martedì 12 febbraio 2019

Il Corriere - The Mule - Clint Eastwood

a proposito di giovani, dopo Harry Dean Stanton e Robert Redford torna il vecchio Clint, in una storia di droga e di buoni sentimenti.
Earl deve anche fare i conti con la sua vita e i suoi familiari e questo rende il film adatto a ogni spettatore, tutti capiscono.
e siccome vedere il film è meglio che farselo raccontare, il cinema vi aspetta.
buon viaggio, su quella macchina nera - Ismaele





Clint Eastwood non delude mai, è impossibile. A quasi novant'anni, torna sullo schermo come regista e come attore e dà vita a un gioiellino drammatico che, seppur non al livello dei suoi capolavori, è assolutamente apprezzabile. C'è una certa tendenza ad assecondare i miti più abusati della cinematografia americana (su tutti, l'amore per famiglia da mettere al primo posto) ma Clint ha una narrazione così poetica e delicata da farci scordare ogni possibile difetto. La sua regia è carezzevole, la sua interpretazione è straordinariamente umana e credibile e genera un'empatia solidissima con lo spettatore, gli attori secondari funzionano benissimo e non manca qualche sequenza ricca di pathos e di tensione.
Per quanto il contesto in cui il film è ambientato sia negativo, Clint sembra volerci mostrare che anche gli uomini 'peggiori' possono avere un'anima e sono spesso vittime di circostanze più grandi di loro. E come il magnifico finale ci mostra, anche in un carcere possono sbocciare dei fiori.
E' un'altra piccola grande opera del maestro Clint Eastwood.

…Ieratico e catartico come non mai, Eastwood regala con "The mule" una parabola struggente, un analisi della società liquida dell'oggi, tra smartphone e iperconnessioni il vecchio Earl rincorre il tempo perduto, tra rancori famigliari mai sopiti , inseguendo la (ri)lettura di temi a lui cari.Patria, famiglia e morte, letteratura da cinema classico qui inserita in un contesto puramente americano. Come in "Gran Torino" è la catarsi dell'uomo che conta, non importa se egli è sceso a compromessi con la propria morale, lui è lì per compiere il suo dovere sino in fondo. L' umanità è tutta nei compromessi e nelle contraddizioni di Earl Stone,  e nel suo amore per la vita."The Mule" è un opera classica e morale di altissimo livello, una lezione di vita che un grande autore ci legge ad alta voce. Eastwood a differenza di "Gran Torino" dipinge un personaggio che mantiene  dei tratti conservatori, mantenendo comunque un personaggio umano, godereccio e amante delle belle donne che  suscita tanta simpatia…

…Insomma, pregiudizi che dettano il nostro agire, decadenza di una società, i capricci dell'io, la nostra dimensione umana. Argomenti leggerini a cui il regista aggiunge infine il carico da novanta: la famiglia e lo Stato. Il messaggio è semplice, ma qui vive della drammatizzazione toccante più che della raffinatezza dei concetti: The Mule non è un film che lavora di fino, al contrario, affastella argomentazioni per sostenere tesi semplici, ma che pur capendo molti faticano a mettere in pratica.
E allora c'è la famiglia, trascurata per il lavoro, per le donne, per il successo, per ogni capriccio possibile e immaginabile. Serve la morte per portare a maturazione un padre inadeguato come Earl. Non dico altro. E alla fine arriva pure lo Stato, tanto aspramente criticato da Eastwood. Non è fatto di leggi, non è fatto di giudici e avvocati: è fatto di uomini, più o meno meschini, più o meno forti, coi coglioni di ferro o le palle mosce, più o meno onesti, responsabili e obiettivi di fronte ai propri errori. Il cittadino perfetto condanna se stesso per ciò che ha fatto. Non è un mostro perché ha commesso dei crimini, anzi, è sollevato quasi perché abbraccia serenamente la necessità di essere punito.
Nel suo percorso di redenzione Earl-Clint traccia la strada verso un “mondo perfetto”, il suo mondo perfetto. A volte è bacchettone, sbaglia tantissimo, quasi tutto, ma a novantanni arriva a capire. Ha voluto dircelo, rivelarcelo con un film, per darci una mano a vivere.

