Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
martedì 13 ottobre 2015
lunedì 12 ottobre 2015
La vita è facile ad occhi chiusi (Vivir es fácil con los ojos cerrados) – David Trueba
arriva
finalmente al cinema, solo in una ventina di sale, per non disturbare troppo.
è un
film del 2013, aveva vinto diversi premi Goya nel 2014, ne avevo letto bene, e
siccome pensavo che non l’avrebbero mai portato da noi, l’ho visto qualche mese
fa, in spagnolo. avevo
scritto che è
“uno di quei film che non sembrano chissà che, ma le apparenze ingannano.
“uno di quei film che non sembrano chissà che, ma le apparenze ingannano.
siamo negli anni '60, Antonio (uno straordinario Javier Cámara) è un professore d'inglese, e insegna la lingua con le
canzoni dei Beatles, e quando i Beatles arrivano in Spagna a girare delle scene
di un film, come fa Antonio a non andare a parlare con John Lennon?
il viaggio in 850 (il modello dell'auto, non il numero dei viaggiatori) si arricchisce di due ragazzini, in fuga, autostoppisti, Belén e Juanjo.
se avete imparato l'inglese con le canzoni dei Beatles e a casa avevate una 850 questo è un film imprescindibile, altrimenti è solo un gran bel film, cercatelo (meglio in spagnolo, se non lo capite esistono i sottotitoli), non potrà non piacervi” (qui).
il viaggio in 850 (il modello dell'auto, non il numero dei viaggiatori) si arricchisce di due ragazzini, in fuga, autostoppisti, Belén e Juanjo.
se avete imparato l'inglese con le canzoni dei Beatles e a casa avevate una 850 questo è un film imprescindibile, altrimenti è solo un gran bel film, cercatelo (meglio in spagnolo, se non lo capite esistono i sottotitoli), non potrà non piacervi” (qui).
sono
andato a vederlo al cinema, e confermo parola per parola quello che avevo già
scritto, aggiungo che la musica è di Pat Metheny e Charlie Haden.
è uno
di qui film che ti fanno uscire dal cinema col sorriso, ogni tanto non fa male,
no?
cercatelo
e godetene tutti - Ismaele
…Arrivando sulla linea di confine, nel
bel mezzo del deserto, il rocambolesco faccia a faccia tra il protagonista e le
guardie a difesa del set ci catapulta nella simpatica parentesi di un western
movie improvvisato e latente. È qui che incontriamo lo sguardo
del regista,
scacciando la patina opaca all’orizzonte: eroi anonimi che combattono contro mulini
immobili, il volto della povertà e dell’ignoranza, il desiderio di invertire la
rotta percorrendo dapprima brevi tracciati; raggiungere il cambiamento partendo
dal basso. Dalla desolante bellezza del sud andaluso. Un
liberatorio “Help” riecheggia sulla via del ritorno riempendo il vuoto lasciato
dal frettoloso addio dei personaggi che da soli hanno trasportato il peso della
libertà dei padri e dei loro figli.
…A interpretare l'insegnante d'inglese fan dei Beatles, oggi ottantenne, è il
solito impeccabile Javier Cámara, volto pefetto per un film in
equilibrio tra la favola e la rievocazione storica, tra la reazione orgogliosa e una ottimistica e
ingenua fiducia nel prossimo. Solo alcune delle anime di questo anomalo
Road Movie, di un viaggio che
porta su strade poco battute. Tra i campi di fragole di Almeria per esempio,
provincia andalusa famosa per essersi prestata come set di tanti film, anche
western, anche italiani.
Qui si svolge l'apice della vicenda, ed emerge la carica didattica della storia, ma è durante il lungo viaggio del protagonista, e dei suoi due improvvisati compagni, che si costruisce il rapporto tra loro, e con noi. E che prende corpo la capacità del film di attrarre il pubblico. Cámara domina la scena dall'inizio alla fine, ma le figure che Trueba gli mette accanto, arricchendo la storia vera originale, diventano l'occasione per parlare di una parte poco felice della storia nazionale…
Qui si svolge l'apice della vicenda, ed emerge la carica didattica della storia, ma è durante il lungo viaggio del protagonista, e dei suoi due improvvisati compagni, che si costruisce il rapporto tra loro, e con noi. E che prende corpo la capacità del film di attrarre il pubblico. Cámara domina la scena dall'inizio alla fine, ma le figure che Trueba gli mette accanto, arricchendo la storia vera originale, diventano l'occasione per parlare di una parte poco felice della storia nazionale…
Certi film fanno dei giri incredibili per tornare al punto di
partenza. La vita è facile ad occhi chiusi sembra un film italiano degli anni
’90, cinema quasi da Salvatores con
un po’ del dolceamaro intellettuale della prima Fandango, invece è spagnolo.
Uscito dal nostro paese, scritto e realizzato in Spagna, ci arriva con una
cartellonistica che sembra gridare cinema italiano…
…Il film prende la
canzone di Lennon e ce la rigira sotto forma di domanda silenziosa: era
davvero facile vivere a occhi chiusi sotto la dittatura franchista?
Era l’unico modo? Oppure, come dice David Trueba «i veri eroi sociali sono sempre
persone comuni capaci di superare aspettativi e limiti», come accade
al goffo e occhialuto professore nel finale del film? E se Francisco
Franco, piccolo di statura, fosse l’energumeno brutale che, vigliacco come
un fascista, bulleggia Juanjo, l’inerme adolescente capellone?
