lunedì 7 agosto 2023

Il giovedì – Dino Risi

un padre inaffidabile separato dalla moglie può vedere il figlio solo il giovedì.

e Walter Chiari (Dino) questo giovedì vuole stupire Robertino, un giovedì delle meraviglie.

Robertino vive con la madre (come mai Dino si sia sposato con lei non si capisce, se non perché è rimasta in cinta di Robertino) e la governante, una pesante signorina Rottenmeier.

Dino è un tipo un po' incasinato, capiamo che ha difficoltà a trovare un lavoro e fa il mantenuto, eppure quel giorno sarà indimenticabile per Robertino (e per noi).

non perdetevi questo gioiellino, il miglior film di Walter Chiari.

buona (paterna-filiale) visione - Ismaele

 

 

QUI si può vedere il film completo

 

 

Un bel film di Risi questo,che riesce a cavar fuori da un attore considerato leggero e prettamente usato per ruoli comici come Walter Chiari una interessante vena malinconica per tutto l'arco del film. In fondo a Risi non interessa tanto il bambino,che a dir la verita'è pure piuttosto antipatico,ne'il suo rapporto col padre,non tratteggiandolo con dovizia di particolari. Al grande Dino interessa descrivere la figura di un perdente,di uno arrivato fuori tempo massimo nella vita,uno di quelli che perdono costantemente il treno della buona occasione e del successo nella vita,un ultraquarantenne spiantato,che ancora cerca di vendere enciclopedie ma che in realta'vive sulle spalle della sua donna la quale quando gli propone un lavoro magari modesto ma dal reddito sicuro viene rampognata con pervicacia.Il finale coincide con la speranza che questo padre che in realta'sembra piu'infantile del figlio,abbia messo la testa a posto e accetti il lavoro modesto al posto dei voli pindarici e delle pietose bugie che aveva raccontato al figlio nel giovedi'in cui gli è consentito stare insieme a lui,un giovedi'che pare fatto apposta per demolire tutte le piccole bugie e omissioni che il padre pietosamente racconta per non sfigurare davanti al bambino....

da qui

 

Buon film che non ha avuto l'accoglienza che avrebbe meritato e che rappresenta una delle poche valide occasioni colte da Walter Chiari nel cinema di qualità. L'attore è l'assoluto mattatore di un film che analizza bene un rapporto padre e figlio a parti invertite, con il figlio forse più maturo del padre. Buona sceneggiatura, bella caratterizzazione ambientale (siamo nel pieno del boom economico italiano) per un film pervaso da un'atmosfera malinconica perfetta per la storia in questione.

da qui

 

Splendido film di Risi in cui padre e figlio ritrovano in una giornata passata insieme un rapporto speciale. Il rischio di cadere nel patetico in una storia del genere era altissimo, ma l'esperta mano del regista riesce a creare un clima di spensierata tristezza in cui Chiari (immenso) intaglia uno dei suoi migliori personaggi, coadiuvato dal piccolo Ciccolini che si rivela una spalla perfetta. Confezione raffinata che non trascura i dettagli, script attento e coinvolgente. Fantastica colonna sonora e un cameo delle gemelle Kessler. Prezioso!

da qui

 

Il migliore film di Chiari, in un ruolo serio,in una storia malinconica e amara. Padre separato, da una ex, che si intravede soltanto ma s'intuisce  essere  una donna elegante, raffinata, ricca, con appresso tanto di inflessibile tata tedesca,ha un figlio che gli è consentito vedere solo il giovedì,lui é il suo omologo opposto, il classico fallito, da tutti i punti di vista, senza risorse economiche, malvestito e senza lavoro,un pover'uomo, che ostenta un benessere economico che non ha,millanta amicizie di rango,ma è invece puntualmente mortificato e umiliato da quelli che contano, odia il posto fisso che continuamente cerca di propinargli la compagna, ma che lui rinvia pateticamente ogni volta,  prefererendo  vivere da parassita alle sue spalle.In una simpatica girandola di situazioni, si confronterà continuamente con il figlio che pur ancora piccolo, è già più saggio di lui, dopo tante vicissitudini,piccole incomprensioni,litigi e scontri, troveranno il loro"feeling"

Di grande spessore e profondità il film affonda il coltello in un piaga sociale molto diffusa,la separazione di due coniugi lascia indietro spiacevoli strascichi, a carico soprattutto dei figli.La posizione del bambino è interessante,si capisce che è bene istruito ed educato, ma gli manca quel pizzico di audace incoscienza,che caratterizza i fanciulli a quell'età, la briciola di fantasia, la capacità di scherzare e di giocare,  che malgrado tuttti i suoi difetti, il papà riesce a trasmettergli, con la sua anarchica, immatura e incosciente disinvoltura.

E'un confronto serrato che ha momenti d'ilarità,ma soprattutto di dolorosa riflessione.

