mercoledì 19 luglio 2023

Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave - Sergio Martino

una storia tratta da Edgar Allan Poe, ma il racconto è sempre meglio.

una storia dove thriller, sesso e male di vivere si avvinghiano in una lotta di tutti contro tutti.

non è certamente un film memorabile nella storia del cinema, ma non è così male come potrebbe sembrare dal titolo.

buona (Edvige) visione - Ismaele


 

…il film non presenta particolari meriti artistici: le cose migliori di Sergio Martino nel genere si potranno vedere in Tutti i colori del buio, uscito nello stesso anno. Persino un’idea avveneristica come si potrebbe credere sia quella dei deliri battuti sulla macchina da scrivere (resa poi nota al grande pubblico da The Shining di Kubrick un decennio più tardi) è in realtà una becera citazione di Les Diaboliques, film thriller francese di metà anni Cinquanta. La sceneggiatura è condita da espressioni dialettali, frasi trashissime e ripetuti riferimenti erotico-sessuali (il più delle volte le tre cose vanno a braccetto). La colonna sonora è ordinaria, la prestazione degli attori (eccezion fatta per la Fenech) è lineare senza essere eccezionale (un po’ meglio comunque Pistilli nella parte dello scrittore decadente, una specie di Lou Reed in età avanzata). Nel mezzo, oltre alle pregevoli scene erotiche, persino una trashissima gara motociclistica! Insomma, in definitiva da vedere solo per la notevole presenza di una Fenech in formissima e per qualche omicidio splatter non da buttare.

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…Rudy Salvagnini (Dizionario dei Film Horror – tre stelle): “Ispirato a Il gatto nero di Edgard Allan Poe, ne fornisce una versione moderna che unisce senza sforzo le malate suggestioni tratte da Poe (il gatto ossessivo) agli stilemi tipici del thriller all’italiana nella versione di Sergio Martino, ricchi di morbosità, ossessività e alto tasso erotico. C’è sempre una certa meccanicità negli sviluppi narrativi, ma, pur se con qualche calo di ritmo, l’interesse resta alto e gli spunti originali non mancano. La regia di Sergio Martino è sempre vivace, alla ricerca di inquadrature insolite”. Pino Farinotti non la pensa così perché concede soltanto una stella ma non fa lo sforzo di motivare. Paolo Mereghetti (una stella e mezzo): “Un giallo contorto e goffo, tratto dal racconto Il gatto nero di Poe, sceneggiato dal regista con Gastaldi, Bolzoni e Scavolini. Il risultato dei loro sforzi, però, è solo noia, tanto più se le scene sexy sono tagliate (solo nella versione televisiva, nda). Spiacenti, ma la rivalutazione è rimandata al prossimo decennio”. Critica saccente e sciocca, siamo in presenza di un buon film amato dal pubblico per la sapiente tensione erotico – morbosa che riesce a creare e per gli inquietanti colpi di scena. La sopravvalutazione di Mereghetti come critico cinematografico, invece, è sotto gli occhi di tutti…

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Ispirato ad un racconto di Poe questo giallo-thriller dal titolo che è tutto un programma ha un incipit con ballo hippy e in abito adamitico di alcune avvenenti donzelle che mi ha strappato piu'di una risata. Poi è tutto prevedibile dalla prima all'ultima sequenza,con maniaco,moglie interessata,amica imbecille e gatto nero che svela tutto. La Fenech si lancia anche in acrobazie saffiche con l'altra protagonista ma il divertimento è veramente poco...Capisco che si stia rivalutando questo tipo di cinema ma rivalutare un'opera come questa è francamente troppo.....

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Un Sergio Martino iper ispirato confeziona un thriller davvero appassionante soprattutto per la regia e per l’intreccio perverso che si innesca con il trascorrere dei minuti con personaggi super ambigui. La sceneggiatura prende spunto dal racconto “Il Gatto Nero” di E.A.Poe senza restare troppo fedele al racconto (a parte la sequenza finale) preferendo dar vita al classico intreccio tipico degli spaghetti thriller del periodo con il susseguirsi di colpi di scena.
Primo tempo thriller con pazzo omicida in azione, secondo tempo più incentrato sul lato perverso della storia e con meno assassinii. Spruzzatine gore qua e in là (disgustosa la scena con gli occhi di pecora disposti su un tavolo), presenza di topless femminili.
Brava la Fenech decisamente migliore dell’altra attrice protagonista, più che sufficiente Pistili, mini cammeo per Rassimov che indossa un’improbabile parrucca. Notevole la regia di Martino (voto: 8.5), regista molto discontinuo, ma capace di tanto in tanto di estrarre dal cilindro delle prove maiuscole come nella fattispecie. Sufficiente la colonna sonora.
Il film presenta due scene che sono state citate da film decisamente più famosi, mi riferisco a “Shining” (scena della macchina da scrivere che batte continuamente la stessa parola) e a “U Turn” (soprattutto per l’ultimo omicidio del killer). Da vedere sicuramente per gli amanti del genere.

