Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
domenica 6 dicembre 2015
sabato 5 dicembre 2015
venerdì 4 dicembre 2015
lunedì 30 novembre 2015
La felicità è un sistema complesso - Gianni Zanasi
Enrico Giusti (Valerio Mastandrea) è un sicario dell'economia, uno che è parte di organizzazioni che puntano a spolpare le imprese in difficoltà, senza fare prigionieri.
in realtà i suoi capi si illudono di avere una missione, anche Enrico ce l'ha, opposta, ma ha sempre esercitato la missione dei suoi capi.
arriva il momento della verità e della redenzione, Enrico sta con i due ragazzi che non vogliono essere padroni di merda, vivendo di rendita e fregandosene degli altri.
un film un po' schematico, a tesi, con una storia fatta di pennellate, senza affondare troppo i colpi.
il film ha qualcosa in comune con Il capitale umano (che è più riuscito), appaiono gli squali dell'economia, e fanno una figura di merda, alla fine (ma comandano sempre loro).
grande Valerio Mastandrea, che non sbaglia un film, ma avverto che io sono di parte, se in un film ci fosse solo lui che mangia la pizza con Elio Germano, per esempio, o Giuseppe Battiston, andrei a vedere quel film.
La felicità è un sistema complesso non è un film perfetto, è asimmetrico e sconclusionato, a volte, ma sicuramente merita comunque la visione - Ismaele
in realtà i suoi capi si illudono di avere una missione, anche Enrico ce l'ha, opposta, ma ha sempre esercitato la missione dei suoi capi.
arriva il momento della verità e della redenzione, Enrico sta con i due ragazzi che non vogliono essere padroni di merda, vivendo di rendita e fregandosene degli altri.
un film un po' schematico, a tesi, con una storia fatta di pennellate, senza affondare troppo i colpi.
il film ha qualcosa in comune con Il capitale umano (che è più riuscito), appaiono gli squali dell'economia, e fanno una figura di merda, alla fine (ma comandano sempre loro).
grande Valerio Mastandrea, che non sbaglia un film, ma avverto che io sono di parte, se in un film ci fosse solo lui che mangia la pizza con Elio Germano, per esempio, o Giuseppe Battiston, andrei a vedere quel film.
La felicità è un sistema complesso non è un film perfetto, è asimmetrico e sconclusionato, a volte, ma sicuramente merita comunque la visione - Ismaele
…Ciò che non
sorprende, ma resta una conferma, è la bravura di Mastandrea che tra il
consapevole e l’inconsapevole recita una parte che gli sembra cucita addosso.
“La felicità è un sistema complesso” è un film delicato e dolcissimo, che fa
riflettere, senza togliere allo spettatore il gusto della risata. «Qualcuno
dirà che c’è troppa musica – continua Zanasi – pazienza. Come regista un mio
sogno è una platea che si alza e si mette a ballare tutta insieme mentre
continua a guardare il film». Uno scenario inverosimile, ma possibile.
Possibile perchè la musica non viene aggiunta come fattore esterno, ma si
sprigiona naturalmente da ogni scena come se ne facesse già parte…
…E’ bellissimo allora trovare finalmente un film non ombelicale, una
commedia amara che voglia guardare ai problemi del paese e non soltanto alle
dinamiche relazionali dei singoli individui. Tuttavia quello scoperchiato da
Zanasi è un vero vaso di Pandora, un nucleo tematico che una volta aperto non
si può richiudere con un colpo di spugna e un finale che cerca l’effetto. La
felicità è un sistema complesso si sgretola così minuto dopo minuto, si
avvita attorno alle sue buone intenzioni ma da esse non riesce ad uscire,
mancando della lucidità anzitutto narrativa necessaria a districarne la
matassa. A dominare su tutto, purtroppo anche sul coraggio evidente, è allora
un senso di mancata conclusione, di forte squilibrio in un film che vuole sì
aprirsi alla libertà di un caos espressivo più autentico e diretto (e che
meraviglia trovare ciò in un film italiano) ma di tale assenza di forma diventa
alla fine vittima, sagoma sfocata sparita alla vista dietro il pulviscolo di
una gran confusione di idee e personaggi e linee narrative.
