sabato 5 dicembre 2020

Bariera – Jerzy Skolimowski

un ragazzo si ribella, individualmente, al mondo che lo vuole incasellare, era il 1966, lo spirito dei tempi del 1968 cominciava a soffiare dappertutto, in tante forme.

Bariera è un film da vedere e rivedere, per molti motivi, alcune scene sono indimenticabili, come per esempio quello strano ballo con una musica che strega.

la musica, protagonista fra i protagonisti, è del grandissimo Krzysztof Komeda (prematuramente scomparso a 38 anni), musicista di serie A, con tante colonne sonore all'attivo (Rosemary's baby, per esempio).

e poi, che emozione, appare  per cantare una canzone Ewa Demarczyk, bravissima, ma praticamente sconosciuta in Italia (potete vedere un suo breve recital trasmesso dalla tv polacca qui)

cercate e guardate questo film, un gioiellino, non ve ne pentirete - Ismaele



 

 

…Skolimowski, non ancora trentenne ai tempi di Barriera (è nato come ben sappiamo nel 1938) faceva dunque parte di quel gruppo di autori che, semplicizzando un poco,  potremmo definire “d’avanguardia”, impegnati a portare avanti la ricerca di nuovi linguaggi espressivi da utilizzare non solo per svecchiare il sistema, ma anche per documentare in maniera più moderna e attuale sperimentando inedite forme di racconto, la profonda crisi di valori che rendeva arroventato e problematico il clima di molti dei paesi satelliti dell’Unione Sovietica. Poeta e drammaturgo, studioso di etnografia, aveva frequentato la Scuola superiore di cinematografia di Lodz dove si era diplomato: pur giovanissimo dunque era già un uomo di grande cultura e conoscenza che avvertiva il bisogno primario di estrinsecare attraverso il cinema la sua visione (tutt’altro che positiva) del mondo che lo circondava e che gli stava già un po’ stretto, per innestarci dentro i riferimenti derivanti dalle sue esperienze personali. Una necessità la sua, che si avverte chiaramente almeno in questa sua terza fatica (in quelle due che la precedono non saprei proprio dire perché purtroppo non le conosco). Skolimowski si trovava dunque a dover  fare i conti con una situazione generale di crisi morale, ideologica e politica, con la quale non era facilissimo convivere o mostrare una accettazione passiva delle cose, senza tentare una qualche forma di ribellione oppositiva nonostante la soffocante  morsa dittatoriale del potere ancora molto castrante..

Barriera imperfetto, potente e coraggioso, pur ancora un po’ lontano dalla perfezione stilistica che il regista raggiungerà nelle sue opere successive, affonda dunque le sue radici proprio in questo clima e in questi bisogni dai quali trae molta della linfa vitale che innerva la potenza del racconto e ne fa una esemplare pellicola molto stimolante che ben documenta e rende palese il momento storico di riferimento e le oscillazioni dell’anima che da questo derivano, grazie a una inedita forma di sperimentazione linguistica puntigliosamente condotta con metodico rigore, capace di raccontare in termini soprattutto simbolici, il senso di una rivolta etica e sentimentale ancora in embrione e quasi irrazionale, già  ricca  però di indicazioni (e sollecitazioni) che coinvolgono le sfere dell’ideologia, della politica e della morale alle quali accennavo sopra…

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…Opera ardita e sperimentale in cui Skolimowski attraverso una forma filmica refrattaria a qualsiasi etichetta o classificazione intende raccontare un disagio generazionale, un lancinante senso di inquietudine dinnanzi a una realtà che appare immutabile. Le vecchie generazioni ciniche ed egoiste hanno condannato le nuove a una società patriarcale e spenta che il cineasta polacco (qui alla sua terza regia) intende esorcizzare attraverso l'estro creativo, rivendicando una vitalità che si esprime tramite la cinefilia (con omaggi evidenti a Fellini e alla Nouvelle Vague francese), l'invenzione visiva e la capacità di sdrammatizzare con ironia sagace e pungente. Un vero e proprio incubo a occhi aperti, stimolante e sorprendente, esempio tra i migliori di un cinema capace di andare oltre gli schemi prestabiliti, anticonvenzionale senza mai essere autoreferenziale o cervellotico esercizio di stile. Ottima, come sempre, la colonna sonora firmata dal geniale jazzista Krzysztof Komeda.