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martedì 18 luglio 2023

Il legionario - Hleb Papou

Hleb Papou, italiano di origine bielorussa, dirige il suo primo lungometraggio. 

è un film che non lascia cose non dette, Daniel, un poliziotto (capace e stimato) della Celere, di origine camerunense, si trova a dover sgomberare un palazzo occupato da tanti anni, dove vivono la madre e il fratello, tra gli altri.

è stata la casa di Daniel, lì è cresciuto, e adesso è uno dei poliziotti che deve fare lo sgombero.

c'è anche l'episodio nel quale il cardinale elemosiniere Konrad Krajewski riallaccia l'energia elettrica, rompendo i sigilli posti dall'Acea.

davvero un bel film, uscito durante pandemia, merita molto.

buona (occupata) visione - Ismaele




 

…L’opera prima di Hleb Papou ha in sé del chiaro e dell’oscuro, poiché se da un lato vi sono evidente pregi estetici e narrativi con una regia magistrale che fa ben sperare per il futuro cinematografico del cineasta bielorusso, dall’altro abbiamo una sceneggiatura che si dimostra eccessivamente monotematica incentrandosi su un costrutto drammaturgico fin troppo semplice e che ripropone un rapporto fin troppo abusato nel mondo del cinema come la dicotomia tra due fratelli, in cui si ritrovano dal lato opposto della legge. Daniel è un poliziotto del I Reparto mobile di Roma mentre Patrick è un occupante che lotta per il diritto di avere un tetto sopra la testa. Da questo breve sunto è facile immaginarsi l’intero lungometraggio dove i due fratelli di sangue, nati e vissuti da sempre a Roma, non possono che scontarsi poiché dove vince uno l’altro perde. Daniel è costretto a causa del suo lavoro a far sgomberare quell’edificio, dove lui stesso ha vissuto, ma allo stesso tempo vuole e intende proteggere la propria madre, avendo paura che questa possa farsi male o a che perda tutto ciò che possiede. Il legionario dunque non mostra solo uno spaccato di vita del XXI secolo ma ci trascina anche in una storia a tinte familiari…

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…El filme mientras tanto va mostrando la vida cotidiana de Patrick (que va a ser papá, traducido en más deberes), cómo siendo africano radicado en Italia se inserta en ésta sociedad europea. Sin duda hay desconfianza hacia él, cierto sentir de diferencia entre los nacionales, pero el trato común en la policía es amable, relajado, se hacen bromas, comparten reuniones caseras, risas, instantes personales. Hay cierto momento donde creen que Patrick va a faltar a su deber, le va a fallar a la policía, y empiezan a verle mal, he ahí el meollo del filme y el punto potente y el mejor de la película, en el desenlace. Después puede verse como una película convencional, pero una simpática y con su cierta sustancia en el retrato de las migraciones y la integración.

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lunedì 17 luglio 2023

sciopero a Hollywood

 

Gli attori ufficialmente in sciopero a Hollywood, la SAG-AFTRA si ferma - Chiara Guida

Dopo 4 settimane di trattative, anche la SAG-AFTRA (sindacato degli attori a Hollywood) entra in sciopero contro l’AMPTP (l’Alliance of Motion Picture and Television Producers) e si unisce allo sciopero della WGA che va avanti dal 1° maggio 2023. 160 mila attori che lavorano a Hollywood si fermeranno dalla mezzanotte del 14 luglio e non riprenderanno le loro attività fino a che l’Alliance non garantirà delle condizioni contrattuali più giuste, in risposta ai cambiamenti radicali del mercato, a seguito dell’avvento di piattaforme e Intelligenza Artificiale generativa applicata alla realizzazione dei film sull’utilizzo dell’immagine degli attori stessi. Nel mirino della SAG-AFTRA ci sono circa 300 studios e streamer, compresi quelli a capillare diffusione anche da noi, come Netflix e Amazon.

Non succedeva dal 1980 che gli attori appendessero al chiodo le loro maschere, ed è dal 1960 che non lo fanno in concomitanza con gli sceneggiatori. Quello sciopero concesse loro diritti basilari, come l’assistenza sanitaria e la pensione.

