Quetzalcoatl è una creatura mitica azteca, (ri)appare a New York, e fa le sue vittime.
riesce a capirlo un delinquentello e la polizia, con David Carradine, va sulle sue tracce.
un film sottovalutato, secondo me.
buona (Quetzalcoatl) visione - Ismaele
…“Q” returns to the basic formula, in which a
prehistoric creature terrorizes the city. In this case, the creature is a
Quetzalcoatl, a mythical Aztec monster with wings and four claws. It apparently
has been brought back into existence in connection with some shady human
sacrifices at the Museum of Natural History (although this particular subplot
is very muddled). It lives in a nest at the top of the Chrysler Building, lays
eggs, and terrorizes helpless New Yorkers, who are not sure if this is a real
monster or another crazy circulation stunt by Rupert Murdoch.
Rex Reed was right, though, about the Method
performance by Michael Moriarty. In the middle of this exploitation movie,
there's Moriarty, rolling his eyes, improvising dialogue, and acting creepy.
He's fun to watch, especially in the scene where he names his terms for leading
the cops to the lizard. The cast also includes David Carradine, Richard
Roundtree, and Candy Clark, good actors all, but you have
to be awfully good not to be upstaged by the death throes of a dying
Quetzalcoatl.
Still to be answered: How did one Quetzalcoatl
get pregnant?
…qualche aspetto positivo il film ce l' ha ancora : lo
spunto è interessante , il ritmo non è malvagio , le inquadrature aeree della
metropoli americana sono affascinanti , ci sono alcune coraggiose sequenze
splatterose e soprattutto c' è un buon cast principale . Ma più che il
poliziotto arguto ed ironico interpretato dal bravo David Carradine , il vero
protagonsta è lo sfigato Michael Moriarty , nei panni di un piccolo criminale
con il quoziente intellettivo di una medusa ! Nel contorno si riconoscono poi
le facce note di Richard Roundtree e di Candy Clark . La pellicola è scritta ,
diretta e prodotta da Larry Cohen , autore spesso rozzo e trashoso ma abile a
tirare fuori film decenti dallo scarso budget a disposizione . Secondo me ,
nonostante le tante ingenuità, la sufficienza la merita ancora adesso e quindi
gli affibbio un 6 ....
il film ha una sceneggiatura che è un crescendo lungo tutto il film, sviluppandosi in direzioni che non sempre ti aspetti (meno male!).
il prof Gary si trasforma in Ron, per arrotondare e per provare a cambiare vita.
il suo compito è quello di evitare omicidi su commissione, arrestando in anticipo il mandante.
fino a un incontro che cambia la vita (ah l'amour l'amour...), Ron incontra Madison, è intesa a prima vista, in fondo vogliono le stesse cose, anche se non sempre in modo legale.
attori tutti bravissimi, come il regista, d'altronde.
un film che non delude, promesso.
buona (innamorata) visione - Ismaele
…Hit Man è
un film scritto benissimo, con dialoghi taglienti e cadenzati al secondo,
perché basterebbe infilare una battuta al momento sbagliato per far crollare il
tutto. E non succede. Ed è un lavoro che riflette sul concetto di
identità. Di chi si è veramente, motivo che investe anche le
caratteristiche del film stesso, (volutamente) impossibile da
inquadrare o classificare. Senza spoilerare nulla, perché sarebbe un
delitto in piena regola, visto che questo è proprio il genere di film che non
si gusta se si dovesse sapere mezza cosa in anticipo, possiamo limitarci ad
arguire insieme che se un individuo, un placido docente
universitario, considerato un mezzo sfigato dai suoi stessi studenti,
improvvisamente si ritrova per i giochi del caso e della necessità a dover
incarnare un killer freddo e spietato con il compito di incastrare i
committenti, potrebbe, immagino, subire qualche sconquasso a livello personale,
che nella narrazione si traduce nei misunderstanding che
da sempre caratterizzano la commedia dai Menecmi di
Plauto in avanti (anche se Plauto suppongo non li chiamasse misunderstanding.
Forse). Per farvi capire, qua sotto vedete come il professore scende dal
furgone che funge da centrale operativa per iniziare la sua carriera di
credibile sicario. Ecco, nella distanza che intercorre tra Gary lo
sfigato e Ron il superfigo, contemplando nella stessa distanza le conseguenze
che si generano, sta tutto il film….
…Commedia degli omicidi, con una
sceneggiatura da applausi, il film mette in scena il denominatore comune che
esiste tra l'arte dell'esistenza e quella dello spettacolo, per il tramite di
un Laurence Olivier del lavoro sotto copertura. Il risultato è un susseguirsi
teso e divertente di colpi di scena e di duetti e triangoli eccellenti; una
farsa degli equivoci solcata da una vena più scomoda e dark, che scorre ai
confini estremi della morale e dell'educazione delle giovani menti.
