una porta che si chiude, delle chiavi che ricadono dentro e l’allontanamento dal suo passato, dai suoi affetti, dalla sua esistenza rimossa.

…The movie doesn't have a plot in the conventional sense, and could not support one. People like Morvern Callar do not lead lives that lend themselves to beginnings, middles and ends. She is on hold. Somehow, in some way, she's stuck in neutral. The gray-brown tones of her life in Glasgow reflect her emotional habitat, and the bright colors of Spain cause her to wince in pain. She can only handle so much incoming experience at a time. "Sorry, Morvern," her boyfriend wrote in that note. "Don't try to understand." What a bloody condescending jerk. Yet she is not drifting because of his death. She drifts anyway, and always has. What great wrong has made her so damaged? We watch Samantha Morton so closely, with such fascination, because she is able to embody a universe of wounded privacy.
This is Lynne Ramsay's second film, after "Ratcatcher" (1999). That one was about a small boy living with the guilt of a terrible act. Her short films include one in which two small girls, half-sisters, trying to understand the wreckage of the marriages that created them. She has been signed to direct the film of Alice Sebold's best-seller The Lovely Bones , narrated by the ghostly voice of a young girl who has been raped and murdered. These stories all seem to explore similar dread lifescapes. Why she knows it so well we cannot guess, but she does.


mercoledì 5 luglio 2017

Sakebi (Castigo) - Kiyoshi Kurosawa

dopo The Cure e Kairo, Sakebi è il terzo film di Kiyoshi Kurosawa che vedo, gli altri due sono straordinari questo è solo un bel film.
come in The Cure protagonista è un poliziotto in un'indagine con fantasmi, i suoi, ma non solo.
un film da non trascurare, non dare niente per scontato, fatti guidare da Kiyoshi - Ismaele






…In Retribution Kurosawa torna a narrarci di una società prossima alla fine del mondo, di una compensazione in vita umane richiesta sia dalla natura sia dai reietti. Tokyo sembra un grosso cantiere in cui gli edifici vengono costruiti e distrutti a ciclo continuo; l’acqua del mare affiora e sembra volersi riprendere ciò che le è stato tolto. E proprio in pozze di acqua marina vengono ritrovate le vittime (l’acqua per i giapponesi è simbolo di morte, non ha valenze materne o di rinascita). La società appare come un conglomerato di distruttori indifferenti, che lasciano morire tutti coloro che li circondano ed il loro habitat. Il fantasma della donna in rosso, morta per ignavia altrui, è solo la metafora sanguigna di un senso di colpa caparbiamente rimosso, ma anche l’annunciatore di una fine prossimo ventura che non lascerà via d’uscita (”Io sono morta. Dovete morire tutti”). Insomma, l’ennesimo film sulla fine del mondo preannunciata dall'arrivo di fantasmi…

...Non solo Yoshioka, ma tutto il mondo che lo circonda è destinato alla morte e alla solitudine, disperso in una città fantasma – il senso di vuoto delle metropoli descritte da Kurosawa è uno dei tratti peculiari del suo cinema e una della anomalie più sconvolgenti della messa in scena degli ultimi anni – che non dà rifugio e ristoro, ossessionato dai sensi di colpa e dalla propria fallacia.
“Muoio, affinché anche tutti gli altri muoiano” sentenzia la voce fuori campo finale, e mai come in questo caso Kurosawa aveva svelato in maniera così priva di ambiguità le sue intenzioni poetiche ed estetiche; la morte come estremo momento di relazione umana, ultimo appiglio per quella spasmodica ricerca del senso del proprio essere al mondo che attanaglia letteralmente i protagonisti delle pellicole del cineasta nipponico. Morte non come negazione della vita ma come suo completamento, istante unico in cui si può forse comprendere le azioni compiute.
Forse, perché il cinema di Kurosawa non si permette il facile lusso di attribuire risposte certe ai quesiti portati a galla. Peccato che chi ancora insegue l’ombra di un cinema di genere adagiato nei solchi di un binario già prestabilito continuerà imperterrito a negarne la grandezza. Chissà, forse giorno verrà…