Le principali conseguenze dello sciopero SAG-AFTRA

Le conseguenze dell’annuncio sono già visibili, con, ad esempio, il cast di Oppenheimer che ha lasciato la premiere londinese in corso a seguito dell’annuncio. Ma si tratta solo del primo evento che consegue alla decisione del SAG-AFTRA, a rischio sono tutti gli eventi che comprendono promozione delle attività degli attori, dalle convention (il San Diego Comic-Con vedrà annullare un sacco di panel, plausibilmente), ai festival prossimi futuri (probabilmente avremo una Venezia, un Telluride e un Toronto senza star hollywoodiane), alle iniziative “for your consideration” (siamo lontani dalla stagione dei premi cinematografici, ma la strada per gli Emmy, cominciata poche ore fa con l’annuncio dei candidati, è diventata molto complicata, tanto che la cerimonia di premiazione potrebbe slittare addirittura a gennaio 2024)…

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domenica 16 luglio 2023

Non toccare la donna bianca – Marco Ferreri

la sceneggiatura di Rafael Azcona e Marco Ferreri è inappuntabile e fortemente politica.

descrive i meccanismi della sottomissione e dello sterminio, in questo caso di Custer contro gli indiani, ma dietro c'è l'interesse degli sfruttatori dell'accumulazione originaria, a qualsiasi costo.

e il discorso è attuale, non riguarda solo gli indiani, la Cia e Nixon sono macigni.

attori, come sempre, bravissimi, nelle mani di un maestro.

il film è inquietante, e le risate sono amare, con un retrogusto di sterminio in nome della civisìltà, naturalmente.

un capolavoro senza tempo, non perdetevelo, se vi volete bene.

buona (indimenticabile) visione - Ismaele

 

 

 

QUI il film completo, su Raiplay

 

 

Originale, grottesco, pomposo... Eccellente... Una pellicola sconosciuta, ma, davvero, un'ottima pellicola... Grandi attori...
Ferreri è sempre Ferreri...
Geniale!!!!

da qui

 

…La matrice politica per esempio c'è ancora tutta ed è potente e di forte presa evocativa pure qui. Ed è proprio questo che sorregge magistralmente tutta la pellicola rendendo accettabili anche quei pochi momenti più corrivi e tediosi a cui accennavo prima. Rimane invariato infatti lo spirito iconoclasta, corrosivo e provocatorio di Ferreri che sono le caratteristiche più evidenti e continuative che si ritrovano in tutte le opere del regista, ampiamente confermate dalle sue stesse parole che scrisse come prefazione della sceneggiatura pubblicata da Einaudi nella collana "Nuovi coralli" nel 1975:

Perché Custer  alle Halles, a Parigi nel 1973?

Dal punto di vista dello spettacolo, le Halles di Parigi, rappresentano un ambiente ideale per raccontare questa storia, la storia di un genocidio. Uno scenario fine secolo in via di distruzione. Un enorme buco al centro di tale scenario. Fa pensare a un'arena dove si uccidevano gli schiavi e intorno c'era un impero che si distruggeva e ricostruiva. Uno scenario mobile per una storia eterna.

Le case, gli edifici vengono abbattuti e sostituiti da grattacieli. Il paesaggio cambia, ma la lotta degli oppressori contro gli oppressi, rimane la stessa; è immutabile.

Ma perché fare una domanda del genere? Perché Custer a le Halles? Perchè un'immagine può stimolare un’idea, come è accaduto in questo caso. Semplificando, cerco di dare (e far comprendere) il perché di una scelta così radicale. L''immagine di questo buco in mezzo alla città, mi ricorda infatti l'immagine dei circhi con i gladiatori, i deserti del Dakota, le piazze dove i poliziotti lanciano le bombe lacrimogene.

Perchè un western mi chiederete allora? perchè secondo me noi viviamo in un clima da western e perchè il western è sempre stato l'enorme trappola in cui siamo caduti fin da bambini.

Il western esprime in maniera semplice ed elementare i concetti Dio, Patria, Famiglia che sono spesso una fregatura e io riprendo quindi proprio questi ridicoli concetti  (buoni per tutte le stagioni ) per farli annegare  dentro un mare di risate  tanto sono incongruenti e privi di effettivo signifjcato.

La Grand Bouffe era un film fisiologico. Questo invece è un film di sentimenti e di idee. Doveva quindi essere "necessariamente" comico e irriverente. Oggigiorno questo è l’unico modo con cui si può parlare di sentimenti e di idee che esprimono concetti così superati..

Le Halles dunque sono il "Western" (o per meglio dire ancora, sono uno scenario da western). La vecchia frontiera cos'era se non  quello che racconto adesso? Anche al tempo di Custer, un secolo fa, si demolivano già vecchi edifici come il Pavillon dui Baltad.

Non sembra anche a voi che non ci sia necessità di andare in Dakota per fare un western? Si trovano anche nelle città elementi e situazioni che appartengo nodi diritto al genere western... e ci si incontrano anche lì molto spesso i soldati del Settimo Cavalleria pronti all'assalto.

Quando io penso ai Pellirosse, penso al proletariato e al sottoproletariato che si lascia schiacciare e umiliare e non ci trovo molte differenze.