Risi non sbagliava un film.

da qui

 

Il “cinico” Risi firma un film dalle delicate sfumature cechoviane. Un uomo ai margini della società e marito separato ma che conserva ancora uno spirito un po’ smargiasso riconquista, grazie alla sua nuda e indifesa genuinità, l’affetto del figlio che non vedeva da anni durante lo spazio di un giornata qualunque. Malinconia, pudiche introspezioni, esami di coscienza sul rapporto padre e figlio e gli abituali emblemi risiani del boom economico visti in una luce sinistra: la spiaggia che si svuota per un temporale, l'automobile che rimane senza benzina.

da qui

  

… Il film era una delle creature predilette di Dino Risi (“Voglio molto bene a Il giovedì: dei piccoli, è quello che amo di più”), ma, quando uscì in sala nel gennaio del 1964, venne accolto con tiepidezza e ancora oggi non è strano vederlo trascurato o spacciato per un prodotto minore. Le ragioni della cecità odierna rimangono un mistero, un’altra sciocca ripetizione di luoghi comuni; all’epoca, invece, l’ombra de Il sorpasso (1962), del quale costituisce una sorta di secondo tempo, no giovò di certo alla sua carriera commerciale, così come non lo fece il protagonista, nonostante siamo di fronte a una delle sue prove più straordinarie.

E questo perché, come rifletteva il proprio regista, Chiari non venne mai identificato come un vero “volto cinematografico”. La critica non fu all’altezza del suo genio, disdegnandolo criminalmente fino alla fine, con tanto di Coppa Volpi strappatagli di mano alla Mostra di Venezia del 1986, un po’ per pressioni della DC, un po’ per quel voto di Alberto Lattuada, che ne approfittò per saldare un vecchio conto. Ugo Tognazzi, che avrebbe voluto il ruolo protagonista, disse a Risi: “Con me, Il giovedì avrebbe avuto successo”. Sicuramente aveva ragione e sicuramente non è una bella cosa (e no, non per Tognazzi)…

da qui

 

Esistono film che piombano inesorabilmante nel dimenticatoio. Film che alla loro uscita non destano che un flebile ricordo che poco dura, ma che a ben guardare, dopo molti anni, è possibile rivalutare serenamente e coglierne il senso nonchè l' attualità. E' il caso di questo azzeccato e grazioso film di Dino Risi del 1964, che ci spiega come due mondi contrapposti, quello di un padre fallito (Dino Versini), separato dalla moglie e che si finge ciò che non è, un uomo ricco e di successo, e quello del figlio Robertino, un obbediente e rigoroso bambino che la madre fa crescere in un collegio tedesco. L'avvocato che cura la separazione legale della coppia, decreta il Giovedì quale (unico) giorno in cui Dino può vedere il figlio. Dino è uno spiantato, vive alle spalle della nuova compagna che lo mantiene e ne sopporta la vacuità, nonchè la mancanza totale di voglia di lavorare…

da qui 

  


sabato 5 agosto 2023

Io la conoscevo bene - Antonio Pietrangeli

Adriana lotta per un posto al sole, per il successo, in quegli anni in cui tutto sembra possibile, ma è una ragazza ingenua, incapace di badare a se stessa.

proviene da una famiglia contadina, povera, da cui è fuggita per le sirene e le luci della grande città, commessa in un salone di bellezza, oggetto del desiderio di squallidi uomini, che al mondo non scarseggiano.

di festa in festa, di avventura in avventura, da un ometto all'altro trascina la sua vita in attesa della grande sogno, il successo, la televisione, il cinema, chissà.

due soli uomini non la usano, il bambino di una vicina d'appartamento, e il povero disgraziato Ugo Tognazzi, che non ha neanche le lacrime per piangere.

tutti conoscono Adriana, ma nessuno la conosceva bene.

Stefania Sandrelli gira il suo film perfetto, ma comunque nessuno sfigura, merito di una sceneggiatura potente, di Ettore Scola e Ruggero Maccari, e della miracolosa regia di Antonio Pietrangeli, con una colonna sonora di canzonette perfette.

un film da non perdere, se vi volete bene.

buona (musicale) visione - Ismaele


 

QUI si può vedere il film completo, su Raiplay

 


da alcune recensioni in rete:


Questa sera sono rimasto folgorato dalla straordinaria bellezza di questo film,amato da molti ma,credo,sconosciuto o poco ricordato dalla maggior parte del grande pubblico.Reputo che sia un vero capolavoro e che per questo meriti molto di più,almeno più visibilità.Film dirompente come la sua straordinaria protagonista Stefania Sandrelli che mette qui in mostra una bellezza e una bravura davvero sublimi.Film modernissimo,con una raffinatezza nella fotografia e nel montaggio,nelle ellissi narrative nella sottile ironia e nel sarcasmo strisciante;audace nelle tematiche e nella messa in scena.All'epoca fu accolto con una certa diffidenza dal grande pubblico(nonostante i diversi premi vinti)perché non poteva,a causa proprio della sua modernità,essere fruibile come Il Sorpasso,o altre commedie in voga in quegli anni.Riesce a turbare ancora oggi la fredda spietatezza della vicenda,un ritratto impietoso della società italiana ancora profondamente maschilista e retriva,che nascondeva dietro la nuova opulenza conquistata  tutte le contraddizioni che di li a poco sarebbero inevitabilmente esplose portando alla fine del sogno del boom e a una lunga stagione tragica.Paradossalmente è la purezza della ragazza,la quale concedendosi a tutti forse alla ricerca di tenerezza e comprensione,ormai sentimenti rari,viene irrimediabilmente ferita e usata perché viene considerata per quello che non è ed i soprusi e le prese in giro la trascinano nel tremendo salto nel vuoto finale.Un vuoto che è ancora oggi lo spettro più vicino a noi,nonostante la giovialità degli spot televisivi che ogni giorno ci invitano ad essere felici e a sorridere sempre.