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Skolimowski previously made two increasingly complex but playful movies following the adventures of a man finding his place in society. Long, meandering and complex takes focus on this alienated man as the scenery magically changes around him, employing snippets of whimsical dialogue, satirical humor and random social interactions to portray personal feelings of cynical but confused existentialism. With Barrier, Skolimowski extends this approach into Felliniesque deliriousness and surrealism. In this exploration, the man is a medical student tested by fellow students in an initiation ritual, receives a symbolic piggy bank from society, and a sabre from his father, escaping into society where he encounters many barriers built by generation gaps, money, religion and social classes. He courts an elusive female tram-driver, he symbolically tries to climb walls decorated with chickens, crowds run around like sheep, stopped cold by a traffic light and a single car, he goes to a restaurant empty of customers but full of waiters, and pays for his meal with his piggy bank, and suddenly the restaurant is full of dancing customers wearing paper hats, he fights a car with his sabre, etc. A difficult but interesting, rich and creative movie with many strange scenes and complex takes that feel both whimsical and carefully constructed, just like Jazz.

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The third film by the twenty-something Polish director-writer Jerzy Skolimowski (“Moonlighting”/”Deep End”/”The Shout”)is a powerful cynical surrealist political pic on the stagnation of modern Communist Poland.The bleak pic follows its main protagonist, an unnamed disillusioned medical student (Jan Nowicki), who after participating in a strange ritualistic Polish game with three other male medical students wins a piggy-bank filled with coins and instead of sharing the spoils like the others professed they would do he takes the money and brandishes a sabre given him by his father and wanders around Warsaw during the Easter season. Searching for either the good life or the meaning of life, the student comes across only a spiritless country that’s overwhelmed by its bureaucracy, ugly materialism, soulless new buildings or a superstitious population engaged in an idol worshiping brand of Christianity that he mocks in a Bunuel-like way. Society is seemingly haunted by the tragedies of the last war, the oppression of the past and the hopeless sense of life inherited from the aging population. The student’s only hope is in the impulsive romance between him and a perky young blonde tram driver (Joanna Szczerbic), an idealized unattainable woman, in whose tram he dangerously clings to the front window (like a Christ figure) in the film’s last shot as he finds her again after they lost sight of each other. This shot is the only one in the pic expressing some hope.

The fantasy pic is filled with startling imagery (like a restaurant suddenly full of dancing customers wearing paper hats), and a unique way of looking at the dismal landscape. This is a well-conceived surreal satire, whose success promoted Skolimowski to be spokesman for the cynical new Polish generation

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venerdì 4 dicembre 2020

Gli orologi del diavolo - Alessandro Angelini

ho visto che il soggetto era stato scritto da Antonio Piazza, Fabio Grassadonia e allora mi sono fermato a vedere il "mecanico" che rischia tutto per intrappolare un boss della droga.

è un film tutto di corsa, con bravi attori e una storia con tanti colpi di scena. 

anche gli italiani le sanno fare, le serie, e da molto, mica solo gli "americani".

non sarà un capolavoro, ma si vede bene.

buona visione - Ismaele


 

QUI  si possono vedere tutti gli episodi

 

 

…Gli orologi del diavolo sembra ruotare e reggersi unicamente sul suo protagonista: il Marco Merani di Giuseppe Fiorello ci viene presentato come un uomo semplice, talvolta ingenuo, che ama sua moglie e sua figlia più di ogni altra cosa, ed è anche per proteggerle che non può tirarsi indietro dall'assurda e pericolosa situazione che si è creata e che rischia di far crollare in poco tempo tutto ciò che ha costruito in anni di duro lavoro. Proprio come Marco si fa carico di tutte le vicende nella storia, la serie basa su di lui ogni scelta narrativa, relegando gli altri personaggi a ruoli spesso di contorno, facendoli entrare nella storia con precisione quasi chirurgica per mostrare o introdurre allo spettatore nuovi elementi di cui tener conto. Un ruolo che si avvicina molto a quello di comprimario lo ha, invece, Aurelio (Álvaro Cervantes) che, pur entrando in scena in sordina, ben presto impone la sua volontà su chiunque gli sia attorno dimostrandosi tanto astuto quanto spietato. Cervantes porta su schermo un personaggio credibile e ben interpretato, un cattivo in grado di mostrare una buona complessità e proprio per questo in grado di catturare l'attenzione dello spettatore che percepisce tutta la sua subdola ambiguità…

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…Beppe Fiorello, protagonista assoluto, è al centro di ogni dinamica raccontata. Non c’è inquadratura in cui non sia presente. Non esiste filone alternativo nel quale non abbia un ruolo fondamentale. Come in tutte le fiction da lui interpretate, ogni pur minimo dettaglio della sceneggiatura lo contiene e ne amplifica la potenza scenica. Una sorte di Re Sole della serialità italiana che tutto accentra intorno a sè.

