venerdì 30 ottobre 2026

Alberi erranti – Salvatore Mereu

tratto da un romanzo di Alberto Capitta, Alberi erranti e naufraghi, (che è piaciuto molto a Goffredo Fofi) il film è un oggetto strano nel cinema italiano.

un film come questo solo Alice Rohrwacher, mi sembra, può farlo, e l'ha fatto, Lazzaro felice.

la storia di Alberi erranti è una storia di potenti arroganti e violenti (il fascismo sarà la loro casa) contro i diversi, Giuliano e il babbo, e di sopraffazione verso Maddalena (Giulia Maenza, già protagonista di Orfeo), e la resistenza al male di Giuliano e Maddalena.

e poi ci sono i bambini e le bambine (che salveranno il mondo).

il film dura tre ore, che non stancano per niente.

il direttore della fotografia del film è Francesco Piras, il regista di Zustissia.

Alberi erranti è un film da non perdere (come pure il libro di Capitta).

buona (realistica e fantastica) visione - Ismaele


 

da un’intervista a Salvatore Mereu:

…Un altro elemento ricorrente nel suo cinema è l’attenzione per l’infanzia e l’adolescenza. Da dove nasce questa sensibilità?

‘È un interesse che attraversa molte delle mie scelte narrative. Forse perché l’infanzia e l’adolescenza sono età che ho già vissuto e che, proprio per questo, sento di avere maggiori possibilità di raccontare rispetto a una stagione della vita che deve ancora arrivare’.

In Alberi erranti la natura non è soltanto un paesaggio, ma sembra proporre un modello alternativo di società. Piero e Giuliano si prendono cura degli animali feriti, mentre chi rappresenta il potere economico considera intollerabile la loro esistenza. Più che tra natura e civiltà, il conflitto sembra essere tra possesso e cura. Quanto c’è di politico in questa contrapposizione?

‘Credo che il film sia fortemente politico, pur senza essere ideologico o aderire a una precisa visione di parte. Affronta una serie di questioni aperte che ci riguardano da vicino.

Una di queste è il mondo che stiamo consegnando alle generazioni future. Abbiamo ereditato un patrimonio ancora relativamente integro, che non ci appartiene e del quale dovremmo considerarci soltanto custodi temporanei.

È come una lunghissima staffetta cominciata diecimila o quindicimila anni fa, della quale qualcuno sembra essersi dimenticato.

Non riguarda soltanto la cannibalizzazione del territorio, ma anche quella delle nostre vite e del nostro modo di pensare.

Questa dinamica può manifestarsi persino nel microcosmo familiare. Il rapporto con chi ci mette al mondo e ci indirizza può essere fecondo, ma anche violento, come accade a Emilio. Sono questioni profondamente umane e, proprio per questo, politiche. Ritengo che Alberi erranti porti avanti questa riflessione senza proclami, lasciandola emergere dal racconto’…

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Sardo, proprio come Antonio Cabiddu, Bonifacio Angius, Peter Marcias e diversi altri registi che hanno saputo lasciare un segno importante, nel cinema italiano di queste ultime decadi, Salvatore Mereu si è sempre fatto promotore di un cinema ruvido, urticante sul piano dei contenuti e rigoroso a livello formale. Volendo, sin dal lungometraggio d’esordio Ballo a tre passi, che trionfò alla 60esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Settimana Internazionale della Critica, assicurandogli poi nel 2004 un altro riconoscimento molto ambito come il David di Donatello per il miglior regista esordiente. Ma ricordiamo con estremo favore anche i successivi Sonetàula (2008) e Bellas mariposas (2012)…

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…Se in Assandira, Mereu si confrontava con la fine della tradizione isolana davanti allo sviluppo della modernità, in Alberi erranti trova spazio per la resistenza attraverso la fiaba e lo spiritualismo. Il rapporto con la terra, autodistruttivo per il protagonista incarnato da Gavino Ledda, evolve in una comunione più ampia con il territorio, e l’impossibilità di lasciare da parte la tradizione diventa recupero del folklore attraverso il nomadismo. Tutto questo trova sintesi visiva nel simbolo della sedentarietà, la sedia che Giuliano si porta alle spalle durante la ricerca del padre, e che lascia per diventare a sua volta la figura genitoriale dei ragazzi sperduti.

