lunedì 6 febbraio 2017

Ko to tamo peva - Slobodan Sijan



un vecchio autobus e dei passeggeri, il giorno prima l'invasione tedesca.
il personaggi e le situazioni sono comiche, grottesche e tragiche insieme, e la musica è bellissima.
lo sceneggiatore è Dusan Kovacevic, che ha lavorato in "Underground" (nel film c'era un'idea, non realizzata, poi ripresa nel film di Kusturica), e ha lavorato anche a questo film
non perdetelo, non ve ne pentirete, promesso 

sabato 4 febbraio 2017

Adam - Max Mayer

inizi a vederlo con la paura che sia un film melenso o strappalacrime, in realtà riesce a non esserlo, merito dei due protagonisti, Adam e Beth.
è un film sull'accettare e sull'accettarsi, con tutte le difficoltà e le sorprese dell'incontro.
il tempo in compagnia di Adam e di Beth passa bene, senza annoiare, se non un po' per i personaggi dei genitori di lei, decisamente un di più non necessario.
non male, vedere per credere - Ismaele





…Adam è un piccolo film, che senza aver ambizioni di sorta si rivela interessante e commuovente, ponendo un doloroso accento su come spesso il "mondo" e la società finiscano per ignorare le diversità, per paura o soltanto per futile ignoranza. Osserviamo l'evolversi di un amore come tanti, appesantito dalle evidenti difficoltà ma che, nonostante tutto, non ne ledono il sentimento. Nessuna scena che punti alla commozione con situazioni preparate a tavolino, ma tanta spontaneità in una commedia dolce-amara dal gusto amabile, dove è la tenerezza a vincere ogni cosa.

…La química entre Rose Byrne y Hugh Dancy, es excelente. Byrne, actriz australiana, que comenzó en la serie de su país Heartbreakers, y compartiendo reparto con Heath Ledger en Two Hands, es cada vez más habitual en producciones de peso de la industria americana y británica. Dancy, es un actor británico, que también tuvo su origen en el mundo de la televisión (Cazatesoros) y que poco a poco se está labrando una carrera. Con Adam, va a ser un nombre a tener en cuenta por los grandes estudios. Su interpretación le ha valido estupendas críticas, y nominaciones a premios independientes. Ellos son, sin duda, lo mejor de una película, pequeña en producción y grande en su mensaje. Pese a que cae en algunos clichés, y quizás tenga una historia demasiado sencilla, es un filme que mereció más, y que está muy por encima de la media de las típicas producciones que llegan a nuestro país. Una muesca más de la calidad del cine independiente americano.

…Adam cresce e per giunta da solo, senza lei che gli faccia da badante. Ancora meglio che impiastricciare il solito e vissero tutti felici e contenti.
Adam ha molte delle cose che odio nella commedia sentimentale hollywwodiana: il buonismo dilagante, il messaggio positivo a tutti costi, quel fondo didattico con annesso spiegone di cosa è la sindrome di Asperger buono per ogni dibattito televisivo pomeridiano che si rispetti..
Eppure non sono riuscito a odiarlo. Non mi ha appassionato eppure l'ho visto tutto senza annoiarmi o prendere una sosta per eccesso di zuccheri tracimanti dallo schermo.
E questo perchè Hugh Dancy e Rose Byrne hanno lavorato bene sui loro personaggi senza renderli delle macchiette indigeribili: evitano i trabocchetti dell'overacting (lui) e il patetismo insito nel personaggio di una maestrina d'asilo, scrittrice per bambini, che si prende cura di un uomo che è solo un bambino anagraficamente più grande.
Lui cerca rifugio in lei e lei crede di aver trovato in Adam un punto di riferimento,cangiante come la luce delle stelle filtrata dall'atmosfera, ma sempre un porto in cui approdare.
Perchè in fondo è bambina anche lei…