Il film apre con Help e chiude con Strawberry
Fields Forever, «le uniche canzoni sincere che ho scritto», dice Lennon
a Wenner. Parlano di solitudine, di bisogno di aiuto, dell’essere
diverso, o un pazzo o un genio. Il prof è entusiasta, tenero
e imbranato come un fan adolescente, e quando lo beccano con una
foto erotica nella borsa, si giustifica con la stessa risposta dell’allievo
a cui l’ha sequestrata. Non ha figli né fidanzata: come Lennon, «non
c’è nessuno sul suo albero». Non è un genio, ma è integro
e generoso. Forse cresce proprio dopo aver incontrato il suo idolo,
a cui assomiglia anche per gli occhiali che Lennon ha iniziato
a portare sul set del film di Lester, nella Terra delle Fragole…
…la colonna sonora di La vita è facile ad occhi chiusi ci sbalordisce, perché è insolita, diversa dai principali generi di
musica per film ai quali siamo abituati. La composizione è stata affidata
all’incredibile chitarrista jazz Pat Metheny,
che ha ricevuto il Premio Goya 2014 per la Miglior colonna sonora (ma La vita è facile ad occhi chiusi se ne è portati a casa altri cinque): un riconoscimento,
quindi, della scelta di abbandonare la strada principale per percorrere un
sentiero meno battuto. Perché, in effetti, la musica di La vita è facile ad occhi chiusi non ci stupisce solo per la quasi totale assenza dei Beatles,
ma per la sua semplicità ed esiguità: il film è accompagnato infatti solamente dalla chitarra acustica di Pat Metheny, che ha composto le
musiche originali insieme al famoso contrabbassista jazzCharlie Haden (scomparso nell’estate del 2014)…
domenica 11 ottobre 2015
Libertà per Erri de Luca, l’appello del cinema mondiale
Mathieu Almaric, Jacques Audiard, Agnès Jaoui, Wim Wenders, Francesca Comencini: sono solo alcuni dei personaggi del cinema che chiedono il ritiro della denuncia contro lo scrittore, nel caso Torino-Lione.
Le autorità francesi e italiane hanno progettato di collegare Torino a Lione attraverso le Alpi per accorciare a 45 minuti, il collegamento tra le due città. Il costo è attualmente stimato in 28 miliardi di euro. Il progetto vede lo scavo di un tunnel di 45 km, ma l’opposizione nelle valli di montagna è grande, soprattutto in Val di Susa. Questi scontri hanno ritardato di diversi anni l’inizio dei lavori.
Ma veniamo a noi. Lo scrittore Erri De Luca ha aggiunto la sua voce a quei movimenti. “La linea ad alta velocità va sabotato”, ha detto al telefono a un giornalista italiano dell’Huffington Post. Dopo queste parole la società franco-italiana pubblica, con sede a Chambéry, presieduta da un ufficiale francese di alto livello, ha presentato una denuncia contro di lui alla corte di Torino, per “incitamento a commettere uno o più reati”.
Arriviamo a oggi. Il pubblico ministero ha chiesto il 21 settembre, otto mesi di carcere contro Erri De Luca. Il verdetto sarà consegnato lunedì 19 ottobre. Chi potrebbe pensare dopo l’attacco contro Charlie Hebdo, che in un’Europa in cui i leader hanno manifestato per la libertà di espressione, avremmo sperimentare nuove procedure di controllo della sintassi della nostra bella lingua? Come immaginare che gli scrittori possono essere portati a una parola di polizia? Chiediamo il ritiro della denuncia di società pubblica con sede a Chambéry. Quando si interroga sul destino di Erri De Luca il Presidente della Repubblica, questo alla Fiera del Libro il 21 marzo scorso ha detto che gli autori “non dovrebbero essere perseguiti per i loro testi”.
Ecco le firme
I 65 firmatari: Mathieu Amalric, regista (Francia), Claudio Amendola, attore (Italia), Valerio Aprea, attore (Italia), Ariane Ascaris, attrice (Francia) , Jacques Audiard, regista (Francia), Bertuccelli, regista (Francia) , Bertrand Bonello, regista, scrittore (Francia) , Catherine Breillat , romanziere, regista, scrittore (Francia), Stéphane Brizé, regista (Francia) , Daniel Buren , scultore (Francia) , Dominique Cabrera, direttore (Francia) , Thomas Cailley , regista (Francia) , Caleo Clara Green, direttore del Festival del Cinema Italiano a Londra (Gran Bretagna), Laurent Cantet , regista (Francia) , Malik Chibane, regista (Francia) Francesca Comencini, regista, scrittore (Italia), Catherine Corsini, regista, scrittore, attrice (Francia), Constantin Costa-Gavras, regista (Francia), Isa Danieli, attrice (Italia), Claire Denis, regista (Francia), Dante Desarthe , attore, regista, produttore (Francia), Arnaud Desplechin, regista (Francia), Jérôme Diamant-Berger, regista, produttore (Francia), Joel Farges, regista, sceneggiatore, produttore (Francia ) Pascale Ferran, direttore (Francia), Alessandro Gassman, attore, scrittore, regista (Italia), Fabrizio Gifuni, attore (Italia), Fabienne Godet, regista, scrittore (Francia), Robert Guédiguian, regista (Francia), Christophe Honoré , regista, scrittore (Francia), Gilles Jacob (Francia), Joel Farges, regista (Francia), Agnès Jaoui, attrice, regista (Francia), Jacques Kébadian, regista (Francia), Jean-Marie Larrieu, regista, scrittore (Francia ), Jean-Louis Leconte, regista, scrittore (Francia), Thomas Lilti, regista, scrittore (Francia), Olivier Lorelle, sceneggiatore (Francia), Valerio Mastrandrea, attore (Italia), Delphine Morel, produttore (Francia), Angelo Orlando , attore (Italia), Charles Najman, regista (Francia) Nicolas Namur, produttore, regista (Francia), Vladimir Perisic, regista (Francia, Serbia), Thierry de Peretti, attore, regista (Francia), Nicolas Philibert, direttore ( Francia), Jérôme Prieur, scrittore, regista (Francia), Domenico Procacci, produttore (Italia), Olga Prud’homme Farges, regista, produttore (Francia), Marco Risi, regista (Italia), Brigitte Roüan, attrice, regista (Francia ), Pierre Salvadori, regista, sceneggiatore, attore (Francia), Marc Sandberg, produttore (Francia), Jean-Pierre Sauné. produttore, regista (Francia) Céline Sciamma, sceneggiatore, regista (Francia), Agnès Soral, attrice, autrice (Francia), Philippe Torreton, attore (Francia), Bernard Tavernier, regista (Francia), Daniele Vicari, regista, sceneggiatore (Italia), Wim Wenders, regista, (Germania), Massimo Wertmuller, attore, regista (Italia) Emmanuelle Zelez, editore, attrice (Francia), Christian Zerbib, regista, sceneggiatore, produttore (Francia), Rebecca Zlotowski, sceneggiatore, regista (Francia).