…Non convince pienamente La
felicità è un sistema complesso. Ed è un vero peccato perché le
premesse per realizzare un prodotto convincente c’erano tutte: un frontman carismatico come Valerio Mastandrea,
un argomento interessante e perfettamente inserito nell’attuale contesto di
crisi economica e un regista in grado di girare con stile e umanità. Tutti
elementi che contribuirebbero alla riuscita della pellicola e invece si assiste
a una progressiva destrutturazione della vicenda, che porta avanti la sua
narrazione attraverso siparietti slegati, accompagnati da una sceneggiatura che
preferisce spiegare piuttosto che mostrare. E tutto ciò non fa bene a La
felicità è un sistema complesso, un film che mette in mostra uno
stile lodevole (carrellate sinuose e ralenti, che sovrastano il racconto), ma
che finisce per sgonfiarsi e rivelarsi una patinata e semplicistica bolla di
sapone…
…Ma
anche con tutti i suoi difetti, La felicità è un sistema complesso resta un film da
amare incondizionatamente anche solo per il fatto di rompere con coraggio i
soliti schemi da innocua commedia – nella migliore delle ipotesi – cui il
cinema italiano ci ha abituati da decenni. Ne
La felicità è un sistema complesso si sorride e si
riflette, partecipando emotivamente ad un percorso di crescita che non
riguarda, fortunatamente, solo i più giovani. Ed è proprio questa capacità di
guardare dentro e fuori l’essere umano, a trecentosessanta gradi e senza
confini di età, a renderlo ulteriormente prezioso. A maggior ragione oggi.
…Zanasi non si accontenta di accorpare pubblico (il mondo
lavorativo) e privato (l’incontro con la ragazza), dramma (il rapporto
padre-figlio, la perdita del lavoro) e commedia (equivoci e scontri culturali o
generazionali), preferisce continuare a moltiplicare i centri nevralgici del
suo film, fino a provocarne il collasso. Anziché raccontarli, il regista allude
a una serie di argomenti: la già citata crisi economica, i suicidi plateali per
la perdita del lavoro, l’universo frigido delle multinazionali e dei loro CDA,
e poi complessi edipici, incontri interculturali, energie e campi
elettromagnetici, squali della finanza “etica” sempre pronti a intavolare
strani discorsi sulla “purezza” …
…Valerio Mastandrea è il volto umano e affidabile di un film
che fa della dilatazione temporale la sua direttiva poetica principale. Asse
costitutivo e concettuale, la dilatazione (melodica) 'scivola' o levita i
personaggi, producendo una sospensione che sfiora la morte e anticipa la vita.
Materia grezza nelle mani di Zanasi, il tempo è malleabile e scorre in avanti,
spostandosi indietro come il moonwalk di Michael
Jackson eseguito da Enrico, una
commedia esistenziale imprevedibile e scompaginata che chiude sul risveglio del
protagonista. Un Valerio Mastandrea virtuoso dell'understatement e latore di un'ironia senza forzature
e così naturale da nascondere la propria infallibile profondità esistenziale.
Conquista intellettuale o esperienza dei sensi, la felicità per Zanasi rimuove la proprietà (quella che
ha abolito la forma etica delle azioni) e 'mescola' sentimenti. Perché soltanto
la mancanza di possesso o la gestione responsabile del 'bene' rendono possibile
e corrente l'amore.
da
qui
…Zanasi sembra decisamente più interessato allo sfondo che ai personaggi, sembra più concentrato sul concetto di imprenditoria morale, sulla missione del protagonista di sottrarre le imprese a chi non sa gestirle per trovare amministratori responsabili (“Ma ce ne sarà uno coi sensi di colpa no? Esisterà!”) che alla storia principale. Questo non sarebbe male, anzi, dà a tutto il film una strana aria irrisolta da cui avrebbe potuto beneficiare, se non fosse che anche dal lato di comprensione dell’umanità delle persone ritratte La felicità è un sistema complesso è deficitario e, per quanto parta bene, dai primi momenti comincia una lenta ed inesorabile discesa di ritmo e solidità. Da un certo punto in poi infine decide purtroppo di massacrarsi da sè a colpi di sequenze musicali superflue e sembra deporre ogni arma, attendendo inerme la propria fine, privo anche della voglia di respirare. Non va nè avanti nè indietro, non si muove ma ripete se stesso. Una lenta ed incomprensibile morte.
