martedì 17 marzo 2020

Volevo nascondermi – Giorgio Diritti

chi ha visto a suo tempo lo sceneggiato tv con Flavio Bucci faccia finta di non averlo mai visto.
per me è l'ultimo film prima della chiusura, eravamo pochi e distanti.
Elio Germano fa un lavoro straordinario (come qualche mese fa aveva fatto Favino) e lui è Ligabue, non solo interpreta, è entrato nei suoi panni.
e vedere quell'uomo escluso, maltrattato, emarginato, per tutta la vita, fino a quando diventa famoso (e una fonte di reddito per un po') di gente fa sempre male.
non vi dico di andare in sala, ma come e quando capiterà non trascuratelo, merita - Ismaele







…Il film ripercorre con dolente affetto le principali tappe della biografia dell’artista: l’abbandono, le umiliazioni, le ingiustizie, la solitudine, lo sradicamento, una vita da nomade e selvatico. Il suo ritardo mentale forse era irrimediabile, ma ci viene indotto il dubbio che fosse una conseguenza nefasta delle continue violenze e vessazioni su un carattere già insolitamente schivo e meditativo. Nutrì per lunghi anni nel silenzio un disperato amore per la madre, fino a scoprire dai giornali della sua morte per avvelenamento, pare causato dal marito. Quando infine nella rigorosa Svizzera dove era nato non ci fu più posto per un soggetto così disturbante e con troppi eccessi, venne dichiarato italiano e rispedito in una patria straniera della quale non conosceva nemmeno una parola…

…Con una figura mitica come quella di Antonio Ligabue il rapporto sembra ribaltarsi. Fin dalla prima scena, quasi un calco da “Elephant Man”, con l’occhio del futuro artista che (ci) guarda nascosto dentro un sacco, al centro c’è il diverso, l’elemento di disturbo. Ma la dimensione comunitaria resta decisiva per questo allievo di Olmi che sa resuscitare come nessun altro mondi scomparsi o semplicemente invisibili.

Articolato in blocchi narrativi indipendenti, il film ripercorre l’intera parabola del grande pittore mostrando tutto l’essenziale senza spiegare nulla. Ma cosa significa “essenziale”? Qui Diritti impone il suo metodo e il suo stile. Dalla terribile infanzia in Svizzera all’arrivo in Italia, appena 19enne e già respinto da tutti, o quasi tutti; dalla vita selvatica sugli argini del Po, come un Gollum della Bassa, alla consacrazione artistica; dai ricoveri in manicomio alla furia quasi sciamanica con cui Ligabue si immedesima negli amati animali dipinti, sullo schermo sfilano le stazioni di una vita diversa da tutte che tutte le comprende, malgrado traumi e privazioni.

Per questo, con la prova semplicemente sovrumana di Elio Germano giustamente premiato a Berlino, è così importante il piccolo mondo che gli ruota intorno. L’amico scalpellino che lo protegge e quasi lo adotta; l’artista Mazzacurati che lo scopre e lo porta a Roma; il regista Raffaele Andreassi che gli dedica documentari decisivi. Per non parlare delle donne, che Ligabue brama ma non avrà mai, anche quando ormai è ricco e famoso. Tanto da iniziare a vestire lui stesso abiti femminili, per appropriarsi magicamente di ciò che gli è negato.

Alla fine, grazie anche a un’ambientazione miracolosa per grazia e esattezza, non sappiamo più se è quel mondo a rivelarsi in Ligabue o viceversa. E questo, in un paese - un cinema - che della distruzione della memoria sembra aver fatto un dovere, è davvero un regalo.

…Il regista inoltre trova in un attore sensibile e epidermico, nervoso e riottoso quanto basta come Elio Germano, il più azzeccato interprete in grado, se non proprio di far dimenticare (sarebbe impossibile, oltre che immotivato), almeno di mettere da parte per tutta la durata del film la già epica e magistrale interpretazione che ne fece il grande e recentemente compianto Flavio Bucci nella altrettanto riuscita ed indimenticata versione televisiva a puntate del 1977 a cura di Salvatore Nocita.   
Splendida l'umanità che il sensibile attore romano - truccato per l'occasione in modo realistico ma perfetto in modo tale da immergersi anche esteriormente nei panni dell'artista - fa percepire in modo palpabile nel rappresentare un reietto ruvido e riottoso, ma anche insicuro e complessato (soprattutto nei confronti delle donne, che ama e teme con la stessa incongrua e contraria forza d'impeto), costretto a vivere nell'isolamento e in condizioni di vita materialmente sin estreme, quando comprende che la pittura riesce, più di ogni altra forma di comunicazione, più che di arte vera e propria, a creare in lui una connessione ideale utile a renderlo finalmente partecipe, rivalutato e finalmente riverito, nei riguardi di un mondo insensibile e crudele che, fino a poco prima, non ha saputo fare di meglio che rifiutarlo, deriderlo, umiliarlo.