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sabato 10 ottobre 2015
J'ai tué ma mère – Xavier Dolan
un'opera prima scritta a 16 anni e girata a 20, per molti registi un film così sarebbe il culmine di una carriera, per Xavier Dolan è l'inizio di una serie di film sempre più belli ("Mommy" e "Laurence anyways", per esempio).
la storia è quella di un ragazzo, Hubert, che cerca la sua strada, con una mamma che cerca di fare la mamma, e i conflitti e l'amore fra i due.
dentro c'è il Cinema, provare per credere - Ismaele
la storia è quella di un ragazzo, Hubert, che cerca la sua strada, con una mamma che cerca di fare la mamma, e i conflitti e l'amore fra i due.
dentro c'è il Cinema, provare per credere - Ismaele
…Dolan pone il suo genio al servizio del romanticismo, non potrebbe mai comprimere il magma passionale con il raziocinio disincantato di un Radiguet verso il suo diavolo in corpo. La conclusione di "J'ai tué ma mère", se ad alcuni parrà deludente, è necessaria a un animo inquieto, incapace di vero distacco verso la propria materia. In "J'ai tué ma mère", come ancora nei film successivi, l'artista sente di non potersi liberare dell'uomo senza tradirne l'autenticità. Per quanta consapevolezza possa usare, il distacco di Dolan non regge sino in fondo. Ma è precisamente in questo afflato, volto a non tradire i propri sentimenti, che si misura la rilevanza del suo cinema. Perciò, al finale di "J'ai tué ma mère", perdoniamo volentieri pure l'abusato espediente di ricorrere a filmini familiari in bassa definizione, per dar vita illusoriamente ai ricordi del passato.
…Les comédiens sont formidables. Xavier Dolan, très connu au Québéc, se met lui-même en scène dans le rôle du fils. Sa frimousse et sa gueule d’ange contrastent brillamment avec les noms d’oiseaux qu’il peut jeter à la figure de sa mère en toute impunité. Et on est pendu à ses lèvres quand il se « confie » à sa caméra pour parler de son amour pour celle qui lui a donné vie seize ans plus tôt.
Anne Dorval, magistrale Cricket Rockwell dans la série TV « Le cœur a ses raisons » incarne la mère. Elle nous scotche de rire quand elle défend son attirance pour le mauvais goût, notamment représenté par ses peintures d’animaux accrochées aux murs ou ses abat-jour en léopard. Elle est aussi toute en nuance quand elle apprend par hasard l’homosexualité de son fils. On jubile, enfin, quand, au téléphone, elle menace un directeur d’établissement scolaire qui l’accuse de mauvaise éducation envers son fils !...
Anne Dorval, magistrale Cricket Rockwell dans la série TV « Le cœur a ses raisons » incarne la mère. Elle nous scotche de rire quand elle défend son attirance pour le mauvais goût, notamment représenté par ses peintures d’animaux accrochées aux murs ou ses abat-jour en léopard. Elle est aussi toute en nuance quand elle apprend par hasard l’homosexualité de son fils. On jubile, enfin, quand, au téléphone, elle menace un directeur d’établissement scolaire qui l’accuse de mauvaise éducation envers son fils !...
…In J’ai tué ma mère rivivono le soluzioni narrative e visive di Truffaut, Godard, Resnais: non si tratta però di sterile decalcomania citazionista; queste infatti vengono rielaborate e adoperate ai fini dello svolgimento, finiscono per essere parte integrante ed indispensabile dell’opera. Dolan è un giovane cineasta cinefilo, ha cultura cinematografica e questo gli permette, a dispetto della giovanissima età (ha diretto il film appena ventenne), una certa concezione della messa in scena fondata su scelte estetiche, opzioni morali, gusti e, più ancora, violenti disgusti.
…Siempre se dice que la primera película suele ser la más autobiográfica, y Dolan reconoció públicamente que Yo maté a mi madre tenía un gran componente autobiográfico. Esta película, en cierto modo, no deja de ser otro de esos dardos llenos de bilis que Dolan el actor lanza a su madre, esta vez en la vida real.
Todos hemos sido –somos- hijos, y todos hemos odiado –odiamos- a nuestra madre. Y vernos en pantalla grande no es fácil. Nos hace ser conscientes de la crueldad que podemos llegar a alcanzar, pero a la vez no podemos dejar de sentirnos identificados con Hubert y sentir su rabia y su incomprensión. Queremos, como él, gritar a su madre.