Il personaggio è delineato nei minimi particolari. Volutamente minimalista, viso scavato, barba lunga bianca quasi da santone, abbigliamento ultra casual, sempre compenetrato in sé stesso, Fiorello lascia poco alla credibilità di una recitazione spontanea. Abbiamo avuto la netta sensazione che ogni suo atteggiamento, persino un batter di ciglia, fosse il frutto di un lavoro studiato accuratamente a tavolino.

Perché lui deve comunicare sempre un messaggio positivo, da eroe, da buono senza macchia e senza paura. Deciso a mettere a repentaglio vita e famiglia, pur di consegnare alla giustizia i componenti di una banda di traffico internazionale di stupefacenti. Un lungo viaggio nella bontà per fiction, iniziato con l’interpretazione di Salvo D’Acquisto e continuata fino ad oggi. Ovviamente destinato a continuare nel tempo...

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martedì 1 dicembre 2020

Vivarium - Lorcan Finnegan

girato tra l'Irlanda e il Belgio (quel Belgio delle nuvole di Magritte), Vivarium è un incubo senza fine.

bravissimi attori, sopra tutti Imogen Poots (già splendida attrice di Green room), in un film che per certi versi ricorda Truman Show, solo che quel film qualche sorriso te lo strappava, invece il film di Finnegan è una discesa agli inferi, senza speranza.

come i migliori horror, si inizia ridendo e scherzando, ma ci vuole poco a restare intrappolati, e noi a soffrire con e per loro due, i fidanzati che entrano in un buco nero (nessuno ha mai raccontato, per esperienza diretta, cosa c'è in un buco nero). 

"lasciate ogni speranza" potrebbe essere il sottotitolo del film, e se pensate che non potrà essere tanto terribile, alla fine cambierete idea, è sicuro.

un gran bel film da non perdere, promesso - Ismaele


 

 

…“Vivarium” è un film su tutto quello che di più osceno si cela nel sogno borghese, e non lascia alcuna speranza. Una visione consigliatissima, grazie anche alla straordinaria fotografia di MacGregor; ma con un’avvertenza: è un viaggio disperato, che vi lascerà in premio l’immagine di un’umanità vuota di vita.

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… Un film che farà riflettere su molti aspetti della nostra vita attraverso le sensazioni di questa coppia intrappolata, con la quale non sarà difficile identificarsi, soprattutto in questi tempi in cui tutti viviamo una situazione di forzato isolamento nelle nostre case.
Il terrore non arriva sotto forma di fiotti di sangue ma attraverso una corposa dose di oppressione psicologica, l’atmosfera soffocante ed esasperante è il punto di forza che sapientemente trova il suo climax alla fine, in cui lo spettatore diventa partecipe dell’angoscia vissuta dai protagonisti.

L’atmosfera è kafkiana, la scenografia ricorda Magritte con le sue strutture calde ma disumanizzate e le sue nuvole formalmente perfette, ed Hopper in alcune pose e nei colori pastello. Tutto concorre a rendere lo spettatore nudo, l’osservatore di un meccanismo di cui non si rivela lo scopo.

Vivarium non fornisce risposte – cosa che nel cinema non è richiesto né necessario – ma sicuramente fa sorgere interrogativi che appartengono all’esistenza di ognuno di noi.

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…nonostante gli sforzi e gli impeti di compassione, quello strambo bambino, diventato ormai a tutti gli effetti loro figlio, non sarà mai davvero amato.

Si direbbe che l'analisi del concetto della famiglia tradizionale e borghese sia ormai abusata nel Cinema di critica sociale e, d'altro canto, non si può ritenere Vivarium un film interamente riuscito, a causa dell'ormai inteso ripetersi dello stesso meccanismo nel secondo atto, e di un linguaggio metaforico forse fin troppo esplicito e dunque privo di qualsiasi ambiguità.

Tuttavia, il film riesce comunque a sorprendere grazie alla sua originalità, ai toni paradossali e al delineamento di un personaggio - quello del “ragazzino” - in grado di suscitare situazioni comiche e, al contempo, agghiaccianti.  