sabato 28 novembre 2015
Dio esiste e vive a Bruxelles - Jaco Van Dormael
ci sono alcuni che conosciamo già, Dio e il figlio, uno che se n'è andato di casa.
ma Dio, che vive nel paradiso chiamato Bruxelles è uno un po' fuori, artigianalmente gestisce il mondo, con il suo database enorme e un computer che lo aiuta nel lavoro.
a sorpresa conosciamo la moglie di Dio, una casalinga tutta casa e famiglia, e la loro figlia, che si chiama Ea.
anche Ea, che sempre bisticcia col padre, va via di casa, e cerca apostoli, per scrivere un altro nuovo Testamento.
ne trova sei, quanti gliene servivano, e li convince a stare con lei, o comunque a essere raccontati, e noi alla fine conosciamo tutti, Ea ce li presenta.
la fine del mondo si avvicina, tutti vanno sulla spiaggia ad aspettare (come nel giudizio universale di De Sica e Zavattini), e poi arriva una sorpresa a colori, a causa della moglie di Dio.
anche Thomas Gunzig (scrittore non male) fra gli sceneggiatori.
il film, come capite, è un poco folle, bisogna lasciarsi prendere per mano e andare, se uno è troppo razionale o rigido come un tubo Innocenti difficilmente riuscirà a godere del film.
Jaco Van Dormael fa pochi film ma buoni, non lasciatevelo sfuggire - Ismaele
ma Dio, che vive nel paradiso chiamato Bruxelles è uno un po' fuori, artigianalmente gestisce il mondo, con il suo database enorme e un computer che lo aiuta nel lavoro.
a sorpresa conosciamo la moglie di Dio, una casalinga tutta casa e famiglia, e la loro figlia, che si chiama Ea.
anche Ea, che sempre bisticcia col padre, va via di casa, e cerca apostoli, per scrivere un altro nuovo Testamento.
ne trova sei, quanti gliene servivano, e li convince a stare con lei, o comunque a essere raccontati, e noi alla fine conosciamo tutti, Ea ce li presenta.
la fine del mondo si avvicina, tutti vanno sulla spiaggia ad aspettare (come nel giudizio universale di De Sica e Zavattini), e poi arriva una sorpresa a colori, a causa della moglie di Dio.
anche Thomas Gunzig (scrittore non male) fra gli sceneggiatori.
il film, come capite, è un poco folle, bisogna lasciarsi prendere per mano e andare, se uno è troppo razionale o rigido come un tubo Innocenti difficilmente riuscirà a godere del film.
Jaco Van Dormael fa pochi film ma buoni, non lasciatevelo sfuggire - Ismaele
…Con un’invidiabile inventiva, Jaco Van Dormael
inanella dunque come annunciato situazioni surreali ed esplosioni visionarie,
ma il cuore del suo film è stavolta ben saldo e pulsa di un umanesimo scevro da
tentazioni moraleggianti, tollerante, aperto nonché coadiuvato da una gustosa
blasfemia. Naturalmente non tutte le trovate riescono a colpire nel segno
e il tono complessivo del film è piuttosto intermittente, come d’altronde
accade spesso in lungometraggi di tal fatta, basti pensare agli episodi più
“incompiuti” delle filmografie di Terry Gilliam o di Jeunet e Marc Caro. D’altronde
poi, quando veniamo a scoprire che Dio si è premurato di impostare tutto perché
il telefono squilli mentre ci si sta per immergere nella vasca da bagno, perché
le fette di pane della colazione cadano sempre dalla parte della marmellata e
perché al supermercato la fila accanto sia sempre la più rapida, è impossibile
non cogliere una parentela tra i relativi brevi sketch e quelli utilizzati da
Jeunet per elencare le leziose ossessioni di Amelié Poulain in Il favoloso mondo di
Amélie.
Ma il rischio di approdare all’effetto Amelie o di ammiccare banalmente ai paradossi in stile “Legge di Murphy” è qui scongiurato, oltre che dagli squarci melodrammatici succitati, anche da una massiccia dose di autoironia, dalla quale Dio esiste e vive a Bruxelles trae la forza per rigenerarsi continuamente, in un saliscendi vertiginoso e senza sosta.