…Kurosawa opera una scelta esattamente a metà tra la sua capacità narrativa superiore, e per molti versi ermetica, e la spinta divulgativa che opprime i cineasti asiatici della sua generazione, nel tentativo di uscire dalla frontiera di un cinema bellissimo ma comprensibile solo in parte ad un pubblico, e in alcuni casi persino una critica, che non si prende la briga di documentarsi o semplicemente di lasciarsi andare al racconto e ai ritmi interiori di cui questo si fa portatore. Come nell'ultimo Tsukamoto, anch'egli alleggerisce i contenuti rendendoli fruibili, ma rifiuta apertamente la scappatoia degli spiegoni finali, lasciando lo spettatore da solo a fare i conti con il materiale emerso nel corso della narrazione. E se pure è vero che la scelta finisce per non accontentare nessuno, siamo comunque di fronte a una tale superlativa regia da far dimenticare tutto il resto e da spingere a rivedere i magici fotogrammi che soli raccontano la storia abusata dell'ultimo cinema di fantasmi che abbia ancora qualcosa da dire.

lunedì 3 luglio 2017

ricordo di Paolo Villaggio





D'Ardennen (Le Ardenne - Oltre i confini dell'amore) - Robin Pront


Inizia come un film alla Dardenne (qualcuno può immaginare il titolo come un omaggio ai due fratelli cineasti) e finisce alla Calvaire, di Fabrice du Welz.
Il cinema belga è davvero in grande salute, e questo film lo dimostra.
I protagonisti sono azzeccati, c’è anche Jan Bijvoet, protagonista di Borgman e El abrazo de la serpiente.
Un’opera prima davvero forte, arriva al cinema, da noi, dopo due anni, e meno male che possiamo vederlo.
Colpo di scena finale che da solo vale il prezzo del biglietto.
Solo in una cinquantina di sale, non perdetevelo, non ve ne pentirete - Ismaele




…Robin Pront sembra avere chiara la rotta su cui dirigere la propria opera, anche in prospettiva futura. "Le Ardenne" stringe i nodi di ogni relazione famigliare e si fa domande riguardo a vincoli, debiti e ambiguità dell'espressione emotiva riportandole a un criterio in sottraendo dell'enunciazione cinematografica. Non è peccato che i personaggi siano evidentemente legnosi, inamovibili, tipizzati (non per niente indossano lungo tutto il film gli stessi vestiti), e pazienza se estetica e metafore sanno di scuola. Nel situarsi fra calcolo e padronanza questo esordio cammina dritto e saldo, e dimostra meno acerbità di quanti siano i margini di crescita del suo regista.

…La caratterizzazione dei personaggi, resi in maniera ambigua e inquietante, è curata almeno quanto quella del contesto sociale in cui si muovono. Certe sonorità tecno-elettroniche, la luce plumbea, la pioggia e il grigiore creano una sensazione di tragedia incombente. Quello descritto è un mondo in cui non c'è posto per sognare altro se non la normalità e in cui la scelta è tra lavori umili o delinquenza. Su di uno sfondo cinico e corrotto fatto di malavita, povertà, droga e alcool, il film disegna la discesa negli inferi del dolore esistenziale e racconta di amori, tradimenti e fratellanza con tonalità shakespeariane.
Le Ardenne del titolo incarnano per i protagonisti l'infanzia rimpianta e l'innocenza perduta eppure è proprio in quelle aree forestali che avrà luogo il climax violentissimo della parte finale del film…

Le Ardenne è un bel noir dalle tinte veramente cupe. Un dramma familiare che si origina da un rapporto che è profondamente mutato durante la permanenza in carcere di uno dei due fratelli. Tale cambiamento provoca un processo narrativo che si fonda principalmente nelle verità che non vengono esplicitate. Un continuo rimandare che da una parte fa salire alle stelle la tensione fra i personaggi, specialmente tra i due fratelli, e successivamente esplodere con tutta la sua violenza nei boschi delle Ardenne, luogo dove trascorrevano l'estate durante l'infanzia e ora teatro oscuro della resa dei conti. Molto buona la caratterizzazione dei personaggi e la fotografia che dipinge in tonalita scure il contesto degradato della periferia di Anversa e i luoghi delle Ardenne. Un'umanità priva di qualsiasi possibilità di redenzione.