Alberi erranti si dimostra un’opera complessa, ambiziosa, un film fiume che rappresenta un’evoluzione per il regista e una sfida di partecipazione per il pubblico. Il Nuovo Cinema Sardo, di cui Mereu è rappresentante, continua a dimostrarsi in grado di utilizzare il racconto di radici e ferite regionali elevandole ad allegoria universale.

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…Il settimo lungometraggio di Salvatore Mereu ci parla di «tutte le creature costrette a correre e a nascondersi», per le quali «non ci sarà mai pace», perché da ogni stazione di serenità si finirà un giorno con l’essere espulsi, costretti a mettersi nuovamente in cammino: ce lo dice il film riprendendo le parole del romanzo di Alberto Capitta a cui è ispirato.

In quelle pagine il cineasta (vincitore alla Settimana Internazionale della Critica e ai David di Donatello con l’esordio del 2003 Ballo a tre passi) ha riconosciuto la “sua” Sardegna, già raccontata nei precedenti film, ma stavolta come «luogo dell’anima», che «affonda direttamente nel mito» e «può essere palcoscenico del creato».

Sono infatti rarefatte quasi come quelle di una fiaba le coordinate spazio-temporali del lungometraggio, ridotte a poli essenziali quanto universali ed evocativi: il centro abitato, la campagna-periferia, il mare (nella toccante scena tra Giuliano e Piero al termine della parte iniziale), la selva, le case che già dicono tanto dei diversi e contrapposti modi di pensare e vivere dei personaggi...

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…La componente arcaica e tradizionalista si lega al mondo infantile: il film si caratterizza per numerosi personaggi bambini, intendendo con questo concetto sia i molti attori in età infantile che la capacità degli adulti di sorprendersi e di gioire per le piccole meraviglie che la realtà offre. Si tratta dunque dello sguardo carico di meraviglia che contraddistingue non solo Giuliano, tanto che questo personaggio finisce per vivere in un mondo fatato composto da una comunità di bambini radicati in un bosco magico, ma anche di Maddalena, trait d’union fra i mondi contrapposti rappresentati dalle due famiglie e che, non a caso, al termine del film sceglie il giovane Arca come compagno…

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…Alberi erranti è una favola profondamente toccante che racconta le difficoltà dell’essere sé stessi all’interno di una società che ci vorrebbe mansueti, dei bravi soldatini che seguono le regole senza porsi troppe domande. Il coraggio e la determinazione con la quale Giuliano porta avanti il suo sogno di vivere in un mondo in cui la diversità non sia motivo di esclusione, ci tocca nel profondo. Fra speranza e disperazione, Alberi erranti parla di quanti non hanno la possibilità di mettere radici e sono costretti a vagare per il mondo senza meta nascondendosi negli angoli oscuri per poter riprendere fiato.

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…Sotto la superficie fiabesca, Alberi Erranti affronta il rapporto tra le generazioni e il diritto dei figli di scegliere la propria identità. I Nonne difendono un ordine fondato sull’esclusione, mentre Piero offre a Giuliano un modello di vita alternativo, vicino alla natura e distante dalle convenzioni.

La scomparsa del padre obbliga il ragazzo a trasformare ciò che ha imparato in una scelta personale. Il suo viaggio diventa così un percorso di crescita, nel quale amore e ricerca delle proprie origini si intrecciano. Anche la comunità di rifugiati rappresenta una possibilità concreta di appartenenza, al di fuori delle strutture che hanno prodotto sofferenza.

Il film di Salvatore Mereu trova nella natura il principale veicolo della propria riflessione, alternando suggestioni simboliche e violenza concreta. La sua dimensione poetica accompagna una storia che invita a prendere le distanze dalle aspettative altrui e a riconoscere il valore delle proprie inclinazioni.

Gli alberi del titolo evocano lo sradicamento e la ricerca di una nuova casa: essere erranti significa perdere punti di riferimento, attraversare luoghi ostili e trovare il coraggio di cambiare direzione. Alberi Erranti affida così alla libertà di scegliere il proprio cammino il suo messaggio più significativo, ricordando quanto sia difficile costruire la propria identità in un mondo che teme ciò che è diverso.

