giovedì 1 ottobre 2015

The Gift - Julio Pot



grazie a Daniela per la segnalazione

Hansel e Gretel - Pil-sung Yim

una fiaba dei fratelli Grimm (qui e qui la fiaba) letta da Pil-sung Yim, dalla Corea.
un guasto alla macchina e Eun-Soo si salva incontrando una casetta da fiaba nel bosco.
si salva?
così sembra, ma quella casa di colori, sorrisi, ripetizioni e dolci è anche una casa degli orrori, la stessa casa.
vedere per credere, a me è piaciuto - Ismaele



… Esattamente a metà tra la favola e l'incubo, "Hansel and Gretel" si svolge nella dimensione che solitamente riserviamo ai sogni. Lo spazio interno che si manifesta e finisce per creare un universo, spesso ha una natura duplice. L'ambivalenza è sempre in agguato e tutto quello che vedremo nasconde un lato oscuro. I sentimenti giocano un ruolo importante in questa dimensione, e se in presenza dell'ingenuo Eun-Soo non era stato necessario mostrare niente di cui aver paura, quando entreranno in scena i due terribili, ingordi coniugi, il sistema entropico su cui il tutto si regge, dovrà per forza mettere in campo tutta la sua energia per controbattere alla loro cattiveria.
Secondo film di Pil-Sung Yim, già autore di "Antartic Journal", questo "Hansel and Gretel" ha un unico difetto: la durata. L'atmosfera è accattivante ma, come tutte le favole o anche gli incubi, non può durare troppo. I bambini rubano costantemente la scena a chiunque, i cattivi sono sempre e solo cattivi, mentre i buoni sembrano pure un po' fessi e, dopo un po', non ci importa più di sapere cosa succede, vorremmo solo uscire dalla casa, dal bosco e pure dal film. Il tutto è ben congegnato e regge benissimo per la prima ora, ma all'ennesimo tentativo non riuscito di fuga, e all'interminabile spiegazione finale, l'interesse cala proporzionalmente alla complicazione che si sceglie di mettere in campo…

…Di buono c'è un'idea originalissima, quella di trasportare il protagonista (e lo spettatore con lui) in una realtà fiabesca che, piano piano, assume i connotati di una fiaba dell'orrore (ma del resto non erano horror tutte le fiabe dei Grimm?).
Una casa meravigliosa, giocattoli dapertutto, dolcetti colorati, pupazzi, ninnoli, colori sgargianti,  cibo a volontà, la casa dei sogni per un bambino.
Già, ma quei bambini son strani eh (la piccolina è meravigliosa), che se gli tocchi la mamma impazziscono, che non riescono a concepire la loro vita senza la presenza costante dei genitori, che lo vedi quel padre a cui trema la gamba o la mano con la tazzina, la vedi la goccia di sudore freddo che gli scende sulla fronte.
Il protagonista, appiedato da un incidente, passa la notte con loro, poi riparte la mattina dopo ma la foresta che circonda la casa dei sogni non lo fa uscire…

...Hansel & Gretel conferma ancora una volta come la nazione asiatica sud coreana abbia sviluppato un’estetica riconoscibile fin dai primi fotogrammi. Una fotografia abbagliante, molto al di là del limite imposto dal kitsch, si sposa con una serie di scelte claustrofobiche e stranianti. Il risultato sono due ore di interni, rendendo tali anche le rare escursioni nei boschi e nel mondo esterno alla casa perno di tutto il racconto. Più volte si ha l’impressione che il regista abbia deciso di spostare il concetto di tableau vivant verso un nuovo livello, abbassando il ritmo dell’opera per andare a restituirci una serie di illustrazioni tratte da libri per bambini. Ma irrimediabilmente virate al nero…

… Una poderosa fotografía, que acierta con el juego de luces al trazar oportunamente las transiciones entre el género infantil y el de suspense -no alcanza el terror-, creyó Pil-Sung que sería el catalizador ideal para disimular el descaro con el que embaló en su leyenda una memoria de las peores lacras de la herencia capitalista norteamericana en su patria: el neoconservadurismo, palpable en la figura del diácono chiflado (que no tenía razón de ser hasta una coincidencia forzadísima en la resolución) y esa maldad innata a las personas, traducida en unos comportamientos abominables por parte de aquellos que debieran servir de ejemplo a la sociedad…