…A sfuggire però tra le dita è il senso del dover raccontare Antonio Ligabue, proprio per la natura così peculiare e unica dell’artista. Diritti, impossibilitato a venir meno alla rappresentazione della follia, dell’anarchismo, della brutalità anche del personaggio si limita alla metafora animale, perdendosi dietro qualche cielo di troppo alla ricerca di una natura che dovrebbe rappresentare l’antitesi della società. Ma dell’intimità di Ligabue vien fuori un groviglio di pensieri senza una reale forza, se non quella di rinverdire le sue ossessioni (le motociclette e le automobili): tutto rischia di perdersi dunque dietro l’ennesimo racconto di un geniale disperato che vorrebbe ritrovare la carezza perduta della madre. Un po’ poco, ma soprattutto un po’ stucchevole. A salvare parzialmente il tutto è l’interpretazione di Elio Germano, che pur costretto a muoversi gobbo, a farfugliare, a nascondersi, riesce a restituire una (dis)armonia non priva di dolcezze, e ad apparire credibile e umano anche nelle sequenze che lo spingono con più forza verso la macchietta – che è però sempre in grado in maniera quasi miracolosa di evitare.

La biografia dannata dell’artista declinata nell’ottica della diversità, del dialogo tra emarginazione e integrazione: sin dal titolo e dall’incipit occluso nel buio della coperta sotto la quale Antonio Ligabue si sottrae allo sguardo del medico italiano che lo sta prendendo in cura, Volevo nascondermi (in Concorso a Berlino 70 e in sala dalla prossima settimana) si propone come un testo in prima persona, prevalentemente concluso nella sensibilità differente di un uomo dalla biografia sfortunata e dal talento connaturato. Giorgio Diritti cerca la chiave d’accesso al personaggio seguendo il suo instinto d’autore, portato a raccontare sentimenti di estraneità, punti di vista radicali sul mondo, transizioni difficili tra stati di confusione, stratificazioni di solitudini e tentativi di dialogo col mondo. Non un biopic, insomma, tanto più che sorge irrefrenabile la tentazione del confronto con lo storico sceneggiato di Salvatore Nocita del 1977, vero e proprio testo divulgativo a livello nazionale del personaggio e dell’arte di Ligabue realizzato ad appena una dozzina d’anni dalla sua scomparsa. Volevo nascondermi cerca piuttosto la strada del ritratto introspettivo, affidandosi molto alla fotografia pulsionale dell’ottimo Matteo Cocco per scardinare il rischio della semplice agiografia in damnatio artis. La narrazione è tutta puntata sulla performance assolutistica di Elio Germano, che incorpora l’intinto quasi ferino del Ligabue nella sua foga fisica, gestuale, aiutato non poco dal makeup e dalla capacità di tenere insieme un universo rievocativo della Bassa padana e una percezione soggettiva della realtà naturale in cui si muoveva…