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giovedì 29 ottobre 2026

Into Paradiso – Paola Randi

un piccolo film, a cento all'ora.

a Napoli c'è davvero una zona che si chiama Paradiso, abitato da indiani, un enclave ben integrata.

un ricercatore (il bravissimi Gianfelice Imparato) cerca una raccomandazione presso un politico camorrista, e da lì nasce l'avventura, fra solidarietà e rischio di essere ammazzati.

opera prima di Paola Randi, riuscita perfettamente.

buona (pericolosa) visione - Ismaele

 

 

Almeno stiamo facendo un tentativo di cinema diverso e non allacciato al dramma, come l'argomento propone a piene mani e senza disminuire i problemi che avvolgono il racconto, ma solo narrarli in maniera diversa, come in altre cinematografie già avviene da anni. Noi italiani che veniamo proprio dalla commedia all'italiana, che è stata un po' il capostipite di un racconto amaro ironico, e che ne abbiamo fatta una bandiera nazionale e in parte internazionale, lo avremmo dovuto scoprire da un bel po'. E' un film di esordio per Paola Randi, che certamente ha difetti di sceneggiatura, più che di regia, che fanno disperdere qualcosa di cruciale in varie fasi del racconto, ma l'idea regge in pieno, collocandoci con un sorriso quasi naif di fronte ad una situazione di corruzione politica, di trama camorristica, di convivenza, di problemi di immigrazione, sia in entrata che in uscita. Un manifesto della nostra società messa a confronto con i luoghi comuni degli altri, le mentalità vecchie messe a confronto con le nuove, dovutesi formare con la realtà che ci circonda…

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…Into Paradiso è peraltro uno di quei film a cui risulta difficile avanzare delle critiche, perché sembra quasi che, facendole, non si comprenda o non si condivida il suo “messaggio”, che è un messaggio di speranza (sulla possibilità di una riscossa civile della città di Napoli nei confronti della criminalità organizzata e verso la reciproca comprensione tra italiani e immigrati). Messaggio condivisibile e necessario, ma che il film esprime in modo assai didascalico.

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…Commedia ben lontana dalla presunzione di voler riscrivere il genere, Into Paradiso ne asseconda i tratti caratteristici puntando però all’atipicità: in questo senso talvolta il film pare perdere la messa a fuoco dei propri obiettivi, perdendo in efficacia. La scrittura solida e dialoghi ben scritti rappresentano una stabile  àncora per l’opera, che predilige uno schema lineare dove ogni elemento appare congeniale all’assecondamento dei dati della storia (ne sono un lampante esempio le musiche composte da Fausto Mesolella , che giocano sul tema della contaminazione sonora e della “simulazione” dell’esotico).
Con tutte le giustificabili incertezze di un esordio, Into Paradiso è un progetto interessante, magari non propriamente costante nel proprio sviluppo espressivo, ma senz’altro abile nell’amalgamare elementi formalmente differenti trasformandoli in un tutt’uno solo relativamente omogeneo – in perfetta armonia quindi con il sottotesto sociale narrativo della vicenda. Paola Randi firma un ritratto metropolitano originale, lavorando sul materiale partenopeo autentico per trarne una Napoli nuova, immaginaria ma realistica: sullo schermo prende forma una lettura accattivante della socialità multietnica penalizzata da un’aritmicità di fondo che rende meno fluida del previsto la fruizione.

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Trenque Lauquen - Eiko Ishibashi (Japan) x Laura Citarella (Argentina)

 

lunedì 26 ottobre 2026

La seconda ombra - Silvano Agosti

Silvano Agosti racconta cosa è successo al manicomio di Gorizia dopo che Franco Basaglia diventa il direttore.

lui parla coi malati, coi medici, con gli infermieri e butta giù i muri.

un film da vedere, ricordando che in manicomio andavano persone che oggi non sarebbero rinchiuse, e che lì si ammalavano.

buona (matta) visione - Ismaele

 

 

La cosiddetta legge Basaglia, nel 1978, rivoluzionò il sistema di cura dei malati mentali in Italia; ma di Franco Basaglia poco o niente è stato detto nel nostro cinema. Chi poteva dedicargli quindi un film, se non Silvano Agosti, cineasta da sempre attento alla questione del disagio sociale (D'amore si vive) e psichico (Matti da slegare, con Bellocchio e Rulli & Petraglia)? Fedele alla sua linea contraddistinta da basso (ma mai penalizzante) budget e basso profilo (l'interesse è nell'informazione e certo non nella spettacolarizzazione dei fatti), Agosti scrive, dirige, monta e produce un film 'sincero', dalle prospettive chiare e oneste fin dal primo minuto, per di più con l'onorevole intento di raccontare l'esperienza encomiabile di un uomo come Basaglia. Due soltanto sono i nomi di un certo rilievo nel cast: quello del protagonista Remo Girone e quello del musicista Nicola Piovani (il cui apporto si sente decisamente), grande amico del regista e suo collaboratore fin dagli esordi; il resto degli interpreti è realmente preso da ospedali psichiatrici e, fondamentalmente, la scelta premia Agosti: perché  soprattutto in questo caso nessuno recita meglio di chi è sè stesso. La seconda ombra sarebbe una sorta di rifugio interiore, quello in cui è costretto a riparare il malato mentale per sfuggire alle brutali condizioni in cui si ritrova a vivere.