…La vera meraviglia in Il corriere – The Mule non proviene dalla riuscita o meno del film né dal suo presunto (ci auguriamo) status di opera-testamento, bensì dall’esistenza, fuori e dentro la scena, di una creatura testimoniale, incarnazione di un frammento di storia del suo paese, del cinema, americano e italiano, e in ultima istanza dalla sua disponibilità a mostrarci gli effetti del trascorrere degli anni sul suo volto e sul suo corpo. Non lo abbiamo coltivato noi, come i fiori di Earl, ma certo desideriamo, egoisticamente e proprio come i narcotrafficanti del film, che non si fermi, continui a viaggiare, che viva, ci intrattenga ancora, riecheggi epoche che non abbiamo vissuto, costi quel che costi.


domenica 10 febbraio 2019

Non torno a casa stasera (The Rain People) - Francis Ford Coppola

Nathalie e "Killer" sono persone senza troppa importanza, Nathalie non riesce più a convivere col marito, è anche incinta, sa cosa non vuole, ma ancora non sa cosa vuolo, Killer era una giovane promessa del football americano, adesso è solo un ritardato nel mondo impietoso degli adulti, è come un bambino, preso in giro e sfruttato da tutti, tranne che da Nathalie. 
i due si affezionano, senza un motivo particolare, se non che l'uno/a sente di dover proteggere l'altro/a.
Roger Ebert vede nel film una storia come quella di Easy rider, a partire da Huckleberry Finn.
un piccolo capolavoro, imperfetto, secondo alcuni, con grandi attori nelle mani di un grandissimo Francis Ford Coppola.
non perdetevelo - Ismaele





…The Rain People (questo il titolo originale) è un viaggio prima interiore che reale anche se l'incontro con un ex giocatore di football universitario ora mezzo ritardato condizionerà parecchio le sue scelte. Pur sapendo che è meglio abbandonarlo non riesce a staccarsene. Empatia,affetto materno, sindrome del buon samaritano. Il perchè della loro vicinanza affettiva non è svelato neanche nell'ultimo disperato pianto di Natalie. Coppola più che ai luoghi,più che fotografare l'America che si srotola pigramente nei finestrini della macchina sembra interessato a Natalie e al suo processo di emancipazione,al suo tormento. Se vogliamo  è un punto di vista radicalmente opposto a quello assunto da Spielberg in Sugarland Express in cui i finestrini dell'auto erano occhi aperti sul mondo...

…Nathalie e "Killer" sono due inadatti (Killer porta la sua disabilità in giro come una specie di pietra di paragone di coloro che gli si accostano).
Sono inadatti alla vita in generale e alla vita che la società o il caso hanno preparato per loro. 
La fuga di Nathalie corre attraverso l'America rurale, che dagli anni 60 in poi non era già più l'autentico paradigma dell'American way of life ma - vero o no che fosse (e c'è ovviamente del pregiudizio nei registi di quegli anni) - un territorio già fin troppo esplorato e allo stesso tempo non (più) conosciuto, ostile.
E' una fuga senza scopo perchè, appunto, la frontiera non c'è più e gli spazi che si aprono davanti ai due non sono più pieni di promesse e di speranze…

…Basically the search is the same no matter how you undertake it. The young wife (Shirley Knight) In "The Rain People" and the Peter Fonda character in "Easy Rider" are lineal descendants of the most typical American searcher of them all, Huckleberry Finn. The rules of the game say these searches are always undertaken by two companions: a sophisticate, and an innocent. So Huck Finn takes along the slave, Jim. And Peter Fonda takes along the pothead (played by Dennis Hopper). And Shirley Knight picks up a hitchhiker (James Caan) who was a college football player until he got banged on the head and that made him an innocent.
The function of innocents is to be satisfied and ask obvious questions. They dig things. They like catfish (Jim) and getting stoned (Hopper) and they love a parade (Caan). And they can't understand why their companion on the quest doesn't just settle down and take it easy…

…Coppola a adopté un rythme lent, soutenu par une ballade mélancolique dont il n’abuse pas, mais le film recèle des scènes marquantes dans lesquelles il sait instaurer un malaise persistant : que ce soit dans l’hôtel où Natalie joue à « Jacques a dit » avec Killer, jusqu’à l’humilier (magnifique plan-séquence vue dans un triple miroir) ou dans la rencontre avec Ellen, l’ex-petite amie de Killer qui le rejette violemment, le spectateur ne peut qu’être troublé par des jeux de pouvoir brutaux. 
Même si les raisons du départ de Natalie restent confuses, le scénario prend soin de la définir par des caractéristiques récurrentes, comme le fait de parler d’elle à la troisième personne. Mais son départ sonne surtout comme le symbole d’un mal-être, qui imprègne toute une génération ; il n’est d’ailleurs pas indifférent que la même année, Dennis Hopper tourne Easy rider et que, au détour d’un plan, on voie le titre Bonnie and Clyde : consciemment ou pas, Coppola s’inscrit dans ce qui va devenir le « Nouvel Hollywood » et remet en cause, le temps d’un beau film, aussi bien la morale traditionnelle que la mise en scène classique. Il se lancera ensuite dans l’opulence opératique triomphante avec les Parrain ou Apocalypse now, mais sa veine intimiste ne mérite ni dédain ni condescendance : Les gens de la pluie est un grand film.