…Gli infantili scoppi di ira del protagonista - incapace di comprendere gli atteggiamenti di una madre da cui vuole marcare la differenza - sono tipici dell'età adolescenziale, così come le difficoltà di comunicazione di una donna sola, in bilico tra amicalità e genitorialità, ma non disposta a rinunciare a una fetta di orgoglio e amor proprio. A non essere tipico e soprattutto non banale è lo sguardo del regista su questa vicenda di passioni trattenute, represse e poi di colpo esplose. Dolan ha il dono di non lasciare indifferenti e già qui ne dà prova, tratteggiando un universo di sentimenti ed emozioni dalle tinte forti, da cui i grigi e le sfumature sono banditi, proprio come avviene nell'adolescenza…
giovedì 8 ottobre 2015
mercoledì 7 ottobre 2015
La Nostra Quarantena - Peter Marcias
un film imperfetto, bella la parte quasi
documentaria sulla vita della e nella nave marocchina, ormeggiata al porto di
Cagliari, da quando i componenti dell'equipaggio hanno preteso di avere uno
stipendio per il lavoro svolto; ma l'armatore (qualcuno lo chiamerebbe squalo,
in realtà sono gli squali che fuggono velocissimi appena sentono la parola
armatore, e quello in special modo) pur di non pagare ha preferito
lasciare la nave al porto, con l'equipaggio ostaggio.
i marinai aspettano un giudizio dell'arbitrato giudicante, e passa il tempo e quasi diventano cagliaritani.
intanto si crea una piccola rete di solidarietà di esseri umani verso altri esseri umani.
il film poi arranca sulla storia parallela di un giovane studente, della sua ragazza, e della professoressa universitaria.
il film merita molto per la vicenda dei marinai, meno per il resto.
se arriva vicino a voi, andateci, merita comunque la visione - Ismaele
…La demarcazione tra realtà e ricreazione della stessa,
più volte superata dallo stesso Marcias – come dalla maggior parte dei registi
che in questi anni si stanno confrontando con la messa in scena – è minata fin
dai primi istanti ne La nostra quarantena, con le immagini della visita di Papa Francesco a
Cagliari. L’intera città saluta festante l’arrivo del vescovo di Roma, tra
canti sacri e striscioni ironici (“Papa checco, sali per un caffè?”); a pochi
chilometri da lì, al molo, si consuma una protesta nel più assoluto silenzio.
Tra sporche immagini riprese dal vero, interviste ai protagonisti della
vicenda, incursioni più standardizzate nella finzione (i segmenti con Francesca
Neri in scena sono i meno convincenti, per scrittura eccessivamente didascalica
ed eccessiva pulizia dell’inquadratura) e vincoli che legano in maniera stretta
i due approcci, magari attraverso l’utilizzo di un supporto come il super-8,
che proprio a Pesaro ha vissuto una sua revanche cinefila, La nostra quarantena stratifica
l’immaginario, mescolando le istanze, in una verifica (incerta) di ciò che
significa oggi filmare.
Non sempre Marcias sembra cogliere fino in fondo le potenzialità della creatura a cui ha dato vita, ma anche quando il film sembra più traballante a risollevarlo è un’autenticità fuori discussione. La vita che respira ne La nostra quarantena è quella di uomini in difesa perpetua della propria dignità di lavoratori. Basterebbe questo a giustificare l’esistenza di un’opera come quella di Marcias, ma a ciò si aggiunge una dispersione dello sguardo, nella ricerca fallace/impossibile/dolorosa/dolce di Salvatore, che coglie spesso il centro del bersaglio.
Un film sulla confusione (di stili, di scelte, di idee), ma mai confuso. In attesa di capire tutti, davvero, come fanno i marinai…
Non sempre Marcias sembra cogliere fino in fondo le potenzialità della creatura a cui ha dato vita, ma anche quando il film sembra più traballante a risollevarlo è un’autenticità fuori discussione. La vita che respira ne La nostra quarantena è quella di uomini in difesa perpetua della propria dignità di lavoratori. Basterebbe questo a giustificare l’esistenza di un’opera come quella di Marcias, ma a ciò si aggiunge una dispersione dello sguardo, nella ricerca fallace/impossibile/dolorosa/dolce di Salvatore, che coglie spesso il centro del bersaglio.
Un film sulla confusione (di stili, di scelte, di idee), ma mai confuso. In attesa di capire tutti, davvero, come fanno i marinai…
…Marcias declina, e non è la prima volta che lo fa, verso una
descrizione cruda, poetica, filosofica, sociale, di un microcosmo le cui
fondamenta tremano o sono già crollate. Un'analisi non banale, taciturna e
perplessa su chi sembra vivere "agli estremi" della società, suo
malgrado. La nostra quarantena, insomma, è un film "pubblico" e dal
notevole potenziale artistico, in cui la composizione molto pulita delle
inquadrature rivela aspetti rivelanti della realtà odierna, che ha perduto
totalmente il suo senso sociale e cerca un'altra armonia, magari nella libera
espressione del lavoro di un comune cittadino del mondo. Tanti gli stimoli che
produce e le domande che nascono dalla visione. Come rispondere alla crisi?
Dobbiamo adattarci? Dobbiamo affrontare le ingiustizie con la protesta? Dove
nasce la sicurezza esistenziale? Ma anche come comunicare questo malessere?