L'opera di distruzione contro i Pellirosse è stato un etnicidio, la distruzione di un popolo e di una nazione e questo film, esattamente come nella storia, parte da qui, solo che coloro che si credono forti invece di parlare di genocidio, parlano "di diritto alla conquista". E diventa veramente comico quando i conquistatori sono a loro volta schiacciati, perchè i conquistati hanno imparato a parlare di diritto alla resistenza  e alla vittoria. E' quello che è accaduto nella cruenta battaglia di Little Big Horn (dove per inciso ci rime la pelle anche Custer) e che potrà accadere di nuovo (almeno lo spero), domani o dopodomani dappertutto.

E' BELLA LA VITTORIA - LA NOSTRA. (Marco Ferreri)


Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro se non che quell’utopia purtroppo non si è avverata e siamo ancora al punto di partenza (anzi qualche passo indietro,

No non doveva finire così (meditate gente, meditate!!!!!!)

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Tra i film che ho visto di Ferreri forse questo è quello che mi ha entusiasmato di meno ma sicuramente non è un film da sottovalutare,sicuramente diseguale ma a tratti illuminato da veri e propri lampi di genio. La ricostruzione scenografica come sempre accade in Ferreri è di grande raffinatezza. E'straniante vedere nel bel mezzo della metropoli parigina una sorta di cava di pietra polverosa in cui ambientare una riedizione sui generis  della battaglia di Little Big Horn funesta per il generale Custer e per gli americani. Attraverso personaggi delineati con il suo consueto stile al vetriolo viene messa in scena una paradossale lotta tra oppressi di tutte le nazionalità e oppressori americani. In filigrana (e viene nominato anche in un dialogo) si può leggere anche una ferma critica all'esportazione della democrazia con modi violenti come era accaduto al CiIe di qualche mese prima.E non è un caso che viene destrutturato alle fondamenta uno dei pochi miti derivanti dalla storia  che può vantare la giovane nazione americana:il mito del West.Non è un caso che tutti coloro che sono dalla parte americana(compreso un mito assai più genuino come quello di Buffalo Bill) siano degli idioti matricolati o al massimo dei servi sciocchi dei padroni. La simpatia di Ferreri va tutta alla schiera raccogliticcia di poveri e oppressi di tutto il mondo contro lo strapotere economico(e in questo caso anche militare).Il discorso è cristallino,forse troppo,la metafora è fin troppo leggibile ,c'è una contrapposizione manichea tra due schieramenti con una piccola folla di personaggi macchietta che contribuiscono a intorbidare le acque.Alcune caratterizzazioni sono estremamente divertenti e gustose altre un po'meno,anche se bisogna notare la ricchezza oserei dire quasi spopositata del cast che raccoglie il meglio del cinema italiano e di quello francese.L'invenzione migliore è comunque trapiantare un pezzo di storia del West nel bel mezzo della voragine scavata in un quartiere popolare e proletario di Parigi.Un invito neanche troppo velato ai proletari di tutto il mondo a unirsi contro i padroni.E comunque Ferreri si ritaglia la parte di un fotografo asservito totalmente ai padroni,forse in un impeto di autoflagellazione.

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Un western nel pieno centro di Parigi, ai nostri giorni. La "ricostruzione" molto riveduta e molto corretta (o meglio, corrotta) della battaglia di Little Big Horn, dove il Colonnello della Cavalleria George Custer portò alla distruzione il suo reparto e dove lui stesso trovò la morte. Si tratta di uno dei pochi episodi in cui i nativi americani ebbero la meglio sugli invasori in giubba blu. Ciò poté avvenire perché le varie tribù indiane si unirono per sconfiggere gli uomini mandati dal Presidente (nel film Nixon, all'epoca già dimissionato). Questo della necessaria unione delle tribù native è il punto su cui insiste molto, all'inizio del film, l'indiano pazzo impersonato dall'impagabile Serge Reggiani, il migliore della comitiva.
Più che la trama o la ricostruzione storica, del resto improbabile (i soldati del Settimo Cavalleggeri accolgono Custer alla Gare de Lyon), conta la messinscena. Come è stato acutamente osservato, attraverso un genere emblematico come il western, Ferreri (un autore che merita di stare nell'Olimpo del cinema italiano e non solo) propone una mascherata in cui gli Indiani sono nello stesso tempo il proletariato oppresso, i Vietnamiti bombardati (oggi sarebbero gli Iracheni o i Palestinesi), i Cileni massacrati. Custer è invece MacArthur ed anche Pinochet (definizioni di Jacques Doniol-Valcroze).
Il film non è il capolavoro di Ferreri (qui anche in veste di sceneggiatore insieme al fido Rafael Azcona), ma non è neppure un "Ferreri minore" e vale la pena di essere visto.

