domenica 8 febbraio 2015

Z.P.G. (un mondo maledetto fatto di bambole) – Michael Campus

è un film un po' lento e quasi didascalico e però è interpretato da una bravissima Geraldine Chaplin e da Oliver Reed, con atmosfere da film di fantascienza anni '60, ricorda 1984 e I figli degli uomini.
in un mondo senza libertà tutto è controllato e deciso dall'alto, il prezzo della disobbedienza è la morte, ma a volte...
senza infamia e con qualche lode - Ismaele






…Z.P.G. (Zero Population Growth - Zero Crescita della popolazione) è uno strano film, a dire il vero. Tradotto in Italia con Un mondo maledetto fatto di bambole (intrigante!), rientra pienamente in quella categoria di titoli costruiti ad hoc in quegli anni. Non solo il titolo, ma anche la trama è perfettamente in linea con la fantascienza che veniva prodotta allora (citazioni orwelliane comprese). Insomma, fossimo stati dei ragazzi a metà degli anni '70, questo sarebbe esattamente il film che ci saremmo aspettati. Ma non è proprio così.
Sin dalle prime battute ci ritroviamo in un modo particolare e cupo. Una nazione altamente inquinata dallo smog e controllata da un governo totalitario. Tutto quel fumo, in realtà, non è altro che uno stratagemma per risparmiare sulla scenografia. A momenti non si vedono neppure i personaggi. Nonostante tutto è un effetto riuscito e contribuisce a rendere ancora più deprimente, un'atmosfera già cupa di suo…
… Il film viaggia lento, sviluppandosi lungo la quotidianità di Russ e Carol, spenti, monocorde e apatici. Per le strade tutti i personaggi si muovono come fossero degli zombie. I rapporti sociali, che non vengono minimamente intaccati dalla nuova legge, sono comunque ridotti al minimo. È come se l'assenza di bambini veri abbia ucciso la vitalità di tutte le persone e nonostante l'inquietudine dei personaggi (almeno quelli femminili) cresca in ogni momento, il ritmo del film pare non giovarne affatto.
A un tratto, però, il film prende quota, proprio nel momento in cui i protagonisti e i loro amici (un'altra coppia) sono costretti a interagire pesantemente facendo leva proprio su quei rapporti umani fino a quel momento relegati a puro optional. Gli animi si accendono e si esasperano. Tutto viene portato all'estremo e calpestato.
Uno strano film, insomma. Badget minimo ma ben utilizzato. Ottime le interpretazioni (se è quello che voleva il regista, quest'apatia, è perfettamente rappresentata), specialmente quelle femminili. La Chaplin è al di sopra di tutti. Bellissima e bravissima. Peccato per le bambole tenute un po' ai margini della storia.

…the strength of this film, despite some irritating moments, was in the actual story itself and the ideas that were behind it. It was pretty bloody prescient for 1971, that's for sure, even if the pollution thing was a little overdone. It's the usual thing you get with these dystopian visions of the future – repressive governments stifling natural human urges, and the reaction to it.

… Even in science fiction circles today, ZPG is rarely discussed or debated, despite the fact that it is an intriguing and rather forward-looking scie-fi film.  A grave atmosphere of despair hangs over the entire picture, and the film by director Michael Campus paints an unforgettable portrait of a totalitarian society that controls every aspect of the citizenry's day-to-day life…

…the movie is just as ridiculous and unbelievable. Worse still, the film is glacially slow and boring. The couple played by Reed and Chaplin are both emotionally reticent and uninvolving, especially Reed who goes through the entire motion picture with a permanent scowl which implies that he is either severely constipated or pissed off with his agent for letting him star in a piece of B-movie crud like this…

20mil - María Gamboa

Occident - Cristian Mungiu

l'opera prima di Cristian Mungiu, un film divertente e fresco, dove molti vogliono fuggire a Occidente, non importa come.
Luci è troppo pigro per fuggire, e per troppe altre cose, e perde le due donne della vita.
la struttura del film è come a episodi, ognuno racchiude in precedente dando elementi in più per capire il tutto.
poi Cristian Mungiu ha fatto cose diverse, ma si trova a suo agio col dramma e con la commedia, con l'humor nero e con il realismo.
"Occident" è un film divertente e amaro, un debutto coi fiocchi - Ismaele








…alla fine il film diverte, e un po’ ci si appassiona alle peripezie dei suoi eroi ipersfigati, che vanno per trovar l’America e finiscono impantanati in un mondo che non li accetta ma anzi li ignora. E tutto sommato per un’ora e mezza abbondante si finisce per esorcizzare lo spettro del lamento funebre dei popoli dell’Est, con quest’ultimo non-luogo ridotto a dependance o discarica dell’Ovest opulento e industrializzato. In fondo Occident racconta, con una leggerezza inusitata e a tratti sconcertante, una semplice storia di uomini e donne che tentano di rimettere insieme i brandelli della loro esistenza fuggendo da un presente forse troppo simile al passato che li opprime. Che poi l’esito finale sia lo scacco o il trionfo, forse, non è nemmeno così significativo.
Proprio per questo, alla fine, nonostante le numerose cadute di gusto e gli alti e bassi di scrittura (intesa sia come script propriamente detto che come scrittura filmica), Occident è un film che si lascia vedere con gusto e suscita un’innata simpatia; anche perché, in epoche di requiem transculturali e post-globalizzati, un film così allegro fa l’effetto di una boccata di aria fresca...