Come intraprendere un cammino di felicità? Riflessioni alle quali lo stesso Marcias sembra non poter e non voler dare una
risposta. Lo spettatore dovrà trovarla da sé…
…La “finzione”, che con impronta quanto mai realistica si interseca
naturalmente con le vicende dei marinai, ruota intorno all’impegno di uno
studente universitario, un intenso e convincente Moisè Curia: da Roma il
giovane viene inviato dalla sua docente, Francesca Neri, a documentare la
vicenda in vista di un possibile studio accademico. A Cagliari il protagonista
finirà con l’immedesimarsi con i marinai, ritrovando nelle loro pene,
smarrimenti, nell’incertezza per il futuro, elementi propri del nucleo
fondamentale del vissuto personale, tanto simile a larghe fasce dei giovani del
nostro tempo. La crisi derivante rimane irrisolta, o meglio, pronta ad aprirsi
a varie soluzioni, ma la scoperta fondamentale per il giovane risulta essere la
forza dirompente della solidarietà, cementata dalle risorse insite negli
affetti.
Questi contenuti, offerti al
pubblico attraverso una richiesta implicita di co-involgimento intenso nella
visione del film, sono resi nel migliore dei modi possibile, anche considerando
il badget molto esiguo, ed esaltano, oltre la bravura del regista, un
formidabile affiatamento emotivo e professionale dell’intera troupe.
…gli autori hanno la brillante “trovata” di appiccicare
una storia collaterale, lo studente di sociologia e la sua docente, che nulla
aggiunge rendendo invece piuttosto indigeribile il mix “d'autore”: lo studente
guarda pensieroso fuori dalla finestra - musica inquietante. Lo studente
percorre pensieroso in bicicletta strade notturne - musica inquietante. Lo
studente pensieroso va in metropolitana - musica inquietante. Lo studente
pensieroso si arma di cinepresa Super8 anni '80 muta (sì, non stiamo scherzando!)
per girare il suo reportage… E quando alla fine lo studente pensieroso si
addormenta sulla spiaggia (quasi in contemporanea ai malcapitati spettatori) e
viene risvegliato da due giovani suore inutilmente ilari, allora ci cadono
davvero le braccia…
venerdì 2 ottobre 2015
Cut – Amir Naderi
premessa: penso che Amir Naderi sia uno dei più grandi
registi in circolazione, e ha fatto dei film che sono nella storia del cinema
(in Iran, negli Usa, e in Giappone, fra quelli che ho visto finora).
Cut è un film che è un omaggio al cinema, un film estremo e
contemporaneamente didascalico, ma Amir Naderi riesce nell'impresa.
ambientato in Giappone (coincidenza: anche Kiarostami,
altro regista iraniano, ha girato un film in Giappone), essenziale, senza troppi
fronzoli, sotto la protezione dei tre grandi del cinema giapponese, Shuji,
un giovane regista che tiene un cineforum in un una terrazza (solo passione e
amore lo rendono possibile), e di trova a dover restituire un debito ai
mafiosi/camorristi della yakuza, e lo restitusce in natura.
gli sguardi di Yoko, la barista, sono un film nel
film.
per me è un piccolo capolavoro, provare per credere, o per
non essere d'accordo - Ismaele
…Naderi riesce ancora una volta ad annullare ogni possibile
retorica, ogni possibile discorso, nel desiderio e nell’incanto. Nella vita,
che continua. In un altro film che il protagonista potrà realizzare. Questo è
il suo miracolo, il miracolo di Cut, di un regista formidabile.
Perché Naderi è Shuji che fa visita alle tombe di Kurosawa, di Ozu, di
Mizoguchi; perché Shuji è il Cinema, quel volto tumefatto e sanguinante che
chiede di essere colpito ancora, come un‘ossessione, come una scena, come scene
che ritornano, il Cinema è un corpo-schermo disteso sul quale le immagini scorrono,
vivono, è quel corpo stremato e muto negli occhi dolci di una ragazza forse
innamorata che si chiama Yoko (Takako Tokiwa), nelle sue mani. Il Cinema, per
Naderi, è quel segreto, quel bambino che nei 3 minuti di Super8, in quelle
immagini catturate senza poterle rivedere, sta cercando il mondo.
“Il cinema sta già morendo.” Amir Naderi regista giapponese
lancia un urlo apocallitico sulla situazione del cinema. Atto d’amore
incredibile ed unico, il film è una metafora della sforzi dei registi per
ottenere finanziamenti per la realizzazione delle idee. Shuji è un ragazzo
giapponese appassionato – solo come un giapponese può esserlo di cinema. La sua
è una battaglia contro il mondo intero. Armato di un megafono si getta fra le
strade sovrapopolate di Tokyo cercando di ottenere un minimo di attenzione.
“Non sei mica Yukio Mishima.” Gli ricorda l’amico. Con tanto coraggio gestisce
a casa sua – sul terrazzo del tetto – un cinema dove un gruppo di eroici
appassionati si reca a vedere vecchi film muti ed in bianco e nero. Il suo
appartamento è imbottito di locandine, manifesti, pellicole. Vuole anche essere
sceneggiatore e regista. I finanziamenti gli sono concessi dal fratello, uomo
della Yakuza. I film non sono distribuibili ed il fratello è ucciso perché
incapace di restituire i tanti soldi. E qui inizia la metafora unica sulla
devozione profonda per il cinema…
Inizialmente il film sembra "ingenuo" proprio per
questo motivo. Sembra un'esaltazione nostalgica di un qualche tipo di vecchio
cinema che ormai non esisterebbe più.
Poi andando avanti corregge il tiro, parlando di vero cinema e di veri registi tutt'ora presenti nel mondo che andrebbero supportati a discapito dei film dal budget spropositato, dei multisala ecc.