…Non è la prima volta che il cinema affronta il tema della diversità psichica ("Rain men", "Forrest Gump", "Mi chiamo Sam", "Buon compleanno Mr. Grape") con alterna fortuna, ma è la prima volta che il tutto è condito da un tocco di sentimentalismo e di romantica delicatezza: un film su una delicata storia d'amore tra due differenti solitudini, che non si discosta poi molto dalle tante storie d'amore "normali"; le difficoltà che incontrano Adam e Beth sono le difficoltà della nostra vita, sono le difficoltà della nostra quotidianità che rendono problematico ogni sentimento, che rendono difficile oltrepassare il confine che ci separa dall'altro e a volte ci separa da noi stessi.
Così Adam diviene metafora delle difficoltà più ampie di tutte le relazioni umane, delle difficoltà ad entrare in sintonia con un'altra persona, una persona che, nel bene e nel male, ha una diversa visione del mondo. Una diversa, ma sua, visione del mondo.
"Adam", come tutti i film che trattano patologie umane, è un film toccante e fragile, che, però, non scade mai nel compiacimento e nella piaggeria, ma esplora i sentimenti umani e il male di vivere, le difficoltà amorose e le problematiche relazionali, la complessità dei rapporti padre/figlio e la persistente compromissione delle relazioni sociali, riuscendo magicamente a trasmettere quel senso di impotenza che prende di fronte ai grandi e per certi versi insormontabili ostacoli della nostra routine quotidiana, specie se visti con gli occhi di un "diverso".
Ne esce fuori un piccolo, sincero film, fatto di poesia e di malinconia, di atmosfere e di suggestioni, che ci insegna a capire come solo la comprensione per gli altri, la solidarietà, la tenerezza, il rispetto, il sentimento, ci permettono di varcare quel confine che racchiude mondi a noi sconosciuti, e che credevamo impossibili.
Non serve un lieto fine, perchè "Adam" non racconta una fiaba, ma una dolorosa realtà, non gioca con i sentimenti del pubblico, non punta alla facile commozione con situazioni strappalacrime, ma ci porta in un mondo parallelo e anche misconosciuto, il mondo della diversità e della patologia; nel mondo del disordine pervasivo dello sviluppo e delle difficoltà nelle relazioni sociali, del disagio ad agganciarsi alla realtà.
La regia sobria e discreta, quasi invisibile, come si conviene ad un film così, un po' lieve e un po' ironico, punta più sull'utilità divulgativa del problema che sulla spettacolarizzazione della storia; e si avvale di due interpreti, per certi versi sorprendenti. Soprattutto Hugh Dancy, l'attore inglese che finora si era caratterizzato per ruoli non particolarmente interessanti, che sfodera qui l'interpretazione della sua vita, e che si è preparato al difficile ruolo parlando con soggetti affetti dalla sindrome di Asperger (e si vede come è riuscito ad identificarsi con il personaggio) ed ha preferito evidenziare l'aspetto interiore della vita bloccata di un ragazzo, dagli sviluppi emotivi sempre imprevedibili, piuttosto che forzare su una mimica caratteriale eccessivamente accentuata.
Lo stesso fa la brava australiana Rose Byrne (Coppa Volpi a Venezia 2000 per la migliore interpretazione femminile per "La dea del '67"), molto efficace nel tratteggiare il ruolo di una ragazza ferita nei sentimenti eppure capace di ricominciare.
Peccato che un film così abbia avuto scarsa visibilità e una ancora più scarsa distribuzione.

giovedì 2 febbraio 2017

Chavez - L'ultimo comandante (South of the Border) – Oliver Stone

Oliver Stone negli ultimi anni si è dato al documentario, o gira dei film da storie più che vere, quasi documentari con gli attori, come Snowden.
il film su Chavez è un altro sui "diavoli" che gli Usa vorrebbero o avrebbero voluto morti e sepolti da moltissimo tempo, il come sarebbe stato un dettaglio.
Oliver Stone va a trovare non solo Chavez, ma anche gli altri presidenti sudamericani a rischio golpe, come è successo in Paraguay.
sapendo che non è il più bel documentario della tua vita (lo dico solo per evitare delusioni a qualcuno, magari non troppo bolivariano), sappi  comunque che la visione ne vale davvero la pena, visione su un mondo e su presidenti che la nostra tv non ha mai amato - Ismaele


QUI il film completo, in italiano


…A livello puramente registico, “Hugo Chavez – L’ultimo comandante” è indubbiamente un prodotto ottimo, dal ritmo incalzante, che tiene alto l’interesse dello spettatore.
Purtroppo durante la visione dell’ultima fatica di Stone si ha però a tratti l’impressione che il regista abbia voluto, come si suole dire, “mettere troppa carne al fuoco”. Quando Stone si cimenta nell’excursus storico sulla crisi che ha colpito Argentina o Colombia e sugli eventi che hanno portato alla vittoria di personaggi come Evo Morales o Christina Kirchner, il risultato è un po’ traballante. La storia di Paesi così difficili e distanti da noi, di cui gran parte degli spettatori sa poco o nulla, viene riassunta in pochi minuti, in un’alternanza rapida di immagini e opinioni discordanti che finiscono con il confondere lo spettatore…

