domenica 11 ottobre 2015

Libertà per Erri de Luca, l’appello del cinema mondiale

Mathieu Almaric, Jacques Audiard, Agnès Jaoui, Wim Wenders, Francesca Comencini: sono solo alcuni dei personaggi del cinema che chiedono il ritiro della denuncia contro lo scrittore, nel caso Torino-Lione.
Le autorità francesi e italiane hanno progettato di collegare Torino a Lione attraverso le Alpi per accorciare a 45 minuti, il collegamento tra le due città. Il costo è attualmente stimato in 28 miliardi di euro. Il progetto vede lo scavo di un tunnel di 45 km, ma l’opposizione nelle valli di montagna è grande, soprattutto in Val di Susa. Questi scontri hanno ritardato di diversi anni l’inizio dei lavori.
Ma veniamo a noi. Lo scrittore Erri De Luca ha aggiunto la sua voce a quei movimenti. “La linea ad alta velocità va sabotato”, ha detto al telefono a un giornalista italiano dell’Huffington Post. Dopo queste parole la società franco-italiana pubblica, con sede a Chambéry, presieduta da un ufficiale francese di alto livello, ha presentato una denuncia contro di lui alla corte di Torino, per “incitamento a commettere uno o più reati”.
Arriviamo a oggi. Il pubblico ministero ha chiesto il 21 settembre, otto mesi di carcere contro Erri De Luca. Il verdetto sarà consegnato lunedì 19 ottobre. Chi potrebbe pensare dopo l’attacco contro Charlie Hebdo, che in un’Europa in cui i leader hanno manifestato per la libertà di espressione, avremmo sperimentare nuove procedure di controllo della sintassi della nostra bella lingua? Come immaginare che gli scrittori possono essere portati a una parola di polizia? Chiediamo il ritiro della denuncia di società pubblica con sede a Chambéry. Quando si interroga sul destino di Erri De Luca il Presidente della Repubblica, questo alla Fiera del Libro il 21 marzo scorso ha detto che gli autori “non dovrebbero essere perseguiti per i loro testi”.
Ecco le firme

I 65 firmatari: Mathieu Amalric, regista (Francia), Claudio Amendola, attore (Italia), Valerio Aprea, attore (Italia), Ariane Ascaris, attrice (Francia) , Jacques Audiard, regista (Francia), Bertuccelli, regista (Francia) , Bertrand Bonello, regista, scrittore (Francia) , Catherine Breillat , romanziere, regista, scrittore (Francia), Stéphane Brizé, regista (Francia) , Daniel Buren , scultore (Francia) , Dominique Cabrera, direttore (Francia) , Thomas Cailley , regista (Francia) , Caleo Clara Green, direttore del Festival del Cinema Italiano a Londra (Gran Bretagna), Laurent Cantet , regista (Francia) , Malik Chibane, regista (Francia) Francesca Comencini, regista, scrittore (Italia), Catherine Corsini, regista, scrittore, attrice (Francia), Constantin Costa-Gavras, regista (Francia), Isa Danieli, attrice (Italia), Claire Denis, regista (Francia), Dante Desarthe , attore, regista, produttore (Francia), Arnaud Desplechin, regista (Francia), Jérôme Diamant-Berger, regista, produttore (Francia),  Joel Farges, regista, sceneggiatore, produttore (Francia ) Pascale Ferran, direttore (Francia), Alessandro Gassman, attore, scrittore, regista (Italia), Fabrizio Gifuni, attore (Italia), Fabienne Godet, regista, scrittore (Francia), Robert Guédiguian, regista (Francia), Christophe Honoré , regista, scrittore (Francia), Gilles Jacob (Francia), Joel Farges, regista (Francia), Agnès Jaoui, attrice, regista (Francia), Jacques Kébadian, regista (Francia), Jean-Marie Larrieu, regista, scrittore (Francia ), Jean-Louis Leconte, regista, scrittore (Francia), Thomas Lilti, regista, scrittore (Francia), Olivier Lorelle, sceneggiatore (Francia), Valerio Mastrandrea, attore (Italia), Delphine Morel, produttore (Francia), Angelo Orlando , attore (Italia), Charles Najman, regista (Francia) Nicolas Namur, produttore, regista (Francia), Vladimir Perisic, regista (Francia, Serbia), Thierry de Peretti, attore, regista (Francia), Nicolas Philibert, direttore ( Francia), Jérôme Prieur, scrittore, regista (Francia), Domenico Procacci, produttore (Italia), Olga Prud’homme Farges, regista, produttore (Francia), Marco Risi, regista (Italia), Brigitte Roüan, attrice, regista (Francia ), Pierre Salvadori, regista, sceneggiatore, attore (Francia), Marc Sandberg, produttore (Francia), Jean-Pierre Sauné. produttore, regista (Francia) Céline Sciamma, sceneggiatore, regista (Francia), Agnès Soral, attrice, autrice (Francia), Philippe Torreton, attore (Francia), Bernard Tavernier, regista (Francia), Daniele Vicari, regista, sceneggiatore (Italia), Wim Wenders, regista, (Germania), Massimo Wertmuller, attore, regista (Italia) Emmanuelle Zelez, editore, attrice (Francia), Christian Zerbib, regista, sceneggiatore, produttore (Francia), Rebecca Zlotowski, sceneggiatore, regista (Francia).

