Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
domenica 6 dicembre 2020
sabato 5 dicembre 2020
Bariera – Jerzy Skolimowski
un ragazzo si ribella, individualmente, al mondo che lo vuole incasellare, era il 1966, lo spirito dei tempi del 1968 cominciava a soffiare dappertutto, in tante forme.
Bariera è un film da vedere e rivedere, per molti motivi, alcune scene sono indimenticabili, come per esempio quello strano ballo con una musica che strega.
la musica, protagonista fra i protagonisti, è del grandissimo Krzysztof Komeda (prematuramente scomparso a 38 anni), musicista di serie A, con tante colonne sonore all'attivo (Rosemary's baby, per esempio).
e poi, che emozione, appare per cantare una canzone Ewa Demarczyk, bravissima, ma praticamente sconosciuta in Italia (potete vedere un suo breve recital trasmesso dalla tv polacca qui)
cercate e guardate questo film, un gioiellino, non ve ne pentirete - Ismaele
…Skolimowski, non ancora
trentenne ai tempi di Barriera (è
nato come ben sappiamo nel 1938) faceva dunque parte di quel gruppo di autori
che, semplicizzando un poco, potremmo definire “d’avanguardia”, impegnati
a portare avanti la ricerca di nuovi linguaggi espressivi da utilizzare non
solo per svecchiare il sistema, ma anche per documentare in maniera più moderna
e attuale sperimentando inedite forme di racconto, la profonda crisi di valori
che rendeva arroventato e problematico il clima di molti dei paesi satelliti
dell’Unione Sovietica. Poeta e drammaturgo, studioso di etnografia, aveva
frequentato la Scuola superiore di cinematografia di Lodz dove si era
diplomato: pur giovanissimo dunque era già un uomo di grande cultura e
conoscenza che avvertiva il bisogno primario di estrinsecare attraverso il
cinema la sua visione (tutt’altro che positiva) del mondo che lo circondava e
che gli stava già un po’ stretto, per innestarci dentro i riferimenti derivanti
dalle sue esperienze personali. Una necessità la sua, che si avverte
chiaramente almeno in questa sua terza fatica (in quelle due che la precedono
non saprei proprio dire perché purtroppo non le conosco). Skolimowski si
trovava dunque a dover fare i conti con una situazione generale di crisi
morale, ideologica e politica, con la quale non era facilissimo convivere o
mostrare una accettazione passiva delle cose, senza tentare una qualche forma
di ribellione oppositiva nonostante la soffocante morsa dittatoriale del
potere ancora molto castrante..
Barriera imperfetto,
potente e coraggioso, pur ancora un po’ lontano dalla perfezione stilistica che
il regista raggiungerà nelle sue opere successive, affonda dunque le sue radici
proprio in questo clima e in questi bisogni dai quali trae molta della linfa
vitale che innerva la potenza del racconto e ne fa una esemplare pellicola
molto stimolante che ben documenta e rende palese il momento storico di
riferimento e le oscillazioni dell’anima che da questo derivano, grazie a una
inedita forma di sperimentazione linguistica puntigliosamente condotta con
metodico rigore, capace di raccontare in termini soprattutto simbolici, il
senso di una rivolta etica e sentimentale ancora in embrione e quasi
irrazionale, già ricca però di indicazioni (e sollecitazioni) che
coinvolgono le sfere dell’ideologia, della politica e della morale alle quali
accennavo sopra…
…Opera ardita e sperimentale in cui
Skolimowski attraverso una forma filmica refrattaria a qualsiasi etichetta o
classificazione intende raccontare un disagio generazionale, un lancinante
senso di inquietudine dinnanzi a una realtà che appare immutabile. Le vecchie
generazioni ciniche ed egoiste hanno condannato le nuove a una società
patriarcale e spenta che il cineasta polacco (qui alla sua terza regia) intende
esorcizzare attraverso l'estro creativo, rivendicando una vitalità che si
esprime tramite la cinefilia (con omaggi evidenti a Fellini e alla Nouvelle
Vague francese), l'invenzione visiva e la capacità di sdrammatizzare con ironia
sagace e pungente. Un vero e proprio incubo a occhi aperti, stimolante e
sorprendente, esempio tra i migliori di un cinema capace di andare oltre gli
schemi prestabiliti, anticonvenzionale senza mai essere autoreferenziale o
cervellotico esercizio di stile. Ottima, come sempre, la colonna sonora firmata
dal geniale jazzista Krzysztof Komeda.