sabato 1 luglio 2017

I delfini – Francesco Maselli








Amaro ritratto di un gruppo di giovani della provincia italiana industrializzata di inizi anni 60.
I "delfini" non sono altro che un gruppo chiuso, una cerchia di persone destinate nel bene o nel male ad ereditare un cospicuo patrimonio lasciato dai genitori, questa è la differenza tra loro ed i comuni mortali che sono al di là della vetrata del caffè "Meletti". Il locale è un loro punto di ritrovo e di esposizione alla pubblica piazza, un loro modo per marcare il territorio, è difficile entrare a far parte del loro giro, o si ha la "grana" oppure bisogna essere una bella donna ma con il rischio di fare la fine della ragazza usa e getta.
Il regista Maselli non fa sconti, non trova un pregio per questi rampolli dell'alta società le cui vite sono senza un uscita, l'unico che comprende un po’ è Anselmo, il narratore del racconto, quello che ricalca il personaggio consapevole, in pratica quello del pentito ma che alla fine cede per debolezza. Poi c'è Fedora, la bella ragazza aspirante delfina, la cui unica ambizione è entrare nel giro…

 … I personaggi del film, interpretati tra l'altro da ottimi attori come Antonella Lualdi e Gerard Blain, sembrano presi a prestito da un libro di Moravia che collabora alla sceneggiatura, difatti il regista in seguito girerà "Gli indifferenti" ma risultano troppo schematici, troppo stereotipati. La storia riecheggia "I vitelloni" di Fellini ma mentre in quest'ultima i giovani finiscono per scontarsi con la loro eststenza ne I Delfini il regista sembra assumere un tono moralistico nei confronti dei personaggi: essi sono perdenti in partenza in quanto borghesi: se i Vitelloni guardando il mare si perdono nelle loro domande, nel loro intimo i Delfini invece finiscono per fare una banale litigata tra innamorati. Il regista sembra così restare un pò su schemi un pò banali nella descrizione dei personaggi con una schematizzazione dei ricchi e cattivi che passano le giornate a bighellonare e correre in auto e i poveri buoni come il medico che aiuta gli altri, perdendo così la possibilità di una maggiore introspezione psicologica di Fellini o di Antonioni.
Il film è il racconto di diversi personaggi pur seguendo i diversi sentieri di piccole storie raccontate mentalmente da Anselmo, il ribelle del gruppo che tiene in camera riproduzioni futuriste e cubiste e vorrebbe evadere, finendo a continuare a tirare avanti l'azienda di papà.
Da un altro lato emerge la profonda maestria nell'uso tecnico della macchina da presa con inquadrature complesse e un uso sofisticato del bianco e nero e della fotografia che riescono a dare il segno di un atmosfera di noia, di opaca calma e impossibilità in questi ambienti chiusi ed eleganti, preziosi ma statici e tetri contrapposti a momenti in cui arriva la luce esterna accecante a mostare gli stridori tra i personaggi che si risolvono però nel nulla: difatti il pregio del film è dato dal movimento che sembra muovere questi personaggi, sembra scomporli per poi invece ritornare ad una situazione iniziale di fissità e immutevolezza, come se nulla alla fine fosse successo. Anche il sottofondo musicale un pò seducente e malinconico sembra descrivere queste esistenze eleganti ma tristi e sempre uguali come i palazzi della piccola città. 

Un quadretto della società del momento; sentiamo da vicino le mani di Moravia, con temi che riguardano Gli Indifferenti e La Romana. Si, è vero, ce una traccia di didascalia, con la voce fuori campo, ma se togliessimo quella il film ricalca un certo cinema interessante del momento, dove nacquero dei piccoli gioielli da conservare, grazie anche a produttori come Cristaldi che li stimolò. Qui abbiamo uno studio sulla provincia ed in particolar modo sulla classe della borghesia medio alta provinciale. Lo scetticismo, anche di base politica (Maselli è una bandiera vivente!!), avrà la sua rivincita finale, ma d'altra parte è anche una realtà ben concreta. Maselli, con De Concini, Moravia e Savioli, ma con un occhio attento di Cristaldi, hanno saputo costruire un affresco interessante…