sabato 10 ottobre 2015

J'ai tué ma mère – Xavier Dolan

un'opera prima scritta a 16 anni e girata a 20, per molti registi un film così sarebbe il culmine di una carriera, per Xavier Dolan è l'inizio di una serie di film sempre più belli ("Mommy" e "Laurence anyways", per esempio).
la storia è quella di un ragazzo, Hubert, che cerca la sua strada, con una mamma che cerca di fare la mamma, e i conflitti e l'amore fra i due.
dentro c'è il Cinema, provare per credere - Ismaele


QUI il film completo sottotitolato in inglese





…Dolan pone il suo genio al servizio del romanticismo, non potrebbe mai comprimere il magma passionale con il raziocinio disincantato di un Radiguet verso il suo diavolo in corpo. La conclusione di "J'ai tué ma mère", se ad alcuni parrà deludente, è necessaria a un animo inquieto, incapace di vero distacco verso la propria materia. In "J'ai tué ma mère", come ancora nei film successivi, l'artista sente di non potersi liberare dell'uomo senza tradirne l'autenticità. Per quanta consapevolezza possa usare, il distacco di Dolan non regge sino in fondo. Ma è precisamente in questo afflato, volto a non tradire i propri sentimenti, che si misura la rilevanza del suo cinema. Perciò, al finale di "J'ai tué ma mère", perdoniamo volentieri pure l'abusato espediente di ricorrere a filmini familiari in bassa definizione, per dar vita illusoriamente ai ricordi del passato.

…Les comédiens sont formidables. Xavier Dolan, très connu au Québéc, se met lui-même en scène dans le rôle du fils. Sa frimousse et sa gueule d’ange contrastent brillamment avec les noms d’oiseaux qu’il peut jeter à la figure de sa mère en toute impunité. Et on est pendu à ses lèvres quand il se « confie » à sa caméra pour parler de son amour pour celle qui lui a donné vie seize ans plus tôt.
Anne Dorval, magistrale Cricket Rockwell dans la série TV « Le cœur a ses raisons » incarne la mère. Elle nous scotche de rire quand elle défend son attirance pour le mauvais goût, notamment représenté par ses peintures d’animaux accrochées aux murs ou ses abat-jour en léopard. Elle est aussi toute en nuance quand elle apprend par hasard l’homosexualité de son fils. On jubile, enfin, quand, au téléphone, elle menace un directeur d’établissement scolaire qui l’accuse de mauvaise éducation envers son fils !...

…In J’ai tué ma mère rivivono le soluzioni narrative e visive di Truffaut, Godard, Resnais: non si tratta però di sterile decalcomania citazionista; queste infatti vengono rielaborate e adoperate ai fini dello svolgimento, finiscono per essere parte integrante ed indispensabile dell’opera. Dolan è un giovane cineasta cinefilo, ha cultura cinematografica e questo gli permette, a dispetto della giovanissima età (ha diretto il film appena ventenne), una certa concezione della messa in scena fondata su scelte estetiche, opzioni morali, gusti e, più ancora, violenti disgusti.

…Siempre se dice que la primera película suele ser la más autobiográfica, y Dolan reconoció públicamente que Yo maté a mi madre tenía un gran componente autobiográfico. Esta película, en cierto modo, no deja de ser otro de esos dardos llenos de bilis que Dolan el actor lanza a su madre, esta vez en la vida real.
Todos hemos sido –somos- hijos, y todos hemos odiado –odiamos- a nuestra madre. Y vernos en pantalla grande no es fácil. Nos hace ser conscientes de la crueldad que podemos llegar a alcanzar, pero a la vez no podemos dejar de sentirnos identificados con Hubert y sentir su rabia y su incomprensión. Queremos, como él, gritar a su madre.