Il film si approccia a questi "eroici" nuovi condottieri con la stessa informalità e rispetto che dimostrati per Fidel Castro in "Comandante" nel 2002, "Looking for Fidel" nel 2003 e "Castro in Winter" nel 2012, ma con una maggiore attenzione alla lettura e storpiatura mediatica esterna: conta l'aspetto narrativo di una realtà storica in evoluzione. Stone nelle sue domande fa spesso riferimento ai "film", alla percezione esterna della realtà e della finzione: programmatico a tempi alterni, il regista è interessato a questo, al punto esatto in cui straordinari uomini di carisma e potere si staccano dalla realtà e diventano personaggi leggendari - il mitico condottiero Bolivar viene menzionato spessissimo. Non è una coincidenza che per Nixon e Bush il percorso sia stato inverso, benchè sia comune la volontà di svelare un meccanismo, di dare giustizia alla verità (la serie HBO "The Untold Story of the United States" da lui firmata). Ma è in queste ellissi e mancanze che il documentario perde respiro e diventa a tratti quasi propagandistico, nonostante il volto impassibile di Oliver.
In calce, Stone lascia le briciole di un'utopia: che le ondate di emigrazione verso gli Stati Uniti provenienti da questi paesi "neosocialisti" riescano a erodere le mire assolutistiche degli States…

…Dall’intervista che Stone ha fatto al presidente venezuelano Chávez parte il progetto di incontrare, uno per uno, tutti i capi di Stato dei paesi sudamericani che hanno abbracciato un nuovo corso storico. Sfuggendo a qualsiasi incasellamento ideologico precostituito, il regista fa del ritratto di questi Capi di Stato (tra cui spicca quello del venezuelano, per forza di cose maggiormente approfondito e discusso, con una descrizione dei controversi avvenimenti che hanno caratterizzato il suo insediamento e la sua permanenza al potere) l’occasione per analizzare l’atteggiamento dei media statunitensi nei loro confronti. Dunque il tratteggio di queste personalità e i brevi cenni storici relativi alla loro ascesa al potere, se da un lato informa lo spettatore sullo stato di fatto esistente in Sudamerica, soddisfacendo l’abituale istinto del regista americano alla biografia e all’analisi delle modalità di esercizio del potere, dall’altro sembra concentrarsi soprattutto sull’azione manipolatrice esercitata dai mezzi di informazione U.S.A. che, per chiari interessi economici (l’estinzione dei debiti contratti col Fondo Monetario Internazionale non rende più ricattabili questi Stati), hanno demonizzato e continuano a demonizzare la svolta abbracciata dal Sudamerica. In questi termini il lavoro di Stone è un efficacissimo esempio di controinformazione, appassionato e sincero, che punta all’affermazione della necessità di esprimere il sacrosanto rispetto nei confronti di questi Paesi e delle loro scelte di autonomia.

mercoledì 1 febbraio 2017

Dopo l'amore (L’économie du couple) - Joachim Lafosse

notaio, catasto, registri immobiliari sono sfondo e protagonisti del film, attori silenziosi di una separazione che mette in gioco tutto.
il film è abbastanza duro, realistico e senza pietà per gran parte della sua durata, così veri i dialoghi durante la cena.
le due figlie, Jade e Margaux, sono ancora il legame fra i separati in casa, e sono anche testimoni (spaventate) delle discussioni sopra le righe di Marie e Boris.
il film riesce più nella cronaca della convivenza/dissolvenza, si perde quando aggiunge delle complicazioni, come i debiti e le sue conseguenze.
merita comunque la visione, ognuno riconoscerà qualcuno che conosce o ha conosciuto, temo - Ismaele







…È un peccato che il titolo internazionale sia After Love, adottato anche in Italia, perché l’originale in francese è assai più efficace e incisivo, e affilato, svelando subito l’approccio di Lafosse al suo oggetto di discorso, le sue intenzioni: L’économie du couple, l’economia della coppia. Magnifico titolo, fattuale e asimentale, e grazie a Dio privo di quello psicologismo che rovina tante narrazioni sulla coppia, a ribadire come nella vita a due, e nella sua fine, sia – marxianamente – il sostrato economico a contare e influenzare eventi e l’agire delle persone. E Lafosse per almeno due terzi del film, la parte migliore, si mantiene fedele al suo titolo, che è anche una dichiarazione programmatica. Ecco che Boris e Marie fanno la lista dei loro oggetti di proprietà, questo l’ho comprato io, questo apparteneva alla mia famiglia dunque tu non azzardarti a toccarlo, e avanti così, in uno scontro che ha le ferocia delle questioni di soldi. Mai separazione e divorzio erano stati affrontati dal cinema con tanta lucidità, mai la cattiva e spicciola psicologia e le trappole della cosiddette emozioni erani stati tanto accuratamente scansati. Ed è anche la ragione per cui questo film non bisogna perderlo. Purtroppo questa durezza e implacabilità, questo rifiuto di ogni approccio consolatorio, si annacquano nell’ultima parte…