Skolimowski previously made two increasingly complex but playful
movies following the adventures of a man finding his place in society. Long,
meandering and complex takes focus on this alienated man as the scenery
magically changes around him, employing snippets of whimsical dialogue,
satirical humor and random social interactions to portray personal feelings of
cynical but confused existentialism. With Barrier, Skolimowski extends this
approach into Felliniesque deliriousness and surrealism. In this exploration,
the man is a medical student tested by fellow students in an initiation ritual,
receives a symbolic piggy bank from society, and a sabre from his father,
escaping into society where he encounters many barriers built by generation gaps,
money, religion and social classes. He courts an elusive female tram-driver, he
symbolically tries to climb walls decorated with chickens, crowds run around
like sheep, stopped cold by a traffic light and a single car, he goes to a
restaurant empty of customers but full of waiters, and pays for his meal with
his piggy bank, and suddenly the restaurant is full of dancing customers
wearing paper hats, he fights a car with his sabre, etc. A difficult but
interesting, rich and creative movie with many strange scenes and complex takes
that feel both whimsical and carefully constructed, just like Jazz.
The third film by the twenty-something Polish
director-writer Jerzy Skolimowski (“Moonlighting”/”Deep End”/”The Shout”)is a
powerful cynical surrealist political pic on the stagnation of modern Communist
Poland.The bleak pic follows its main protagonist, an unnamed disillusioned
medical student (Jan
Nowicki), who after participating in a
strange ritualistic Polish game with three
other male medical students wins a piggy-bank filled with coins and
instead of sharing the spoils like the others professed they would do he takes
the money and brandishes a sabre given him by his father and wanders around
Warsaw during the Easter season. Searching for either the good life or the
meaning of life, the student comes across only a spiritless country that’s
overwhelmed by its bureaucracy, ugly materialism, soulless new buildings or a
superstitious population engaged in an idol worshiping brand of Christianity
that he mocks in a Bunuel-like way. Society is seemingly haunted by the
tragedies of the last war, the oppression of the past and the hopeless sense of
life inherited from the aging population. The student’s only hope
is in the impulsive romance between him and a perky young blonde tram driver
(Joanna Szczerbic), an idealized unattainable woman, in whose tram he
dangerously clings to the front window (like a Christ figure) in the film’s
last shot as he finds her again after they lost sight of each other. This shot
is the only one in the pic expressing some hope.
The fantasy pic is filled with startling
imagery (like a restaurant suddenly full of dancing customers wearing
paper hats), and a unique way of looking at the dismal landscape. This is a
well-conceived surreal satire, whose success promoted Skolimowski to be
spokesman for the cynical new Polish generation
venerdì 4 dicembre 2020
Gli orologi del diavolo - Alessandro Angelini
ho visto che il soggetto era stato scritto da Antonio Piazza, Fabio Grassadonia e allora mi sono fermato a vedere il "mecanico" che rischia tutto per intrappolare un boss della droga.
è un film tutto di corsa, con bravi attori e una storia con tanti colpi di scena.
anche gli italiani le sanno fare, le serie, e da molto, mica solo gli "americani".
non sarà un capolavoro, ma si vede bene.
buona visione - Ismaele
QUI
…Gli orologi del diavolo sembra ruotare e
reggersi unicamente sul suo protagonista: il Marco Merani
di Giuseppe Fiorello ci viene presentato come un
uomo semplice, talvolta ingenuo, che ama sua moglie e sua figlia più di ogni
altra cosa, ed è anche per proteggerle che non può tirarsi indietro
dall'assurda e pericolosa situazione che si è creata e che rischia di far
crollare in poco tempo tutto ciò che ha costruito in anni di duro lavoro.
Proprio come Marco si fa carico di tutte le vicende nella storia, la serie basa
su di lui ogni scelta narrativa, relegando gli altri personaggi a ruoli spesso
di contorno, facendoli entrare nella storia con precisione quasi chirurgica per
mostrare o introdurre allo spettatore nuovi elementi di cui tener conto. Un
ruolo che si avvicina molto a quello di comprimario lo ha, invece, Aurelio (Álvaro
Cervantes) che, pur
entrando in scena in sordina, ben presto impone la sua volontà su chiunque gli
sia attorno dimostrandosi tanto astuto quanto spietato. Cervantes porta su
schermo un personaggio credibile e ben interpretato, un cattivo in grado di mostrare
una buona complessità e proprio per questo in grado di catturare l'attenzione
dello spettatore che percepisce tutta la sua subdola ambiguità…
…Beppe
Fiorello, protagonista assoluto, è al centro di
ogni dinamica raccontata. Non c’è inquadratura in cui non sia presente. Non
esiste filone alternativo nel quale non abbia un ruolo fondamentale. Come in
tutte le fiction da lui interpretate, ogni pur minimo dettaglio della
sceneggiatura lo contiene e ne amplifica la potenza scenica. Una sorte di Re
Sole della serialità italiana che tutto accentra intorno a sè.