… Hensel et Gretel reste malgré tout une formidable réussite, nous replongeant avec délectation et frayeur dans l'univers des contes. Visuellement irréprochable, bénéficiant d'une bonne interprétation et de solides effets spéciaux , il parvient à nous charmer en n'occultant jamais le côté sombre voire malsain de cet univers.
Ce film est un excellent moyen de retrouver son sourire de petit enfant mais aussi ses sentiments liés aux peurs enfantines, quand aux heures les plus sombres de la nuit votre cœur se mettait à taper un peu plus fort et que seul le retour de la lumière pouvait vous extraire de ce sentiment désagréable et excitant.
Quand l'imagination cesse d'être un moteur, que la réalité n'est plus issue de ces endroits fabuleux que l'on entr'aperçoit dans un songe, on devient simplement un adulte, modelant, défigurant notre quotidien pour être un peu plus rassuré, pour ne pas laisser l'enfant qui sommeille en nous nous indiquer le chemin de cette immense forêt labyrinthe où tout semble permis, le meilleur comme le pire.

… La autoconciencia post Bettelheim hace que las películas que se basaban en cuentos que exploraban los temores infantiles se conviertan casi siempre en la confirmación de dichos temores. Así, en los últimos años, películas como Inteligencia artificial, de Steven Spielberg, El laberinto del fauno, de Guillermo Del Toro, El orfanato de J.A. Bayona, Los otros de Alejandro Amenábar, han sido de los mejores ejemplos de estos cuentos de hadas devenidos en films para adultos. Una ecuación que en Hansel y Gretel funciona y sorprende escena tras escena. Por un lado sostiene el origen siniestro que el cuento tuvo en el medioevo así como también la mirada más "psicológica" que los Hermanos Grimm le dieron en el siglo XIX. Pero como es común en el cine coreano contemporáneo, la película posee muchas más influencias -Tim Burton, por ejemplo, además de la asociación con lo ya mencionado- al mismo tiempo que descubre su propio imaginario visual y estilo. La película no está tampoco exenta de cierta emoción, producto de las revelaciones que surgen a lo largo de la trama y que hacen de Hansel y Gretel un film complejo e inteligente, como un verdadero cuento de hadas.

martedì 29 settembre 2015

Eliza Graves (Stonehearst Asylum) - Brad Anderson

ispirato a un racconto di Edgar Allan Poe, è una storia tutta giocata in un manicomio, ritmo lento, grandi attori, sorprese continue.
Ben Kingsley è uno che sta bene nei manicomi, anche qui fa la sua figura, e se continua così bene lo rinchiuderanno in uno di quei posti, se lo merita.
e Brad Anderson è sempre bravo, fa pochi film, ma buoni.
chissà se arriverà in sala, e comunque non perdetevelo - Ismaele






...Con un cast pazzesco, che vede Ben Kingsley nel ruolo di Silas Lamb, Michael Caine nei panni del dottor Salt e la nostra vecchia conoscenza Kate Beckinsale a dare il meglio di sé recitando il sofferto personaggio di Eliza Graves, Stonehearst Asylum nel corso delle sue quasi due ore di durata ha il gran pregio di tenere vivo l’interesse dello spettatore dilazionando le rivelazioni e non offrendo mai punti di riferimento: può succedere sempre di tutto e non si è in grado di prevedere le evoluzioni della storia. Non pago, però, lo script di Joe Gangemi si e ci regala anche un finale sorprendente, di quelli che fanno assistere ai titoli di coda con un sorriso di soddisfazione. Missione compiuta, quindi, per Brad Anderson, che dirige con classe e, dopo circa tredici anni, torna a regalare un nuovo, bellissimo film sullo sfondo di un manicomio...

…il nosocomio d'ambientazione non fatica ad assumere i metaforici connotati di un mondo le cui menti realmente folli sono quelle che occupano i posti di comando, di potere.
Quindi, evitando, come di consueto, spargimenti di liquido rosso e sensazionalismi da violenza grafica, il buon Brad confeziona con adeguato ritmo narrativo una coinvolgente vicenda ad alta tensione piuttosto impegnata dal punto di vista socio-politico... in maniera non molto distante dalla filosofia del fare celluloide di autori artisticamente sbocciati negli anni Settanta quali George A. Romero, John Carpenter e Wes Craven.
da qui