venerdì 8 febbraio 2019

ricordo di Albert Finney

Boxcar Bertha (America 1929 – Sterminateli senza pietà) – Martin Scorsese

tratto da un libro (qui) di Bertha Thompson, il film racconta una storia e la Storia in tempi in cui la vita, degli altri, aveva poco valore (e ci stiamo riavvicinando a quei tempi fascisti, con altri nomi).
Bertha e i suoi compagni vivono una vita al limite, combattendo per i diritti dei lavoratori, in tanti modi, e subendone il prezzo.
attori straordinari, nelle mani di un regista che ha girato film indimenticabili, si chiama Martin Scorsese.
cercatelo, non ve ne pentirete - Ismaele






… I rinnegati ed amori che come vengono vanno, un ritratto a tinte forti, una fotografia dell’America che non si guarda alle spalle e che tende a dimenticarsi di tutto ciò che non gli fa comodo.
Scandaloso per i tempi, ma ancora oggi è parecchio libertino, effetti spicci (vedi incidente iniziale), vezzi estemporanei nelle soggettive, scene di sesso curate e tanto sangue.
Tutto sotto una direzione d’eccellenza, segno che se nessuno si può inventare miracoli, è ancor più vero che non servono grandi palcoscenici per manifestare un talento e che quando c’è è facile muoversi; la gavetta rimane pur sempre un passaggio che non si dimentica, anche per l’autore stesso ma ancor di più per lo spettatore che può assaporare un’ulteriore sfumatura di quello che ormai è un mito assodato (Martin Scorsese of course, non l’avevo ancora nominato).
Decisamente valido anche il cast, Barbara Hershey segna nettamente la visione, ma anche il resto dei protagonisti è di gran livello con David e John Carradine sugli scudi.
Il “resto” (virgolettato, perché poi fa la differenza, in positivo) lo fa il finale, violento, feroce e doloroso, un addio che giocoforza ci accompagna a lungo; così Martin Scorsese lascia il primo segno che conta e saprà accrescersi successivamente.
Spietato ed avvincente, tutto ha un’origine.

…Lo scontro tra le due Americhe, egualmente profonde e per questo costantemente a rischio di giungere a un conflitto “civile”, non è mai diretto, perché l’America del “capitale” usa come vettori della normalizzazione i poliziotti, ossia esclusi che hanno indossato la divisa. Si irride, quindi, la definizione classica secondo cui gli Stati Uniti rappresenterebbero la culla della democrazia o, ancor meno, della libertà, descrivendo semmai una più realistica visione di uno Stato oligarchico che garantisce la difesa delle elite attraverso il ricorso all’apartheid. Simbolica, a questo proposito, la scena, che poi sfocia in tragedia, in cui lo sceriffo locale decide di fare pestare Big Billy Shelley in carcere, dopo che quest’ultimo ha solidarizzato con un nero. Scorsese così coglie il carattere fondamentale dell’apartheid, che è il modo in cui il potere affronta le crisi sociali e governa, come è ben evidente oggi in Italia, perché consapevole del fatto che la propria sopravvivenza dipende dalla separazione dei simili e dalla esacerbazione di differenze superficiali tra di essi.
Girato nel 1972, ossia nell’anno del pieno trionfo della presidenza Nixon ma nel periodo di più radicale contestazione della società americana da parte delle sue avanguardie sociali, il film riflette il contesto storico in cui è stato pensato, lanciando una amara parola di speranza, esemplificata dalla splendida scena finale. In anni in cui era normale farlo, Scorsese elabora una bella e sensata critica del sistema capitalistico americano, anche se a volte l’opera subisce dei cali di ritmo che tuttavia sono poco rilevanti a fronte di una quasi opera prima che annuncia già il talento e la brillantezza di uno dei più grandi, e sofferti, autori contemporanei.