sabato 14 marzo 2020

Te doy mis ojos – Iciar Bollain

un film che mostra un quadretto di vita di una coppia dove la violenza è frequente e la paura della violenza è costante e senza fine.
e dimostra che Antonio non è un violento assoluto, è, dice lui, innamorato e geloso, ma non riesce a controllarsi.
Pilar non lo lascia per il ricordo del loro amore, per amore del bambino, soffre, quasi si vergogna a parlarne.
la vita di Pilar è un inferno, Antonio alterna momenti tranquilli a momenti violenti, la partecipazione al gruppo di uomini (malati) che non riescono a relazionarsi a una donna senza sopraffarla, sotto la guida di uno psicologo, serve a poco.
al tempo del film del femminicidio non esisteva ancora il nome, la violenza sì che aveva il nome, è nelle case che succedono la maggior parte dei drammi.
il film non mostra la violenza, che sappiamo che esiste, si respira (solo!) la paura di Pilar, e le violenze non sono solo fisiche, sono psicologiche, sono le terribili parole che feriscono, che annientano, che fanno male, che non lasciano respirare, che uccidono dentro, che lasciano immobili e impotenti, che quasi non si riesce a pensare una via d'uscita.
poi si fugge, ma non si resiste, si viene ripresi nella trappola, per un malinteso senso dell'amore, per i figli, per la normalità.
insomma se pensi di goderti un film che fa ridere lascia perdere.
una regista di serie A, per la quale scrive Paul Laverty (lo sceneggiatore di Ken Loach), attori al meglio, che fanno male a chi vede il film.
ma se vuoi vedere un film davvero grande (e doloroso) non perdertelo.
buona visione - Ismaele 





QUI il film completo, in spagnolo



…La regista madrilena (con un passato di attrice alle spalle) impagina un capolavoro che rapisce lo spettatore per l’intensa, lucida e commovente messa in scena. Bollain tratta lo spinoso tema della violenza all’interno delle mura domestiche in maniera non scolastica e convenzionale ed, invece, di mostrare il classico uomo rozzo e crudele che tiranneggia la moglie, con schiaffi e pugni, lima e sottrae al massimo la narrazione, regalando allo spettatore, una storia d’amore disperata e senza sbocchi dove non ci sono né vincitori, né vinti, né buoni o cattivi ma soltanto due anime che, pur amandosi, non possono vivere insieme. La regista non regala ad Antonio la faccia del cattivo ma lo descrive come un uomo insicuro, fragile ed infantile che adora la moglie ma è ossessivamente divorato dalla gelosia e dalla paura di perderla. Per tenerla legata a sé frequenta una terapia di gruppo per mariti violenti. Il terapeuta si limita a d ascoltare le sue storie e quelle degli altri pazienti e suggerisce loro, ogni qual volta sono sul punto di essere sopraffatti dal loro istinto violento, di pensare ai momenti in cui hanno trovato pace e serenità e di appuntarli su un quaderno. Antonio ce la mette tutta, segue alla lettera il suo consiglio ed annota sul suo quaderno un fiume di commenti e riflessioni, provando così a tenere a freno i propri impulsi violenti e distruttivi. Sua moglie è però sempre più libera, indipendente ed emancipata, il suo lavoro di guida turistica l’affranca sia da un punto di vista culturale che relazionale ed Antonio, modesto commesso in un negozio di elettrodomestici, non può che sentirsi inferiore ed inadeguato. Pilar non gli perdonerà l’ennesimo scatto d’ira e ad Antonio, solo e disperato, tenterà il suicidio. Non meno toccante la figura di Pilar, una donna coraggiosa, fiera e sensibile che non piega mai il capo e, pur di star al fianco del marito, ingoia umiliazioni, botte e mortificazioni, fiduciosa che, grazie al suo amore ed al trattamento psicoterapico, lui guarirà. Sola e senza amiche, nelle prime battute del film, deve lottare contro la madre (Rosa Marìa Sardà) che la critica per essere fuggita di casa e le ripete, come un disco rotto, che il suo posto è accanto al marito e successivamente contro la sorella che non le perdona di aver ridato fiducia ad un uomo manesco e violento. Dopo l’ennesimo scatto del marito, affranta ed addolorata, realizza che il suo sogno si è infranto e, mostrando maturità e forza d’animo, decide di vivere senza di lui. La regista lascia (volutamente) gli scatti di Antonio quasi sempre fuori campo e con questa sua scelta rende ancora più claustrofobica e pesante l’atmosfera che si respira nel film. Laia Marull e Luis Tosar, in stato di grazia, con la loro indimenticabile interpretazione, rendono ancora più struggente e pulsante la vicenda. Vincitore di sette premi Goya; miglior film, regia, attore protagonista (Luis Tosar), attrice protagonista (Laja Marull) attrice non protagonista (Candela Pena) sceneggiatura e suono.