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domenica 25 ottobre 2026

En el camino - David Pablos

il film racconta la storia di due poveracci che vivono ai margini di tutto, soli contro tutti.

fra loro scatta un po' di affetto, di solidarietà, in un mondo che non li vuole. 

poi il mondo, in realtà la polizia e i narcos, li cerca, e non sarà bello essere ritrovati.

un film on the road, nelle pericolose strade del Messico.

bravissimi i due protagonisti.

di sicuro il film non è stato finanziato dall'Ente del Turismo messicano.

buona (disperata) visione - Ismaele




La composizione dell'immagine lavora molto sulla profondità, come a includere quanti più dettagli possibili del contesto in cui si muovono Veneno e Muñeco, un milieu che gioca sul dentro e il fuori, su un complesso, precario sistema economico e di potere che però in qualche modo si tiene insieme.

Così come si tiene insieme il sottile mélange di tensione e approfondimento psicologico, che si concede qualche momento di leggerezza pur nella gravità generale. C'è l'impressione diffusa di un cinema fatto secondo formula, dosando i necessari ingredienti arthouse e provocatori su una base attenta a rimanere accessibile e patinata anche nei suoi momenti più brutali. Si tratta però di un prodotto solido per Pablos - la cui poetica si mette sempre più a fuoco - e con sufficiente capacità di evocare un luogo e il peculiare equilibrio umano che lo popola.

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…la storia di Veneno e Muñeco può apparire anche come uno sguardo sulla solitudine degli uomini e su ciò che può scaturirne fuori, in una realtà, come quella messicana, che non concede nulla in termini di leggerezza. Costretti a condividere perennemente ogni spazio, in un ambiente cameratesco che rifiuta il segreto (la chat di gruppo dei camionisti), i maschi di En el camino si trovano sempre in situazioni precarie, lontani dal calore sentimentale della famiglia (Veneno è orfano, mentre Muñeco non vede i figli da mesi) e delle donne, qui ridotte a mero oggetto (la scena del bordello/sfasciacarrozze).

Accade così che le terribili torture inflitte dai criminali appaiono più come una punizione al tentativo di diversità dei protagonisti, piuttosto che al loro furto di droga: un gesto che sembra voler ribadire il dominio della forza nei rapporti tra le persone, di fatto costretti a sottostare alle durissime leggi di sopravvivenza del deserto, pena la loro morte…

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…Il dramma on the road di David Pablos ha il merito di raccontare un rapporto gay in un contesto ostile , violento e machista con sincerità e crudezza e anche osando con audacia, soprattutto nelle scene erotiche parecchio esplicite nel mostrare i corpi in atti sessuali. La relazione, pur di natura erotica, finisce per ricalcare un legame padre/figlio, un tentativo di colmare le mancanze affettive di un ragazzo abbandonato dal padre e di un uomo separato dai suoi figli. 

 

Il fascino della pellicola risiede nei paesaggi desertici, nelle lande desolate del Nord del Messico attraversate dai rettilinei delle autostrade, così come nello squallore delle bettole dove ci si imbatte in camionisti drogati e prostitute. Incontri che il regista David Pablos afferma di aver coltivato in mesi di ricerche nei luoghi di ambientazione. Se le dinamiche tra i due protagonisti funzionano, la trama thriller/noir però è un po' meccanica e abbondano gli stereotipi già visti e rivisti sul Messico criminale dei cartelli.

Andando verso il finale poi le cose peggiorano: ho trovato inverosimilmente esagerata la parte sugli schiavi sessuali dei cartelli narcos, così come un finale eccessivo nella sua esplosione di violenza sanguinolenta: un'orrenda evirazione non era il miglior modo di concludere la pellicola.