---

 

PICCOLA STORIA IGNOBILE

Una giovane donna senza qualità sfiora la vita al suono delle canzonette. Tutto le scappa tra le dita “Mani bucate” e alla fine si ritrova sola in un silenzio raggelante. La noia estiva di una brutta località balneare, le infatuazioni occasionali, il tentativo di fare strada nel mondo dello spettacolo ma senza il cinismo ne l’ambizione necessari, sono le tappe di un calvario che si consuma nella più completa indifferenza. Nell’incarnazione di S. Sandrelli il ritratto ha una persistenza straordinaria. In sequenze che si succedono senza un ferreo ordine cronologico emerge, spesso per contrasto, la fragile bellezza, la sensibilità senza nerbo di una giovane vita destinata a passare senza lasciare tracce. Gli attori coinvolti ci hanno lasciato grandi prove anche in parti minime. Bellissimo, lancinante “Io la conoscevo bene” è un capolavoro.


------

 

…Adriana è una giovane aspirante attrice che prova ad affermarsi nella Roma cinematografica dei ’60. La sua bellezza e la sua disponibilità la fa incappare in una serie di avventure con amanti occasionali. Il mondo del cinema e i suoi ambigui personaggi si prendono gioco di lei e presto si accorgerà, nella solitudine del suo appartamento, della sua irrimediabile sconfitta.

Il film di Pietrangeli è anche un atto di accusa esplicito ad un sottobosco brulicante di mezze maniche che si arrabatta nella grande arena dello spettacolo a sbarcare il lunario utilizzando l’ingenuità e il desiderio di emergere della miriade di aspiranti attori e attrici. Ritroviamo il talent scout affamato e furbacchione, un Nino Manfredi a proprio agio e sempre dentro una umanità esibita, ma soprattutto ritroviamo Ugo Tognazzi. Una poco più che breve apparizione che segna tutto il film, illuminando con il suo fallimento artistico, nella patetica sequenza che lo vede protagonista, di luce malinconica il panorama piuttosto tetro che si offre ai nostri occhi. Un mondo che, moltiplicato nelle sue varianti infinite ritroviamo negli svariati mondi del nostro frammentato universo quotidiano.

È Stefania Sandrelli, in giovane età, a dare volto e forma alla complessità del personaggio di Adriana, così sfuggente, malinconico, e che solo uno dei suoi amanti sembra dipingere con perfetta consequenzialità, quando scrive in un racconto che non verrà mai pubblicato una descrizione di una ipotetica Milena che sembra calzare alla perfezione, invece, su Adriana. È questo personaggio così docile e superficiale, istintivo e fiducioso e in questo senso Adriana non è molto distante da Pina, l’ingenuo personaggio di La visita, mirabilmente abitato da Sandra Milo.

Pietrangeli sembra sfuggire da una attualità così forte e stringente come era quella di quegli anni, in cui si manifestavano fortemente le prime tensioni di un’epoca che avrebbe segnato la cosiddetta emancipazione femminile. Il suo film (il suo cinema?) si pone in una corrente differente, è interessato allo scandaglio dell’anima, piuttosto che a quello delle anime collettive.

----

 

Tristissimo, non solo per la storia in sè ma perché la società odierna si può specchiare, immota ed immutata, in quella di allora. La descrizione di certe mentalità e del mondo dello spettacolo (con tutta la fauna che lo popola) è perfetta. Storia non lineare ma con un buon ritmo e diversi momenti che restano nella memoria. Brava la Sandrelli ma con un cast "secondario" così ricco è logico che la scena gli venga rubata più di una volta. Tipico esempio di come eravamo bravi a fare buon cinema con poco o nulla. Sì...eravamo, purtroppo.

----

 

Storia di una donna in cerca di successo nel mondo dello spettacolo, che indugia sulla sua ingenuità, sinonimo purtroppo di fallimento. Stefania Sandrelli è splendida, danzante a piedi nudi con il 45 giri che suona o impreziosita da lunghi abiti da cocktail. E' inquietante quando cancella le tracce di trucco che dagli occhi scivolano sulle gote con un bel sorriso, reprimendo il senso di sconfitta che l'ammorba. Anche Tognazzi è maschera triste, derelitta, priva di speranza. Un film sulla mestizia umana. Un esempio di lirismo d'autore....


 ----

In un'Italia nella parabola da sbornia di miracolo economico appare Adriana, un simbolo; ovvero una cosa che sta al posto di un'altra cosa. Nessuno è autorizzato a dire di conoscerla bene: è qui, infatti, che le acque si intorbidano. Pietrangeli gira con grazia, acutezza, sensibilità; l'espressione plastica ammalia (inquadrature, sequenze, primi piani, danze della cinepresa). Folgoranti gli sguardi in macchina della Sandrelli (scelta formale decisiva); incisivo il florilegio di canzoni, formidabili certe figure ancillari (Tognazzi, Salerno)...

----

 

Riguardoso, sottile, partecipe analizzatore dell'evoluzione del femminino nella società italiana del dopoguerra, Pietrangeli filma il suo capolavoro. Storia d'una "ragazza in carriera" modernissima e al contempo parabola cupissima, in forma di Commedia lieve, sulle miserie che il boom economico si portava dietro in termini di mercificazione dei rapporti umani. Scritta mirabilmente dal regista coi fidi Scola e Maccari, Adriana è "personificata" dall'attrice più "avanti" del cinema italiano: le fan coorte uno stuolo di figure maschili da manuale. Splendido...