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Non toccare la donna bianca, di Marco Ferreri

Gioco mascherato e allucinatorio che racconta la storia di ogni popolo oppresso, partendo dalla demolizione del genere western. Il film più libero e incondizionatamente politico di Marco Ferreri

Federico Rizzo

 

Un ristretto gruppo di intellettuali aristocratici discute della posizione elitaria della loro razza rispetto a quella infima e bastarda del popolino, dei poveracci. Serve una presa di posizione decisa e risoluta in favore del progresso, “lo sterminio di uomini donne e bambini” poiché “più ne ammazziamo quest’anno e meno dovremo ammazzarne l’anno venturo”. Bisognerà muoversi con grande discrezione, basta ricordarsi del Watergate dopotutto, per questo motivo l’unico modo è affidare il compito al generale Custer, un esperto in materia di genocidi. L’incipit assurdo di Non toccare la donna bianca è già di per sé il manifesto del film di Marco Ferreri, la sua opera più libera e incondizionatamente politica, senza contare l’inchiesta televisiva Perché pagare per essere felici?. Tutto nasce quando il comune di Parigi decide di abbattere lo storico mercato di Les Halles nel primo arrondissement con lo scopo di costruire un centro commerciale sotterraneo, in nome del progresso economico e a discapito della storia del quartiere. Nel ristretto margine di tempo tra la distruzione e la ricostruzione, Ferreri decide di sfruttare quel colossale buco nel centro di Parigi per mettere in scena la storia universale di un genocidio in chiave western. Soldati americani contro pellerossa. Il generale Custer contro Toro Seduto. Uno scontro ideale che ha contribuito a creare l’immaginario cinematografico con cui sono cresciute intere generazioni. “Non è l’Arizona che fa il western, ma le idee”, scriverà l’autore nella prefazione della sceneggiatura pubblicata per Einaudi. L’idea di Ferreri è raccontare la storia di ogni sopruso, di ogni popolo schiacciato e di ogni proletario oppresso. Quel buco nel centro di Parigi diventa così la fossa dei leoni nel Colosseo, il Grand Canyon, lo stadio di Santiago del Cile e ogni luogo di esecuzione di massa. Secondo Ferreri, il western si trova dappertutto, è un’illusione di forza, un generatore continuo di idee e situazioni di dominio violento e distruttivo. Uno spazio in cui il dominatore bianco, borghese e militare vincerà sempre sul popolo oppresso, finché non ci sarà un rovesciamento del potere. Il western viene così prima ridicolizzato e poi ribaltato, smontato dall’interno e rinchiuso in un nonluogo in demolizione.

 

Rispetto ai film precedenti ed in parte anche ai successivi, al centro di Non toccare la donna bianca non c’è il corpo ma lo spazio, la città. Anche in questo caso però il regista pone grande attenzione all’immagine dei suoi personaggi/attori, stilizzati all’inverosimile fino a scomparire in maschere codificate del genere western. La banda di La grande abbuffata, antecedente di un solo anno, torna al gran completo in un divertente gioco mascherato e familiare. Se Marcello Mastroianni e l’allora compagna Catherine Deneuve sono rispettivamente Custer e la sua amata Marie-Hélène, Philippe Noiret interpreta il generale Terry, mentre Tognazzi con moglie e figlio (Gianmarco) sono una famiglia di pellerossa vicina ai soldati americani. Fin dal primo momento agli attori è richiesta la ripetizione ossessiva di pose e atteggiamenti grotteschi, come la lunga chioma posticcia di Mastroianni/Custer e il ridicolo pigiama rosso con cui Noiret/Terry accoglie i quattro “teorici del massacro”. La parodia esilarante del Buffalo Bill di Michel Piccoli aggiunge un elemento da teatro di varietà in una vicenda già ridicola di per sé, ma soprattutto centra un altro tema cardine della filmografia ferreriana: la crisi della mascolinità. Il maschio del mito western è morto. La crisi isterica di Custer per il pettine perduto e il piccolo beagle sul letto di Terry lo confermano. Tutto è messo in scena in maniera grottesca e demenziale, ai livelli dei Monty Python in Gran Bretagna e degli ZAZ (Zucker-Abrahams-Zucker) negli Stati Uniti. Non c’è alcun riguardo verso la ricostruzione storica, la vicenda viene completamente svincolata dalle mere questioni cronologiche. Un manifesto con l’immagine di Nixon compare nella stanza di Terry mentre il viso di Kennedy è disegnato sui pantaloni di un pellerossa. Sul set la troupe si è limitata a bloccare il traffico, in questo modo l’arrivo di Custer a cavallo per le vie del centro viene osservata da una serie di curiosi parigini che la cinepresa non esita a mostrarci. Paolo Villaggio, nella sua unica collaborazione con Marco Ferreri, è il professore di antropologia Pinkerton, un omino in felpa e jeans con le mani costantemente infilate in un sacchetto di patatine. Si scoprirà essere un agente infiltrato dalla CIA con il compito di seminare zizzania tra soldati e pellerossa. Le sue prossime destinazioni? Italia e Cile. Uno straniamento totale, una vertigine allo stesso tempo spaziale, antropologica e temporale. Così, nella mitica battaglia finale tra Custer e Toro Seduto si consuma un doppio sacrificio, quello del western e quello dello spazio parigino. Distruzione e trasformazione, come da prassi nel cinema di Marco Ferreri. L’invasore è annientato e il popolo ha avuto la sua vendetta, ma il progresso non può essere arrestato e mentre la cinepresa si alza allargando l’inquadratura, i pellerossa si dirigono verso la città pronti per la prossima battaglia.