Un film che appare leggero, ma, di nuovo, è solo un travestimento. Ci vuole
un'esecuzione perfetta, infatti, per mascherare con naturalezza un'architettura
complessa.
Tra
voice-over d'ordinanza e spezzoni di film cult - viene addirittura citato un
cult nipponico per eccellenza come La farfalla sul mirino (1967) - il gioco di
Richard Linklater è un divertissement di gran classe, aggiornamento farsesco di
una vicenda realmente accaduta, qui traslitterata ad un intrattenimento sì a
prova di grande pubblico ma ben più sagace della media. La love-story tra un
finto sicario che agisce sotto-copertura per incastrare i mandanti di omicidi
che devono ancora avvenire e una donna che intende assassinare il marito non
nasce certamente sotto i migliori auspici, ma si evolve su linee inaspettate e
sorprendenti, pronta sempre a spiazzare il pubblico. Una commedia romantica
venata di action e di tensione, popolata da battute irresistibili e da gag
frizzanti, dominata dall'alchimia che lega indissolubilmente i personaggi di
Glen Powell e Adria Arjona.
…Quintessenzialmente
indie e gioiosamente inattuale, leggero e mai frivolo, Hit Man scavalca
il biopic per svincolare la storia dal dato biografico: come Gary, il film
passa dal divertimento della commedia al ritmo dell’action, adotta il côte
romantico e attraversa il thriller con il sottofondo noir a ricordarci il
contesto, sconfina nell’umorismo meno accomodante e non rinuncia a momenti
malinconici. Non si tratta di un gioco intellettuale in cui la struttura
rispecchia il personaggio, ma di un film clamoroso, sostenuto da una
sceneggiatura magistrale per la perfetta costruzione narrativa e
l’irresistibile precisione dei dialoghi (Billy Wilder ne sarebbe stato
compiaciuto), scritta da Linklater con Glen Powell.
Attore
– anche produttore, uno e trino – già nel giro del regista – sono entrambi
texani – dai tempi di un film sottovalutato e magnifico come Tutti
vogliono qualcosa!! che qui è francamente memorabile, credibile in
ogni travestimento (compreso quello nerd: mica è facile per un sex symbol
essere attendibile come sfigatello senza ricorrere a trucchi e magheggi),
completamente consapevole del ruolo cucitogli addosso e anche dell’importanza
di un film del genere nella sua carriera. È un po’ la prova definitiva del suo
star power: cronologicamente è successivo a Top Gun: Maverick, ma
per motivi di distribuzione arriva dopo l’imprevisto successo di Tutti
tranne te che l’ha reso un reuccio della commedia commerciale capace
di rinverdire il parterre hollywoodiano (è un momento decisivo per il settore,
vedasi le ascese dei millennials Timothée Chalamet, Zendaya, Jeremy Allen White
e Sydney Sweeney). Powell guida un cast intonatissimo, in cui si distinguono
l’ammaliante Adria Arjona, la stand-up comedian Retta e Austin Amelio come
poliziotto fuori di testa. Nel cinema degli Stati Uniti, Linklater conferma una
doppia appartenenza: quella allo stato del Texas e quella allo stato di grazia.
…Al formidabile duo Linklater-Powell andrebbe
aggiunta anche la portoricana Adria Arjona, sensualissima e “pazza” nei panni
di Madison. L’intesa tra i due è perfetta, attraversa tutte le sfumature
possibili di una relazione a due (l’ironia, il sesso, l’idealizzazione, la
bugia, l’omicidio) e raggiunge il culmine nella grandissima scena in cui Gary e
Madison sono spiati dalla polizia e devono allestire un dialogo fasullo mentre
le informazioni “vere” passano attraverso messaggi scritti sullo
smartphone. Hit Man. Killer per caso procede
spassoso, seguendo il ritmo e le variazioni di una partitura jazz. Ma in
filigrana Linklater riflette sul concetto di identità, immaginazione,
desiderio, mandando qua e là stilettate all’endemica violenza della società
americana e al fallimento di ogni classificazione sociale e comportamentale.
C’è dentro anche una riflessione sull’immaginario pop e cinematografico sulla
figura del sicario. “I sicari non esistono, la gente ci crede perché li ha
visti nella fiction” racconta il protagonista agli spettatori, dando il via a
un continuo rimando di maschere e perversioni tutto consumato in una dimensione
di finzione. Ecco. Se c’è un film straordinariamente lucido sulla reinvenzione
della morale e sulle trasformazioni emotive, sentimentali e culturali degli
esseri umani è questo.