…Gli infantili scoppi di ira del protagonista - incapace di comprendere gli atteggiamenti di una madre da cui vuole marcare la differenza - sono tipici dell'età adolescenziale, così come le difficoltà di comunicazione di una donna sola, in bilico tra amicalità e genitorialità, ma non disposta a rinunciare a una fetta di orgoglio e amor proprio. A non essere tipico e soprattutto non banale è lo sguardo del regista su questa vicenda di passioni trattenute, represse e poi di colpo esplose. Dolan ha il dono di non lasciare indifferenti e già qui ne dà prova, tratteggiando un universo di sentimenti ed emozioni dalle tinte forti, da cui i grigi e le sfumature sono banditi, proprio come avviene nell'adolescenza…

mercoledì 7 ottobre 2015

La Nostra Quarantena - Peter Marcias

un film imperfetto, bella la parte quasi documentaria sulla vita della e nella nave marocchina, ormeggiata al porto di Cagliari, da quando i componenti dell'equipaggio hanno preteso di avere uno stipendio per il lavoro svolto; ma l'armatore (qualcuno lo chiamerebbe squalo, in realtà sono gli squali che fuggono velocissimi appena sentono la parola armatore, e quello in special modo)  pur di non pagare ha preferito lasciare la nave al porto, con l'equipaggio ostaggio.
i marinai aspettano un giudizio dell'arbitrato giudicante, e passa il tempo e quasi diventano cagliaritani.
intanto si crea una piccola rete di solidarietà di esseri umani verso altri esseri umani.
il film poi arranca sulla storia parallela di un giovane studente, della sua ragazza, e della professoressa universitaria.
il film merita molto per la vicenda dei marinai, meno per il resto.
se arriva vicino a voi, andateci, merita comunque la visione - Ismaele

 

 


…La demarcazione tra realtà e ricreazione della stessa, più volte superata dallo stesso Marcias – come dalla maggior parte dei registi che in questi anni si stanno confrontando con la messa in scena – è minata fin dai primi istanti ne La nostra quarantena, con le immagini della visita di Papa Francesco a Cagliari. L’intera città saluta festante l’arrivo del vescovo di Roma, tra canti sacri e striscioni ironici (“Papa checco, sali per un caffè?”); a pochi chilometri da lì, al molo, si consuma una protesta nel più assoluto silenzio. Tra sporche immagini riprese dal vero, interviste ai protagonisti della vicenda, incursioni più standardizzate nella finzione (i segmenti con Francesca Neri in scena sono i meno convincenti, per scrittura eccessivamente didascalica ed eccessiva pulizia dell’inquadratura) e vincoli che legano in maniera stretta i due approcci, magari attraverso l’utilizzo di un supporto come il super-8, che proprio a Pesaro ha vissuto una sua revanche cinefila, La nostra quarantena stratifica l’immaginario, mescolando le istanze, in una verifica (incerta) di ciò che significa oggi filmare.
Non sempre Marcias sembra cogliere fino in fondo le potenzialità della creatura a cui ha dato vita, ma anche quando il film sembra più traballante a risollevarlo è un’autenticità fuori discussione. La vita che respira ne La nostra quarantena è quella di uomini in difesa perpetua della propria dignità di lavoratori. Basterebbe questo a giustificare l’esistenza di un’opera come quella di Marcias, ma a ciò si aggiunge una dispersione dello sguardo, nella ricerca fallace/impossibile/dolorosa/dolce di Salvatore, che coglie spesso il centro del bersaglio.
Un film sulla confusione (di stili, di scelte, di idee), ma mai confuso. In attesa di capire tutti, davvero, come fanno i marinai…