…Forse non basta per renderlo sopportabile tutto, fino in fondo. Tuttavia non era scontato trovare una simile pornografica esposizione del collasso di due sentimenti opposti (ma nemmeno troppo) in un film così privo di uno stile deciso e così poco capace di coinvolgere nel proprio ostentato naturalismo. Invece ci sono delle scelte di pura organizzazione degli spazi e dei tempi di messa in scena che parlano di una vita di disaccordi. Dove è confinato l’uomo, cosa fa la donna appena entrata in casa. Dove si nasconde il letto, oppure quando è che i due dormono insieme. Su tutto la diversa maniera in cui padre e madre si rivolgono e interagiscono con le figlie disegna una minuscola Guerra dei Roses, meno teatrale e più realistica. C’è poco più di urla e insulti tra i due, ma tutto quello che fanno quando fanno altro dal rivolgersi la parola è un vero campo di battaglia.

…Inevitabilmente, è il conflitto all’interno della coppia a ergersi quale protagonista, con il diverbio tra i sessi, grazie a dialoghi che pongono l’accento su distanze sempre maggiori, con brevi aperture di complicità che non possono fare altre che evidenziare, una volta di più, quanto le colpe alloggino sempre nell’altra sponda.
Un tour de force per i due protagonisti; Berenice Bejo è quanto mai lontana dalla lucentezza che l’ha fatta scoprire in The artist, perennemente imbronciata, emblema di una rabbia covata nel tempo e in deflagrazione prolungata, mentre Cedric Kahn subisce, così come il suo personaggio, tenendo un angolo del ring in perenne affanno.     
Le problematiche sono sentite, lo strazio trova almeno un paio di passaggi scardinanti, perimetralmente ricorda Una separazione ma privo di imbellettamenti, così come di vette artistiche, con un finale che non deraglia, esplicitando l’unica chiusura ammissibile, al netto di quelle che possono essere le impercettibili variazioni dell’esistenza.
Per Joaquin Lafosse è un lavoro compiuto, fermamente ancorato alle relazioni umane - sempre più complicate e influenzate da tempi difficili che hanno portato alla rimozione del senso di sacrificio della generazione precedente - senza mai perdere di vista il nucleo narrativo, con figure centrali definite scrupolosamente e scorci di prossimità umana.
Pertinente, tra esigenze e acidità; le favole che riempiono il cuore alloggiano altrove.

…E’ un film sulla verità tremula e inafferrabile, sui punti di vista che filtrano le cose, sull’impossibilità di individuare una visione oggettiva degli eventi. La chiave è il due, la coppia, il doppio sguardo, anche quando l’amore finisce. Boris e Marie restano due nell’interpretazione dei fatti, due nella versione dei sentimenti, due nelle conseguenze e nella responsabilità. Ma è un due spezzato, sfocato, ondivago, che ha perso presa sulla cose, che procede incerto e zoppicante. Ognuna delle due estremità reclama un’indipendenza e un’autonomia; allo stesso tempo, i primi “movimenti” solitari sono incerti e timorosi, e si ammantano di alibi per ritrovare l’altro, per conservarlo all’interno della propria realtà…

…Lafosse predispone il palcoscenico per i suoi interpreti con cura, orchestra i movimenti di macchina (per lo più a mano) al millimetro, concentra l’azione quasi completamente in un’unica location (la casa), per meglio restituire allo spettatore il claustrofobico senso di impotenza che affligge i personaggi. Non è infatti la mancanza d’amore a tormentarli, quanto la possibilità di ritrovare un nuovo equilibrio che sia per entrambi soddisfacente. Ci sono delle regole da rispettare per poter convivere more uxorio senza più voler essere sposati, e queste talvolta assumono dei toni assurdi, quando non grotteschi. Il ménage domestico della coppia è oramai diventato un “circo”, come dirà ad un certo punto lei, anche se tutto quell’andirivieni di personaggi all’interno della casa, tutte quelle porte aperte, richiuse, sbattute, fa pensare più ad una farsa, senza averne però il ritmo. Lafosse costruisce infatti un film dal fiato corto, dove la verbosità è scalfita da un unico momento liberatorio di danza e dai gustosi siparietti dedicati alle due imprevedibili bambine.
Dopo l’amore è infatti scandito completamente dalle tempistiche dei litigi dei suoi protagonisti, che non brillano per originalità nei dialoghi, anzi, a lungo andare diventano alquanto ripetitivi. E poco importa che la sceneggiatura sia composta con cura, l’unico evento narrativo preparato per tempo, la messinscena fluida e le interpretazioni impeccabili. Di fronte a Dopo l’amore si ha ripetutamente l’impressione di essere entrati nella casa di una coppia che litiga, senza aver neanche mai voluto bussare.