lunedì 20 gennaio 2025

Oh, Canada - I tradimenti - Paul Schrader

tratto da un romanzo di Russell Banks (I tradimenti), il film è una confessione di Leonard Fife (Richard Gere), allapresenza della moglie (Uma Thurman), davanti alla macchina da presa, in un documentario di due ex allievi.

Fife, stimato e acclamato regista, sente il bisogno, in punto di morte, di fare i conti con se stesso e di dare l'interpretazione autentica della sua vita, delle sue fughe, della sua vigliaccheria, della sua ansia di lebertà e di sopravvivenza, in Canada, per evitare di farsi distruggere dalla guera del Vietnam.

lo vediamo da giovane (interpretato da Jacob Elordi) indeciso, insicuro, in fuga dalle proprie responsabilità, abbandonare la moglie e il figlio, che trent'anni dopo dirà, con una faccia tosta degna di migliori cause, di non conoscere.

la sua storia va avanti e indietro, e, come nel film di Pedro Almodovar (qui), la Morte è una protagonista, silenziosa e implacabile.

non c'è molto da ridere, nella storia di un moribondo, malato e confuso, che cerca di raccontare, come può, le sue verità.

inquietante, alla fine, la mini telecamera per spioni.

buona (confusa) visione - Ismaele


 

 

 

…Schrader fa un’operazione che ha, quasi, il sapore di un saluto con un film dentro il film e tutto ciò che ne deriva. Anche perché tutto inizia proprio con la preparazione della location e della videocamera che andrà a immortalare l’ultima intervista del regista. Tutto in maniera pulita, con ogni gesto accompagnato dalla musica e dai titoli di testa fino al primo potente primo piano del protagonista, come a volerlo incorniciare al centro della scena, a prescindere da tutto e da tutti. È di lui che si parlerà, è lui che parlerà, è lui che sarà il filo conduttore della narrazione, sia essa a colori o in bianco e nero. È lui che dovrà mettersi a nudo davanti allo schermo, raccontando e raccontandosi.

Se anche Leonard, come tanti personaggi del regista sceneggiatore, nasconde malessere e contraddizioni, il suo corrispettivo diventa il film stesso, Oh, Canada, che gli permette di dimostrare, ancora una volta, come il cinema sia in realtà uno strumento ambiguo, soggettivo e spesso privo di una verità assoluta e universale.

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…Oh Canada offre una complessa tessitura di elementi narrativi, tra cui la voce narrante di Leonard anziano, il racconto del figlio adulto Cornel, e una vasta gamma di fonti visive, ciascuna presentata con una distintiva esecuzione formale. Schrader compone i ricordi in filmati widescreen in bianco e nero, alcune scene del presente in formato academy e episodi del passato in un formato 2:35:1 a colori.

 

Il modo in cui tali sequenze vengono presentate non segue tuttavia una logica formale rigorosa, a differenza della precedente trilogia composta da First Reformed, Il collezionista di carte e Il maestro giardiniere, creando in tal modo un'accattivante ambiguità nell'uso di flashback oggettivi, narrazioni alterate e impianti estetici.

 

Dove risiede la verità? Ma soprattutto, è possibile trovarla? Esiste davvero? L'impossibilità di giungere a una soluzione emerge come il nodo cruciale del film. Fife, richiamando la psicoanalisi freudiana, suggerisce che la verità si svela attraverso l'interazione con l'altro, piuttosto che tramite una mera affermazione. Il senso stesso della vita è generato dall'ascolto della parola e nello sguardo dell'altro.

 

In questo contesto, l'altro non è soltanto la moglie di Fife, né il personaggio di Malcolm, ma anche il dispositivo di ripresa che filtra la confessione di Fife, costruita su un groviglio di immagini e ricordi che, talvolta, si muovono fluidamente, altre volte, grazie a ingegnosi espedienti di montaggio, generano fratture nel racconto. In entrambi i casi, lo spettatore diviene un testimone di questo profondo scavo interiore, che procede con un ritmo che riflette la mente del protagonista, oscillando tra attimi di apparente lucidità e momenti di intensa confusione, un viaggio nella memoria disturbato dalla malattia, dai farmaci e dai vuoti.