…Marcias declina, e non è la prima volta che lo fa, verso una descrizione cruda, poetica, filosofica, sociale, di un microcosmo le cui fondamenta tremano o sono già crollate. Un'analisi non banale, taciturna e perplessa su chi sembra vivere "agli estremi" della società, suo malgrado. La nostra quarantena, insomma, è un film "pubblico" e dal notevole potenziale artistico, in cui la composizione molto pulita delle inquadrature rivela aspetti rivelanti della realtà odierna, che ha perduto totalmente il suo senso sociale e cerca un'altra armonia, magari nella libera espressione del lavoro di un comune cittadino del mondo. Tanti gli stimoli che produce e le domande che nascono dalla visione. Come rispondere alla crisi? Dobbiamo adattarci? Dobbiamo affrontare le ingiustizie con la protesta? Dove nasce la sicurezza esistenziale? Ma anche come comunicare questo malessere? Come intraprendere un cammino di felicità? Riflessioni alle quali lo stesso Marcias sembra non poter e non voler dare una risposta. Lo spettatore dovrà trovarla da sé…

…La “finzione”, che con impronta quanto mai realistica si interseca naturalmente con le vicende dei marinai, ruota intorno all’impegno di uno studente universitario, un intenso e convincente Moisè Curia: da Roma il giovane viene inviato dalla sua docente, Francesca Neri, a documentare la vicenda in vista di un possibile studio accademico. A Cagliari il protagonista finirà con l’immedesimarsi con i marinai, ritrovando nelle loro pene, smarrimenti, nell’incertezza per il futuro, elementi propri del nucleo fondamentale del vissuto personale, tanto simile a larghe fasce dei giovani del nostro tempo. La crisi derivante rimane irrisolta, o meglio, pronta ad aprirsi a varie soluzioni, ma la scoperta fondamentale per il giovane risulta essere la forza dirompente della solidarietà, cementata dalle risorse insite negli affetti.
Questi contenuti, offerti al pubblico attraverso una richiesta implicita di co-involgimento intenso nella visione del film, sono resi nel migliore dei modi possibile, anche considerando il badget molto esiguo, ed esaltano, oltre la bravura del regista, un formidabile affiatamento emotivo e professionale dell’intera troupe.

…gli autori hanno la brillante “trovata” di appiccicare una storia collaterale, lo studente di sociologia e la sua docente, che nulla aggiunge rendendo invece piuttosto indigeribile il mix “d'autore”: lo studente guarda pensieroso fuori dalla finestra - musica inquietante. Lo studente percorre pensieroso in bicicletta strade notturne - musica inquietante. Lo studente pensieroso va in metropolitana - musica inquietante. Lo studente pensieroso si arma di cinepresa Super8 anni '80 muta (sì, non stiamo scherzando!) per girare il suo reportage… E quando alla fine lo studente pensieroso si addormenta sulla spiaggia (quasi in contemporanea ai malcapitati spettatori) e viene risvegliato da due giovani suore inutilmente ilari, allora ci cadono davvero le braccia…

venerdì 2 ottobre 2015

Cut – Amir Naderi

premessa: penso che Amir Naderi sia uno dei più grandi registi in circolazione, e ha fatto dei film che sono nella storia del cinema (in Iran, negli Usa, e in Giappone, fra quelli che ho visto finora).
Cut è un film che è un omaggio al cinema, un film estremo e contemporaneamente didascalico, ma Amir Naderi riesce nell'impresa.
ambientato in Giappone (coincidenza: anche Kiarostami, altro regista iraniano, ha girato un film in Giappone), essenziale, senza troppi fronzoli, sotto la protezione dei tre grandi del cinema giapponese, Shuji, un giovane regista che tiene un cineforum in un una terrazza (solo passione e amore lo rendono possibile), e di trova a dover restituire un debito ai mafiosi/camorristi della yakuza, e lo restitusce in natura.
gli sguardi di Yoko, la barista, sono un film nel film.
per me è un piccolo capolavoro, provare per credere, o per non essere d'accordo - Ismaele




…Naderi riesce ancora una volta ad annullare ogni possibile retorica, ogni possibile discorso, nel desiderio e nell’incanto. Nella vita, che continua. In un altro film che il protagonista potrà realizzare. Questo è il suo miracolo, il miracolo di Cut, di un regista formidabile. Perché Naderi è Shuji che fa visita alle tombe di Kurosawa, di Ozu, di Mizoguchi; perché Shuji è il Cinema, quel volto tumefatto e sanguinante che chiede di essere colpito ancora, come un‘ossessione, come una scena, come scene che ritornano, il Cinema è un corpo-schermo disteso sul quale le immagini scorrono, vivono, è quel corpo stremato e muto negli occhi dolci di una ragazza forse innamorata che si chiama Yoko (Takako Tokiwa), nelle sue mani. Il Cinema, per Naderi, è quel segreto, quel bambino che nei 3 minuti di Super8, in quelle immagini catturate senza poterle rivedere, sta cercando il mondo.