In questo viaggio sulle montagne russe c’è infatti spazio per tutto e per chiunque, anche le riflessioni filosofiche più ponderose vengono trasfigurate in una lanterna magica poetica e pop, ora comica ora larmoyant, per un cinema che appare quasi terapeutico nel suo volerci riconciliare con le storture del mondo e con ogni umana imperfezione.
Ma il rischio di approdare all’effetto Amelie o di ammiccare banalmente ai paradossi in stile “Legge di Murphy” è qui scongiurato, oltre che dagli squarci melodrammatici succitati, anche da una massiccia dose di autoironia, dalla quale Dio esiste e vive a Bruxelles trae la forza per rigenerarsi continuamente, in un saliscendi vertiginoso e senza sosta.
In questo viaggio sulle montagne russe c’è infatti spazio per tutto e per chiunque, anche le riflessioni filosofiche più ponderose vengono trasfigurate in una lanterna magica poetica e pop, ora comica ora larmoyant, per un cinema che appare quasi terapeutico nel suo volerci riconciliare con le storture del mondo e con ogni umana imperfezione.
Que
el hombre vuelva a tomar conciencia de su propia muerte.
Esa es
la premisa, escondida tras una propuesta tan descabellada como genial (sí,
genial), de Jaco Van Dormael.
Dios existe, sí. Y vive en Bruselas.
De hecho, Bruselas es el Paraíso. Allá pensó en crear las criaturas que
habitarían la Tierra. Al principio no le salió bien, pero finalmente vio en el
ser humano la oportunidad de divertirse, por fin. Y creó a Adán, y a Eva. El
resto ya lo conocemos…
O no.
Porque resulta que Dios es padre de Jesucristo, el hijo que no siguió sus
consejos y se apartó de la familia (desde entonces no le gusta que nadie se
siente a su derecha…), pero también de Ea, una niña de diez años dispuesta a
ser tan rebelde como su hermano mayor.
Porque
Dios no es perfecto. Dios es un amargado, un necio. Un cabrón, en
definitiva….
…la pellicola di Van Dormael ha dei
risvolti insoliti che, nel bene e nel male, le fanno travalicare i confini del
genere. Così come Mr. Nobody, precedente e apprezzatissimo lavoro del regista belga, non
era solo un film di fantascienza, così Dio esiste e vive a Bruxelles non
è una semplice commedia da visionare a tempo perso.
…Diffusa di una saggezza popolare e naïf e stordita da effetti digitali,
la nuova commedia di Van Dormael è un incrocio singolare tra Il favoloso mondo di Amélie e Una settimana da Dio,
a cui si aggiunge una colonna sonora composta da 'brani facili' e più adatti ad
accompagnare intervalli pubblicitari. Furbo e didascalico, Le Tout Nouveau Testament galleggia su un immaginario di
riporto che oscilla tra la legge di Dio e quella di Murphy, tra sentenza e
motto, tra autocitazione e citazione ammiccante, su tutte quella 'bestiale' che
innamora Catherine Deneuve di un gorilla, omaggio evidente a Max amore mio di Nagisa
Oshima. Nondimeno, come tutti i film di Van Dormael, Le Tout Nouveau Testament muove al riso e al pianto e ha gli
strumenti emozionali per diventare oggetto di inesauribile passione, fosse solo
per quel dio 'umano troppo umano' che osserva il mondo in cattività e dentro
un'orizzontalità assunta come asse espressivo della messa in scena. Una
splendida operazione di 'abbassamento' che purtroppo non riesce a innalzarsi
oltre l'universo artificiale che Van Dormael dispiega davanti ai nostri occhi.
Amen.
martedì 24 novembre 2015
sabato 21 novembre 2015
Bella e perduta - Pietro Marcello
ci sono:
Tommaso Cestrone, l'attore protagonista interprete di se stesso, curatore della reggia borbonica, è morto nella notte di Natale del 2013,
Gesuino, un pastore sardo che declama poesie mentre le pecore pascolano,
Pulcinella, che lega vivi e morti,
e poi c'è il bufalo parlante di nome Sarchiapone (la parola sarchiapone appare per la prima volta nel Cunto de li cunti, di Giambattista Basile, ed è un animale famoso per uno straordinario sketch col grande Walter Chiari, qui).