 

Il film si configura, principalmente, come uno dei saggi sul dispositivo cinematografico più belli e commoventi degli ultimi anni: esplora la sua forza affabulatoria e ingannatrice, la sua persuasività e la sua capacità di generare immaginari (la mente di Fife, legandosi alle varie traduzioni visive del dispositivo, ne produce diversi)…

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…Questa volta però, a differenza di capolavori della prim'ora come Taxi Driver e Toro scatenato (dei quali Schrader ha firmato la sceneggiatura) o della sua seconda primavera, come Il collezionista di carte e Il maestro giardiniere (di cui ha curato anche la regia), Tradimenti è confuso e poco a fuoco: il che ha anche un senso drammaturgico, considerato che il suo protagonista è imbottito di antidolorifici che ne alterano il discernimento e racconta la sua vita mescolando fatti e invenzioni. Ma per lo spettatore è difficile venire a capo di una storia che sembra raccontata frettolosamente, dimenticando per strada elementi importanti che probabilmente erano più comprensibili nel romanzo di Banks.
Il che avrebbe ancora una volta un senso rispetto alla vita di Schrader, che negli ultimi anni ha sofferto di una grave malattia respiratoria, ha attraversato un episodio pesante di Covid e visto la sua consorte affrontare l'Alzheimer. Si ha dunque la sensazione che lo sceneggiatore-regista abbia confezionato Tradimenti con la paura di non riuscire a completarlo in tempo, e il risultato finale purtroppo ne soffre. Ci sono molte invenzioni narrative, come il passaggio dal bianco e nero al colore (tendenza frequente nel cinema contemporaneo), il cambio di quattro formati diversi e la scelta di far interpretare Leonard a due attori fisicamente molto dissimili come Jacob Elordi e Richard Gere (inserendo anche in alcune scene del passato un Richard Gere in versione 50enne), o di far incarnare due ruoli, che forse sono in realtà uno solo, alla stessa attrice (Uma Thurman): una struttura drammaturgica che ricorda Io non sono qui di Todd Haynes. Ma l'esito è eccessivamente straniante, al di là dell'intenzione di riprodurre nello spettatore lo smarrimento in cui vive il protagonista…

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… Oh Canada – I Tradimenti è un grandissimo film, l’ennesimo, firmato da Paul Schrader, tratto dal (quasi) omonimo libro di Russell Banks, a cui viene dedicato. Un film carico di ritorni, dal biopic per il regista (memorabile il suo Mishima) alla direzione di Richard Gere ben oltre quarant’anni dopo American Gigolo. Un film che riflette sulla potenza delle immagini e della loro reale finzione, di come tutto possa essere veicolato e reso immortale, creando un universo dentro un universo. Un gioco di macro e micro cosmi dentro ai quali si generano domande e ricerche.

Intenso e commovente, bellissimo fino all’ultimo secondo, Paul Schrader ci accompagna in un viaggio che sembra quasi coincidere con il più classico dei film testamento, dove si guarda indietro per mettere un punto definitivo sul presente. Il passato diventa quindi strumento per conciliarsi con sé stessi, per levarsi qualche sassolino dalle scarpe e lavarsi quindi la coscienza dai peccati commessi. Un viaggio verso la redenzione prima del trapasso, mostrato dai repentini cambi d’attore nella stessa sequenza, espediente registico tanto perfetto quanto straniante…

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…Da calvinista e da regista, Schrader non può credere all’autorità e al potere espiativo del “sacramento” della confessione. Sa che tra le pagine dei racconti e i quaderni dei diari, l’inchiostro scolora e bisogna far i conti con le omissioni e i fraintendimenti. Per questo nella versione di Fife, tra la nebbia dei ricordi, della malattia e dei farmaci, le traiettorie della storia si confondono. Il percorso diventa un labirinto di frammenti esplosi nell’avanti e indietro nel tempo, che faticano a ricomporsi in un’unità coerente. Le cose si ripetono, i volti si duplicano (perché Emma e Gloria hanno lo stesso volto di Uma Thurman? È un cortocircuito della memoria di un vecchio malato o una connessione tracciata nelle interpretazioni dei segni?). I riflessi deformano la realtà, aprono altre dimensioni dello spazio-tempo. Come in quella straordinaria scena in cui, nel bel mezzo di un flashback, il giovane Jacob Elordi cede il posto all’anziano Richard Gere, ma continua ad apparire nello specchio alle spalle del personaggio. L’occhio inganna e quello che sembra un dato acquisito lascia il posto al dubbio. Il viaggio a Cuba, la diserzione… altro momento fondamentale è quello della visita di leva, che sembra omaggiare Un mercoledì da leoni di Milius.