Per le donne tra i 15 e i 44 anni la violenza è la prima causa di morte e di invalidità. Te doy mis ojos di Iciar Bollain analizza questa situazione attraverso Pilar e Antonio e le persone che li circondano: una madre che giustifica la situazione, una sorella che non capisce fino in fondo, ed un figlio che vede tutto ma non dice niente. Quando l'amore si trasforma in paura, controllo e potere in un inverno spagnolo che ricopre con un manto freddo e intimo le membra gelate di un passato funestato dalla violenza. Pilar scappa, ma continua a fare l’amore con lui, in un'unione solo fisica dai cuori asincroni. Scoperto il nascondiglio della moglie Antonio inizierà una pressante opera di riconquista, corteggiandola e riempiendola di pensieri affettuosi e regali per riportarla sotto il tetto coniugale, iscrivendosi anche ad un gruppo di terapia collettiva rivolto a uomini che maltrattano le proprie donne e cercando così di dare concretezza alle sue promesse di cambiamento. Un film onesto che mette in luce tanti meccanismi viziosi della violenza domestica: la tendenza all’ereditarietà del rapporto umiliante, con la madre di Pilar che invita la figlia a tornare comunque da Antonio per sopportare ogni prevaricazione come lei ha fatto con il defunto marito.

…The movie doesn't go in for elaborate set-pieces of beatings and bloodshed. He is violent toward her, yes, but what's terrifying is not the brutality of his behavior but how it is sudden, uncontrollable, and overwhelming. There is a time, after she has returned to him once again, where his anger grows and grows until finally he strips her down to a brassiere and shoves her out onto the balcony, to be seen by the neighbors, since after all that's what she wants, isn't it? To parade before strange men?
Laia Marull is powerful as Pilar, a woman who slowly, through hard lessons, is learning that she must leave this man and never see him again and not miss him or weaken to his appeals or cave in to her own ambiguity about his behavior. She may think (and some viewers of the film might think) that she is simply a victim, but when she returns to him, she gives away that game. She knows it's insane, and does it, anyway…

venerdì 13 marzo 2020

La Bastille – James Watkins

James Watkins è il regista di quel grandissimo film che è Eden Lake, quindi non fate confronti.
a parte che in questo film i buoni sono della CIA, è comunque un bel film, una corsa contro il tempo.
leggo da qualche parte che la sfortuna del film è che è uscito subito dopo gli attentati di Parigi, peccato.
attori bravi, i bastardi questa volta sono una banda di poliziotti e un ministro, ladri e fascisti, e vederli e smascherarli, almeno nel film, è una cosa che dà proprio soddisfazione.
buona visione - Ismaele









…Come in ogni action movie che si rispetti, nella epica battaglia tra le strade di Parigi  i buoni avranno la meglio sui cattivi, ma devono faticare non poco. E lo fanno senza troppi interventi di computer grafica: lo spettacolare inseguimento iniziale è stato girato realmente sui tetti di Parigi, per l’occasione solo truccati per ragioni di sicurezza, con una preparazione – compresa quella dei due protagonisti – durata sei settimane.
Nella sua totale prevedibilità, Bastille Day è un vivace e piacevole  film di intrattenimento, dove i buoni vincono sempre e l’impossibile (perfino per Idris Elba) diventa possibile. Soprattutto a noi è parso il banco di prova di un action hero che riempie lo schermo con una affascinante fisicità e un futuro da superstar.

… Ma se si è disposti a non farsi troppe domande tipo sul perché a Parigi tutti parlino l’inglese, non tutto è da buttare. Il film scorre, offende il minimo, osa due o tre scelte quasi originali e azzecca un paio di battute (ho riso di gusto quando Elba chiede a Madden “Are you in love? Are you writing a novel? Then what the fuck are you doing in Paris!”), mentre Madden e il resto del cast si fanno piccoli piccoli per non disturbare Idris Elba che picchia duro, incenerisce con lo sguardo, infila one-liner, canta sui titoli di coda e in generale convince pure in una prova di puro pilota automatico…