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sabato 15 luglio 2023

Caltiki il mostro immortale - Mario Bava, Riccardo Freda

una bellissima sorpresa, tanto cinema posteriore deve un bel po' a Caltiki.

un film avventuroso, una città nascosta, una dea immortale, vendicativa, come è normale.

Caltiki è una dea che si trasforma, si rigenera, e, come un blob, diventa incontenibile.

un gran bel film, promesso, non perdetevelo.

buona (sorprendente) visione - Ismaele

 

 

 

… Nonostante abbia trovato poco successo da parte della critica del tempo che guardò con poco interesse il film di Freda scrivendo su di esso poche righe, Caltiki il mostro immortale appare come un film di enorme complessità possedendo una struttura dipartita molto forte, poiché se la prima parte della sceneggiatura propone un genere tendente all’avventura con sfumature archeologiche legate al mitologico in uno scenario come la Guatemala nel Centro America, la seconda parte del film rimescola tutte le carte drammaturgico trasportandoci all’interno di un film di genere completamente divergente.

Fin dal suo incipit il lungometraggio di Freda e Bava assume una sua connotazione molto divergente dai classici film di fantascienza girati nella terra di Hollywood, aprendosi con una voce narrante che risulta al fine una falsa pista risultando una scelta molto forte del cineasta. Il prologo stesso va a collocare molto precisamente l’orizzonte narrativo del film al pubblico andando a spiegare il legame di un’antica popolazione con l’astronomia e l’avanzamento della scienza e il grande enigma della storia come la scomparsa dalla civiltà Maya, poi si mette l’accento sulla leggenda popolare che fa riferimento alla Dea immortale Caltiki, che risulta essere una falsa pista all’interno del lungometraggio poiché non abbiamo la Dea che compare e distrugge tutto ma un Blob, una sostanza che è futto e simbolo di una degenerazione organica e non certo l’immaterialità che evocherebbe la Dea con lo spirito sovrannaturale. Nell’incipi lo sceneggiatore gioca sun un terreno di forte esibizione: da un lato abbiamo la presenza della voce over con il narratore che spiega leggende e dona informazione con nozioni false che danno vita al lato della falsa pista.

In Caltiki il mostro immortale passato e futuro vengono mesi in forte interazione, per non dire in collisione tra loro. Da un lato la civiltà dei Maya, dall’altro la maledizione che proietta i suoi anatemi nel futuro, quindi da un lato la leggenda, dall’altro la profezia; il passato delle rovine contro un paesaggio che visivamente e iconograficamente richiama le lande desolate post – apocalittiche o lunari, e non il sito archeologico rigoglioso, ricco di tradizione e passato. Il tema dell’archeologia del futuro compare qui per la prima volta nella storia del cinema venendo successivamente ripreso da Bava, Ridley Scott e Kubrik, sia enunciato a livello verbale, sia a quello visivo…

https://www.locchiodelcineasta.com/caltiki-il-mostro-immortale-1959/?expand_article=1

 

Freda e Bava metabolizzano la lezione della fantascienza americana e confezionano una pellicola che, quantunque naif, anticipa momenti di certo cinema di genere degli anni a venire, come il filmino girato dagli scienziati scomparsi (con tanto di soggettiva della cinepresa tremolante) di molte pellicole esotico-avventurose o il mostro che contamina gli umani e se ne serve a guisa di vettori. Fotografia atra e apoteosi dell’artigianato italico nel geniale utilizzo della trippa mossa da bastoni per animare il radioattivo blob. Intermezzo di danza tribale con coreografie di Paolo Gozlino.

https://www.davinotti.com/film/caltiki-il-mostro-immortale/330

 

...Del 1959 è il film Caltiki, il mostro immortale, che ho scelto di “recensire”.