…The movie is set in a murky Southern territory of sweat and violence, and gives us Bertha as a forthright young girl who a gets involved in violence almost by accident. She falls in love with a certain Big Bill Shelley (David Carradine), who seems loosely modeled on the anarchist organizer Big Bill Haywood. The two of them meet other friends: Rake Brown, a slick young gambler with a yellow streak, and Von Morton, a sturdy black who wields harmonica and shotgun.
And then their gang is complete and their first murder just sort of happens when Bertha shoots a gambler who is about to shoot Rake. The movie's progression from young love to the most-wanted list reminds us of "Bonnie and Clyde," and I suppose it was meant to. But there's a lot more going on than a remake or rip-off.
I have the notion that Roger Corman, American-International's most successful producer of exploitation films, sent his actors and crew South with the hope of getting a nice, simple, sexy, violent movie for the summer trade. What he got is something else, and something better. Director Martin Scorsese has gone for mood and atmosphere more than for action, and his violence is always blunt and unpleasant -- never liberating and exhilarating, as the New Violence is supposed to be. We get the feeling we're inhabiting the dark night of a soul…

…America 1929 segue le peripezie della vagabonda Bertha Thompson e dei suoi tre complici, un baro, un sindacalista “bolscevico” e un “negro” lungo le ferrovie del sud degli Stati Uniti tra razzismo, intolleranza e Grande Depressione. I protagonisti dunque non sono i classici gangster che agiscono nella disperata rincorsa dell’effimero sogno americano, bensì emarginati che inaugurano l’ampia galleria di outsider scorsesiani. Per ragioni diverse, dovute a sesso, stile di vita, ideologia o razza questi antieroi sono mossi dal bisogno di essere accettati da una società che invece li respinge, additandoli come minacce per il proprio equilibrio ora minato ed incrinato dalla crisi del 1929. Schegge involontariamente deviate dall’ordine prestabilito e vittime di violente repressioni, la loro è una lotta per la sopravvivenza, dove il furto è obbligato dalla fame e dalla necessità di spingersi più in là, verso un nuovo posto da chiamare – provvisoriamente – casa. La forte simbologia che permea questa sorta di Easy Rider anni Trenta (in particolare nel finale) ne fa metafora dell’allora attuale situazione politica interna, in cui le lotte sociali cercavano di dare voce a un’America nuova in via d’affermazione. Una vena politica insolitamente diretta per una produzione di Corman, attraverso cui l’allora trentenne Scorsese dimostrava già le sue potenzialità, tra cui la matura capacità di realizzare un prodotto per il pubblico senza tradire la propria vocazione artistica e ideologica. Primi passi concreti di una carriera in divenire…

mercoledì 6 febbraio 2019

Tramonto - László Nemes

capita di vedere film che ti sembrano strani, meno male, difficili perché hanno bisogno di tutta la concentrazione possibile.
e non sempre è sufficiente.
Irisz torna alla negozio posseduto dalla sua famiglia un po' di anni prima.
come qualche anno prima per Saul, la macchina da presa è tutta su Irisz, e noi vediamo tutto quello che accade.
sono tempi difficili, di cambiamenti, nessuno può dirsi al sicuro.
e alla fine tutto sfocerà in una "guerra rigeneratrice", sterminio generalizzato e legale.
alla fine sai che hai visto un film unico, alla Bela Tarr.
sarà un caso, o forse no, László Nemes è stato assistente alla regia dell'immenso Bela Tarr.
godetene tutti - Ismaele





…Macchina da presa incollata a Irisz, alla sua faccia, al suo corpo, mentre intorno a lei spesso tutto è fuori fuoco, alluso e non definito, fantasmatico, e anche quando le inquadrature si fanno più classiche (per dire: quelle al negozio-atelier) e meno ossessivamente centrate sulla protagonista, Nemes riesce a restituirci il senso di una realtà sospesa. Due ore e un quarto di un cinema radicale come pochi altri oggi, certo spossante, ma in grado di catturare e restituire il mistero, il non visto e il non visibile, il non detto e il non dicibile, in una sfida che lo spettatore deve raccogliere perché grande sarà la sua ricompensa. Certo, la tentazione di abbandonare il campo, di rinunciare alla visione, affiora, perché l’intrappolamento di Irisz nella Macchina dei misteri è anche il nostro intrappolamento. Ed è frustrante che ogni volta che la verità sembra avvicinarsi Nemes ce la tolga e la nasconda. Vero anche che qualche volta lo sviluppo narrativo viene forzato per adattarlo alla ferrea gabbia stilistica decisa dal regista, conferendo al film un che di artificioso, ma sono limiti che non ne sminuiscono la potenza. Esperienza immersiva al massimo grado: Irisz, semplicemnte, siamo noi, fatti salire volenti o meno sulla giostra degli enigmi…
da qui