------

…questo è un film che rimane impresso nella memoria,un ritratto di un epoca e di una donna stritolata da un presente poco gratificante impossbilitata a vivere il futuro di successi a cui aspirava.Una piccola notazione sul ruolo di Tognazzi:in pochi minuti il suo guitto fallito che alla festa improvvisa un ballo squallido per il ludibrio di tutti i presenti rischiando quasi l'infarto e il suo pregare l'ex amico ora attore famoso(Salerno) di trovargli un lavor anche come autista è forse l'accusa più forte al mondo dorato dello spettacolo.Un patetico uomo che si deve umiliare ferocemente per barcamenarsi nel suo mondo di sogni infranti...


 

 

 

venerdì 4 agosto 2023

LEZIONI DI MILITANZA DA SUSAN SARANDON

di Ida Dominjanni

Meno male che ci sono le celebrities americane. Ospite del Magna Graecia Film Festival di Catanzaro, Susan Sarandon ha detto oggi in conferenza stampa due cosette da niente, una sullo sciopero che sta paralizzando Hollywood da più di due mesi l'altra sulla guerra in Ucraina: Sullo sciopero: "Hollywood è una macchina capitalista per fare soldi insensibile alla politica, l'unica cosa che la disturba è se diventi vecchia o se ingrassi. Chi si è battuto/a contro il sistema hollywoodiano, ad esempio durante il maccartismo, ha sempre pagato dei prezzi molto alti. Oggi più che mai il sistema è imperniato sulle grandi corporation che pretendono di controllare tutto, compresi i contenuti, mentre le condizioni materiali di lavoro sono diventate proibitive. Da un lato il divario fra ricchi e poveri precarizza tutti quelli che non stanno nell'empireo delle grandi star, cioè il 90% dei lavoratori del settore, che non hanno i soldi neanche per pagarsi l'assicurazione sanitaria. Dall'altro lato i nostri contratti, tutti, sono tarati su un modello di business precedente allo streaming e all'intelligenza artificiale, che per fare un esempio non prevede il pagamento delle royalties per le repliche dei film e delle serie su piattaforma. E a proposito di repliche: ora gli studios pretendono che i giovani attori si facciano scansionare il corpo, così da poterne replicare le prestazioni ma senza ulteriori ingaggi. Non solo: l'intelligenza artificiale ruba tutto, parole e immagini, libri e film, per alimentare i prodotti computerizzati. Io proporrei di usarla piuttosto per sostituire gli amministratori delegati, un mestiere che come sappiamo non ha bisogno di molta immaginazione". Conclusione: "Questo sciopero è straordinario, perché non coinvolge solo autori, sceneggiatori, attori e tutte le figure necessarie all'industria del cinema, ma si sta allargando anche ad altri sindacati, degli addetti ai trasporti e al cibo, degli insegnanti eccetera. E non cede. Il Ceo della Disney ha detto cinicamente "resisteranno finché non perderanno le loro case", dimostrando così che a questo puntano le coroporation, a distruggere le nostre case e anche le nostre vite".

Seconda cosetta, in risposta a una domanda sulla guerra in Ucraina, lei che cominciò protestando contro quella in Vietnam: "Con questa domanda finisco subito nei guai. Premetto che io sono contro la guerra, qualunque guerra, sempre e dovunque, e dunque ho il cuore spezzato per i morti ucraini e per quelli russi. Ma la posta in gioco di questa guerra non è l'Ucraina, è la Russia, il rapporto fra la Russia e la Cina, e alla fine la paura americana della Cina. La proxy war americana in Ucraina non è cominciata con l'invasione russa, bensì molto prima, con la violazione degli accordi di Minsk. La Nato è fuori controllo, mentre bisognerebbe almeno cominciare a negoziare. Ma continuare a piantare ovunque basi Nato non è una buona premessa per negoziare, così come non è con le bombe a grappolo che si otterrà il cessate il fuoco".

Ecco. Vorrei qualche Sarandon pure da queste parti.

PS. Le regole dello sciopero imponevano che non si parlasse dei film di Sarandon né di eventuali suoi progetti futuri. Quando le cose si fanno si fanno sul serio.

da qui

giovedì 3 agosto 2023

La bambolona – Franco Giraldi

tratto da un romanzo di Alba De Céspedes è la storia di un maschio italiano, ricco, che punta una ragazzona di 17 anni, pensando di farsela in un boccone, come tutte le altre.

non esiste moralità, e Tognazzi, che si crede il ragno vincente, è una povero moscerino che viene intrappolato in una ragnatela che neanche intuisce, senza scampo.

viene umiliato, imbrogliato, rapinato, il predatore, il t(r)ombeur des femmes, diventa preda.

Ugo Tognazzi è al suo meglio, da antipatico riccastro diventa uno per il quale provare compassione.

gran film, da non perdere.

buona (sorprendente) visione - Ismaele

 

 