Il
personaggio è delineato nei minimi particolari. Volutamente
minimalista, viso scavato, barba lunga bianca quasi da santone,
abbigliamento ultra casual, sempre compenetrato in sé stesso, Fiorello lascia
poco alla credibilità di una recitazione spontanea. Abbiamo
avuto la netta sensazione che ogni suo atteggiamento, persino un batter di
ciglia, fosse il frutto di un lavoro studiato accuratamente a tavolino.
Perché
lui deve comunicare sempre un messaggio positivo, da eroe, da buono senza
macchia e senza paura. Deciso a mettere a repentaglio vita e famiglia,
pur di consegnare alla giustizia i componenti di una banda di traffico
internazionale di stupefacenti. Un lungo viaggio nella bontà per fiction,
iniziato con l’interpretazione di Salvo D’Acquisto e
continuata fino ad oggi. Ovviamente destinato a continuare nel tempo...
giovedì 3 dicembre 2020
mercoledì 2 dicembre 2020
martedì 1 dicembre 2020
Vivarium - Lorcan Finnegan
girato tra l'Irlanda e il Belgio (quel Belgio delle nuvole di Magritte), Vivarium è un incubo senza fine.
bravissimi attori, sopra tutti Imogen Poots (già splendida attrice di Green room), in un film che per certi versi ricorda Truman Show, solo che quel film qualche sorriso te lo strappava, invece il film di Finnegan è una discesa agli inferi, senza speranza.
come i migliori horror, si inizia ridendo e scherzando, ma ci vuole poco a restare intrappolati, e noi a soffrire con e per loro due, i fidanzati che entrano in un buco nero (nessuno ha mai raccontato, per esperienza diretta, cosa c'è in un buco nero).
"lasciate ogni speranza" potrebbe essere il sottotitolo del film, e se pensate che non potrà essere tanto terribile, alla fine cambierete idea, è sicuro.
un gran bel film da non perdere, promesso - Ismaele
…“Vivarium” è un film su tutto quello che di più osceno si
cela nel sogno borghese, e non lascia alcuna speranza. Una visione
consigliatissima, grazie anche alla straordinaria fotografia di MacGregor;
ma con un’avvertenza: è un viaggio disperato, che vi lascerà in premio
l’immagine di un’umanità vuota di vita.
… Un film che farà riflettere su molti aspetti
della nostra vita attraverso le sensazioni di questa coppia intrappolata, con
la quale non sarà difficile identificarsi, soprattutto in questi tempi in cui
tutti viviamo una situazione di forzato isolamento nelle nostre case.
Il terrore non arriva sotto forma di fiotti di sangue ma attraverso una corposa
dose di oppressione psicologica, l’atmosfera soffocante ed esasperante è il
punto di forza che sapientemente trova il suo climax alla fine, in cui lo
spettatore diventa partecipe dell’angoscia vissuta dai protagonisti.
L’atmosfera è
kafkiana, la scenografia ricorda Magritte con le sue strutture calde ma
disumanizzate e le sue nuvole formalmente perfette, ed Hopper in alcune pose e
nei colori pastello. Tutto concorre a rendere lo spettatore nudo, l’osservatore
di un meccanismo di cui non si rivela lo scopo.
Vivarium non
fornisce risposte – cosa che nel cinema non è richiesto né necessario – ma
sicuramente fa sorgere interrogativi che appartengono all’esistenza di ognuno
di noi.
…nonostante gli sforzi e gli
impeti di compassione, quello strambo bambino, diventato ormai a tutti gli
effetti loro figlio, non sarà mai davvero amato.
Si direbbe che l'analisi del concetto della famiglia tradizionale e
borghese sia ormai abusata nel Cinema di critica sociale e, d'altro canto, non
si può ritenere Vivarium un film interamente riuscito, a causa
dell'ormai inteso ripetersi dello stesso meccanismo nel secondo atto, e di un linguaggio
metaforico forse fin troppo esplicito e dunque privo di qualsiasi ambiguità.
Tuttavia, il film riesce comunque a sorprendere grazie alla sua
originalità, ai toni paradossali e al delineamento di un personaggio - quello
del “ragazzino” - in grado di suscitare situazioni comiche e, al contempo,
agghiaccianti.