…Se solo Watkins avesse avuto l’ardire di spingere maggiormente l’acceleratore sul pedale del malcontento sociale e della corruzione nelle alte sfere, Bastille Day sarebbe potuto divenire un piccolo oggetto di culto, sorta di pellicola manifesto su tutti i movimenti “alternativi” che imperversano nei vari paesi europei e non. Purtroppo si è scelta la strada più semplice, quella di un thriller action in cui la cornice di una qualche ambizione rimane pretestuosa ed il contenuto principale resta quello delle armi che fanno fuoco e degli inseguimenti in auto o piedi, ambito nel quale c’è peraltro da segnalarne uno discretamente efficace sui tetti parigini che ricorda molto da vicino quello girato da Roman Polanski in Frantic (1988). Gli appassionati del genere troveranno dunque pane per i loro denti, senza però che Bastille Day compia quel salto di qualità verso il lidi dorati della serie B intelligente. Quel che rimane è un thriller fortemente venato d’azione dove i colpi di scena arrivano telefonati e in dosaggio omeopatico, con Watkins fortemente impegnato a rispettare le rigide regole del simbolico manuale dell’ordinario artigiano, intenzionato in primo luogo a condurre in porto il film senza infamia né lode…

giovedì 12 marzo 2020

You Were Never Really Here - Lynne Ramsay

Lynne Ramsay gira negli Usa, ma non fa un filmetto, anzi.
Joaquin Phoenix è il protagonista del film, è un killer su commissione, e questa volta deve salvare una ragazzina, rapita per fare la prostituta.
Joe, questa volta, anzichè uccidere deve salvare.
il film cita altri film, sembra roba già vista, ma è un errore pensare solo così.
nelle mani di Lynne Ramsay e con l'interpretazione di Joaquin Phoenix questo diventa un film da non perdere.
come sempre la regista fa film ruvidi, poco simpatici, ma questo è il suo cinema, per fortuna.
buona visione - Ismaele






…Il montaggio, apparentemente confuso e disordinato, è rappresentativo della volontà di scarnificare l’opera. All’interno della quale i contenuti sono suggeriti, anziché mostrati. Le scelte stilistiche rendono intuibili i motivi della sofferenza e della desolazione di Joe. Provato a causa dei traumi subiti sia in infanzia che sul campo di battaglia, e a causa della sua condizione attuale. Incapace di adattarsi al mondo Joe ha tendenze suicide, senza mai però riuscire a portare a termine il suo intento soprattutto per le responsabilità nei confronti della madre, di cui si fa carico. Le scene dei tentati suicidi si alternano a visioni della sua fanciullezza e della guerra, che rendono chiaro il passato psicologico del protagonista…

Non mi interessa minimamente sapere se A Beautiful Day - You Were Never Really Here vi è piaciuto, piace o piacerà. Così come, del resto, non mi interessa dire se questo film mi è piaciuto e quanto. Trovo molto meno futile e insensato, invece, porre il quarto lungometraggio di Lynne Ramsay in una prospettiva che tenga conto dei suoi precedenti film e che, alla luce di questi, favorisca una piccola riflessione sulla poetica della regista scozzese.
Il cinema di Lynne Ramsay è un cinema del condizionamento, seppure possa sembrare davvero tutta un'altra cosa. Fin dai suoi primi corti, passando per Ratcatcher (1999) e approdando a Morvern Callar (2002), si tratta di un cinema che imprigiona i personaggi in un contesto soffocante e inesorabile. La pressione/oppressione ambientale è particolarmente forte in Ratcatcher: una Glasgow cenciosa e traboccante di rifiuti scrive il destino del piccolo James Gillespie con un'evidenza melmosa e infettante. Non c'è via di scampo da questo immondezzaio purgatoriale, se non in un escapismo post mortem: James immagina il trasloco della famiglia nei nuovi e più confortevoli immobili solo mentre sprofonda nelle stesse acque stagnanti del canale in cui ha provocato l'accidentale annegamento di un compagno di giochi. Ed è lo stesso contesto pestilenziale ad aver posto le premesse concrete dell'annegamento. Di fatto, è Lynne Ramsay che, per interposta fantasticheria, offre al piccolo protagonista un'impossibile via di fuga in punto di morte. Per quanto stringente e palese, il modello della Mouchette bressoniana viene superato da questa rêverie che, in una certa misura, squarcia idealmente l'esiziale determinismo ambientale. Resta il fatto che la realtà messa in scena non offre ipotesi di salvezza, se non in questo epilogo immaginario…