Ma soprattutto Oh, Canada. I tradimenti è un film in cui la teoria alimenta, in ogni istante, la vita della materia. In cui la fede nelle immagini non è qualcosa che ha fare con la loro evidenza, con la loro capacità di restituire corpi, volti, gesti, azioni, dettagli. Né con il funzionamento della macchina. Il dispositivo resta un’illusione e neanche la microcamera nascosta, quella mosca sul muro con cui Malcolm crede di poter catturare l’istante finale, può cogliere il dettaglio essenziale. Quelle labbra che si muovono e che pronunciano le parole segrete. No, la fede nelle immagini è qualcosa che ha a che fare con l’empatia, come Schrader ha tenuto più volte a ricordarci. È questione di umanità, di sensibilità, di intuizione. E, proprio per questo, Oh, Canada. I tradimenti è un film impietoso e tenerissimo sulla vecchiaia, la morte temuta e vista, sullo spettro della malattia. Sui pentimenti e sugli errori fatti, seppur necessari. Sul bisogno d’amore e l’insopprimibile richiamo della libertà.

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…Purtroppo però Oh, Canada zoppica e convince davvero poco, e si rivela ahimè forse il primo film davvero deludente del grande regista e sceneggiatore Schrader.

Non lo aiuta granché né un Richard Gere che, seppur fisicamente coerente col ruolo del dolente e malato protagonista, si contraddistingue per una performance completamente inerte, apatica, risultando la sua prova davvero poco espressiva e convincente. Non molto diversa la resa dello spilungone Jacob Elordi, divetto in crescita che già fisicamente non convince come un giovane Gere, e che continua a non brillare come attore, nonostante il richiamo che lo annovera tra i divi nascenti più promettenti.

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domenica 19 gennaio 2025

Pontypool - Federico Greco

 



Pontypool (Pontypool zitto o muori) - Bruce McDonald

un film che all'inizio ricorda la magnifica invasione dei marziani (di quel genio di Orson Welles)  e poi, senza nessun mostro, la tensione resta altissima per tutto il film.
attori splendidi ti coinvolgono senza che tu possa resistere, insomma un piccolo capolavoro da non perdere (e magari rivedere), stando attenti alle parole.

A.C.A.B.: la Val Susa secondo Netflix vs la realtà che viviamo

In Val Susa abbiamo avuto modo di vedere A.C.A.B., la serie prodotta dalla multinazionale americana Netflix e uscita ieri. Eravamo curiosi di osservare come una fiction di tale portata avrebbe trattato la nostra terra e la nostra lotta. Quello che abbiamo visto non ci ha colpiti: la Val Susa, in questo caso, è solo un pretesto narrativo per introdurre la storia dei reparti celere protagonisti.

È significativo, tuttavia, che la lotta No Tav venga mostrata in modo macchiettistico e violento, in linea oltretutto con la retorica giornalistica che abbiamo visto in questi anni. La rappresentazione equilibra forzatamente le violenze, suggerendo una simmetria tra le parti, con un ferito per parte, come se il peso reale della repressione fosse bilanciato. In realtà, il divario è ben più marcato e lo dimostrano le inchieste giudiziarie che ci hanno colpito in questi anni, gli anni di carcere elargiti come se fossero noccioline, i nostri feriti e il territorio militarizzato come se fossimo in guerra.

Quello che la serie mette in scena non è uno scontro realistico, ma una sorta di battaglia epica, che ricorda le lotte tra antichi romani e popolazioni barbariche, in cui solo l’inganno consente ai “barbari” di colpire un valoroso centurione.

La narrazione non appare squilibrata solo nella rappresentazione della violenza, ma anche nell’attribuzione delle sue origini. Si tenta di far credere al vasto pubblico globale di Netflix che le violenze perpetrate dalle forze dell’ordine in Val Susa – e altrove – siano una reazione inevitabile, giustificata dalla tensione generata dai manifestanti. Questi vengono rappresentati attraverso la solita retorica manichea, che li divide in “pensionati buoni” e “zecche pericolose”, oppure riducendo ogni abuso a episodi isolati causati dal singolo elemento irruento: la stanca e falsa narrazione della “mela marcia” che nega, di fatto, la verità incontrovertibile per cui è il sistema ad essere violento, imponendo con la forza ciò che viene rifiutato da più di 30 anni in questa valle. E quindi nessun riferimento, ovviamente, alle ragioni della protesta, alle origini di una contrarietà ragionata e diffusa nella nostra valle, alla devastazione che quotidianamente osserviamo, ai nostri boschi distrutti, alle colate di cemento, all’inquinamento, ai rischi per la nostra salute.