Ulteriore punto di forza è l'aspetto visivo: dalle inquadrature -
volutamente - comparabili a dipinti all'ottimo uso dei colori, fino ad arrivare
alla scena visivamente più interessante, dove le geometrie simmetriche si
deformano e i colori si accendono nella discesa di un'Alice terrorizzata
in un inferno allucinato alla Gaspar Noé, che punta a turbare lo spettatore non
solo attraverso lo shock visivo, ma anche ponendolo di fronte alla realtà
crudele che si cela dietro le pareti del ridente e colorato sobborgo di Yonder.
L'idea del quartiere - benché, come anzidetto, porti alla mente le numerose
influenze cinematografiche - nasce prima di tutto dalla voglia di Finnegan e
Shanley di fondere nel loro lavoro le molteplici fonti di ispirazione
provenienti dall'ambiente che li circonda.
Come dichiarato dallo stesso Finnegan in un'intervista rilasciata alla
rivista Rue Morgue, infatti, Yonder è stata modellata sulla base di
un complesso edilizio irlandese abbandonato in seguito alla recessione del
2008, che li aveva particolarmente affascinati in quanto emblema dell'avidità
capitalista e che era già stato al centro di Foxes, un loro
precedente cortometraggio…
…Vivarium ha
un’atmosfera terrificante. La disperazione che lo pervade è nefasta, puramente
horror nel senso più cupo possibile. In apparenza si presenta come una metafora
della famiglia cis-etero del ceto medio composta da madre, padre e prole a
carico; tant’è che si potrebbe dire che rappresenta la visione fin troppo “edgy”
con cui chi ha scelto di non avere figli a volte dipinge chi invece si
riproduce. E vista la situazione che presenta, è legittimo credere che Vivarium risuoni
diversamente a chi ha dei bambini.
È doveroso
sottolineare che Vivarium non è un raffinato trattato di
sociologia ed è meglio non guardarlo aspettandosi una sottigliezza acuminata. È
vero che la storia è modellata su uno stereotipo verosimile, ma il vero punto
del film però non è lì, quanto nella rappresentazione di un senso di disagio e
disgusto verso la vita. Il modo migliore di fruirne non è esaminare le tracce
della sua eventuale metafora, ma viversi il malessere evocato dal suo
surrealismo…
Suspense, ciencia ficción, terror, Vivarium entra
en muchas categorías, en todas ellas con potencia, porque es imposible no
sentir nada cuando la ves. Definida como un capítulo de Black Mirror desde
su presentación en Cannes, es el tipo de película que te gusta o desearías no
haber visto nunca. De cualquier forma, no podrás olvidarla.
…eccoci in una versione allucinata/allucinogena dei
documentari Discovery/BBC/Netflix di Alastair Fothergill (the Blue Planet, Deep
Blue, Planet Earth, Frozen Planet. Our Planet), narrato però da una via di
mezzo fra Christopher Lee/Vincent Price e un Werner Herzog che ha appena
ammazzato Klaus Kinski o viceversa e girato all'interno di un set/diorama
(formicaio/alverare & terrario/acquario) costruito all'uopo, che racconta e
descrive la storia di questo topos/must della Sf, lo "ZooAlieno", in
cui ad essere rinchiusi nelle gabbie non sono gli animali, ma le specie
senzienti dell'universo, tra cui quella umana [due esempi tra i tanti, il
mit(opoiet)ico "the Cage",
ovvero il pilot/n.0 di "Star Trek"
(mai regolarmente trasmesso, e che sarà poi fagocitato per intero in undoppio
ep. della 1a stag., con una minima e sostanziale variazione sul finale, "the Menagerie"), e il 17° ep. della 7a stag.
di "Futurama": "Fry and Leela's Big
Fling"], qui in un'ambientazione limitata al pianeta Terra (con incursione
nel multiverso) e ad una xeno-antropomorfa non-aliena specie mimetica
anuro-umanoide andro-partenogenica che sopravvive cleptoparassitando Homo s.