 

ci si diverte e anche parecchio in questa sottovalutatissima commedia in cui Tognazzi dona vita al personaggio di un maturo avvocato donnaiolo impenitente che un giorno si invaghisce di una rustica diciottenne,silenziosa e dissociata che da lui non si fa nemmeno sfiorare.Poi lui ci si incarognisce arrivando anche al fidanzamento in casa per cercare di ottenere quello che vuole,le regala anche un rubino da due milioni e in un sogno il cameriere gay gli dice quando lui ritorna a casa e la trova piena di donne discinte e disponibili"dottore sono 100,ventimila lire per cento fa due milioni",come la pietra preziosa che ha appena regalato,in una sorta di scambio stile fustini di detersivo nella pubblicita'.E'pero'un gioco truccato,mentre lui gioca a carte scoperte avviandosi verso l'autodistruzione,lei copre il suo gioco dietro una patina di fastidiosa indolenza fino a rivelare la sua vera natura ,fino a rivelare che lui,il maturo impenitente donnaiolo è stato fatto fesso da una rustica diciottenne neanche depilata e dal di lei manzo che lo ricattano addirittura.E'una commedia di costume con intenti di satira sociale(sopratutto sul machismo tipico italiano),in fondo è un inno alla capitalizzazione delle proprie risorse,una rincorsa continua al bisogno di denaro e alla ricerca dello staus symbol che permetta di scalare posizioni nella scala sociale.E sotto questo punto di vista sono eccellenti Sonni e la Brignone nei panni dei laidi genitori di lei che trattano la figlia come una ricchezza da sfruttare....e lei è molto piu'furba di quello che sembra....la regia è sicura ma perde compattezza nelle sequenze oniriche in cui si insegue una vaga estetica felliniana ma è difetto di poco conto...

da qui

 

Affermato avvocato si invaghisce di una prosperosa diciassettenne di modesta famiglia e, per poterla frequentare, giunge al fidanzamento. Il suo scopo è portarsela a letto ma la ragazza è meno ingenua di quel che appare... La storia è quella, raccontata tante volte, della sbandata di un uomo di mezz'età per una donna molto più giovane e se il film è piacevole da seguire, nonostante la lunghezza eccessiva e parentesi superflue, lo si deve ai due protagonisti: Tognazzi nella parte ci sguazza, mentre Rea risulta perfetta per il suo personaggio indolente e solo apparentemente passivo.

da qui

 

…La bambolona vi stuzzicherà. È un bel tipo, questa Ivana: una morona diciassettenne, parca di di gesti e di parole, torpida e fiacca, con gli occhi di pupa e il seno di Giunone. Quando Giulio, un avvocato di mezza età, ricco e arrivato, la comincia a concupire, s’indovina che conquistarla sarà faticoso. Ma l’uomo è testardo: avvezzo a smaglianti donne di mondo, quella florida ragazzotta della piccola borghesia gli promette sapori inconsueti, e forse anche un modo originale di concludere la sua carriera di dongiovanni.

da qui

 

Interessante commedia questa "Bambolona", un po' perché ha una tensione quasi da thriller, con personaggi fantasma  e comportamenti ambigui, e un po' perché ci restituisce uno squarcio impietoso sui quartieri realmente poveri, in cui si vive(va) disposti a tutto. Tognazzi magistrale, manco a dirlo, la Rei - della quale non si hanno più notizie dal film successivo - perfetta per il ruolo, timida e scostante all'inizio, sfacciata nel sorprendente finale. Un film ben girato e ben recitato che meriterebbe maggior considerazione.

da qui

 

…è un bel film che fa vedere a che abissi di umiliazione e di ridicolo possono portare le passioni storte lasciate a briglia sciolta.

da qui

 

Una valida commedia basata sul doppio inganno, che sa tenere un buon ritmo per tutta la sua durata e non annoia mai, sia per l'ennesima grande prestazione di Ugo Tognazzi, sia per i numerosi dialoghi e momenti brillanti, sebbene grandi battute non è che ce ne siano. Bello lo stile del montaggio: spesso i dialoghi di una scena fanno da sottofondo ad altre, senza farci mai veramente capire se si tratti di scene vere o di immaginazione. Un film organizzato bene, che sa tenere vivo l'interesse con poca trama. Musica un po' ripetitiva. La poco nota Isabella Rei adatta al ruolo. Buono.

da qui

 

Un personaggio per niente scontato: un avvocato di grido, con amanti a profusione con fisici da modelle, che si invaghisce di una ragazza pienotta e non esattamente in linea con i suoi canoni di bellezza. Perché? In realtà vorrebbe solo portarsela a letto, ma il signore è più complesso di quanto voglia apparire, e alla fine, da furbo quale si presenta, ci fa la figura del fesso colossale.

Nelle mani di Ugo Tognazzi, l’avvocato Giulio Broggini è un mostro in borghese che rivela tutta la falsità del boom economico e del benessere sociale (quindi umano) dell’italiano medio, compromesso dalle conseguenze dei sentimenti ingestibili. Con professionalità e una naturalezza incredibili, Ugo mette a segno un ennesimo capolavoro d’attore che occupa un posto d’onore nel suo personale percorso per singolarità e rarità.

Dietro la macchina da presa c’è il dimenticato Franco Giraldi, che trasferisce sul grande schermo un romanzo di Alba De Céspedes, che innesta nel modello della commedia all’italiana (qui soprattutto di costume) elementi inattesi (le proiezioni oniriche di Giulio al cospetto del potentissimo zio della sua amata, alto dirigente del Ministero dell’Interno, con un ambiguissimo rapporto con la nipote) e un tono tutt’altro che banale.

La bambolona è una convincente Isabella Rey, qui figlia di due caratteristi infallibili come Lilla Brignone e Corrado Sonni e con una metamorfosi finale da mani nei capelli. Un film poco capito, da recuperare subito.

da qui

 


mercoledì 2 agosto 2023

Atlantide – Yuri Ancarani

un po' documentario, un po' film d'arte visiva e musicale, un film su giovani senza domani, un film comunque unico.

la parte memorabile è la parte visiva e la musica che accompagna, in un crescendo discontinuo, con l'ultima parte che ti resta addosso, da vedere e rivedere.