…È un'esperienza totale, violenta, indimenticabile. E conta più del plot, che spesso rimane volutamente fumoso, poco comprensibile. Nemes si rifiuta di rispondere ai quesiti che pone, e questo si nota persino nei dialoghi: ogni singola volta che qualcuno pone una domanda, il suo interlocutore svia. Irisz è impegnata in un'indagine, ma non sembra mai perfettamente in controllo della situazione. Si muove costantemente, fugge sempre da qualcosa o qualcuno, non sta mai dove le dicono di stare e non si fa scoraggiare dai pericoli che corre. Un agente perturbante che serve anche a riflettere sulla condizione della donna, allora come oggi: tutti sono talmente certi che Irisz sia programmata per obbedire agli ordini degli uomini, che nessuno si preoccupa mai realmente di accertarsi che lo faccia, e questo le dà campo libero per agire spesso indisturbata.

Si esce esausti da Tramonto (che dura più di 140 minuti). Non è certamente un film per tutti. Ma chi ama il cinema puro, chi cerca un'esperienza sensoriale più che il teatro filmato o un racconto più convenzionale, resterà estasiato da un tale sfoggio di arte a 360 gradi…


…Nonostante la narrazione progressivamente sempre più sovraccarica, Nemes ha il controllo totale di ogni inquadratura e inanella frequenti piani sequenza riproponendo lo stesso linguaggio già sperimentato nel suo film d’esordio. Napszálltasomiglia a un vortice che procede verso il risucchio di un buco nero. Il piano sequenza finale è l’incanalarsi della storia di Irisz nel gorgo nero della grande guerra dove lo sguardo della protagonista nell’ultima inquadratura è quello di una Medusa che ci pietrifica e ammonisce. Così facendo, tratteggia non solo la parabola di un personaggio ma il disagio di un’intera civiltà.
Napszállta parla di un’Europa in preda a forze distruttive, oggi come ieri, ma è anche un omaggio alla capacità disvelatoria del cinema, non certo al suo potere d’intrattenimento. Si tratta infatti di un film impervio, in cui si fatica a trovare uno spazio e si procede a tentoni. Nemes mortifica il principio di piacere e rifiuta gli inganni della seduzione, non ci sottrae alla pressione delle tenebre come farebbe una sostanza inebriante ma proprio in virtù di questo, il suo cinema non reca neppure la tossicità anestetica di un narcotico (Freud dixit).
da qui


...Al pari della protagonista, quindi, lo spettatore verrà sballottato da un luogo a un altro della città asburgica, quando il pretesto del ritorno a casa scatenerà una sequenza di eventi già in preparazione da diverso tempo e in cui Iris rimarrà invischiata fino a raggiungere una posizione al loro interno che non avrebbe mai immaginato. Nemes segue la giovane, che ha il volto perennemente sconvolto e dubbioso di Juli Jakab, e lo spettatore con lei proverà a decifrare più volte il senso di una trama fin troppo esile e scarna, ma ben presto sarà costretto ad accettare quell’unico sguardo sulla Storia, che è profondamente personale e la cui intenzione primaria non è certo quella di sostituirsi ai manuali sull’argomento. L’intento finale semmai è quello di tracciare un parallelismo con il tempo presente, dove la confusione generale e l’attesa di un cambiamento che una volta attuato sarebbe diventato irreversibile, fa il paio con la costante paura con cui il cittadino del ventunesimo secolo vive la propria esistenza, conscio della minaccia terroristica globale e, proprio come gli abitanti di Budapest incontrati da Iris appaiono sfocati sullo sfondo, immerso in uno spazio privo di profondità di campo, quindi senza coordinate geografiche precise.
Il tramonto di un impero, di una concezione di vita ben precisa, e la ricerca ossessiva della protagonista si fanno messaggio primario per lo spettatore; l’occhio di Nemes inquadra un contesto storico ben preciso anche se mai “messo a fuoco”, e proprio come Irisz, anche il cittadino del terzo millennio vive in balia degli eventi, si lascia trasportare da essi senza opporvi troppa resistenza con perenne stupore rassegnato, in attesa di un prossimo cambiamento che è anche inevitabile e potrebbe avere conseguenze drammaticamente irreversibili. Nel dipingere il tramonto di un’epoca, il regista ungherese lancia quindi un avvertimento carico di dubbi e di paure, anche se mai interamente pessimista (più che cosmico, ciclico): un raggio di luce in fondo alla storia è sempre percepibile; anche nei momenti più tenebrosi l’essere umano sarà in grado di rialzarsi e ricostruire…