Anche qui la fotografia è di MARIO BAVA (con lo pseudonimo di John Foam), come gli effetti speciali (pseudonimo Marie Foam). La regia è di RICCARDO FREDA (Robert Hampton) e la sceneggiatura di FILIPPO SANJUST (Philip Just). È una pellicola che inaugura la moda anglofila che impererà negli anni Sessanta (più che altro si sperava di poter rendere il film vendibile per il mercato statunitense) e il cast, composto da dignitosissimi attori italiani, vede il solo JOHN MARIVALE di effettiva origine canadese. La nostra DIDI PEREGO è diventata Didi Sullivan, DANIELE PITANI è Daniel Vargas, ARTURO DOMINICI invece Arthur Dominick . Vi risparmio ogni altro buffo pseudonimo. Nel cast figurano anche GIACOMO ROSSI STUART (padre dell’ex idolo delle adolescenti, Kim Rossi Stuart) e DANIELA ROCCA, la baffuta moglie di Mastroianni in Divorzio all’italiana, qui naturalmente bella e prosperosa, nella parte di una messicana, Linda.

Brevemente la trama, ispirata a un’antica leggenda messicana: il biologo John Fielding si trova nella giungla dello Yucatan, con la moglie Ellen (una giovane e praticamente irriconoscibile Didi Perego) e l’assistente Max Gunther, per scoprire le tracce dell’antica civiltà dei Maya. Improvvisamente un componente della spedizione scompare e un altro impazzisce dopo una breve escursione nell’entroterra. John e Max decidono di scoprire le cause di questi avvenimenti e in una grotta rinvengono la statua di Caltiki, la dea della morte. Davanti alla statua c’è una pozza d’acqua semi-putrida dalla quale, improvvisamente, emerge un mostro orribile (assemblato da Bava, a quanto pare, con frattaglie di maiale, cibo per gatti, che gli danno un effetto viscido e schifoso), che afferra un braccio di Max. John riesce a malapena a strappare l’assistente dalla voracità del mostro e lo conduce poi a Città del Messico dove un’equipe medica riesce a staccare dal braccio un brandello della “carne” che lo aveva avviluppato, scoprendo che costituisce una gigantesca cellula primordiale, sviluppatasi sotto influssi radioattivi.

John si porta a casa l’organismo unicellulare, per poterlo studiare comodamente ma, durante una sua assenza, il passaggio di una cometa radioattiva risveglia le energie latenti in quella massa mostruosa che incomincia a crescere e a moltiplicarsi (una specie di Blob di interiora). La casa viene quasi fagocitata dal mostro, che ingloba, divorandolo, Max, il quale, impazzito, si era recato dall’amico per rapirne la moglie. Al suo ritorno, John si rende conto che la situazione è critica e chiede un intervento militare: viene inviato un reparto scelto, con lanciafiamme e carri armati. Il mostro, che stava per dare l’assalto alla città, viene distrutto (ovviamente, siamo negli anni del lieto fine). Solo a questo punto John riesce a riabbracciare la moglie, che ha vissuto con la sua bambina lunghe ore d’angoscia.

Uno dei punti di interesse di questo film è che fu completato proprio da Bava (il quale successivamente realizzerà altri sci-fi movie come Terrore nello spazio del 1965), dopo l’abbandono di Freda, che mollò tutto in seguito a una discussione con la produzione.

La bravura di Bava, noto ai più come maestro dell’horror, è evidente nella fotografia, molto curata e d’atmosfera, con un forte contrasto bianco/nero, e negli effetti speciali. Alcuni detrattori del film, e di tutta la filmografia horror, fantascientifica e fantastica degli anni 50/60, sostengono che senza l’apporto di Bava nessuno avrebbe notato Caltiki.

Ciononostante la struttura del film resta opera di Riccardo Freda. Nel suo libro Divoratori di celluloide, parla dell’orrore come “espressione storica del terrore che l’uomo ha incamerato durante l’epoca buia della preistoria, quando le fiere facevano sentire i loro ruggiti sinistri nel buio, e le tempeste atterrivano gli uomini accucciati nelle caverne”. Questo è il terrore che Freda vorrebbe trasmettere al pubblico, e in Caltiki ricorre alla figura del mostro per riuscirci.

In un’intervista a Tornatore, spiegò “che la sua inclinazione per l’horror affondava le sue radici nel cinema tedesco dell’espressionismo” (Il Golem, Nosferatu, aprirono la strada alla sua creatività cinematografica). Con Bava, che iniziò a collaborare con lui, ebbe ottimi risultati, sia negli effetti speciali (anche se il mostro di Caltiki in fondo non era che un ammasso di trippa di maiale), che nella fotografia; pare che per riprendere una casa mentre infuriava un temporale usassero una foto: vi facevano scorrere dell’acqua e l’illuminavano a sprazzi, simulando i lampi.

Prima di Caltiki, Bava lavorava come direttore della fotografia per PIETRO FRANCISCI, e, benché fosse lui a scegliere le inquadrature, a creare gli effetti, a decretare il successo dei film diretti da Francisci (Orlando e i Paladini di Francia, Le Fatiche di Ercole, Ercole e la Regina di Lidia), quest’ultimo ne parlava malissimo, alle spalle. Freda, venutolo a sapere, pensò di reclutare l’amico proprio per Caltiki.