Ulteriore punto di forza è l'aspetto visivo: dalle inquadrature - volutamente - comparabili a dipinti all'ottimo uso dei colori, fino ad arrivare alla scena visivamente più interessante, dove le geometrie simmetriche si deformano e i colori si accendono nella discesa di un'Alice terrorizzata in un inferno allucinato alla Gaspar Noé, che punta a turbare lo spettatore non solo attraverso lo shock visivo, ma anche ponendolo di fronte alla realtà crudele che si cela dietro le pareti del ridente e colorato sobborgo di Yonder.

L'idea del quartiere - benché, come anzidetto, porti alla mente le numerose influenze cinematografiche - nasce prima di tutto dalla voglia di Finnegan e Shanley di fondere nel loro lavoro le molteplici fonti di ispirazione provenienti dall'ambiente che li circonda.

Come dichiarato dallo stesso Finnegan in un'intervista rilasciata alla rivista Rue Morgue, infatti, Yonder è stata modellata sulla base di un complesso edilizio irlandese abbandonato in seguito alla recessione del 2008, che li aveva particolarmente affascinati in quanto emblema dell'avidità capitalista e che era già stato al centro di Foxes, un loro precedente cortometraggio…

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…Vivarium ha un’atmosfera terrificante. La disperazione che lo pervade è nefasta, puramente horror nel senso più cupo possibile. In apparenza si presenta come una metafora della famiglia cis-etero del ceto medio composta da madre, padre e prole a carico; tant’è che si potrebbe dire che rappresenta la visione fin troppo “edgy” con cui chi ha scelto di non avere figli a volte dipinge chi invece si riproduce. E vista la situazione che presenta, è legittimo credere che Vivarium risuoni diversamente a chi ha dei bambini.

È doveroso sottolineare che Vivarium non è un raffinato trattato di sociologia ed è meglio non guardarlo aspettandosi una sottigliezza acuminata. È vero che la storia è modellata su uno stereotipo verosimile, ma il vero punto del film però non è lì, quanto nella rappresentazione di un senso di disagio e disgusto verso la vita. Il modo migliore di fruirne non è esaminare le tracce della sua eventuale metafora, ma viversi il malessere evocato dal suo surrealismo…

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Suspense, ciencia ficción, terror, Vivarium entra en muchas categorías, en todas ellas con potencia, porque es imposible no sentir nada cuando la ves. Definida como un capítulo de Black Mirror desde su presentación en Cannes, es el tipo de película que te gusta o desearías no haber visto nunca. De cualquier forma, no podrás olvidarla.

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…eccoci in una versione allucinata/allucinogena dei documentari Discovery/BBC/Netflix di Alastair Fothergill (the Blue Planet, Deep Blue, Planet Earth, Frozen Planet. Our Planet), narrato però da una via di mezzo fra Christopher Lee/Vincent Price e un Werner Herzog che ha appena ammazzato Klaus Kinski o viceversa e girato all'interno di un set/diorama (formicaio/alverare & terrario/acquario) costruito all'uopo, che racconta e descrive la storia di questo topos/must della Sf, lo "ZooAlieno", in cui ad essere rinchiusi nelle gabbie non sono gli animali, ma le specie senzienti dell'universo, tra cui quella umana [due esempi tra i tanti, il mit(opoiet)ico "the Cage", ovvero il pilot/n.0 di "Star Trek" (mai regolarmente trasmesso, e che sarà poi fagocitato per intero in undoppio ep. della 1a stag., con una minima e sostanziale variazione sul finale, "the Menagerie"), e il 17° ep. della 7a stag. di "Futurama": "Fry and Leela's Big Fling"], qui in un'ambientazione limitata al pianeta Terra (con incursione nel multiverso) e ad una xeno-antropomorfa non-aliena specie mimetica anuro-umanoide andro-partenogenica che sopravvive cleptoparassitando Homo s. sapiens. Un episodio di the Twilight Zone / Amazing Stories dilatato sui 90'…