sapiens. Un episodio di the Twilight Zone / Amazing Stories dilatato sui 90'…
…Mezclando
en un mismo combo chispazos de Spike Jonze, Michel Gondry, Richard Kelly, Terry
Gilliam y David Lynch, la película ofrece una primera mitad de comedia kafkiana
sutilmente lírica que luego muta en horror existencialista con un fuerte dejo
de nihilismo y angustia, en especial porque la convivencia de la pareja se cae
a pedazos cuando el hombre pretende castigar al mocoso encerrándolo en el auto
sin comida y ella se lo impide con ahínco desde el vamos, generando un rápido
distanciamiento que también parece provocar un deterioro en la salud del
jardinero que va en consonancia con la aparición de un extraño libro, con el
cual el purrete un día se presenta luego de ausentarse un buen rato, y con el
descubrimiento por parte de ella de que el niño -como el propio Yonder en su
conjunto- carece por completo de imaginación, algo que queda de relieve en su
incapacidad de identificar alguna forma reconocible en las tristes e idénticas
nubes que pueblan el cielo del desértico lugar: así como el primer acto
coquetea con una comicidad tan cáustica como mundana que satiriza la farsa de
la “familia nuclear” urbana perfecta gracias a la presencia disruptiva de un
jovencito que exacerba todas las características típicas de los insoportables
seres humanos a esa edad, la segunda parte del relato en cambio opta por
oscurecer el tono con vistas a homologar a la enfermedad de Tom a la vejez, el
cansancio, la locura y la clásica claustrofobia de un periplo burgués que pasa
de idílico en los papeles a pesadillesco en la praxis, cortesía de un ciclo de
explotación de nunca acabar en el que nadie se siente “realizado” a escala
individual ni espiritual ni familiar ni barrial ni mucho menos social…
…El
irlandés Lorcan Finnegan nos introduce en un mundo surrealista y distópico
en una previsible búsqueda de la felicidad que parece estamos
obligados a encontrarla y no tiene que ser en todos igual. Vivarium en poco mas
de hora y media consigue atrapar al espectador que empatiza con unos
protagonistas donde el agobio se mezcla con la inquietud y el horror. Una
película altamente adictiva que cobra aun mas interés en los tiempos que
estamos viviendo.
…Vivarium è un film dove la disperazione si fa strada
poco a poco strisciando: dall’iniziale incredulità si passa allo sconforto,
alla rabbia, infine a una rassegnazione desolata per cui ogni gesto diventa un
automatismo privo di spinta vitale. Persino il tentativo di Tom di scavare un
tunnel è soltanto l’ossessione di un uomo a cui non resta niente altro. È duro
da digerire, Vivarium, perché trasmette sensazioni di angoscia molto concrete e
molto attuali, e perché i due protagonisti sono personaggi molto ben scritti
nella loro normalità. Viene facile affezionarsi a loro e seguire con sgomento
crescente la vicenda paradossale in cui vengono coinvolti, non si sa da chi e
non si sa perché.
Ecco, se siete tra quelli che pretendono una
spiegazione a ogni costo, Vivarium vi lascerà con un fastidioso senso di
insoddisfazione, dato che non offre spiegazioni. Ma, lo dicevamo prima, è
un’allegoria, e il fatto di essere capitati in una sequenza infinita di giorni
tutti uguali non ha bisogno di molte spiegazioni…
lunedì 30 novembre 2020
I démoni di Andzej Wajda - Francesco M. Cataluccio
“Wer der Dichter vill verstehen
Mus in dichters lande gehenn”
(Chi vuol capire il poeta
deve recarsi nel suo paese)
W. GOETHE
Autore di
quaranta film e di quasi altrettante regie teatrali ANDRZEJ WAJDA (Suwałki, 6
marzo 1926–Varsavia, 10 Ottobre 2016) è un artista difficilmente comprensibile
senza conoscere la Polonia e la sua drammatica storia. Questo è il motivo per
cui i suoi capolavori (come I dannati di Varsavia, 1957; Ceneri
e diamanti, 1958; Tutto in vendita, 1968; Il bosco di
betulle, 1970; Le nozze, 1970; Paesaggio dopo la
battaglia, 1970; La terra della grande promessa, 1974; Le
signorine di Wilko, 1974; L'uomo di marmo, 1976; Senza
anestesia, 1978; Korczak, 1990; Katyn,
2007) sono stati apprezzati nel mondo soltanto per i loro valori formali e per
la denuncia politica, ma non hanno mai avuto il successo di pubblico che
avrebbero meritato.
I film di Wajda attendono ancora di essere considerati nella loro complessa trama culturale, anzitutto letteraria. La metà dei suoi film infatti sono tratti da romanzi o racconti della letteratura polacca o russa e sono un'efficace fusione della storia con i romantici drammi nazionali e personali, la pittura e le immagini dell’arte polacca.