… I letali 142 minuti girati da Nemes non fanno soffrire solo per la regia insopportabilmente pretenziosa, grazie alla quale – vale la pena ricordarlo ancora una volta – lo spettatore vedrà la nuca della protagonista come elemento dominante della scena, mentre attorno a lei accadono cose restituite solo a sprazzi, ma diventano intollerabili se si considera la sceneggiatura. Che, semplicemente, è esile, e soprattutto scandita sadicamente. La cosa è evidente fin dalla prima scena, quando vediamo Irisz provare bellissimi cappelli nel negozio che poi diverrà il centro dei destini del nostro continente: la modista le suggerisce di alzare la veletta, che altrimenti le cela il viso (…il nascondimento, il segreto, la donna senza identità) e Irisz ubbidisce. Poi, dopo aver indossato alcuni copricapi, Irisz rivelerà (…l’inizio del lentissimo disvelamento) di non essere nel negozio per fare acquisti, ma per rispondere a un’offerta di lavoro. Al che la modista dirà: “Poteva dirlo subito”. Una frase che si vorrebbe rivolgere al regista in più occasioni. La scena prosegue in un modo che rende già chiaro l’intero impianto narrativo: la modista conduce Irisz in un’altra stanza e le chiede il suo nome. “Irisz Leiter” è la risposta. Segue un silenzio ricco di attesa, mistero, carico di aspettativa: insomma abbiamo capito che la ragazza è nota, il suo nome ha un significato preciso, ma dovremo aspettare ancora alcuni minuti e altre battute e altre sospensioni e altri cambi di stanza (seguendo la nuca che si muove) per capire perché attorno a Irisz ci sia tanto sgomento. Lo sviluppo della “trama” segue sempre questo schema, dall’inizio alla fine…

martedì 5 febbraio 2019

Il mio capolavoro - Gaston Duprat

bravi attori per un film che non resterà nella storia del cinema.
la storia è quella di un inganno senza troppi danni.
poche copie nei cinema, naturalmente.
divertente, con colpi di scena al loro posto.
buona visione - Ismaele







… L’arte è destinata ad evolversi ed ogni artista è costretto ad accettarlo. Fa parte del gioco della cultura e della società, che cerca nuove maniere di espressione a cui non tutti riescono ad adattarsi. Ma cosa accade ad un pittore alla soglia della vecchiaia che non accetta l’evoluzione del proprio campo? Si arrabbia e si chiude in se stesso, ripudiando le innovazioni del secolo venuto e concentrandosi ancora di più sulla propria esistenza da reietto. È nell’insistenza – che va letta anche come amore e passione autentica – che persevera il personaggio di Il mio capolavoro interpretato da Luis Brandoni, burbero abbastanza da suscitare la dovuta simpatia e in grado così di dare voce ad un popolo che si interroga intorno all’arte e alle sue contraddizioni…

…A differenza che ne Il cittadino illustre e ne L’artista, ne Il mio capolavoro “i creatori” d’arte, se sono veri artisti, sono un dono e, con tutti i loro difetti (irascibilità, egocentrismo, persino disonestà) vanno protetti da una società ben più arida, sciocca o interessata solo al soldi. Una nenia non proprio interessantissima. Ma purtroppo non ci sono grandi margini di ambiguità, dubbio o sagacia, in questa commedia che prende varie direzioni e vira un paio di volte per approdare all’esito più consolatorio. Nonostante ci abbia fatto pensare a chissà quale soluzione e chissà quale mistero legato al delitto di cui si parla all’inizio del film, Duprat usa la suspense come un trucchetto (degno dei protagonisti) solo per vendere più agevolmente i 100 minuti successivi, altrimenti non proprio scoppiettanti.
…Muy recomendable a casi todo tipo de espectadores, tanto a los más jóvenes como al público de mediana edad y a los más mayores, exceptuando al público más exigente que se aburre con este tipo de comedias que abusan de los tópicos del género y que triunfan en los cines de todo el mundo.