Quali sono gli elementi che rendono questo film appartenente al filone “fantascienza”, anziché relegarlo a quello “horror” (sebbene l’uso del termine “relegare” potrebbe apparire denigratorio per il genere, che ha moltissimi cultori e appassionati)?

Se dovessimo ascoltare la definizione dello “Zingarelli-Zanichelli” (Fantascienza – sf -”interpretazione fantastica ed avveniristica delle conquiste della scienza e della tecnica che entra come componente essenziale in un particolare genere di letteratura, spettacoli e sim.”) il film non rientrerebbe nei parametri.

Già il “Webster Dictionary” apre delle possibilità: “narrativa di genere altamente immaginativo o fantastico, coinvolgente un qualche fenomeno scientifico reale o immaginato”.

Frankenstein, della SHELLEY, viene considerato un precursore della letteratura fantascientifica: perché allora una creatura monocellulare che giace in letargo dalla notte dei tempi e inizia a crescere (pensate anche un po’ a Blob) fino a fagocitare ogni organismo che le capiti a tiro non può rientrare, anche se con margine abbondante, nel genere? Se vogliamo (ricordiamo che è un film del 1959), possiamo accreditare Caltiki, il mostro immortale come un film che ha tratti di Fantascienza, Fantastico e Horror, un mix che per l’epoca era considerato “fantascienza”. Adesso pare che non esista Fantascienza senza un’astronave, senza degli alieni che interagiscono, positivamente o meno, con gli umani. Oggi il termine “mostro” non definisce il genere se il mostro non è alieno.

Comunque se MONGINI lo ha inserito nella Guida al Cinema di Fantascienza per fantascienza.com, io mi fiderei.

http://www.terrediconfine.eu/caltiki-il-mostro-immortale/

 

 

giovedì 13 luglio 2023

I protagonisti - Marcello Fondato

opera prima di Marcello Fondato (che qualche anno dopo diventerà il famoso regista di Bud Spencer e Terence Hill), il film, scritto insieme a Ennio Flaiano, partecipa in quell'anno, il 1968, al festival di Cannes, con attori importanti in quel periodo.

una storia senza sequestri, con i soliti turisti coglioni, gli uomini particolarmente stronzi, i banditi sono un po' caricaturali, sicuramente i migliori sono i banditi, non imbrogliano.

e poi ci sono la polizia e l'esercito, con strategie diverse contro il banditismo, per chi non sa sembra un film di fantasia, in realtà ci sono molte verità.


dopo mezzo secolo il film resta una testimonianza di storie vere, o verosimili, con la lente del cinema.

le critiche sono abbastanza negative, ma esagerate, resta una sincerità di fondo che resiste al tempo.

e quel bambino è davvero bravo!

buona (supramontana) visione - Ismaele

 

 

 

QUI il film completo

 

 

Mediocrissimo film di Marcello Fondato, con l'ausilio di Ennio Flaiano. Un racconto di una noia imbarazzante con tratti onestamente poco credibili se si conosce la realtà del banditismo sardo. La Sardegna è rappresentata con tutti i suoi stereotipi, così come stereotipi al limite della macchietta sono i cosiddetti protagonisti, un gruppo di borghesi annoiati (sai la novità) in cerca di forti avventure sul Supramonte. Scelta del cast (svogliato) assurda, specie nelle figure di Lou Castel e Jean Sorel. Si salva Gabriele Ferzetti e gli splendidi scenari montuosi sardi. Non c'è altro.

da qui

 

Sceneggiato dallo stesso regista in coppia con Ennio Flaiano, "I protagonisti" segna l'esordiodietro la macchina da presa di Marcello Fondato, quarantaquattrenne con alle spalle una lunga stringa di commedie scritte per Steno, Sergio Corbucci e altri nomi noti del cinema leggero di casa nostra del periodo. E fatta tale premessa sorprende non poco che per la sua prima regìa scelga invece un dramma. E che dramma! Eccellente è infatti il soggetto, con gruppo di ricchi e annoiati turisti che non esita a pagare una mezza fortuna pur di poter incontrare un latitante sui monti di Sardegna. Si tratta evidentemente di una critica -durissima- ad una borghesia i cui valori sono al di sotto dello zero, e i cui componenti non esiterebbero a vendere la propria madre pur di ottenere quel che bramano. Peccato che da tale intrigantissimo spunto, Fondato abbia poi ottenuto un prodotto finito appena passabile nel quale il ritmo latita malamente, cosa che già di suo farebbe in parte perdere d'interesse per le vicende dei protagonisti, e nel quale la figura del bandito Taddeu, (interpretato da Lou Castel), è rappresentata in maniera superficiale e appena abbozzata, nonostante dovrebbe questi essere una delle colonne portanti dell'opera…

da qui