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…Mezclando en un mismo combo chispazos de Spike Jonze, Michel Gondry, Richard Kelly, Terry Gilliam y David Lynch, la película ofrece una primera mitad de comedia kafkiana sutilmente lírica que luego muta en horror existencialista con un fuerte dejo de nihilismo y angustia, en especial porque la convivencia de la pareja se cae a pedazos cuando el hombre pretende castigar al mocoso encerrándolo en el auto sin comida y ella se lo impide con ahínco desde el vamos, generando un rápido distanciamiento que también parece provocar un deterioro en la salud del jardinero que va en consonancia con la aparición de un extraño libro, con el cual el purrete un día se presenta luego de ausentarse un buen rato, y con el descubrimiento por parte de ella de que el niño -como el propio Yonder en su conjunto- carece por completo de imaginación, algo que queda de relieve en su incapacidad de identificar alguna forma reconocible en las tristes e idénticas nubes que pueblan el cielo del desértico lugar: así como el primer acto coquetea con una comicidad tan cáustica como mundana que satiriza la farsa de la “familia nuclear” urbana perfecta gracias a la presencia disruptiva de un jovencito que exacerba todas las características típicas de los insoportables seres humanos a esa edad, la segunda parte del relato en cambio opta por oscurecer el tono con vistas a homologar a la enfermedad de Tom a la vejez, el cansancio, la locura y la clásica claustrofobia de un periplo burgués que pasa de idílico en los papeles a pesadillesco en la praxis, cortesía de un ciclo de explotación de nunca acabar en el que nadie se siente “realizado” a escala individual ni espiritual ni familiar ni barrial ni mucho menos social…

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…El irlandés Lorcan Finnegan nos introduce en un mundo surrealista y distópico en una previsible  búsqueda de la felicidad que parece estamos obligados a encontrarla y no tiene que ser en todos igual. Vivarium en poco mas de hora y media consigue atrapar al espectador que empatiza con unos protagonistas donde el agobio se mezcla con la inquietud y el horror. Una película altamente adictiva que cobra aun mas interés en los tiempos que estamos viviendo.

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…Vivarium è un film dove la disperazione si fa strada poco a poco strisciando: dall’iniziale incredulità si passa allo sconforto, alla rabbia, infine a una rassegnazione desolata per cui ogni gesto diventa un automatismo privo di spinta vitale. Persino il tentativo di Tom di scavare un tunnel è soltanto l’ossessione di un uomo a cui non resta niente altro. È duro da digerire, Vivarium, perché trasmette sensazioni di angoscia molto concrete e molto attuali, e perché i due protagonisti sono personaggi molto ben scritti nella loro normalità. Viene facile affezionarsi a loro e seguire con sgomento crescente la vicenda paradossale in cui vengono coinvolti, non si sa da chi e non si sa perché.
Ecco, se siete tra quelli che pretendono una spiegazione a ogni costo, Vivarium vi lascerà con un fastidioso senso di insoddisfazione, dato che non offre spiegazioni. Ma, lo dicevamo prima, è un’allegoria, e il fatto di essere capitati in una sequenza infinita di giorni tutti uguali non ha bisogno di molte spiegazioni…

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lunedì 30 novembre 2020

I démoni di Andzej Wajda - Francesco M. Cataluccio

  

“Wer der Dichter vill verstehen

Mus in dichters lande gehenn”

(Chi vuol capire il poeta

deve recarsi nel suo paese)

              W. GOETHE

 

Autore di quaranta film e di quasi altrettante regie teatrali ANDRZEJ WAJDA (Suwałki, 6 marzo 1926–Varsavia, 10 Ottobre 2016) è un artista difficilmente comprensibile senza conoscere la Polonia e la sua drammatica storia. Questo è il motivo per cui i suoi capolavori (come I dannati di Varsavia, 1957; Ceneri e diamanti, 1958; Tutto in vendita, 1968; Il bosco di betulle, 1970; Le nozze, 1970; Paesaggio dopo la battaglia, 1970; La terra della grande promessa, 1974; Le signorine di Wilko, 1974; L'uomo di marmo, 1976; Senza anestesia, 1978; Korczak, 1990; Katyn, 2007) sono stati apprezzati nel mondo soltanto per i loro valori formali e per la denuncia politica, ma non hanno mai avuto il successo di pubblico che avrebbero meritato.

I film di Wajda attendono ancora di essere considerati nella loro complessa trama culturale, anzitutto letteraria. La metà dei suoi film infatti sono tratti da romanzi o racconti della letteratura polacca o russa e sono un'efficace fusione della storia con i romantici drammi nazionali e personali, la pittura e le immagini dell’arte polacca.

Wajda ha forse incarnato e interpretato, come nessun altro intellettuale polacco, l’autocoscienza del suo paese. Le sue opere sono sempre sorte da una personale riflessione e denuncia di un particolare momento della storia della Polonia e hanno puntualmente suscitato accese discussioni e polemiche. È stato certamente uno dei più grandi registi del dopoguerra. Un regista molto letterario.