Matt Demon è un dirigente d'impresa che diventa informatore dell'FBI, il film mostra i rapporti degli agenti FBI con l'informatore, a volte comici, spesso serissimi.
Matt Demon è bravo, come sempre, gli agenti FBI di più.
non è un capolavoro, ma non delude.
buona (insider) visione - Ismaele
…“The Informant!” is fascinating in the
way it reveals two levels of events, not always visible to each other or to the
audience. A second viewing would be rewarding, knowing what we find out. Matt
Damon's performance is deceptively bland. Whitacre comes from a world of
true-blue Downstate people, without affectations, surrounded by some of the
richest farmland in the world. His determination to wear the wire leads to
situations where discovery seems inevitable, but he's seemingly so feckless
that suspicion seems misplaced. What he's up to, is in some ways, so very
simple. Even if it has the FBI guys banging their heads against the wall.
Mark Whitacre, released a little early
after FBI agents called him “an American hero,” is now an executive in a
high-tech start-up in California and still married to Ginger. Looking back on
his adventure, he recently told his hometown paper, the Decatur Herald and
Review, “It's like I was two people. I assume that's why they chose Matt Damon
for the movie, because he plays those roles that have such psychological
intensity. In the ‘Bourne' movies, he doesn't even know who he is.”
…The Informant! riesce
comunque ad essere divertente in più di un momento, con quella sua leggerezza
che pare arrivare dalle commedie della Hollywood dei tempi d’oro. Merito dei
brillanti dialoghi di Burns ma anche della bella interpretazione di Matt Damon,
ingrassato e invecchiato per la parte, che non sembra aver problemi a passare
dai ruoli d’azione a quelli comici. Soderbergh, invece, questa volta non sembra
aver trovato la giusta chiave registica, ma per sua fortuna (e degli spettatori)
anche se il film zoppica un po’ la commedia funziona ugualmente.
un'impiegata onesta riesce a scoprire un imbroglio di proporzioni enormi.
e siccome i truffatori sono persone poco gentili, diciamo, un killer va a tapparle la bocca, ma ha fatto male i conti.
buona parte del film, forse a causa del budget, è girato in un ascensore.
buona (claustrofobica) visione, se avete tempo - Ismaele
Soggetto non originale ma film di una
certa presa. Evidente propaganda femminista della donna che sa combattere come
un uomo e la spunta contro un energumeno assassino di professione. Ridicoli
questi aspetti subliminali che inseriscono sistematicamente nei film. Oggi
inoltre, a differenza di un tempo, i "cattivi" tendono a cavarsela,
se non a prevalere, perché quasi sempre sono quegli stessi criminali del mondo
reale finanziario e multinazionale che i film stessi li finanziano e ne
decidono i contenuti, subliminali e non. Fatte queste considerazioni, film che
desta, soprattutto nella prima parte, qualche interesse, che però resta
abbastanza deluso da un finale ambiguo e sfumato poco soddisfacente.
Ridley Scott gira un film di spie, doppi e tripli giochi, Leonardo DiCaprio è la spia efficiente in Iraq e in Giordania, sotto il comando, per quanto possibile, del suo superiore della CIA, collegato dagli USA.
il regista difficilmente delude, e per quanto il film non sia indimenticabile, si vede bene, l'avventura di assassini contro assassini.
…Grazie al montaggio di Scalia, già autore di Black Hawk Down, il film si muove fra cento locations senza smarrirci e ci fa rimbalzare a buon ritmo nel dedalo di bugie, dove "i tuoi nemici si vestono come i tuoi amici e i tuoi amici come i tuoi nemici". Lo spettacolo è assicurato, rinnovato. Il film non dice, invece, quasi niente di nuovo sul fronte orientale, al punto che l'ambientazione passa in secondo piano, nonostante resti il motore delle ottusità sul campo di gioco. Certe ingenuità del personaggio di Di Caprio (mai dell'attore), certe insistenze sugli abiti ideologici di uno scontro prima di tutto d'interessi, certi passaggi narrativi quasi obbligati minano purtroppo il copione, come se di tutto l'esplosivo impiegato sul set qualche carica fosse rimasta in mano all'autore senza che se ne avvedesse, producendo qualche danno. Collaterale.
The acting is convincing. DiCaprio makes
Ferris almost believable in the midst of absurdities; the screenplay by William Monahan, based on
the novel by David Ignatius, portrays
him as a man who grows to reject the Iraq war and the role of the CIA in it.
Crowe, who gained 50 pounds for his part (always dangerous for a beer drinker),
is a remorselessly logical CIA operative. I particularly admired the work of
Mark Strong as the suave Jordanian intelligence chief, who likes little cigars,
shady nightclubs and pretty women, but is absolutely in command of his job.