“Il cinema sta già morendo.” Amir Naderi regista giapponese lancia un urlo apocallitico sulla situazione del cinema. Atto d’amore incredibile ed unico, il film è una metafora della sforzi dei registi per ottenere finanziamenti per la realizzazione delle idee. Shuji è un ragazzo giapponese appassionato – solo come un giapponese può esserlo di cinema. La sua è una battaglia contro il mondo intero. Armato di un megafono si getta fra le strade sovrapopolate di Tokyo cercando di ottenere un minimo di attenzione. “Non sei mica Yukio Mishima.” Gli ricorda l’amico. Con tanto coraggio gestisce a casa sua – sul terrazzo del tetto – un cinema dove un gruppo di eroici appassionati si reca a vedere vecchi film muti ed in bianco e nero. Il suo appartamento è imbottito di locandine, manifesti, pellicole. Vuole anche essere sceneggiatore e regista. I finanziamenti gli sono concessi dal fratello, uomo della Yakuza. I film non sono distribuibili ed il fratello è ucciso perché incapace di restituire i tanti soldi. E qui inizia la metafora unica sulla devozione profonda per il cinema…

Inizialmente il film sembra "ingenuo" proprio per questo motivo. Sembra un'esaltazione nostalgica di un qualche tipo di vecchio cinema che ormai non esisterebbe più.
Poi andando avanti corregge il tiro, parlando di vero cinema e di veri registi tutt'ora presenti nel mondo che andrebbero supportati a discapito dei film dal budget spropositato, dei multisala ecc.
Così già si ragiona, perché chi è appassionato di cinema (ma magari anche di altre forme d'arte inglobate dal mercato come la musica, i fumetti ecc.) sa benissimo che per trovare i veri capolavori basta cercare, basta nuotare contro la mainstream e magari immergersi nell'underground. Ed è lì che si può trovare, ad esempio, Amir Naderi…

… Nonostante non sia la nostalgia il sentimento che muove l'opera, poiché il monito ad emulare il passato è tutto proiettato sul futuro della pratica cinematografica e volto ad un suo rinnovamento, il film non si può non considerare il manifesto di una certa stagione della cinefilia, ancora condivisibile ma non più assolutizzabile. Una stagione legata alla fisicità dell'oggetto filmico di cui Naderi canta l'estrema messa alla prova ma anche l'agonia.
Cineasta sempre più di culto (o forse bisognerebbe dire sempre meno, man mano che si massifica la platea), costruttore di ossessioni mitiche e divoranti, Naderi ha fatto molto meglio, per esempio con il precedente "Vegas", ma non ha mai urlato così forte come ora, che l'ossessione di cui è arrivato a trattare è esattamente la sua.

… Amir Naderi firma un manifesto sentito, profondo, emozionante, probabilmente destinato ai soli cinefili in grado di riconoscersi nell'attivismo cinematografico di Shuji, nel suo sconfinato amore per il cinema, nel suo desiderio di vivere una vita dedita all'arte. Il cinema è l'unico mezzo che collega Shuji alla vita, il suo unico scopo per esistere (e in questo senso, sono rivelatorie le scene in cui il protagonista, nudo, si lascia proiettare addosso le pellicole che tanto ama, cure salvifiche per le ferite della sua pelle).
Un atto romantico attorniato da un'aura quasi sacrale, con un cuore enorme, eppure secco, crudo, grezzo.
Come uno schiaffo.

Cut, in un certo senso, comincia dove finisce Goodbye Dragon Inn: la pellicola di Naderi, emerge dall'abisso filmico di Tsai Ming-liang, spastandosi da uno spettrale e silenzioso fine nostalgico, verso un fisico e vociante scopo stimolante. Lo spettatore, verso la fine, viene preso a pugni affinché possa sentire sulla propria pelle il dolore e il peso di 100 film e del loro valore inestimabile, sperando che questi non vengano dimenticati e sepolti nella memoria passata, ma piuttosto riscoperti e rievocati per cercare di infondere una nuova luce a questo superficiale ed anestetizzante presente cinematografico. Queste opere sono la totale e totalizzante dimostrazione d'amore che il regista iraniano riserva e riversa verso la settima arte. 100 pugni diretti:

#100
- "Welfare" (1975), di Frederick Wiseman
- "The Burmese Harp" (1956), di Kon Ichikawa
- "Knife in the Water" (1962), di Roman Polanski
- "Raise the Red Lantern" (1991), di Zhang Yimou
- "The Wind" (1928), di Victor Sjostrom
- "Pixote" (1981), di Hector Babenco
- "Fat City" (1972), di John Huston
- "Closely Observed Trains" (1966), di Jiri Menzel
- "La Terra Trema" (1948), di Luchino Visconti
- "Hoop Dreams" (1994), di Steve James

#90
- "Peeping Tom" (1960), di Michael Powell
- "Dekalog" (1989 - 1990), di Krzysztof Kie?lowski
- "Kwaidan" (1964) , di Masaki Kobayashi
- "The Up Documentaries" (1985), di Michael Apted
- "Fireworks" (1997), di Takeshi Kitano
- "The Conversation" (1974), di Francis Ford Coppola
- "Oya" (1929), di Hiroshi Shimizu
- "The Night of the Hunter" (1955), di Charles Laughton
- "Stranger Than Paradise" (1984), di Jim Jarmusch
- "Quince Tree of the Sun" (1992), di Victor Erice

#80
- "Eraserhead" (1977), di David Lynch
- "Le Quai des Brumes" (1938), di Marcel Carné
- "Salvatore Giuliano" (1962), di Francesco Rosi
- "Time of the Gypsies" (1988), di Emir Kusturica
- "The Bohemian Life" (1992), di Aki Kaurismaki
- "The Round-Up" (1966), di Miclos Jancso
- "Der Stand der Dinge" (1982), di Wim Wenders
- "La Strada" (1954), di Federico Fellini
- "The Hole" (1998), di Tsai Ming-liang
- "Nashville" (1975), di Robert Altman

#70
- "Vivre Sa Vie" (1962), di Jean-Luc Godard
- "Manila in the Claws of Neon" (1975), di Lino Brocka
- "Fitzcarraldo" (1982), di Werner Herzog
- "Peppermint Candy" (1999), di Lee Chang-dong
- "Xala" (1975), di Ousmane Sembène
- "Blissfully Yours" (2002), di Apichatpong Weerasethakul
- "Sur" (1988), di Fernando Solanas
- "Antonio das Mortes" (1969), di Clauber Rocha
- "La Belle Noiseuse" (1991), di Jacques Rivette
- "Vertigo" (1958), di Alfred Hitchcock

#60
- "Man with a Movie Camera" (1929), di Dziga Vertov
- "Shock Corridor" (1963), di Samuel Fuller
- "One Flew Over the Cuckoo's Nest" (1975), di Milos Forman
- "Red River" (1948), di Howard Hawks
- "Van Gogh" (1991), di Maurice Pialat
- "The Travelling Players" (1975), di Theo Angelopoulos
- "The Battle of Algiers" (1966), di Gillo Pontecorvo
- "Lola Montes" (1955), di Max Ophuls
- "Throw Away Your Books, Rally in the Streets" (1971), di Shuji Terayama
- "Satantango" (1994), di Béla Tarr

#50
- "A Time to Live and a Time to Die" (1986), di Hou Hsiao-hsien
- "Boy" (1969), di Nagisa Oshima
- "Floating Clouds" (1955), di Mikio Naruse
- "Ali: Fear Eats the Soul" (1974), di Rainer Werner Fassbinder
- "Briganti" (1996), di Otar Iossellani
- "Accattone" (1961), di Pier Paolo Pasolini
- "The Ballad of Narayama" (1983), di Shohei Imamura
- "Bicycle Thieves" (1948), di Vittorio De Sica
- "Johnny Guitar" (1954), di Nicholas Ray
- "The Naked Island" (1960), di Kaneto Shindo

#40
- "The Killing of a Chinese Bookie" (1976), di John Cassavetes
- "L'eclisse" (1962), di Michelangelo Antonioni
- "Paths of Glory" (1957), di Stanley Kubrick
- "Woman in the Dunes" (1964), di Hiroshi Teshigawara
- "Close Up" (1990), di Abbas Kiarostami
- "Sunset Boulevard" (1950), di Billy Wilder
- "L'albero Degli Zoccoli" (1978), di Ermanno Olmi
- "The Catch" (1983), di Shinji Somai
- "Le Samourai" (1967), di Jean-Pierre Melville
- "Kes" (1969), di Ken Loach
- "A Simple Event" (1973), di Sohrab Shahid-Saless
- "L'enfant Sauvage" (1970), di François Truffaut
- "Raging Bull" (1980), di Martin Scorsese