Ricordo una delle nostre chiacchierate quando, alla fine di maggio del 1988, l’Università di Bologna, tra sbuffi di ermellino, mantelle color menta e cilindri appartenenti a teste assai più larghe, conferì al cinquantanovenne Wajda la laurea honoris causa in Lettere. Nel discorso di ringraziamento il regista polacco accusò l’Occidente di dimenticare che l’Europa non si ferma al muro di Berlino “dove si ergono barriere di filo spinato e Cerberi al guinzaglio abbaiano spaventosamente a ogni alba, quando si spengono I riflettori che sorvegliano la cosiddetta frontiera della pace”. Togliendosi gli occhiali e dando alla sua voce un tono di fierezza, ribadì che “l’Europa, nella nostra coscienza polacca, esiste come unità spirituale che, attraverso i secoli, è stata creata e cementata dai suoi grandi scienziati, scrittori e artisti”. Disse che Dostoevskij aveva pronosticato l’arrivo di un tempo in cui l’inizio sarebbe stato la totale derisione di tutto e concluse citando una frase di Antonio Labriola: “La libertà di parola non consiste nella libertà di tacere”.

Oltre al discorso di ringraziamento, Wajda si era preparato anche una lezione sul suo autore preferito: Fëdor M. Dostoevskij. Ma non gliela fecero tenere, sostenendo che quello che aveva detto era più che sufficiente. Così lo scrittore russo divenne il protagonista di un suo monologo mentre passeggiavamo sotto i portici di Bologna, tra scrosci d’acqua da una parte e file di manifesti annuncianti la visita del Papa, ritoccati nei modi più volgari, dall’altra. Ogni tanto ci fermavamo per dar modo a Wajda di cavar di tasca il suo inseparabile quadernetto e disegnare le cose più svariate: statue, variopinte biciclette, volti, file di prosciutti appesi. E io ne approfittavo per trascrivere il più velocemente possibile, sul mio bloc-notes a quadretti, quello che lui aveva detto.

Come tutti i polacchi, Wajda aveva un rapporto controverso con Dostoevskij: “Anzitutto perché è russo. Ho molti amici laggiù, ma non posso dimenticare, ad esempio, che mio padre, ufficiale di carriera, fu assassinato nella primavera del 1940, a Katyn, assieme ad altri quattromila prigionieri polacchi, dalle forze di sicurezza sovietiche. Poi, perché parla sempre male e con disprezzo dei polacchi (e i polacchi sono suscettibili!)”.

Nello scontro tra i polacchi e i russi, come nel caso dell’ultima tragica insurrezione del 1863, Dostoevskij vedeva infatti “la guerra tra due cristianesimi, l’inizio della futura guerra tra l’ortodossia e il cattolicesimo o, in altre parole, tra il genio slavo e la civiltà europea”. Ci è lontano, diceva Wajda, perché non è legato all’Europa come noi polacchi. Non a caso Milan Kundera, quando, a Praga, gli proposero di scrivere sotto pseudonimo un adattamento dell’Idiota, disse che avrebbe preferito morire di fame piuttosto che mettere mano a quest’opera di gesti eccessivi, di profondità putride, di una sentimentalità aggressiva, dove i sentimenti acquistano un valore assoluto. E per protesta si rimise a leggere Jacques le fataliste di Diderot. Però Wajda riteneva che la grandezza di Dostoevskij consisteva proprio nel non lasciare indifferenti: o lo si ama o lo si deve odiare. E, tutto sommato, lui lo amava molto. Glielo fece conoscere, negli anni cinquanta, un “giovane scrittore arrabbiato” polacco: Marek Hłasko – autore, tra l’altro, della bella raccolta di racconti L’ottavo giorno della settimana (Einaudi 1959), che morì suicida in Germania nel 1969. 