The bottom line: "Body of Lies"
contains enough you can believe, or almost believe, that you wish so much of it
weren't sensationally implausible. No one man can withstand such physical
ordeals as Ferris undergoes in this film, and I didn't even mention the attack
by a pack of possibly rabid dogs. Increasing numbers of thrillers seem to
center on heroes who are masochists surrounded by sadists, and I'm growing
weary of the horror! Oh, the horror!
in una Roma che non è quella di Sorrentino, in una storia di droga che non è quella di Gomorra, in una Colombia che non è quella di Pablo Escobar, è ambientato il film di Enrico Maria Artale.
è una storia d'amore figlio-madre, dove Julio Cesar (Edoardo Pesce) si fa carico della madre, entrambi sono iperdipendenti, ma non dalla droga.
vivono ancora insieme, di sostengono a vicenda, di mestiere fanno gli spacciatori, il loro rapporto dura oltre la morte (di lei).
Edoardo fa il primo viaggio della sua vita, va in Colombia, per restituire al suo paese le ceneri della madre, che arriva, pare, da un villaggio che si chiama El Paraíso (lo stesso nome della loro barchetta).
e Julio Cesar parte...
un film con una tristezza di fondo, film d'amore e di disperazione, senza effetti speciali, tranne uno, che scoprirete.
visibile in pochissime sale, una caccia al tesoro, insomma.
buona (paradisiaca) visione - Ismaele
Julio Cesar (Edoardo Pesce), vive con la madre tossicodipendente
(Margarita Rosa de Francisco) nella periferia balneare di Roma. Insieme, i due
lavorano per un spacciatore locale, occupandosi di recuperare i muli arrivati
dalla Colombia. La relazione tra i due viene travolta dall’arrivo di Ines
(Maria del Rosario) che spinge Julio a farsi domande sulla sua relazione con la
madre e le sue aspirazioni di vita.
El Paraiso ci fa navigare tra le correnti della relazione umana più
primitiva, il legame tra mamma e figlio, offrendo una finestra su un mondo dove
questo legame diventa tossico: tossico in quanto marcato dall’abuso di
sostanze, ma anche tossico nell'incapacità di un figlio a mollare ed
emanciparsi dalla madre.
D’altronde, l’involuzione della relazione con la madre lancia Julio
in un percorso di ricerca delle proprie origini, che lo porta a viaggiare e
scoprire nuove facette della sua persona, rendendo il personaggio ancora più
identificabile per il pubblico.
Insomma, un racconto potente di relazioni umani tra madre e figlio,
un'intensità leggera che coinvolge ognuno di noi a tratti. Una performance
stellare di Edoardo Pesce complimentata da una bella alchimia con Margarita
Rosa de Francisco. Il tutto implementato da una cinematografia colorata,
visivamente molto piacevole e da una musica trascendente che ci trasporta
nell’atmosfera calda dei bar salsa di Cali.
…A conti fatti, per il coraggio e l’intelligenza
della proposta, El Paraíso meritava senza dubbio di
uscire in sala, certo non a nove (nove) mesi dal passaggio con premi a Venezia
2023. Il premio serve, per la visibilità e per lanciare (o consolidare) una
carriera; vanificarne i benefici, non è il massimo. Con il massimo rispetto per
le strategie produttive e distributive – perché c’è chi fa il cinema e chi ne
scrive e basta e bisogna conoscere la differenza – e con l’augurio che il tour
promozionale in sala di regista e cast aiuti il film a trovare il suo pubblico
– si dice così – El Paraíso meritava una possibilità
diversa. Spetta alle sale smentire la fosca previsione.
…El
Paraiso è un film pregno di sentimento sofferto e la musica e il completamento
naturale della messa in scena, da potenza e fisicità alle immagini. El Paraiso
è il nome di una piccola imbarcazione, che madre e figlio usano per le loro
scorribande marine. Un film non solo tragico, ma anche molto intimo e
teneramente delicato, un ritmo lento, ma funzionale alla storia. Comincia con
un ballo e finisce con un altro ballo in capo al mondo a Cali in Colombia.
Questo è un piccolo grande film poetico ed alla fine un caloroso applauso
spontaneo della sala sancisce il successo popolare della pellicola, ottimo
cinema che magicamente unisce dei perfetti sconosciuti nel giusto tributo al
film, ai magnifici interpreti ed alla regia. Interpreti e personaggi Edoardo
Pesce: Julio Cesar Margarita Rosa de Francisco: madre di Julio Cesar Maria Del
Rosario Barreto Escobar: Ines Gabriel Montesi: Lucio.