…Il tallone d’Achille di Stonehearst Asylum, ben confezionato e recitato, è proprio nell’approccio troppo diligente del regista statunitense, legato mani e piedi ai rigidi meccanismi della narrazione e poco alle potenzialità visive. Si ha l’impressione, a lungo andare, di trovarsi di fronte a quelle trasposizione inglesi per il piccolo schermo dei romanzi di Agatha Christie, come il Poirot interpretato dal londinese David Suchet, che ogni sabato allieta i pomeriggi di Rete 4. Tutto chiaro, spiegato e rispiegato, innocuo. Ma il grande schermo dovrebbe essere un luogo altro, dove osare, confondere, inquietare. O per lo meno sparigliare le carte…
da qui


sabato 26 settembre 2015

Sicario - Denis Villeneuve

a Denis Villeneuve non devono piacere i film che finiscono bene.
Sicario è un film solido, compatto, che non annoia mai.
una storia al confine degli Usa e del Messico e al confine della legalità, confine mobile, a seconda delle circostanze. 
ricorda l'ultimo film di Kathryn Bigelow, sia per la protagonista donna, sia per la caccia all'uomo (mutatis mutandis).
naturalmente le scene ambientate a Juarez non sono state girate lì, c'è un limite a tutto.
l'agente Kate viene usata per un'operazione più grande di quanto immagina, nella quale il fine giustifica i mezzi, alleati e nemici, buoni e cattivi non si capisce bene chi siano.
lo sguardo impotente di Kate, che vede cose che non avrebbe mai dovuto vedere, è il nostro sguardo sul mondo, e non sei più sicuro se esistono i buoni e i cattivi.
attori bravissimi e regista super, senza alcun dubbio.
non è il miglior film di Denis Villeneuve, ma solo perché ha fatto dei film immensi.
questo è "solo" un gran film, non perdetevelo - Ismaele





Un'imboscata dell'FBI rivela molto più di quanto era previsto: lo spettacolo orripilante di decine di cadaveri nascosti nei muri e con la testa sigillata in sacchetti di plastica. Per allargare la squadra che va a caccia dei mandanti di quel massacro la CIA arruola Kate, la giovane agente dell'FBI che ha partecipato all'imboscata rivelatrice, anche se lei è un'esperta di rapimenti mentre la squadra combatte da tempo contro il cartello messicano della droga. È l'inizio di una discesa agli inferi che coinvolgerà tutti i servizi segreti statunitensi (e la coscienza di un Paese) disposti a trasgredire ogni regola e a sacrificare ogni parvenza di umanità pur di mantenere il controllo (ma senza alcuna volontà di debellare il Male)…

Sicario, oltre a raccontare una storia di criminalità e operazioni sotto copertura, ha secondo i suoi realizzatori e interpreti un significato più profondo.
Il regista Denis Villeneuve pensa che il film sia incentrato sull'America e sullo scontro tra idealismo e realismo che avviene nel momento in cui deve affrontare i problemi di altre nazioni.
«Sicario è in parte dedicato a un vecchio fantasma: l'idea che il Nord America risolverà i problemi più violenti del mondo in un modo efficiente e invisibile. Una volta era un pensiero in grado di dare conforto, ma il mondo sembra essere diventato sempre più complicato».
Benicio Del Toro è invece convinto che sul grande schermo si assista a una riflessione sulle conseguenze delle proprie scelte.
Più filosofica ancora la prospettiva di Josh Brolin: «Il film è un mistero umano che devi afferrare e risolvere da solo. Un puzzle ricco di tensione ed emozionante»…

…Sicario è uno di quei film in cui il genere si sposa perfettamente con il cinema d’autore, in cui attraverso una forma narrativa vicina all’intrattenimento puro si riesce a fare anche arte, per usare parole scomode. È impossibile non pensare al cinema migliore di Michael Mann guardando il nuovo lavoro di Villeneuve, sicuramente assimilato nella sua capacità di costruire eroi solitari in mondi spietati. Qui non c’è un uomo al centro, c’è una donna, forte, che a un certo punto capisce che la stanno sfruttando e lo accetta perché sa che sta succedendo qualcosa con cui lei non è in grado di confrontarsi, non con il codice che fino a quel momento ha seguito. Matt e Alejandro portano Kate nelle zone del grigio più scuro della legalità e delle azioni governative, del caos funzionale alla costruzione dell’equilibrio. Il confine non è solo geografico, ha un valore più esteso, tra quello che è giusto e quello che non lo è, tra quello che è necessario e i modi per raggiungerlo…