Wajda ha forse incarnato e interpretato, come nessun altro intellettuale polacco, l’autocoscienza del suo paese. Le sue opere sono sempre sorte da una personale riflessione e denuncia di un particolare momento della storia della Polonia e hanno puntualmente suscitato accese discussioni e polemiche. È stato certamente uno dei più grandi registi del dopoguerra. Un regista molto letterario.
Ricordo una
delle nostre chiacchierate quando, alla fine di maggio del 1988, l’Università
di Bologna, tra sbuffi di ermellino, mantelle color menta e cilindri
appartenenti a teste assai più larghe, conferì al cinquantanovenne Wajda la
laurea honoris causa in Lettere. Nel discorso di
ringraziamento il regista polacco accusò l’Occidente di dimenticare che
l’Europa non si ferma al muro di Berlino “dove si ergono barriere di filo
spinato e Cerberi al guinzaglio abbaiano spaventosamente a ogni alba, quando si
spengono I riflettori che sorvegliano la cosiddetta frontiera della pace”.
Togliendosi gli occhiali e dando alla sua voce un tono di fierezza, ribadì che
“l’Europa, nella nostra coscienza polacca, esiste come unità spirituale che,
attraverso i secoli, è stata creata e cementata dai suoi grandi scienziati,
scrittori e artisti”. Disse che Dostoevskij aveva pronosticato l’arrivo di un
tempo in cui l’inizio sarebbe stato la totale derisione di tutto e concluse
citando una frase di Antonio Labriola: “La libertà di parola non consiste nella
libertà di tacere”.
Oltre al discorso di ringraziamento, Wajda si era preparato anche una lezione sul suo autore preferito: Fëdor M. Dostoevskij. Ma non gliela fecero tenere, sostenendo che quello che aveva detto era più che sufficiente. Così lo scrittore russo divenne il protagonista di un suo monologo mentre passeggiavamo sotto i portici di Bologna, tra scrosci d’acqua da una parte e file di manifesti annuncianti la visita del Papa, ritoccati nei modi più volgari, dall’altra. Ogni tanto ci fermavamo per dar modo a Wajda di cavar di tasca il suo inseparabile quadernetto e disegnare le cose più svariate: statue, variopinte biciclette, volti, file di prosciutti appesi. E io ne approfittavo per trascrivere il più velocemente possibile, sul mio bloc-notes a quadretti, quello che lui aveva detto.
Come tutti i
polacchi, Wajda aveva un rapporto controverso con Dostoevskij: “Anzitutto
perché è russo. Ho molti amici laggiù, ma non posso dimenticare, ad esempio,
che mio padre, ufficiale di carriera, fu assassinato nella primavera del 1940,
a Katyn, assieme ad altri quattromila prigionieri polacchi, dalle forze di
sicurezza sovietiche. Poi, perché parla sempre male e con disprezzo dei
polacchi (e i polacchi sono suscettibili!)”.
Nello scontro tra i polacchi e i russi, come nel caso dell’ultima tragica insurrezione del 1863, Dostoevskij vedeva infatti “la guerra tra due cristianesimi, l’inizio della futura guerra tra l’ortodossia e il cattolicesimo o, in altre parole, tra il genio slavo e la civiltà europea”. Ci è lontano, diceva Wajda, perché non è legato all’Europa come noi polacchi. Non a caso Milan Kundera, quando, a Praga, gli proposero di scrivere sotto pseudonimo un adattamento dell’Idiota, disse che avrebbe preferito morire di fame piuttosto che mettere mano a quest’opera di gesti eccessivi, di profondità putride, di una sentimentalità aggressiva, dove i sentimenti acquistano un valore assoluto. E per protesta si rimise a leggere Jacques le fataliste di Diderot. Però Wajda riteneva che la grandezza di Dostoevskij consisteva proprio nel non lasciare indifferenti: o lo si ama o lo si deve odiare. E, tutto sommato, lui lo amava molto. Glielo fece conoscere, negli anni cinquanta, un “giovane scrittore arrabbiato” polacco: Marek Hłasko – autore, tra l’altro, della bella raccolta di racconti L’ottavo giorno della settimana (Einaudi 1959), che morì suicida in Germania nel 1969.