Tommaso è un pazzo, un eroe inutile, per i canoni di oggi, nello sfondo di un mondo terribile, la terra e gli animali sono trattati come cose, sfruttati senza pietà, in un mondo senza futuro.
Pulcinella è un personaggio che pare uscito da "Uccellacci e uccellini", un altro Ninetto Davoli che vuole liberare gli uccelli, che belli quando volano.
Sarchiapone parla, è destinato al macello, intanto vive, contro l'economia di mercato e dello sfruttamento, e la sua esistenza gratuita, in(utile), commuove.
Gesuino, un pastore sardo che declama poesie mentre le pecore pascolano,
Pulcinella, che lega vivi e morti,
e poi c'è il bufalo parlante di nome Sarchiapone (la parola sarchiapone appare per la prima volta nel Cunto de li cunti, di Giambattista Basile, ed è un animale famoso per uno straordinario sketch col grande Walter Chiari, qui).
Tommaso è un pazzo, un eroe inutile, per i canoni di oggi, nello sfondo di un mondo terribile, la terra e gli animali sono trattati come cose, sfruttati senza pietà, in un mondo senza futuro.
Pulcinella è un personaggio che pare uscito da "Uccellacci e uccellini", un altro Ninetto Davoli che vuole liberare gli uccelli, che belli quando volano.
Sarchiapone parla, è destinato al macello, intanto vive, contro l'economia di mercato e dello sfruttamento, e la sua esistenza gratuita, in(utile), commuove.
anche Rosa Luxemburg incontra un bufalo, magari si chiamava anche lui Sarchiapone, e piange (qui).
vogliatevi bene, fatevi un regalo, andate a vedere questo film, troverete posto di sicuro, in uno dei 12 cinema italiani che lo programmano, non vi deluderà - Ismaele
vogliatevi bene, fatevi un regalo, andate a vedere questo film, troverete posto di sicuro, in uno dei 12 cinema italiani che lo programmano, non vi deluderà - Ismaele
La soggettiva di un bufalo, ricreata con estrema dovizia di
dettagli. Una mdp mossa, a mano, ad altezza del muso dell’animale. Lo sguardo
della bestia che sembra essere avviata al macello, come è il destino dei bufali
maschi che non producono latte nella normale pratica zootecnica. Così è
l’incipit di Bella e perduta,
nuovo lavoro di Piero Marcello, programmatico e metaforico. Una soggettiva che
tornerà ancora. E il piccolo bufalo di nome Sarchiapone, sarà uno dei
personaggi del film. Spesso inquadrato nel muso, spesso colto nel suo sguardo
che rivela emozioni, una vita interiore, e alla fine lo si vedrà anche
lacrimare, piangere. Sarchiapone è la capra dal viso semita di Saba, il bove di
Carducci, l’asinello Balthazar, la vacca di Dariush Mehrjui, creatura senziente
che osserva il mondo, capace di sentimenti, e specchio di un’umanità dolente….
…c’è la volontà (e soprattutto la capacità)
di sondare l’invisibile del nostro paese (ciò che la cronaca e i reportage non
possono per loro natura raccontare, eppure esiste, ci appartiene), un compito a cui non pochi
registi italiani si stanno eroicamente dedicando in questi anni, dalla Alice
Rohrwacher di Le meraviglie, al Leonardo Di
Costanzo di L’intervallo, al Michelangelo Frammartino di Le quattro volte,
al Roberto Minervini della trilogia texana, a colui che (seppur con cifre e
codici molto diversi) si può considerare il padre vivo di tutti loro: Franco
Maresco.
Bella e perduta restituisce (le cose perdute nel mondo reale le ritroviamo
trasfigurate tra i panorami di uno spirito che esiste) ciò che in
fondo ancora ci appartiene, ma difficilmente viene mostrato in un film…
…Il film ha intercettato questa scomparsa e si
è da lì trasformato anche in una fiaba, quella di Pulcinella che da immortale
diventa uomo e del bufalo Sarchiapone, testimoni entrambi di una perduta
bellezza. Pietro Marcello spiega, innanzitutto, perché ha scelto
un animale come il bufalo:
R. - Io sono cresciuto in quelle terre. Per me
è stato anche un modo di avvicinarmi a quelle terre, abitate da questi bufali.