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…Osa molto il regista messicano classe 1983 David Pablos, regista del buon La Vida después (2013), anche lui presente a Venezia Orizzonti di quello stesso anno, qui impegnato a presentare il suo quarto film da regista.

Osa attraverso la ripresa di scene di sesso piuttosto esplicite, che non disdegnano di mostrare membri eretti e posizioni che appaiono molto poco simulate.

Ma queste immagini forti, a cui si sommano quelle ben più disturbanti di torture ed amputazioni punitive, si alternano alla intensità di un rapporto padre e figlio che rende migliori entrambi i protagonisti, buttati in pasto e fagocitati da una dilagare di violenza ed illeciti da cui tirarsi fuori appare davvero un'ardua impresa.

Forse un po' frettoloso nel finale, il film si apprezza anche per la bravura dei due attori protagonisti, Victor Prieto Simental (il giovane irrequieto ma consapevole Veneno) e Osvaldo Sanchez Valenzuela (il malinconico, irrisolto e solitario camionista Muneco).

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… Patti chiari, amicizia lunga: Muñeco dice a Veneno di non farsi illusioni, lui NON è omosessuale, e Veneno capisce, non insiste. Le cose andranno diversamente, lo si può intuire fin da subito, ma questa che all’apparenza potrebbe sembrare la vicenda principale non solo sarà in grado di sviluppare una disperata tenerezza, ma viene a combinarsi con la vita pregressa dei due, soprattutto quella di Veneno,  in fuga da un uomo corpulento che viene più volte inquadrato in modo fantasmatico e minaccioso e una sola volta in modo chiaro; un uomo disgustoso che a un certo punto capiremo esser stato un vero e proprio padrone/aguzzino non solo di Veneno ma anche di moltissimi altri, aitanti, ragazzi e giovanotti.

E scappando dalla gabbia “dorata”, Veneno è condannato a scappare per sempre. A tutto questo – e il film qui assume delle valenze thriller  – viene ad aggiungersi il fatto che anche la polizia sta braccando Veneno, con un finale tremendo che va a colpire entrambi i personaggi principali.

En el camino di David Pablos – con cui il quarantatreenne regista messicano vinse l’anno scorso la sezione “Orizzonti” a Venezia (quest’anno ci è tornato da giurato) – arriva oggi in Italia distribuito da Cat People. Si tratta un film spietato, crudo e crudele che riesce a raccontare, con sorprendenti momenti di dolcezza, disperazione e abbandono nonché una relazione non del tutto privo di valenze edipiche: Muñeco, fra le altre cose cerca un figlio che la moglie (stante la sua continua assenza e la tossicodipendenza) gli nega e per Veneno, reduce da un padre che lo ha cacciato deprecando la sua omosessualità e l’altro padre/padrone, il rapporto con il più maturo Muñeco potrebbe configurarsi come un breve e impalpabile riscatto.

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…Nel film ci sono molte scene – dopo la prima immagine di Veneno nel deserto, assistiamo subito a un coito – in cui vediamo rapporti sessuali di diverso genere e valore, come per esempio la sequenza in un enorme spazio “carro attrezzi” in cui tutti fanno sesso tra camion e macerie metalliche, o le immagini più “algide” in campo lungo che sottolineano dominazione e potere. Pablos di certo non si tira indietro nel mostrare erezioni e una quantità di uomini nudi integralmente non facile da avvistare al cinema (il film ha una distribuzione italiana: chissà se uscirà senza alcun taglio). L’altro elemento che rende il film messicano degno di un’occhiata è quello citato inizialmente, ossia una certa precisione rispetto ai luoghi, compresi i dettagli fetidi, capace di restituire, ben più della vicenda stessa, la percezione di una società allo sbando. Normativa nell’unica legge che conosce: quella della forza. En el camino è un film di spazi e di spazi occupati quasi esclusivamente da maschi, in cui le donne non hanno ruoli chiari e tutto si risolve in un affare di uomini dunque in una lotta tra dominanti e dominati, nella determinazione di chi sia il più potente e quindi imporrà la propria legge. Nell’ineluttabile parabola della relazione tra i protagonisti, il film suggerisce il bisogno di una nuova norma, che neghi quella precedente con le sue “dipendenze”, ripetizioni, vie senza uscita: è l’unico modo per cui si può tornare, semplicemente, a fidarsi gli uni degli altri, a lasciarsi andare alla tenerezza di cui i due protagonisti hanno tanto bisogno.

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