Così già si ragiona, perché chi è appassionato di cinema (ma magari anche di altre forme d'arte inglobate dal mercato come la musica, i fumetti ecc.) sa benissimo che per trovare i veri capolavori basta cercare, basta nuotare contro la mainstream e magari immergersi nell'underground. Ed è lì che si può trovare, ad esempio, Amir Naderi…
Poi andando avanti corregge il tiro, parlando di vero cinema e di veri registi tutt'ora presenti nel mondo che andrebbero supportati a discapito dei film dal budget spropositato, dei multisala ecc.
Così già si ragiona, perché chi è appassionato di cinema (ma magari anche di altre forme d'arte inglobate dal mercato come la musica, i fumetti ecc.) sa benissimo che per trovare i veri capolavori basta cercare, basta nuotare contro la mainstream e magari immergersi nell'underground. Ed è lì che si può trovare, ad esempio, Amir Naderi…
… Nonostante
non sia la nostalgia il sentimento che muove l'opera, poiché il monito ad
emulare il passato è tutto proiettato sul futuro della pratica cinematografica
e volto ad un suo rinnovamento, il film non si può non considerare il manifesto
di una certa stagione della cinefilia, ancora condivisibile ma non più
assolutizzabile. Una stagione legata alla fisicità dell'oggetto filmico di cui
Naderi canta l'estrema messa alla prova ma anche l'agonia.
Cineasta sempre più di culto (o forse bisognerebbe dire sempre meno, man mano che si massifica la platea), costruttore di ossessioni mitiche e divoranti, Naderi ha fatto molto meglio, per esempio con il precedente "Vegas", ma non ha mai urlato così forte come ora, che l'ossessione di cui è arrivato a trattare è esattamente la sua.
Cineasta sempre più di culto (o forse bisognerebbe dire sempre meno, man mano che si massifica la platea), costruttore di ossessioni mitiche e divoranti, Naderi ha fatto molto meglio, per esempio con il precedente "Vegas", ma non ha mai urlato così forte come ora, che l'ossessione di cui è arrivato a trattare è esattamente la sua.
… Amir
Naderi firma un manifesto sentito, profondo, emozionante, probabilmente
destinato ai soli cinefili in grado di riconoscersi nell'attivismo
cinematografico di Shuji, nel suo sconfinato amore per il cinema, nel suo
desiderio di vivere una vita dedita all'arte. Il cinema è l'unico
mezzo che collega Shuji alla vita, il suo unico scopo per esistere (e
in questo senso, sono rivelatorie le scene in cui il protagonista, nudo, si
lascia proiettare addosso le pellicole che tanto ama, cure salvifiche per le
ferite della sua pelle).
Un atto
romantico attorniato da un'aura quasi sacrale, con un cuore enorme, eppure
secco, crudo, grezzo.
Come uno
schiaffo.
Cut, in un certo
senso, comincia dove finisce Goodbye Dragon Inn: la
pellicola di Naderi, emerge dall'abisso filmico di Tsai Ming-liang, spastandosi
da uno spettrale e silenzioso fine nostalgico, verso un fisico e vociante scopo
stimolante. Lo spettatore, verso la fine, viene preso a pugni affinché
possa sentire sulla propria pelle il dolore e il peso di 100 film e del loro
valore inestimabile, sperando che questi non vengano dimenticati e sepolti
nella memoria passata, ma piuttosto riscoperti e rievocati per cercare di
infondere una nuova luce a questo superficiale ed anestetizzante presente
cinematografico. Queste opere sono la totale e totalizzante dimostrazione
d'amore che il regista iraniano riserva e riversa verso la settima arte. 100
pugni diretti:
#100
- "Welfare" (1975), di Frederick Wiseman
- "The Burmese Harp" (1956), di Kon Ichikawa
- "Knife in the Water" (1962), di Roman Polanski
- "Raise the Red Lantern" (1991), di Zhang Yimou
- "The Wind" (1928), di Victor Sjostrom
- "Pixote" (1981), di Hector Babenco
- "Fat City" (1972), di John Huston
- "Closely Observed Trains" (1966), di Jiri Menzel
- "La Terra Trema" (1948), di Luchino Visconti
- "Hoop Dreams" (1994), di Steve James
#90