“Marek sapeva quasi tutti I demoni a memoria. Mi propose di farne una riduzione, magari per il teatro. Ma non riuscivo a raccapezzarmi tra tutti quei personaggi. Per fortuna mi capitò tra le mani una lettera di Dostoevskij a una certa signora Obelonskaja che voleva fare un adattamento de I fratelli Karmazov, dove egli le consigliava di scegliere qualche frammento, qualche idea, qualche personaggio, e su questi costruire una nuova opera. Questa è l’unica strada che può aver successo. Non ce n’è un’altra. E l’adattamento di Camus mi sembrò esser fatto secondo questo spirito. C’è inoltre un altro aspetto che autorizza il suo trasferimento sulle scene: Doestoevskij è il teatro. Per lui, infatti, l’essenza dell’uomo è la menzogna. E il mestiere dell’attore è una continua menzogna. Inoltre Dostoevskij è dialogo, discussione. Il teatro è ormai l’ultimo luogo dove la gente ascolta i dialoghi e attraverso il dialogo con gli attori crea un magico senso di comunità”.

Di Dostoevskij, Wajda mise in scena, a varie riprese, per il Teatr Stary di Cracovia: I demoni, Delitto e castigo (“di tutte le regie che avevo visto mi era sembrato che i registi si fossero sempre concentrati sul delitto e non avessero lasciato alcun spazio al castigo. Il castigo, invece, inizia nello stesso momento del delitto”), e L’idiota.

Quest’ultimo spettacolo, secondo me il suo capolavoro, si intitolava in realtà Nastazja Filipowna (1977) e si concentrava soltanto su dall’ultimo capitolo dell’ Idiota. Andrzej Wajda (che poi lo traspose anche per il cinema con l’attore giapponese Tamasaburo Bando: Nastazja, 1994) allestì una semplice scena dove i due protagonisti, il principe Myškin e Parfen Rogožin si incontrano sul cadavere di Nastas'ja/Nastazja. Due attori soltanto (i bravissimi Nowicki e Radziwiłowicz), una candela, un’icona, una vecchia scrivania, due sedie. Il miracolo del teatro e della parola di Dostoevskij erano tutti lì. Gli attori recitavano, improvvisando varie parti del romanzo, assemblando le frasi come sotto l’effetto di una scossa elettrica, rischiarati soltanto dalla candela davanti a un’icona: un piccolo segno luminoso che stava a ricordare l’esistenza di una, seppur flebile, speranza, un’alternativa al male e, allo stesso tempo, mostrava la sua buia potenza.

Infervorato a parlare di Dostoevskij e dei suoi spettacoli teatrali (del film I demoni, uscito allora a Parigi, e accolto assai freddamente, non volle dire niente), Wajda disse una cosa che sembrava contraddire quanto aveva sostenuto in precedenza e dimostrava la complessità del suo rapporto con lo scrittore russo: “Nel suo libro su Dostoevskij, Mackiewicz si chiede perché egli sia uno scrittore più europeo degli altri, pur essendo il più russo. Sono d’accordo con la sua risposta, credo che questa sia la chiave: perché i suoi romanzi, molti dei quali cominciano con un motto evangelico, in quei casi rappresentano il tentativo di costruire storie di quell’idea tratta dai Vangeli. Questo legame di Dostoevskij con i Vangeli ce lo rende attuale”… 

Un tema che stava molto a cuore a Wajda era quello della Decadenza. Come molti altri intellettuali polacchi viveva la tragica cadenza della storia del proprio paese come il segno di un lento scivolare dell’Occidente verso l’Abisso. Un abisso però senza clamori, del quale a mala pena ci accorgeremo. Come nella poesia del Premio Nobel Czesław Miłosz Canzone sulla fine del mondo: “Il giorno della fine del mondo/ L’ape gira sul fiore del nasturzio,/Il pescatore ripara la rete luccicante./nel mare saltano allegri delfini/(…) E chi si aspettava folgori e lampi./ Rimane deluso./E chi si aspettava segni e trombe di arcangeli,/Non crede che già stia avvenendo…/”.

Pur essendo attentissimo e partecipe delle vicende politiche della Polonia (dopo 1989 fu addirittura senatore per il raggruppamento legato a Solidarność), Wajda a volte si esprimeva davvero come il figlio di un’altra epoca. A proposito della traduzione polacca del mio libro sull’Immaturità, mi scrisse sorprendentemente: “I giovani non maturano più perché manca loro una rigida educazione militare!”. Per spiegare i problemi del suo litigioso paese, diceva spesso con rammarico: “Purtroppo sta definitivamente scomparendo la generazione di prima della guerra, che aveva fatto buone scuole, conosceva il latino, credeva nei valori, aveva il culto della verità…”. 