Poiché noi la realtà la viviamo quotidianamente sulla nostra pelle, sappiamo che quello che accade in Valsusa non è un film e infatti conosciamo il prezzo per difendere il nostro territorio dalla devastazione. Siamo di fronte ad un crimine ambientale che all’oggi non vede punire i colpevoli, anche se sappiamo bene chi sono. Cosa che invece sta accadendo è che alcuni di noi sono accusati del reato di associazione a delinquere e dai vari ministeri e da Telt ci viene richiesto un rimborso pluri-milionario per difendere quei cantieri che la nostra valle non ha mai richiesto. La realtà è qui, tra le persone che vivono queste montagne. In questo documentario di cui vi alleghiamo il link , Archiviato (regia di Carlo Amblino, con voce narrante di Elio Germano) sono elencati una piccola parte degli abusi che abbiamo subito in questi anni. La nostra Resistenza ci porterà alla vittoria e questo è quanto basta.


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sabato 18 gennaio 2025

Imatra - Corso Salani

fiction, documentario, cinema-verità, il film racconta il "casuale" incontro fra il regista e Blanca (Paloma Calle), a Imatra, una cittadina finlandese a pochi chilometri dalla Russia.

i tentativi di Corso Salani di riallacciare i rapporti con Blanca sono patetici, l'uomo innamorato torna ragazzino.

Corso Salani ci manca.

buona visione - Ismaele


QUI si può vedere il film completo

 

Non parlerei male di Corso Salani nemmeno sotto tortura, ed a maggior ragione dopo che ci ha prematuramente lasciati, a nemmeno 49 anni. Questo Imatra, più che un documentario, mi sembra la descrizione di un’ossessione, quella per Blanca (Paloma Calle), l’ex fidanzata che ha lasciato il regista/occhio e si è trasferita in Finlandia, in una cittadina ai confini con la Russia, ad insegnare lo Spagnolo. Gli aspetti documentaristici sono decisamente secondari ed assumono la funzione di un pretesto per le patetiche ed infantili richieste di Corso di avvicinarsi all’amata perduta. Da una parte non si può fare a meno di provare simpatia, o meglio: empatia, per i tentativi del protagonista, dall’altra non si può non notare qualche inevitabile momento di stanca, in un film che non sembra capace di decidersi tra il documento di viaggio e la narrazione introspettiva.

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Imatra è una città finlandese situata ai confini dell'Europa, alla frontiera con la Russia. E' un luogo affascinante dove la natura è ancora pressoché incontaminata. La maggiore attrattiva sono le sue imponenti cascate, nascoste per poter produrre energia elettrica. Non vi è mai stato fatto alcun progetto urbanistico e l'economia è decollata soltanto grazie all'afflusso continuo dei turisti russi, che vi accorrono in ogni periodo dell'anno per fare acquisti a prezzi competitivi. In questo luogo dimenticato da tutti, in bilico tra l'opulenza dei paesi scandinavi e la povertà della nuova Russia, arriva Blanca, una professoressa di spagnolo. Sta cercando un posto dove poter riflettere in pace al termine di una brusca e difficile storia sentimentale. Ma il suo compagno non è disposto a lasciarla da sola e la raggiunge a Imatra con la scusa di volervi girare un documentario.

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Una delle storie ai Confini d'Europa che coinvolge il regista in prima persona con una specie di confessione e ritratto e con cappello iniziale che giustifica il proseguo della storia. Un storia che prende spunto dalla determinazione femminile che ormai ha fatto le sue scelte e la presentazione della debolezza maschile su certi comportamenti che hanno compromesso inesorabilmente un sentimento. La donna reagisce in maniera anche materna, ma determinata, il maschio si arrampica sugli specchi del suo egoismo, tenendo conto che poi questa è un'autentica autocritica, o rappresentazione di un maschilismo di routine quotidiana.

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Imatra è una cittadina finlandese che si trova ai confini con la Russia nella Carelia meridionale. Bianca, insegnante di spagnolo, ci è andata a vivere e lavorare per sfuggire a una relazione complicata. Il suo ex fidanzato la raggiunge: il suo incarico è quello di realizzare un documentario industriale sulla preparazione della pasta di legno.
Corso Salani rappresenta una vera e propria eccezione nel panorama cinematografico italiano. Regista e attore di indubbie qualità si impegna costantemente in nuovi progetti che abbiano come caratteristica principale l'originalità. È il caso della serie "I confini d'Europa" di cui Imatra costituisce il terzo capitolo. Salani vuole esplorare luoghi che si trovino ai bordi di quell'organismo complesso che è ormai l'Unione Europea. È in piccole o grandi città che rispondano a questa caratteristica di base che va a cercare il senso liminare di realtà sociali che sono divenute punto di snodo (talvolta anonimo ma non per questo meno significativo) di scambi culturali e umani. La ricerca è indubbiamente interessante, anche se lascia qualche perplessità la scelta di costruire intorno all'indagine sociologica una storia di finzione che non sempre regge al vaglio della verosimiglianza.