- "Peeping Tom" (1960), di Michael Powell
- "Dekalog" (1989 - 1990), di Krzysztof Kie?lowski
- "Kwaidan" (1964) , di Masaki Kobayashi
- "The Up Documentaries" (1985), di Michael Apted
- "Fireworks" (1997), di Takeshi Kitano
- "The Conversation" (1974), di Francis Ford Coppola
- "Oya" (1929), di Hiroshi Shimizu
- "The Night of the Hunter" (1955), di Charles Laughton
- "Stranger Than Paradise" (1984), di Jim Jarmusch
- "Quince Tree of the Sun" (1992), di Victor Erice
#80
- "Eraserhead" (1977), di David Lynch
- "Le Quai des Brumes" (1938), di Marcel Carné
- "Salvatore Giuliano" (1962), di Francesco Rosi
- "Time of the Gypsies" (1988), di Emir Kusturica
- "The Bohemian Life" (1992), di Aki Kaurismaki
- "The Round-Up" (1966), di Miclos Jancso
- "Der Stand der Dinge" (1982), di Wim Wenders
- "La Strada" (1954), di Federico Fellini
- "The Hole" (1998), di Tsai Ming-liang
- "Nashville" (1975), di Robert Altman
#70
- "Vivre Sa Vie" (1962), di Jean-Luc Godard
- "Manila in the Claws of Neon" (1975), di Lino Brocka
- "Fitzcarraldo" (1982), di Werner Herzog
- "Peppermint Candy" (1999), di Lee Chang-dong
- "Xala" (1975), di Ousmane Sembène
- "Blissfully Yours" (2002), di Apichatpong Weerasethakul
- "Sur" (1988), di Fernando Solanas
- "Antonio das Mortes" (1969), di Clauber Rocha
- "La Belle Noiseuse" (1991), di Jacques Rivette
- "Vertigo" (1958), di Alfred Hitchcock
#60
- "Man with a Movie Camera" (1929), di Dziga Vertov
- "Shock Corridor" (1963), di Samuel Fuller
- "One Flew Over the Cuckoo's Nest" (1975), di Milos Forman
- "Red River" (1948), di Howard Hawks
- "Van Gogh" (1991), di Maurice Pialat
- "The Travelling Players" (1975), di Theo Angelopoulos
- "The Battle of Algiers" (1966), di Gillo Pontecorvo
- "Lola Montes" (1955), di Max Ophuls
- "Throw Away Your Books, Rally in the Streets" (1971), di Shuji Terayama
- "Satantango" (1994), di Béla Tarr
#50
- "A Time to Live and a Time to Die" (1986), di Hou Hsiao-hsien
- "Boy" (1969), di Nagisa Oshima
- "Floating Clouds" (1955), di Mikio Naruse
- "Ali: Fear Eats the Soul" (1974), di Rainer Werner Fassbinder
- "Briganti" (1996), di Otar Iossellani
- "Accattone" (1961), di Pier Paolo Pasolini
- "The Ballad of Narayama" (1983), di Shohei Imamura
- "Bicycle Thieves" (1948), di Vittorio De Sica
- "Johnny Guitar" (1954), di Nicholas Ray
- "The Naked Island" (1960), di Kaneto Shindo
#40
- "The Killing of a Chinese Bookie" (1976), di John Cassavetes
- "L'eclisse" (1962), di Michelangelo Antonioni
- "Paths of Glory" (1957), di Stanley Kubrick
- "Woman in the Dunes" (1964), di Hiroshi Teshigawara
- "Close Up" (1990), di Abbas Kiarostami
- "Sunset Boulevard" (1950), di Billy Wilder
- "L'albero Degli Zoccoli" (1978), di Ermanno Olmi
- "The Catch" (1983), di Shinji Somai
- "Le Samourai" (1967), di Jean-Pierre Melville
- "Kes" (1969), di Ken Loach
- "A Simple Event" (1973), di Sohrab Shahid-Saless
- "L'enfant Sauvage" (1970), di François Truffaut
- "Raging Bull" (1980), di Martin Scorsese
#30
- "Rashomon" (1950), di Akira Kurosawa
- "M" (1931), di Fritz Lang
- "Wild Strawberries" (1957), di Ingmar Bergman
- "La Grande Illusion" (1937), di Jean Renoir
- "Virdinia" (1961), di Luis Bunuel
- "The Third Man" (1949), di Carol Reed
- "Detour" (1945), di Edgar G. Ulmer
#20
- "Play Time" (1967), di Jacques Tati
- "Intolerance" (1916), di D.W. Griffith
- "Greed" (1924), di Eric von Stroheim
- "Paisà" (1946), di Roberto Rossellini
- "Tokyo Story" (1953), di Yasujiro Ozu
- "Nanook of the North" (1922), di Robert Flaherty
- "Andrej Rublev" (1966), di Andrej Tarkovskij
- "City Lights" (1931), di Charles Chaplin
- "Mouchette" (1967), di Robert Bresson
- "The General" (1926), di Buster Keaton
- "The Passion of Joan of Arc" (1928), di Carl Dreyer
#12
- "The Apu Trilogy" (1955, 56, 58), di Satyajit Ray
#11
- "Batlleship Potemkin" (1925), di Sergei Eisenstein
Il Cinema non è una puttana. Il Cinema è arte.