“Marek
sapeva quasi tutti I demoni a memoria. Mi propose di farne una
riduzione, magari per il teatro. Ma non riuscivo a raccapezzarmi tra tutti quei
personaggi. Per fortuna mi capitò tra le mani una lettera di Dostoevskij a una
certa signora Obelonskaja che voleva fare un adattamento de I fratelli
Karmazov, dove egli le consigliava di scegliere qualche frammento, qualche
idea, qualche personaggio, e su questi costruire una nuova opera. Questa è
l’unica strada che può aver successo. Non ce n’è un’altra. E l’adattamento di
Camus mi sembrò esser fatto secondo questo spirito. C’è inoltre un altro
aspetto che autorizza il suo trasferimento sulle scene: Doestoevskij è il
teatro. Per lui, infatti, l’essenza dell’uomo è la menzogna. E il mestiere
dell’attore è una continua menzogna. Inoltre Dostoevskij è dialogo,
discussione. Il teatro è ormai l’ultimo luogo dove la gente ascolta i dialoghi
e attraverso il dialogo con gli attori crea un magico senso di comunità”.
Di
Dostoevskij, Wajda mise in scena, a varie riprese, per il Teatr Stary di
Cracovia: I demoni, Delitto e castigo (“di tutte
le regie che avevo visto mi era sembrato che i registi si fossero sempre
concentrati sul delitto e non avessero lasciato alcun spazio al castigo. Il
castigo, invece, inizia nello stesso momento del delitto”), e L’idiota.
Quest’ultimo spettacolo, secondo me il suo capolavoro, si intitolava in realtà Nastazja Filipowna (1977) e si concentrava soltanto su dall’ultimo capitolo dell’ Idiota. Andrzej Wajda (che poi lo traspose anche per il cinema con l’attore giapponese Tamasaburo Bando: Nastazja, 1994) allestì una semplice scena dove i due protagonisti, il principe Myškin e Parfen Rogožin si incontrano sul cadavere di Nastas'ja/Nastazja. Due attori soltanto (i bravissimi Nowicki e Radziwiłowicz), una candela, un’icona, una vecchia scrivania, due sedie. Il miracolo del teatro e della parola di Dostoevskij erano tutti lì. Gli attori recitavano, improvvisando varie parti del romanzo, assemblando le frasi come sotto l’effetto di una scossa elettrica, rischiarati soltanto dalla candela davanti a un’icona: un piccolo segno luminoso che stava a ricordare l’esistenza di una, seppur flebile, speranza, un’alternativa al male e, allo stesso tempo, mostrava la sua buia potenza.
Infervorato a parlare di Dostoevskij e dei suoi spettacoli teatrali (del film I demoni, uscito allora a Parigi, e accolto assai freddamente, non volle dire niente), Wajda disse una cosa che sembrava contraddire quanto aveva sostenuto in precedenza e dimostrava la complessità del suo rapporto con lo scrittore russo: “Nel suo libro su Dostoevskij, Mackiewicz si chiede perché egli sia uno scrittore più europeo degli altri, pur essendo il più russo. Sono d’accordo con la sua risposta, credo che questa sia la chiave: perché i suoi romanzi, molti dei quali cominciano con un motto evangelico, in quei casi rappresentano il tentativo di costruire storie di quell’idea tratta dai Vangeli. Questo legame di Dostoevskij con i Vangeli ce lo rende attuale”…
Un tema che
stava molto a cuore a Wajda era quello della Decadenza. Come molti altri
intellettuali polacchi viveva la tragica cadenza della storia del proprio paese
come il segno di un lento scivolare dell’Occidente verso l’Abisso. Un abisso
però senza clamori, del quale a mala pena ci accorgeremo. Come nella poesia del
Premio Nobel Czesław Miłosz Canzone sulla fine del mondo: “Il
giorno della fine del mondo/ L’ape gira sul fiore del nasturzio,/Il pescatore
ripara la rete luccicante./nel mare saltano allegri delfini/(…) E chi si
aspettava folgori e lampi./ Rimane deluso./E chi si aspettava segni e trombe di
arcangeli,/Non crede che già stia avvenendo…/”.
Pur essendo attentissimo e partecipe delle vicende politiche della Polonia (dopo 1989 fu addirittura senatore per il raggruppamento legato a Solidarność), Wajda a volte si esprimeva davvero come il figlio di un’altra epoca. A proposito della traduzione polacca del mio libro sull’Immaturità, mi scrisse sorprendentemente: “I giovani non maturano più perché manca loro una rigida educazione militare!”. Per spiegare i problemi del suo litigioso paese, diceva spesso con rammarico: “Purtroppo sta definitivamente scomparendo la generazione di prima della guerra, che aveva fatto buone scuole, conosceva il latino, credeva nei valori, aveva il culto della verità…”.