Aveva il mito di Józef Konrad Korzeniowski. Quest’ultimo sarebbe poi Joseph Conrad che, pur non avendo scritto neppure una riga in polacco, viene considerato sulle rive delle Vistola come un campione della loro causa, un nemico della Russia e delle idee rivoluzionarie che negano la libertà individuale e sono legate a una “logica orientale” (si veda in proposito il libro di Conrad molto amato da Wajda: Sotto gli occhi dell’Occidente, del 1911).

Wajda, come tutti quelli della sua generazione, si era formato nel culto dei valori conradiani: “Nel 1966 un famoso produttore americano mi propose di girare un film tratto da Cuore di tenebra. Non se ne fece niente. Coppola ha poi girato Apocalypse now e credo che abbia trovato la formula giusta per fare un film da Conrad: soltanto allontanandosi dal modello dello scrittore si può creare una situazione nella quale si può dire ciò che Conrad aveva espresso. Io forse avevo letto troppo quel libro. Non so se sarei stato in grado di farne un buon adattamento. Però Coppola l’ha letto troppo poco, ha dimenticato di leggersi la fine. E invece Conrad aveva scritto quel romanzo proprio per la fine. È lì la cosa più importante: Marlowe (nel film mi sembra si chiami Willard) torna a Londra, va dalla fidanzata e le dice che Kurtz è un uomo a posto. Così si comporta un vero gentleman, un polacco! 

Nessun altro si comporterebbe così. Se Coppola avesse fatto tornare Willard e dire al figlio di Marlon Brando che suo padre era uno perbene, avrebbe sconvolto tutta l’America! Da Conrad ho invece girato, nel 1976, La linea d’ombra, che è un libro sul passaggio all’età adulta. La linea d’ombra è quell’incerto tratto che separa l’adolescenza luminosa dell’età matura che invece è in ombra. Nel film ho cercato di descrivere quel momento, terribile e meraviglioso allo stesso tempo, un momento di grande paura in cui bisogna prendere delle decisioni da cui dipende la vita degli altri. I soggetti dei romanzi di Conrad sono molto lontani da noi, ma c’è in lui un particolare moralismo, una prospettiva esistenziale che è molto vicina a una certa tradizione spirituale polacca”.

Di un testo letterario, Wajda riusciva a scoprire la “cassa di risonanza”, il filo che esalta la vicenda e mette in luce tutto il suo valore simbolico ed emblematico. In due film in particolare Wajda è stato capace di rendere con le immagini quell’atmosfera che nei racconti, da cui sono tratti, era appena suggerita o non espressa appieno. Si tratta de Il bosco di betulle (1970) e Le signorine di Wilko (1979), tratti di due racconti del grande poeta e scrittore Jarosław Iwaszkiewicz (1894-1980) (in italiano: Le signorine di Wilko, Ponte Sisto, Roma 2010). 

Così li spiegò Wajda, durante un’intervista autunnale che gli feci nel giardino della sua bella villetta nel vecchio quartiere di Żoliborz, a nord di Varsavia: “Sono due film sulla morte. Sull’impossibilità di tornare nello stesso posto, alla stessa situazione, allo stesso clima. L’unico scampo che c’è alla morte è l’amore, l’unica grande forza che possa contrapporsi all’istinto di morte. Su questa contrapposizione , che un po’ forza il discorso di Iwaszkiewicz, ho giocato tutto Il bosco di betulle. Andai a prendere in prestito al Museo Nazionale di Varsavia il quadro del pittore ‘decadente’ Jacek Malczewski, intitolato Thanatos. 

Volevo che quella donna con la falce della morte stese appesa alla parete della casa della guardia forestale dove abitano i protagonisti. Mentre questo è un film primaverile, Le signorine di Wilko è un film sull’autunno della vita. Ebbi la fortuna di girarlo in uno degli autunni polacchi più belli degli ultimi decenni. Il Tempo ha nel film una grande importanza. In fondo Iwaszkiewicz ha molti punti in comune con Proust”.

Troppo preoccupato delle immagini, Wajda sosteneva di non potersi occupare delle sceneggiature. Raramente le scrisse lui. Quando in un romanzo o in un racconto trovava un’idea che lo colpiva, cercava lo stesso autore, o uno sceneggiatore di professione, e chiedeva loro di scrivergli i dialoghi. Spesso da romanzi mediocri riusciva a fare film bellissimi, come nel caso de La terra della grande promessa (tratto da La terra promessa, 1898, del Premio Nobel Władysław Reymont) o Cenere e diamanti (1948, dall’omonimo romanzo di Jerzy Andrzejewski).

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