Gli animali erano amici degli uomini. Oggi gli animali sono degli oggetti. In
un certo senso c’era più rispetto per l’animale in passato, perché una vacca in
famiglia aveva un valore enorme: l’uomo si prendeva cura dell’animale, perché
l'animale era di aiuto nei campi, nel lavoro. Oggi sono semplicemente numeri e
per me è una questione ben precisa quella di dare dignità a questi animali.
D. - Il bufalo nel film parla a Pulcinella,
unico che riesce a capirlo fino a quando indossa la maschera. Poi decide di
liberarsene. Perché?
R. - Nel film Pulcinella si libera di questa
maschera e anche di questa immortalità che lo rende servo. È così che sceglie
il libero arbitrio. Siamo sempre soggetti al destino e al libero arbitrio di
poter scegliere qualcosa per la nostra vita; però poi è il destino che ci segna
la strada. Nel caso di Pulcinella è per diventare un uomo nuovo, un uomo
diverso, un uomo consapevole, che può amare la natura e gli animali.
D. - Lei è riuscito a trasformare quello che
doveva essere un documentario in una fiaba.
R. - Saper trasformare questa
storia è stata una necessità. E il documentario ti insegna questo, riuscire ad
affrontare anche gli imprevisti. Noi abbiamo sentito un po' una sorta di
responsabilità morale di continuare questa storia perché il film nasceva come
un viaggio in Italia sulle tracce di Piovene, anche per raccontare la
temperatura del Paese. Poi si è ancorato alla storia di Tommaso perché il film
si è arrestato lì a Carditello. E il bufalo è rimasto solo…
…Volevo
chiederti se ti eri posto l'idea di che tipo di pubblico potrebbe vedere il tuo
film, che differisce molto dai prodotti che arrivano nelle sale e che quindi
potrebbe avere difficoltà a trovare spettatori
Sinceramnte
non saprei risponderti perché è un problema che non mi pongo. Quando faccio un
film lo faccio per me perché è una cosa che mi fa stare bene. Mi rendo conto
che di fronte ho un pubblico paratelevisivo, l cui gusto è stato rovinata da
anni di cattiva televisione ma io di questo non posso farci niente e di certo
non mi fa cambiare il mio modo di girare. Ed è proprio per continuare a
mantenere la mia indipendenza che giro con risorse limitate. Con il mio
carattere non potrei sopportare intromissioni. Non amo il cinema del reale e
penso che a me come regista spetta il compito di trasporre la realtà dal mio
punto di vista. Per fare questo devo avere totale libertà.
Ci puoi parlare degli aspetti tecnici e produttivi
Ci puoi parlare degli aspetti tecnici e produttivi
Il
film si è potuto realizzare dapprima grazie a Mario Gallotti e successivamente
a Paola Malanga di Rai Cinema che voglio ancora ringraziare. Il budget è stato
di quattrocentocinquanta mila euro e per quanto riguarda gli aspetti tecnici ti
posso dire che ho girato con pellicole scadute, che mi davamo la
possibilità di lavorare con la celluloide e quindi con un prodotto alchemico
che non potevo controllare. Lo so che è un paradosso per me che appartengo a
una generazione cresciuta con il digitale ma così è per me. Al contrario il
film è stato montato con i tempi del documentario e cioè molto velocemente. In
questo modo sono stato in grado di risparmiare tempo e denaro…
...Sono sempre diffidente verso il cinema favolistico,
verso il fantastico soprattutto con impronta e pretese autoriali e tendenza
all’apologo esemplare, ma devo dire che a Marcello riesce – in territorio e
cultura campani, e su scala ridotta -, quello che non è purtroppo riuscito, pur
con mezzi maggiori, a Matteo Garrone con Il racconto dei racconti. Ci si muove in un paesaggio che, nella
sua purezza rurale, sembra quello omerico o dei miti greci. Ulivi, pascoli,
mandrie di bufali, greggi, spelonche, fonti miracolose, alberi magici. E che
però ci vien mostrato anche nel suo degrado ultimo, quello ormai passato alla
memoria di tutti come terra dei fuochi, immondizie e falò a deturpare
l’armonia. L’armonia perduta, per dirla con Raffaele La Capria…
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