#10
- "2001: A Space Odissey" (1968), di Stanley Kubrick
#9
- "Late Spring" (1949), di Yasujiro Ozu
#8
- "The Searchers" (1956), di John Ford
#7
- "Sunrise" (1927), di F.W. Murnau
#6
- "Throne of Blood" (1957), di Akira Kurosawa
#5
- "A Trip to the Moon" (1902), di George Méliès
#4
- "L'atalante" (1934), di Jean Vigo
#3
- "Ugetsu Monogatari" (1953), di Kenji Mizoguchi
#2
- "8½" (1963), di Federico Fellini
#1
- "CITIZEN KANE" (1941), di Orson Welles
#100
- "Welfare" (1975), di Frederick Wiseman
- "The Burmese Harp" (1956), di Kon Ichikawa
- "Knife in the Water" (1962), di Roman Polanski
- "Raise the Red Lantern" (1991), di Zhang Yimou
- "The Wind" (1928), di Victor Sjostrom
- "Pixote" (1981), di Hector Babenco
- "Fat City" (1972), di John Huston
- "Closely Observed Trains" (1966), di Jiri Menzel
- "La Terra Trema" (1948), di Luchino Visconti
- "Hoop Dreams" (1994), di Steve James
#90
- "Peeping Tom" (1960), di Michael Powell
- "Dekalog" (1989 - 1990), di Krzysztof Kie?lowski
- "Kwaidan" (1964) , di Masaki Kobayashi
- "The Up Documentaries" (1985), di Michael Apted
- "Fireworks" (1997), di Takeshi Kitano
- "The Conversation" (1974), di Francis Ford Coppola
- "Oya" (1929), di Hiroshi Shimizu
- "The Night of the Hunter" (1955), di Charles Laughton
- "Stranger Than Paradise" (1984), di Jim Jarmusch
- "Quince Tree of the Sun" (1992), di Victor Erice
#80
- "Eraserhead" (1977), di David Lynch
- "Le Quai des Brumes" (1938), di Marcel Carné
- "Salvatore Giuliano" (1962), di Francesco Rosi
- "Time of the Gypsies" (1988), di Emir Kusturica
- "The Bohemian Life" (1992), di Aki Kaurismaki
- "The Round-Up" (1966), di Miclos Jancso
- "Der Stand der Dinge" (1982), di Wim Wenders
- "La Strada" (1954), di Federico Fellini
- "The Hole" (1998), di Tsai Ming-liang
- "Nashville" (1975), di Robert Altman
#70
- "Vivre Sa Vie" (1962), di Jean-Luc Godard
- "Manila in the Claws of Neon" (1975), di Lino Brocka
- "Fitzcarraldo" (1982), di Werner Herzog
- "Peppermint Candy" (1999), di Lee Chang-dong
- "Xala" (1975), di Ousmane Sembène
- "Blissfully Yours" (2002), di Apichatpong Weerasethakul
- "Sur" (1988), di Fernando Solanas
- "Antonio das Mortes" (1969), di Clauber Rocha
- "La Belle Noiseuse" (1991), di Jacques Rivette
- "Vertigo" (1958), di Alfred Hitchcock
#60
- "Man with a Movie Camera" (1929), di Dziga Vertov
- "Shock Corridor" (1963), di Samuel Fuller
- "One Flew Over the Cuckoo's Nest" (1975), di Milos Forman
- "Red River" (1948), di Howard Hawks
- "Van Gogh" (1991), di Maurice Pialat
- "The Travelling Players" (1975), di Theo Angelopoulos
- "The Battle of Algiers" (1966), di Gillo Pontecorvo
- "Lola Montes" (1955), di Max Ophuls
- "Throw Away Your Books, Rally in the Streets" (1971), di Shuji Terayama
- "Satantango" (1994), di Béla Tarr
#50
- "A Time to Live and a Time to Die" (1986), di Hou Hsiao-hsien
- "Boy" (1969), di Nagisa Oshima
- "Floating Clouds" (1955), di Mikio Naruse
- "Ali: Fear Eats the Soul" (1974), di Rainer Werner Fassbinder
- "Briganti" (1996), di Otar Iossellani
- "Accattone" (1961), di Pier Paolo Pasolini
- "The Ballad of Narayama" (1983), di Shohei Imamura
- "Bicycle Thieves" (1948), di Vittorio De Sica
- "Johnny Guitar" (1954), di Nicholas Ray
- "The Naked Island" (1960), di Kaneto Shindo
#40
- "The Killing of a Chinese Bookie" (1976), di John Cassavetes
- "L'eclisse" (1962), di Michelangelo Antonioni
- "Paths of Glory" (1957), di Stanley Kubrick
- "Woman in the Dunes" (1964), di Hiroshi Teshigawara
- "Close Up" (1990), di Abbas Kiarostami
- "Sunset Boulevard" (1950), di Billy Wilder
- "L'albero Degli Zoccoli" (1978), di Ermanno Olmi
- "The Catch" (1983), di Shinji Somai
- "Le Samourai" (1967), di Jean-Pierre Melville
- "Kes" (1969), di Ken Loach
- "A Simple Event" (1973), di Sohrab Shahid-Saless
- "L'enfant Sauvage" (1970), di François Truffaut
- "Raging Bull" (1980), di Martin Scorsese
#30
- "Rashomon" (1950), di Akira Kurosawa
- "M" (1931), di Fritz Lang
- "Wild Strawberries" (1957), di Ingmar Bergman
- "La Grande Illusion" (1937), di Jean Renoir
- "Virdinia" (1961), di Luis Bunuel
- "The Third Man" (1949), di Carol Reed
- "Detour" (1945), di Edgar G. Ulmer
#20
- "Play Time" (1967), di Jacques Tati
- "Intolerance" (1916), di D.W. Griffith
- "Greed" (1924), di Eric von Stroheim
- "Paisà" (1946), di Roberto Rossellini
- "Tokyo Story" (1953), di Yasujiro Ozu
- "Nanook of the North" (1922), di Robert Flaherty
- "Andrej Rublev" (1966), di Andrej Tarkovskij
- "City Lights" (1931), di Charles Chaplin
- "Mouchette" (1967), di Robert Bresson
- "The General" (1926), di Buster Keaton
- "The Passion of Joan of Arc" (1928), di Carl Dreyer
#12
- "The Apu Trilogy" (1955, 56, 58), di Satyajit Ray
#11
- "Batlleship Potemkin" (1925), di Sergei Eisenstein
Il Cinema non è una puttana. Il Cinema è arte.
#10
- "2001: A Space Odissey" (1968), di Stanley Kubrick
#9
- "Late Spring" (1949), di Yasujiro Ozu
#8
- "The Searchers" (1956), di John Ford
#7
- "Sunrise" (1927), di F.W. Murnau
#6
- "Throne of Blood" (1957), di Akira Kurosawa
#5
- "A Trip to the Moon" (1902), di George Méliès
#4
- "L'atalante" (1934), di Jean Vigo
#3
- "Ugetsu Monogatari" (1953), di Kenji Mizoguchi
#2
- "8½" (1963), di Federico Fellini
#1
- "CITIZEN KANE" (1941), di Orson Welles
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