Venezia senza turisti è un'altra cosa, e avere un barchino è la libertà, finché durerà.

buona (ipercolorata) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo, su Raiplay

 

 

Quello che accade negli ultimi 10 minuti di Atlantide è un qualcosa di così bello, impressionante ed emozionante che raramente avevo visto prima in sala.

Qualcosa di "tecnico", è vero, ma talmente straordinario che acquista una valenza sensoriale, emozionale, oltre che metaforica.
Ma tutta l'ultima mezz'ora di questo film così strano ed unico, un film che racconta di una generazione di giovani veneziani completamente staccati dalla società, una generazione nichilista che pensa solo ai propri barchini e alla laguna, tutta l'ultima mezz'ora di questo film è qualcosa che si avvicina molto all'esperienziale.

Prima ho faticato, tanto, non solo per la dilatazione eccessiva delle scene ma per il trovarmi davanti quasi sempre la stessa cosa.

Eppure il film è un continuo regalarci una perla dietro l'altra. E raccontando del Nulla alla fine ci sembra che racconti del Tutto, persino della vita e della morte.

Svuotate i vostri occhi prima di vederlo.

Perchè si riempiranno completamente…

da qui

 

 

…Si tratta di un universo dalle grandi potenzialità, originale e complesso, e Ancarani riesce a trasmettere molto efficacemente la mentalità di questi giovani senza prospettive, che sognano di correre più veloci di tutti ma non hanno un reale posto dove andare, sullo sfondo di una Venezia mai così dark. La mancanza di una progettualità tradizionale nella costruzione del film, però, se da un lato accentua il senso di realismo e di autenticità della messa in scena, dall’altro genera una narrazione troppo frammentaria e confusa.

A volte si ha quasi la sensazione che manchino dei pezzi tra una scena e l’altra; ci sono personaggi a cui vengono dedicate singole, lunghe sequenze, ma che poi spariscono. Manca un vero approfondimento psicologico che consenta di affezionarsi seriamente a questi ragazzi, che invece vengono sempre percepiti con distacco dallo spettatore.

L’ultima sequenza del film, un’infinita carrellata su Venezia alle prime luci dell’alba, basata su un’unica inquadratura “sghemba” che rende difficile capire cosa sia il riflesso di cosa, è la perfetta sintesi, nel bene e nel male, dell’intero film: un’esperienza visiva suggestiva e intensa, ma che al di là dell’estetica affascinante e perfettamente curata rischia di apparire un po’ vuota e poco coinvolgente. Siamo davvero al confine tra cinema e video-arte.

da qui

 

  

En una isla, en los bordes. La laguna de Venezia. Concretamente, Sant’Erasmo. Allí, Daniele (Daniele Barison) dedica sus días, usando el ingenio, a sobrevivir. Una supervivencia delimitada por el culto sacro al barchino y, a la vez, a la búsqueda de placeres que llenen lo inocuo. Una inocuidad que la propia ciudad devuelve sumergida en la belleza. Una ciudad, un estado del ser que, como el propio mito de la ‘Atlantide’ que no existe, se (re)presenta.

Una (re)presentación que, en la laguna, se convierte en un contraste entre el centro y los márgenes pero también entre lo deseado y lo obtenido, lo presente.

Un presente que, como el de Daniele (Daniele Barison) y sus coetáneos, dibujan un sinfín de dimensiones en el mismo plano terrenal. Unas dimensiones que, veloces sobre el agua y vividas en el subidón de la droga con una banda sonora bacala, son el propio reflejo.

Un reflejo que, como otra dimensión que cobra vida como si de un personaje más se tratara, se materializa en (y por) el agua.

Un elemento, el agua, que lo envuelve todo: la ciudad, la vida de lxs chicxs con las lanchas, sus actuaciones, e incluso es donde, en nuestra mitología colectiva, reside la Atlantide.

Una Atlantide que Yuri Ancarani personifica como un reflejo, entre neones, de Venezia. Una Venezia fantasmagórica, como un limbo, donde habitan unxs diosxs caidxs —las generaciones futuras— entregadas al placer, como epicúreo. Un placer que solo guía el ahora, que lo sitúa en los márgenes.

Con una fotografía hipnótica y con pocas palabras, Ancarani consigue que, desde nuestras butacas, habitemos el reflejo de su Venezia, de esta Atlantide (re)presentada. Una (re)presentación imbuida en el gesto, en la acción, en una dimensión aproximativa a la realidad.

‘Atlantide’ es música bacala, velocidad, drogas, belleza clásica, diosxs contemporánexs caidxs, luces de neón y el aquí y el ahora.

da qui

 