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venerdì 17 gennaio 2025

Caccia all’uomo – Riccardo Freda

un film in due parti diverse, ma ben cucite da Dox, un cane poliziotto davvero capace.

siamo nel 1961, la polizia è al servizio del cittadino, senza mele marce.

alla fine c'è una battuta bellissima, contro l'intelligence degli Usa.

non è il film migliore del regista, è un film "semplice", ma a me è piaciuto abbastanza.

cercatelo, non ve ne pentirete.

buona (cinofila) visione - Ismaele


  

Più che interessante è divertente; il cane Dox non poteva non conquistare tutta la mia simpatia e il mio sostegno morale, ma anche il suo padrone, ben interpretato da Orsini, è tutt'altro che tedioso e anzi, ben calato nel suo ruolo. Il commissario è burbero al punto giusto, ma coinvolgente. Fra le donne ho però preferito nettamente la Furneaux (anche se occupa il primo episodio, più prevedibile come decorso). Alla fine merita qualcosa di più della sufficienza, anche se Freda è ancora molto lontano dai livelli raggiunti col capolavoro A doppia faccia.

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Pur essendo un Film che ha delle basi canine (Post-Rin Tin Tin e decisamente Pre-Rex ed il Cane si chiama Dox) e' un Film che ha ancora un certo fascino anche se come Pellicola e' magari poco conosciuta ma lo stesso il tutto e' godibile e discretamente avvincente

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mercoledì 15 gennaio 2025

Saltburn - Emerald Fennell

la scalata verso il successo, la ricchezza, la nobiltà da parte di Oliver è piena di bugie, di imbrogli, di violenza.

Oliver sembra uno sfigato in cerca di protezione da parte di Felix, il ricco nobile compagno di studi, ma Oliver, un novello arrampicatore sociale, ha un piano demoniaco, fin dall'inizio, per impossessarsi di Saltburn, a qualsiasi costo.

ottima prova d'attore di Barry Keoghan e Jacob Elordi, in un film fra Funny games e Arancia meccanica, senza però raggiungere il livello di nessuno dei due film citati, pur essendo Saltburn un film che non sfigura.

buona (diabolica) visione - Ismaele


 

 

 

…Saltburn è un film estremo, folgorante, perverso, con una cattiveria e una suspense assillante che si insinua nei meandri di una dimora corrotta e ignara. L’indole più perfida e crudele, la natura manipolatrice e calcolatrice di chi sceglie la via della malvagità. La follia espressa viene incendiata scena dopo scena, fino quando quella miscela esplosiva arriva a un punto di rottura. Amore, rabbia, egoismo e rivalsa hanno, in Saltburn, lo stesso percorso già scritto e forse, solo nella speranza di una perfezione inarrivabile, inseguendone la sublime impossibilità, l’esito potrebbe non sfociare negli atti più torbidi, crudi e ai limiti del macabro. I personaggi sono pedine di un gioco, di un piano diabolico, bersagli di un’inconsapevolezza sferzante. Erotico, surreale, visivamente spettacolare, gli ambienti si colorano di rosso, giallo e bianco, un rosso che rimanda al sangue, un giallo all’oro e un bianco a quella purezza e genuinità solo apparente. Il labirinto di quella villa dall’atmosfera spettrale è forse il labirinto della mente del protagonista, che solo alla fine arriva al punto…