Se cierran las fronteras en la Europa del Este, la única vía de escape a la terrible situación bélica que se vive actualmente en Siria es tapiada a consecuencia, en gran medida, de la presión popular. Mientras cuatro millones de personas suplican por un lugar en el que cobijarse de las constantes detonaciones que arrasan día tras día su país, y del reguero de muertes que éstas originan, nosotros, europeos del primer mundo acomodado —y perdón por la generalización—, apelamos a un dictamen justo basado en unas prioridades que consideramos ineludibles. No es que seamos reacios a ofrecer ayuda al necesitado, el problema es simplemente que, “ahora”, no es un buen momento. Y es precisamente ese “ahora” el que nos ha excusado cada vez que nuestro apoyo ha sido requerido, un presente inmediato que nunca sonó tan ambiguo e indefinido: desesperanzador. ¿Qué podemos hacer? Nos gusta el orden y cada cosa en su sitio; los santos en el cielo y los pecadores en el infierno. Somos capaces de asumir que la coherencia en el infierno es el caos mismo, siempre que éste no salga de sus fronteras y nos salpique. En el infierno, el orden se conserva gracias a que las víctimas asumen su condición de mártires, a quienes lloraremos desconsoladamente y cuyas imágenes llenarán los muros digitales de todas nuestras redes sociales. Sin embargo, cuando esas víctimas, esperanzadas por nuestro apoyo remoto, deciden pedir ayuda real, en ese momento se subvierte el orden establecido y el caos invade nuestra zona de confort. Las consecuencias de perder la contención de la violencia entre estratos geográficos, dejando que la crueldad se expanda fuera de sus fronteras asumibles, son devastadoras.
Sicario muestra uno de esos infiernos terrenales, donde hace tiempo que el primer mundo tiró la toalla y lo abandonó a su suerte en medio de un caos violento reinado por los magnates del crimen. El filme se recrea con una impresionante potencia audiovisual —ojo a la fotografía de Roger Deakins— en las consecuencias que se producen cuando esas fronteras invisibles que lo separan del mundo civilizado desaparecen, y ese orden, aniquilado, origina que se crucen ambos mundos en un choque de secuelas fatales…

Dopo gli ottimi Prisoner e Enemy, Villeneuve fa una marchetta. Essendo un genio non può farla così male ma lealte aspettative non raggiungono quanto sperato…

…Rarefatto ma esplicito nel rappresentare la violenza, sempre pronta ad esplodere in carneficina nelle zone di confine tra USA e Messico, Sicario più che un film d’azione è un accurato affondo nelle menti tormentate dei suoi personaggi. Sebbene risultino infatti impeccabili dal punto di vista registico, le sequenze action vengono infatti diluite in una serie di momenti di stasi dove, dai ritratti insistiti dei volti e dei corpi dei protagonisti, emerge la loro profonda inquietudine, lo spaesamento, la paura della morte. Impossibile non registrare dunque nel film di Villeneuve una complessiva schizofrenia del ritmo, che lo rende ben distante dallo sviluppo usuale del thriller odierno e più apparentabile, proprio per le sue smagliature narrative, al cinema americano della New Hollywood, con i suoi outsiders un po’ nichilisti e silenti e la sua alta dose di paranoia antigovernativa, allora figlia della contestazione, oggi di una realtà sempre più multiforme e difficile da interpretare. Al centro di Sicario vi è infatti la necessità per la protagonista di prendere una posizione in una situazione le cui dinamiche sono indecifrabili, mentre l’inganno e il relativo twist narrativo sono sempre dietro l’angolo, ma tardano a manifestarsi.
Sono forse numericamente troppe le sequenze di dialogo che ribadiscono quanto la nostra agente dell’FBI si trovi a disagio in una squadra della quale non comprende né la procedura né i reali obiettivi, ma evidentemente a Villeneuve questa storia interessava più come sfida ed esercizio di stile che altro. In tal senso, l’autore rischia in più di un’occasione di incarnare i panni del turista in una realtà, quale è quella del narcotraffico, distante dalle sue latitudini geografiche come anche dalla sua, sempre più eclettica, poetica. A consolare e a tratti a far completamente dimenticare le lacune del film ci pensa però la strabiliante fotografia di Roger Deakins, intento a profondere della sua luce una pellicola che del gusto ricercato per l’immagine fa il suo reale punto di forza e il suo primario interesse.