#30
- "Rashomon" (1950), di Akira Kurosawa
- "M" (1931), di Fritz Lang
- "Wild Strawberries" (1957), di Ingmar Bergman
- "La Grande Illusion" (1937), di Jean Renoir
- "Virdinia" (1961), di Luis Bunuel
- "The Third Man" (1949), di Carol Reed
- "Detour" (1945), di Edgar G. Ulmer

#20
- "Play Time" (1967), di Jacques Tati
- "Intolerance" (1916), di D.W. Griffith
- "Greed" (1924), di Eric von Stroheim
- "Paisà" (1946), di Roberto Rossellini
- "Tokyo Story" (1953), di Yasujiro Ozu
- "Nanook of the North" (1922), di Robert Flaherty
- "Andrej Rublev" (1966), di Andrej Tarkovskij
- "City Lights" (1931), di Charles Chaplin
- "Mouchette" (1967), di Robert Bresson
- "The General" (1926), di Buster Keaton
- "The Passion of Joan of Arc" (1928), di Carl Dreyer

#12
- "The Apu Trilogy" (1955, 56, 58), di Satyajit Ray

#11
- "Batlleship Potemkin" (1925), di Sergei Eisenstein


Il Cinema non è una puttana. Il Cinema è arte.


#10
- "2001: A Space Odissey" (1968), di Stanley Kubrick

#9
- "Late Spring" (1949), di Yasujiro Ozu

#8
- "The Searchers" (1956), di John Ford

#7
- "Sunrise" (1927), di F.W. Murnau

#6
- "Throne of Blood" (1957), di Akira Kurosawa

#5
- "A Trip to the Moon" (1902), di George Méliès

#4
- "L'atalante" (1934), di Jean Vigo

#3
- "Ugetsu Monogatari" (1953), di Kenji Mizoguchi

#2
- "8½" (1963), di Federico Fellini

#1
- "CITIZEN KANE" (1941), di Orson Welles




giovedì 1 ottobre 2015

The Gift - Julio Pot



grazie a Daniela per la segnalazione

Hansel e Gretel - Pil-sung Yim

una fiaba dei fratelli Grimm (qui e qui la fiaba) letta da Pil-sung Yim, dalla Corea.
un guasto alla macchina e Eun-Soo si salva incontrando una casetta da fiaba nel bosco.
si salva?
così sembra, ma quella casa di colori, sorrisi, ripetizioni e dolci è anche una casa degli orrori, la stessa casa.
vedere per credere, a me è piaciuto - Ismaele



… Esattamente a metà tra la favola e l'incubo, "Hansel and Gretel" si svolge nella dimensione che solitamente riserviamo ai sogni. Lo spazio interno che si manifesta e finisce per creare un universo, spesso ha una natura duplice. L'ambivalenza è sempre in agguato e tutto quello che vedremo nasconde un lato oscuro. I sentimenti giocano un ruolo importante in questa dimensione, e se in presenza dell'ingenuo Eun-Soo non era stato necessario mostrare niente di cui aver paura, quando entreranno in scena i due terribili, ingordi coniugi, il sistema entropico su cui il tutto si regge, dovrà per forza mettere in campo tutta la sua energia per controbattere alla loro cattiveria.
Secondo film di Pil-Sung Yim, già autore di "Antartic Journal", questo "Hansel and Gretel" ha un unico difetto: la durata. L'atmosfera è accattivante ma, come tutte le favole o anche gli incubi, non può durare troppo. I bambini rubano costantemente la scena a chiunque, i cattivi sono sempre e solo cattivi, mentre i buoni sembrano pure un po' fessi e, dopo un po', non ci importa più di sapere cosa succede, vorremmo solo uscire dalla casa, dal bosco e pure dal film. Il tutto è ben congegnato e regge benissimo per la prima ora, ma all'ennesimo tentativo non riuscito di fuga, e all'interminabile spiegazione finale, l'interesse cala proporzionalmente alla complicazione che si sceglie di mettere in campo…