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…A tenere insieme i vari spunti narrativi è il tema del desiderio: quest’ultimo gioca su un piano molto più ambiguo, tra invidia ed erotismo, ed è il vero punto interessante del film. Se Emerald Fennell avesse insistito più su questo punto che sulle chiacchiere da tavola vuote dei Catton, il film sarebbe stato decisamente più interessante. E invece sono proprio questi intermezzi, dalle scene in università ad alcuni spezzoni nella tenuta, a rallentare il ritmo di una storia che, tutto sommato, tra desiderio e atmosfere alla Skins, sarebbe stato molto godibile e divertente. Tornando al tema del desiderio, è chiaro che Fennell si sia ispirata ad altri film dello stesso filone. Il primo è ovviamente Il Talento di Mr.Ripley, l’altro è il Teorema di Pier Paolo Pasolini, che rappresentava una famiglia borghese sconvolta dall’arrivo improvviso di un giovane che seduce tutti sessualmente e, con la stessa facilità con cui è arrivato, altrettanto facilmente va via. Se in Pasolini il trionfo del proletariato sulla borghesia è dato dalla serva che diventa una sorta di santa, in Saltburn è il risultato di un piano malefico, portato avanti da Oliver per prendere possesso della lussuosa villa…

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…Gotico e pop, Saltburn è un thriller pieno di luce, una commedia sentimentale avvolta nell'ombra, un diario di formazione che assume già i contorni di un testamento. È già una narrazione al passato (la voce off di Oliver che dice "Era impossibile non volere bene a Felix" con successivo sguardo in macchina), una storia di ossessione, di verità nascoste anzi sepolte, di sdoppiamenti vittima/carnefice con un cast ispiratissimo a cominciare dal bravissimo Barry Keoghan che aveva già mostrato il suo grande talento in Gli spiriti dell'isola a Jacob Elordi, che sembra arrivare direttamente da Euphoria e che già dall'inizio sembra spesso danzare come una proiezione mentale del protagonista fino all'ottima prova di Rosamund Pike, che nasconde dietro l'ironia grottesca il dramma di essere imprigionata in un tempo che si è bloccato.

Saltburn rischia più volte di inciampare ma non ha paura di rallentare né di forzare la mano come nella parte finale, apparentemente disturbante, in realtà fulminante. Non sembra avere vie di mezzo, perché provoca reazioni forti, perché carica a mille anche l'incontro apparentemente più spontaneo come la scena in cui Felix ha bucato la ruota con la bicicletta e Oliver lo aiuta.

Avrebbe anche il respiro di una serie ma preferisce condensare tutto in un tempo (cinematografico) dove ogni momento resta impresso e che sembra sospeso, eterno, mortale, vitale. Forse è il primo film in costume ambientato negli anni Duemila. Non è però una moda passeggera ma potrebbe diventare un punto di riferimento fondamentale per alcuni cineasti del futuro. Si può detestare. O amare, come in questo caso, alla follia.

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…C’è un grande “però” che ahi noi attanaglia il film, ed è proprio il finale. In maniera del tutto non necessaria, Saltburn decide di argomentarci per filo e per segno ciò che si era già ampiamente capito sin dalle prime battute del film. E anche lo spettatore più distratto, seguendo ragionamenti lombrosiani, avrebbe potuto ampiamente pensare che le vicende con Barry Keoghan protagonista, non possono che altro vederlo coinvolto in qualche maniera.

Una pecca che coincide con un grandissimo scivolone e che rende il film da molto interessante ad appena sufficiente, sebbene la chiusura con il balletto nudo del protagonista, come una danza appartenente ad un rito primordiale, sia il perfetto punto finale del film. Chiaro è che non parliamo di occasioni mancate o altro, nonostante il noioso spiegone.

Saltburn resta comunque un film che ha la capacità di toccare lo spettatore, cosa non così banale nel cinema di rapido uso e consumo a cui assistiamo oggigiorno. E cosa ancora più importante, ci mostra un film capace di coniugare quasi alla perfezione un certo tipo di cinema prettamente commerciale e accomodante ad un altro diametralmente opposto.

Un cinema che per l’appunto è capace di lanciare provocazioni, decostruendo tutto ciò che ci circonda, devastando istituzioni e consuetudini malsane e lasciando sensazioni non sempre gradevoli nello spettatore e soprattutto domande. Una capacità, questa, che di fatto ci mostra come Emeral Fennell rispecchi a pieno il titolo del suo primo film: una giovane e promettente donna (regista).

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...si capisce anche come la difesa secondo cui "Saltburn" sia un film consapevolmente di superficie per riflettere il (e sul) mondo di oggi, dominato dalle apparenze e dalla virtualità dei social, non regga. Il suo senso sta proprio nella sua ricercata assenza di ambiguità: Fennell ammicca al suo pubblico e non lo provoca come vorrebbe fargli credere, lo mette in una posizione confortante piuttosto che di disagio, realizza un’opera moralista che non parla di niente, se non inconsapevolmente dello stato attuale di un (certo) cinema. Ma questo non è un valore, anzi.

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