Aveva il
mito di Józef Konrad Korzeniowski. Quest’ultimo sarebbe poi Joseph Conrad che,
pur non avendo scritto neppure una riga in polacco, viene considerato sulle
rive delle Vistola come un campione della loro causa, un nemico della Russia e
delle idee rivoluzionarie che negano la libertà individuale e sono legate a una
“logica orientale” (si veda in proposito il libro di Conrad molto amato da
Wajda: Sotto gli occhi dell’Occidente, del 1911).
Wajda, come tutti quelli della sua generazione, si era formato nel culto dei valori conradiani: “Nel 1966 un famoso produttore americano mi propose di girare un film tratto da Cuore di tenebra. Non se ne fece niente. Coppola ha poi girato Apocalypse now e credo che abbia trovato la formula giusta per fare un film da Conrad: soltanto allontanandosi dal modello dello scrittore si può creare una situazione nella quale si può dire ciò che Conrad aveva espresso. Io forse avevo letto troppo quel libro. Non so se sarei stato in grado di farne un buon adattamento. Però Coppola l’ha letto troppo poco, ha dimenticato di leggersi la fine. E invece Conrad aveva scritto quel romanzo proprio per la fine. È lì la cosa più importante: Marlowe (nel film mi sembra si chiami Willard) torna a Londra, va dalla fidanzata e le dice che Kurtz è un uomo a posto. Così si comporta un vero gentleman, un polacco!
Nessun altro
si comporterebbe così. Se Coppola avesse fatto tornare Willard e dire al figlio
di Marlon Brando che suo padre era uno perbene, avrebbe sconvolto tutta
l’America! Da Conrad ho invece girato, nel 1976, La linea d’ombra,
che è un libro sul passaggio all’età adulta. La linea d’ombra è quell’incerto
tratto che separa l’adolescenza luminosa dell’età matura che invece è in ombra.
Nel film ho cercato di descrivere quel momento, terribile e meraviglioso allo
stesso tempo, un momento di grande paura in cui bisogna prendere delle
decisioni da cui dipende la vita degli altri. I soggetti dei romanzi di Conrad
sono molto lontani da noi, ma c’è in lui un particolare moralismo, una
prospettiva esistenziale che è molto vicina a una certa tradizione spirituale
polacca”.
Di un testo letterario, Wajda riusciva a scoprire la “cassa di risonanza”, il filo che esalta la vicenda e mette in luce tutto il suo valore simbolico ed emblematico. In due film in particolare Wajda è stato capace di rendere con le immagini quell’atmosfera che nei racconti, da cui sono tratti, era appena suggerita o non espressa appieno. Si tratta de Il bosco di betulle (1970) e Le signorine di Wilko (1979), tratti di due racconti del grande poeta e scrittore Jarosław Iwaszkiewicz (1894-1980) (in italiano: Le signorine di Wilko, Ponte Sisto, Roma 2010).
Così li spiegò Wajda, durante un’intervista autunnale che gli feci nel giardino della sua bella villetta nel vecchio quartiere di Żoliborz, a nord di Varsavia: “Sono due film sulla morte. Sull’impossibilità di tornare nello stesso posto, alla stessa situazione, allo stesso clima. L’unico scampo che c’è alla morte è l’amore, l’unica grande forza che possa contrapporsi all’istinto di morte. Su questa contrapposizione , che un po’ forza il discorso di Iwaszkiewicz, ho giocato tutto Il bosco di betulle. Andai a prendere in prestito al Museo Nazionale di Varsavia il quadro del pittore ‘decadente’ Jacek Malczewski, intitolato Thanatos.
Volevo che
quella donna con la falce della morte stese appesa alla parete della casa della
guardia forestale dove abitano i protagonisti. Mentre questo è un film
primaverile, Le signorine di Wilko è un film sull’autunno
della vita. Ebbi la fortuna di girarlo in uno degli autunni polacchi più belli
degli ultimi decenni. Il Tempo ha nel film una grande importanza. In fondo
Iwaszkiewicz ha molti punti in comune con Proust”.
Troppo
preoccupato delle immagini, Wajda sosteneva di non potersi occupare delle
sceneggiature. Raramente le scrisse lui. Quando in un romanzo o in un racconto
trovava un’idea che lo colpiva, cercava lo stesso autore, o uno sceneggiatore
di professione, e chiedeva loro di scrivergli i dialoghi. Spesso da romanzi
mediocri riusciva a fare film bellissimi, come nel caso de La terra
della grande promessa (tratto da La terra promessa, 1898,
del Premio Nobel Władysław Reymont) o Cenere e diamanti (1948,
dall’omonimo romanzo di Jerzy Andrzejewski).