Lo sguardo fantascientifico è probabilmente una delle possibilità per avvicinare la visione stratificata di Yuri Ancarani. Film dopo film, l’artista ravennate disinnesca la rappresentazione scopica del paesaggio, circoscritto o espanso che sia, preferendo l’esperienza immersiva, a partire dalla prassi del filmmaking. Dentro realtà inconoscibili, talvolta nascoste nelle stanze della nostra psiche, individua luoghi dell’immaginario, ben radicati nella fusione tra ambiente e tempo. E la concezione del tempo in particolare, vive solo in parte attraverso la restituzione di quello storico, perché ne sonda conseguenze e derive inattese, rivelando la sopravvivenza di ritualità sconosciute, improvvisamente visibili con i corpi situati nell’essenza transtorica del soggetto. Atlantide in particolare, sin dal riferimento esplicito ad un territorio dell’immaginario che risiede tra antropologia e letteratura fantastica, è l’avventura più coraggiosa di Ancarani, perché sceglie volontariamente Venezia, la cui immagine di massa è ormai mappata dalle consuetudini che hanno generato i fenomeni di overtourism, per chi ne promuove i meccanismi e per chi contesta gli effetti. La geografia qui è un’altra. Eminentemente acquatica, esplora un territorio più vasto, dove i luoghi sono più di uno e la città che conosciamo vive in una relazione costante con altri satelliti. Spazio concreto e allo stesso tempo di fluidità impalpabile, Venezia prende forma attraverso i gesti, le abitudini e il punto di vista degli adolescenti che passano il tempo a bordo dei barchini, dove suono e velocità spezzano i rumori della laguna, con i diffusori a bordo sparati al massimo e i codici della trap ad unificare l’esperienza collettiva…

da qui

 

 

 


martedì 1 agosto 2023

Il poliziotto è marcio – Fernando di Leo

un film nel quale il poliziotto protagonista è corrotto, nella busta paga e nelle mani di un boss come poteva avere la vita facile?

e però ci sono una grande regia, una storia inquietante, che ti lascia senza fiato, colpi di scena, insomma, niente da invidiare ai migliori polar francesi.

e poi gli attori sono veramente convincenti, e tutti soffriranno del marciume dominante.

Il poliziotto è marcio è un gioiellino da (ri)scoprire, nessuno se ne pentirà.

buona (corrotta) visione - Ismaele

 

 

QUI il film completo

 

  

Per la prima edizione del film, la Commissione di revisione cinematografica esprime parere favorevole alla proiezione del film in pubblico con divieto di visione ai minori di 18 anni, in considerazione delle scene di violenza in esso presenti e della rappresentazione irriverente delle forze di Pubblica Sicurezza (25 febbraio 1974). La seconda edizione del film ottiene il nulla osta per la proiezione in pubblico, senza limiti di età (14 novembre 2012).

da qui

 

… Supportato da dialoghi efficacissimi e dall’ottima interpretazione degli attori - con Salvo Randone e Vittorio Caprioli sugli scudi - Di Leo riesce in pieno nei suoi intenti. E la violenza verbale -  che spesso supera quella delle scene d’azione – trova il suo climax nel drammatico scontro tra il maresciallo Malacarne e suo figlio Domenico, un commissario ormai alle strette costretto a rivelare tutto al padre in un ultimo estremo tentativo di salvargli la pelle:

‘Tu sei un complice dei delinquenti?! Tu, mio figlio! Oh Madonna santa, ma che dici?!’

‘E non facciamo il melodramma! Sissignore, sono corrotto, sono un infame, un traditore. Ho 60 milioni da parte, un'amante di lusso e quando alzo la voce tutti si scattano sull'attenti. E allora?' '

‘Ti pagano! Ti sei vendu…venduto! Tu? Tu! Mio figlio!' '

‘Ma chi sei tu per farmi la morale? Io ti ho visto leccare le scarpe per tutta la vita...tutta una vita per diventare un maresciallo di merda! Quante volte hai massacrato di botte dei poveracci con la benedizione dei superiori? Quante prove hai fabbricato per trovare dei colpevoli qualsiasi? Quanti soprusi? Quanti inghippi per un panettoncino a Natale?! Pure questa, sì, pure questa è corruzione! Ma corruzione da fessi!'

Qui non solo collidono due generazioni e due modi diversi di vedere la vita, c’è di più: c’è il sogno di un padre – quello di vedere nel proprio figlio la realizzazione di qualcosa che da sé non si è riusciti a realizzare - che si frantuma in un istante; e c’è anche la condanna a morte di un’esistenza che giunta al capolinea, nelle dure parole di un figlio verso il padre, si rivela per quello che è stata, cioè povera e meschina. Gli occhi pieni di lacrime di Randone e il suo sguardo perso nel vuoto sono qualcosa difficile da dimenticare.

Osteggiato fin dalla sua prima uscita, il film verrà sequestrato e sparirà praticamente dalla circolazione per circa trent’anni (è del 2012 l’uscita in dvd a cura della RaRo). Inutile aggiungere che si tratta di un film imprescindibile per gli amanti del noir italiano. Ultime note conclusive: decisamente interessanti la cupa colonna sonora di Luis Bacalov e il montaggio di Amedeo Giovini; riusciti e spettacolari gli inseguimenti dell’equipe di Remy Julienne; solita comparsata di Di Leo, stavolta seduto alla cassa di un bar.

da qui

 

…Un film che, fin dalla storia nei suoi tratti generali, appare scomodo, irritante, antipatico come il protagonista, bello e dannato in quei suoi abiti eleganti inappuntabili vestiti con grande disinvoltura e fiero portamento e che, al pari di altri progetti ambiziosi e fuori dagli schemi partoriti dalla fertile vena narrativa di Di Leo, fu destinato a subire una sorta di censura non ufficiale, ma nei risultati, isolato e mal distribuito come fu al momento dell'uscita in sala.

Il film infatti pone al centro della storia un personaggio altamente negativo, senza appello, e non il classico eroe problematico e pieno di complessi, costretto a prendersi colpe in realtà non sue ma attribuibili a terze responsabilità.