martedì 22 settembre 2015

Pickpocket (Diario di un ladro) – Robert Bresson

la storia di un ladro diventa l'oggetto di un film di Robert Bresson, e, pur essendo stato censurato in Finlandia per insegnare troppo realisticamente le tecniche del borseggiatore, è un film da non perdere.
una donna lo ama, nonostante tutto, un amico cerca di farlo desistere dai suoi deliri di onnipotenza, quella piccola di un borsaiolo, e un commissario di polizia cerca di riportarlo sulla retta via, ma Michael ama troppo il rischio, l'adrenalina del ladro, quasi un cleptomane.
e come tutti i film di Bresson, le parole servono a poco,  Pickpocket bisogna vederlo e basta - Ismaele






Pickpocket di Bresson è un piccolo grande capolavoro, piccolo perché la narrazione non supera i 68 minuti, una narrazione semplice dal taglio documentaristico quasi neorealista, con l'unica peculiarità di essere raccontata tramite un diario.
Perchè questo film può essere considerato un capolavoro, innanzitutto per l'assoluta perfezione della caratterizzazione del personaggio protagonista, le dinamiche, i meccanismi psicologici sugli eventi di un ragazzo che vuol fare il ladro sebbene non sia la sua strada è raccontata con una precisione e fedeltà introspettiva che non mi stupirebbe lo sceneggiatore, o l'aiuto sceneggiatore, fosse dedito al taccheggio prima di darsi al cinema.
Inoltre il regista getta uno sguardo sociale ed esistenziale, "sarò il migliore?", "ha senso vivere?", "ha senso lavorare, a che serve?", "non è inutile la vita, non è meglio morire?", "è forse l'amore l'unica possibilità di redenzione?"..in questo caso, come parabola drammaturgica ideale, sarà proprio l'amore la svolta definitiva e necessaria.
Per qualcuno, può essere impossibile non rimanere secchi d'innanzi a questa pellicola.

…“Pickpocket” is about a man who deliberately and self-consciously tries to operate outside morality (“Will we be judged? By what law?”). Like many criminals, he does it for two conflicting reasons: because he thinks he is better than others, and because--fearing he is worse--he seeks punishment. He avoids Jeanne because she is wholly good, and therefore a threat to him. “These bars, these walls, I don't even see them,” he tells her. But he does, and is healed by the touch of her hand. (The famous last line: “Oh, Jeanne, what a strange way I had to take to meet you!”)
There is incredible buried passion in a Bresson film, but he doesn't find it necessary to express it. Also great tension and excitement,tightly reined in. Consider a sequence in which a gang of pickpockets, including Michel, works on a crowded train. The camera uses closeups of hands, wallets, pockets and faces in a perfectly timed ballet of images that explain, like a documentary, how pickpockets work. How one distracts, the second takes the wallet and quickly passes it to the third, who moves away. The primary rule: The man who takes the money never holds it. The three men work the train back and forth, at one point even smoothly returning a victim's empty wallet to his pocket. Their work has the timing, grace and precision of a ballet. They work as one person, with one mind. And there is a kind of exhibitionism in the way they show their moves to the camera but hide them from their victims.
Bresson films with a certain gravity, a directness. He wants his actors to emote as little as possible. He likes to film them straight on, so that we are looking at them as they look at his camera. Oblique shots and over-the-shoulder shots would place characters in the middle of the action; head-on shots say, “Here is a man and here is his situation; what are we to think of him?”

…Humain, spirituel ou moral, Pickpocket est un parcours, un voyage. Le dernier vol de Michel répond au premier. Même lieu, juste une inversion de la position de Michel qui passe de derrière sa victime à devant, position à l’image qui enferme le héros dans le temps du film. Position également qui rend inéluctable son cheminement dans le film mais qui dans le même temps lui confère un statut à part, parenthèse dans la vie de Michel. Celle-ci va véritablement reprendre à la fin du film au moment où débute son histoire avec Jeanne. Pickpocket est un simple préliminaire, un rêve, un songe.

La mia generazione non ha potuto mai vedere un film di Bresson in sala, tranne nei club che dedicavano al Maestro una retrospettiva, un cineforum, una rassegna. Ecco, allora, che la visione di Pickpocket è rimasta un fatto privato: il cinema ascetico visto, esplorato, analizzato da asceti. Qualche anno fa, però, un piccolo locale napoletano ebbe la bella idea di inserirlo nella programmazione tradizionale, senza neanche pensarci troppo. Recatomi al cinema, pensando di trovare la sala vuota, resto esterrefatto: posti in piedi !...