…In You were never really here i rimandi a Taxi Driver si sprecano: il reduce alienato, la prostituzione minorile, le carrellate lungo i quartieri sordidi, la brezza impetuosa del putridume cittadino che soffia e leviga il volto stremato del personaggio, il senatore corrotto come simbolo della base di tutto il male che c’è in giro; persino il metodo stanislavskijano di Phoenix, con cui trasforma se stesso nel fisico e nell’attitudine, sa di quell’irresistibile De Niro. Secondo Lynne Ramsay la storia era già appassionante in fase di scrittura ma il personaggio non aveva uno spessore così prima che Phoenix non decidesse di entrarvi e nutrirlo fino a renderlo imponente, quasi biblico, con la sua barba patriarcale…

…Uno de los aspectos más sorprendentes de este inicio de metraje reside en la concepción de que Joe, el protagonista interpretado por el siempre apoteósico Joaquin Phoenix, representa al bando de los buenos pues, basándonos en la imagen obtenida de él durante los primeros compases, presagiamos todo lo contrario. La apatía de su mirada, la desconexión con la realidad y su lacerante misantropía condicionaban nuestra mirada y lo posicionamos, por pura preconcepción, dentro de una atmósfera de criminalidad inexorable. En cierto modo, es verdad que este sicario hace mucho tiempo que vive al margen de conceptos tan categóricos como el bien o el mal. Otra de las historias analépticas presentes en la cinta es la evolución del personaje hasta convertirse en el brutal detective más infame del gremio. Una evolución degenerativa y muy marcada por la constante exposición al trauma violento. Este héroe trágico salido de un híbrido genérico entre el hard boiled y el thriller asiático, recibe el encargo de rescatar a la hija secuestrada de un senador. El entramado argumental, oscuro por naturaleza, se adentrará en lo más sórdido de los suburbios neoyorquinos para seguir el rastro de depravación y perversión presente, tanto en los orquestadores del secuestro, como en el propio escenario de interacción dramática, a través del cual el protagonista se abrirá paso a golpe de martillo hasta lograr alcanzar una merecida serenidad redentora que lo concilie consigo mismo.

… Ramsay directs in an engrossing way, pulling it up from a standard thriller to the classic greatness ranks of the similar-themed Taxi Driver. This is an uncompromising and well-made film noir, told with useful flashbacks to fill us in on the backstory. It’s about as good as it gets when it comes to oddball tough-minded psychological dramas. Using minimal dialogue and trying as much as possible to focus on the troubled hitman rather than his acts of violence, the heart of the film centers on the inward awareness and torture of the pained protagonist trying to cope with his predicament. It’s a timeless film to savor, one I might reconsider as a masterpiece with further viewings.

mercoledì 11 marzo 2020

Le Gang des otages (Quelli della banda Beretta) - Edouard Molinaro

tralasciando il titolo italiano, davvero infelice, Le Gang des otages è un perfetto film anni '70, come se ne facevano anche in Italia.
banditi e poliziotti che si nascondono e si rincorrono, ottimi attori per un film d'azione che non annoia mai.
da recuperare di sicuro, per chi non l'ha ancora visto - Ismaele





QUI il film completo, in francese




Tre asociali, una ex prostituta, un ex ladro, uno schizofrenico, compiono insieme imprese criminali ai danni di un tale Cerutti, gangster e mafioso. I tre si liberano anche di lui e la polizia li arresta. Il capo ispettore se li lascia sfuggire, mentre un umile agente li ferma per caso credendoli tre ladri di mezza tacca.

…ce film de Molinaro (qu'on n'attendait pas forcément là) ne manque pas de qualité: sobre, rigoureux, bien photographié (par Raoul Coutard), Le Gang des otages bénéficie surtout d'une structure de récit maligne (quoique très en vogue dans les années 70). Tout l'itinéraire criminel de Gilbert Nordier (Daniel Cauchy) est ainsi raconté en voix off, lors des auditions des prévenus et des témoins auprès du juge d'instruction. Le film gagne en nervosité, en fluidité. Et dans cette multiplication de points de vue, l'image parfois atteste comme vraies les affirmations des prévenus et parfois, non, révélant des mensonges - visualisation de la difficile recherche de vérité qui trouve son point de tension lors de la scène du meurtre de Cerruti où le film propose de voir deux versions (suivant deux points de vue) d'une réalité possible.
La seconde partie marquant le retour au présent est traitée de manière plus classique mais refusant le sensationnel, Molinaro et son scénariste Alphonse Boudard préfère le réalisme : étonnamment, la prise d'otages et la cavale qui s'en suit ne perd pas en intensité, bien au contraire…