…Di buono c'è un'idea originalissima, quella di trasportare il protagonista (e lo spettatore con lui) in una realtà fiabesca che, piano piano, assume i connotati di una fiaba dell'orrore (ma del resto non erano horror tutte le fiabe dei Grimm?).
Una casa meravigliosa, giocattoli dapertutto, dolcetti colorati, pupazzi, ninnoli, colori sgargianti,  cibo a volontà, la casa dei sogni per un bambino.
Già, ma quei bambini son strani eh (la piccolina è meravigliosa), che se gli tocchi la mamma impazziscono, che non riescono a concepire la loro vita senza la presenza costante dei genitori, che lo vedi quel padre a cui trema la gamba o la mano con la tazzina, la vedi la goccia di sudore freddo che gli scende sulla fronte.
Il protagonista, appiedato da un incidente, passa la notte con loro, poi riparte la mattina dopo ma la foresta che circonda la casa dei sogni non lo fa uscire…

...Hansel & Gretel conferma ancora una volta come la nazione asiatica sud coreana abbia sviluppato un’estetica riconoscibile fin dai primi fotogrammi. Una fotografia abbagliante, molto al di là del limite imposto dal kitsch, si sposa con una serie di scelte claustrofobiche e stranianti. Il risultato sono due ore di interni, rendendo tali anche le rare escursioni nei boschi e nel mondo esterno alla casa perno di tutto il racconto. Più volte si ha l’impressione che il regista abbia deciso di spostare il concetto di tableau vivant verso un nuovo livello, abbassando il ritmo dell’opera per andare a restituirci una serie di illustrazioni tratte da libri per bambini. Ma irrimediabilmente virate al nero…

… Una poderosa fotografía, que acierta con el juego de luces al trazar oportunamente las transiciones entre el género infantil y el de suspense -no alcanza el terror-, creyó Pil-Sung que sería el catalizador ideal para disimular el descaro con el que embaló en su leyenda una memoria de las peores lacras de la herencia capitalista norteamericana en su patria: el neoconservadurismo, palpable en la figura del diácono chiflado (que no tenía razón de ser hasta una coincidencia forzadísima en la resolución) y esa maldad innata a las personas, traducida en unos comportamientos abominables por parte de aquellos que debieran servir de ejemplo a la sociedad…

… Hensel et Gretel reste malgré tout une formidable réussite, nous replongeant avec délectation et frayeur dans l'univers des contes. Visuellement irréprochable, bénéficiant d'une bonne interprétation et de solides effets spéciaux , il parvient à nous charmer en n'occultant jamais le côté sombre voire malsain de cet univers.
Ce film est un excellent moyen de retrouver son sourire de petit enfant mais aussi ses sentiments liés aux peurs enfantines, quand aux heures les plus sombres de la nuit votre cœur se mettait à taper un peu plus fort et que seul le retour de la lumière pouvait vous extraire de ce sentiment désagréable et excitant.
Quand l'imagination cesse d'être un moteur, que la réalité n'est plus issue de ces endroits fabuleux que l'on entr'aperçoit dans un songe, on devient simplement un adulte, modelant, défigurant notre quotidien pour être un peu plus rassuré, pour ne pas laisser l'enfant qui sommeille en nous nous indiquer le chemin de cette immense forêt labyrinthe où tout semble permis, le meilleur comme le pire.

… La autoconciencia post Bettelheim hace que las películas que se basaban en cuentos que exploraban los temores infantiles se conviertan casi siempre en la confirmación de dichos temores. Así, en los últimos años, películas como Inteligencia artificial, de Steven Spielberg, El laberinto del fauno, de Guillermo Del Toro, El orfanato de J.A. Bayona, Los otros de Alejandro Amenábar, han sido de los mejores ejemplos de estos cuentos de hadas devenidos en films para adultos. Una ecuación que en Hansel y Gretel funciona y sorprende escena tras escena. Por un lado sostiene el origen siniestro que el cuento tuvo en el medioevo así como también la mirada más "psicológica" que los Hermanos Grimm le dieron en el siglo XIX. Pero como es común en el cine coreano contemporáneo, la película posee muchas más influencias -Tim Burton, por ejemplo, además de la asociación con lo ya mencionado- al mismo tiempo que descubre su propio imaginario visual y estilo. La película no está tampoco exenta de cierta emoción, producto de las revelaciones que surgen a lo largo de la trama y que hacen de Hansel y Gretel un film complejo e inteligente, como un verdadero cuento de hadas.