Qui invece la legalità affonda, degenera, annega in una pozza schiacciata dal piede prevaricatore di una malavita che trova il modo di insinuarsi nelle istituzioni, corrompendole e promettendo loro contropartite difficili da rifiutare anche se si è figli educati con sani principi di fedeli sottufficiali dell'arma più antica e celebrata tra le forze dell'ordine.

Come di consueto, il racconto di Di Leo alterna personaggi monolitici e privi di sfumature, ad altri legati alla tradizione popolare che di sfumature ne mostrano sin troppe, dando luogo ad un avvicendarsi di personaggi talvolta inquadrati e precostituiti come formine, ad altri straripanti e colorati fino a sfiorare la farsa.

Il tutto all'interno di un poliziottesco di tutto rispetto, violento e teso, diretto e senza cornici edulcorate o inutili ricorsi a scorci o panoramiche, intento piuttosto a concentrarsi su grandi scene di inseguimenti in macchina, scazzottate e sanguinolente sparatorie.

da qui

 

Muy buen thriller polizziesco firmado por uno de los maestros indiscutibles del género, el gran Fernando Di Leo (“Milano Calibro 9”, 1972). “Il polizziotto é marcio” (“El policía es corrupto”) va más allá de las típicas escenas de acción características del género, y si bien a lo largo del metraje no se escatima en trepidantes persecuciones automovilísticas, peleas a puñetazo limpio y tiroteos varios, la historia también tiene una profundidad narrativa que transciende las apariencias – algo a lo que Di Leo ya nos tiene acostumbrados.

Luc Merenda, que ya protagonizó otro memorable film de Di Leo como “Kidnap Syndicate” (1975), interpreta al policía Domenico Malacarne; joven, apuesto y prometedor comisario… que tras las apariencias de policía modélico lleva una doble vida. Cobra un sueldo del crimen organizado a cambio de proteger los negocios de los grandes jefes, y además recibe chivatazos para arrestar a pequeños delincuentes y a los rivales de los contrabandistas que le pagan; lo que le paradójicamente – pese a su corrupción – le posibilita adquirir prestigio en su trabajo “oficial” de policía. Sólo cuando los contrabandistas que le han estado “untando” desde hace años dejan de mover café y tabaco para pasarse a algo mucho más lucrativo, como son las armas y las drogas, Malacarne entiende que se encuentra en una peligrosa encrucijada… ¿Será ya demasiado tarde?...

da qui

 

Di Leo ci regala una regia indimenticabile, andando oltre il divino nella prima scena di inseguimento che, per perizia tecnica, non ha nulla da inviadire nemmeno al miglior Friedkin. La storia è coraggiosa (parlare di polizia corrotta in quegli anni non era semplice) e la violenza è bella tosta e funzionale al racconto. Un punto in più per la stratosferica cornice milanese che offre quel pizzico di diversità in più rispetto alla "solita" Roma. Merenda monoespressivo ma adattissimo al personaggio privo di sfumature. Purissimo cinema di regia.

da qui

 

Nelle intenzioni di Di Leo il film è la sua risposta a Indagine di Petri (da cui provengono Randone e Santuccio) raccontando la corruzione nella polizia in maniera lucida e verosimile. Ne esce un film coraggioso e spietato, che sa "competere" con il successo dei poliziotteschi sul versante spettacolare (l'inseguimento sui navigli è da antologia) ma ne prende definitivamente le distanze sul versante drammatico. Nemo propheta in patria a ogni modo e questo gioiello è rimasto invisibile per 40 anni.

da qui

 

Il titolo fa tremare i muri per le inconfutabili verità che purtroppo rivela: la corruzione nelle basse sfere di chi dovrebbe tutelare i più deboli, con l'infima meschinità per la salita a una misera carriera e in quelle alte invischiate con i "diamanti" della criminalità. In questo bergonzelliano porco mondo si aggiunge la miopia delle autorità che prendono solo i "pesci piccoli" della delinquenza. Il film è un vaccino-antidoto anti-poliziottesco che demolisce i cliché concettuali e ideologici del genere sulla rettitudine delle forze dell'ordine.

da qui

 

 

…Il poliziotto è marcio passa in censura con visione interdetta ai minori di 18 anni, il 25 febbraio 1974, dopo che la produzione rifiuta di apportare i tagli richiesti.

Dal verbale allegato al n.o. n. 64039:

"Poiché l'interessato dichiara di non poter aderire alla proposta dei tagli, la Commissione esprime parere favorevole alla concessione del n.o. di proiezione in pubblico, con il divieto di visione ai minori degli anni 18. Tale divieto è in relazione, innanzitutto, alla tematica del film, che ha come protagonista un commissario di P.S. ed un suo dipendente che si lasciano corrompere da una banda di delinquenti al solo fine di appagare desideri di vita agiata e lussuosa; né alla conclusione del film si ha uno spiraglio di luce, poiché al capo della banda ed al commissario uccisi subentrano altri da una parte e dall'altra decisi a perseverare nella losca ed illegale attività. A ciò si deve aggiungere che il film consiste in una serie ininterrotta di scene di violenze, alcune delle quali presentano carattere di particolare ferocia ed efferatezza."

Metri di pellicola dichiarata: 2595 (circa 94'40" su pellicola in 35 mm, uguale a 90'-91' su dvd o nei passaggi televisivi codificati PAL).

 

Una seconda commissione, datata 14 novembre 2012 (v.c. n. 106749), esprime parere favorevole al rilascio del n.o. per la proiezione in pubblico, senza più limitazioni per i minori.

da qui