Occident è un film che tecnicamente non ha molto da dire, ma che è però sostenuto da una sceneggiatura piuttosto efficace e certamente interessante. L’idea di raccontare separatamente le storie dei protagonisti, dividendo così il film in tre episodi distinti, è buona e dà modo di creare un pizzico di suspense che certo non guasta, ma quando si arriva al terzo capitolo nello spettatore nasce un po’ di impazienza.
Il finale della vicenda sembra un po’ troppo costruito, troppo studiato, e lascia il pubblico con l’amaro in bocca; ma nella Romania di oggi, anche se si sta meglio rispetto a prima della rivoluzione, l’happy ending apparirebbe decisamente fuori luogo.

…Le film est construit en trois parties, reprenant la même histoire mais focalisée sur des personnages différents. On en apprend donc un peu plus à chaque fois, et l'histoire s'éclaircit au fur et à mesure. Le système de narration est fort original et très bien maîtrisé, ce qui n'était pas chose aisée ! Cristian Mungiu porte un regard drôle et caustique sur son pays. Les personnages du film sont partagés entre ceux qui veulent le quitter et les autres. Le héros masculin assiste impuissant à l'éloignement des jeunes femmes qu'il connaît. Il se retrouve piégé malgré lui par l'occident, entre le désir des ses amies et le centre commercial où il travaille, véritable modèle occidental.
Ce film est une très bonne surprise, une découverte de la quinzaine des réalisateurs. On espère bien qu'un distributeur prendra le relais pour le distribuer dans nos salles obscures hexagonales.

… It's unusual, however, to come across a script so ambitious and accomplished – Mungiu's main strength clearly lies in his writing, he does a competent enough job of bringing it to the screen. He only makes one notable error – building to a terrific final freeze-frame, then letting the action begin again for a superfluous few extra seconds.
Mungiu does delight, however, in wrongfooting audience expectations, and manages the tricky feat of keeping the characters broadly sympathetic even while accurately endowing some of them with less-than-endearing traits. This has resulted in Occident coming under fire for "blatant naïve racism" in the  'Michaela and Her Mother' section, but the film is explicitly anti-racist. In the words of one of his characters, Mungiu's approach involves "looking life in the eye" to diagnose the very real social problems that afflict this country in the throes of painful transition…

…Theme-wise, everything is westernized in this film. There is the hope of being saved by the rich Westerner (the Italian), the hope of saving oneself in the West (Sorina), and the disillusion about economic liberalism (humans metamorphosing into merchandise). And yet Mungiu’s film radically differs from the accounts of the same conflict his contemporaries offer. Most astonishingly, the characters inOccident don’t give the illusion that the fulfillment of their “Western” aspirations will actually make their life any better, nor does it demonstrate how it gets worse. In this point, Occident stands alone against the above mentioned films, where suspense and character identification are conditioned by the fulfillment or non-fulfillment of the “Western” promise. In Occident, the West only appears as the shifting of a frame, but is never able to actually construct a filling content. It is just not convincing to think that Sorina left Luci because of the opportunity offered by the Frenchman. Nor is Luci’s job in the shopping mall stylized into a melancholy soul-selling activity. The merit of Mungiu’s film is to remind us that human illusions and disillusions reach beyond the borders of political frames…
da qui

venerdì 6 febbraio 2015

La raison du plus faible (La ragione del più debole) - Lucas Belvaux

un film di perdenti come pochi, dove non c'è spazio per speranza e bontà.
il colpo della vita, semplice e geometrico, una cosa da nulla, illude tutti e non c'è via d'uscita.
una Liegi dove stranamente c'è il sole, per una storia scura, dove l'industria lascia solo macerie.
un film cugino di "Los lunes al sol", altro gran film avente per soggetto e oggetto gli scarti umani, che il rullo compressore dell'economia produce senza sosta e senza ostacoli.
cercatelo, un film che merita, sapendo che non c'è niente da ridere - Ismaele





…Ci si sorprende ad accogliere con riconoscenza i film che, rivendicando un certo classicismo umanista, non rinunciano a separarsi dal grigiore e a ritagliare dei racconti fermi, dei personaggi consistenti. Meurtrière il mese scorso, La Raison du plus faible quest’estate : senza fronzoli visivi né drammatici, solo con la padronanza di una frontalità senza tempo, Grandperret e Belvaux guardano l’epoca in cui viviamo dritta in volto. Allora, ultimo giro di danza di personaggi in via di estinzione, picchetto d’onore d’un classicismo quasi dimenticato ? No, dimostrazione della piena contemporaneità di questo tipo di cinema, della sua intatta capacità di redigere lo stato del mondo, e di esporne le fratture.

Chiariamolo subito: La Raison du plus faible non è film adatto a chi ama identificarsi con i vincenti della vita.
Nel film del belga Lucas Belvaux c’è spazio solo per i più deboli, per le loro sofferenze e i loro diritti (che, da quelle parti, sono più che sinonimi…): i "diritti dei più deboli", dunque, vengono portati allo scoperto da questa pellicola, forse immatura e improbabile, ma certamente aspra e cinica come poche…

…The Right Of The Weakest is one of those impassioned yet carefully spoken political dramas that France is so good at, its politics themselves hidden under a blanket of action and of deliberately awkward personal stories. It makes no concessions to the usual demands of cinematic narrative - people don't feel anger or remorse or love when they ought to - they just behave like people. Well acted all round, it takes its time to build and it may well disappoint fans of conventional crime cinema, but it certainly has something to say.

…La Raison du plus faible capte admirablement le désarroi de la classe ouvrière désoeuvrée, surtout à travers une prise en compte intéressante de l'architecture urbaine et industrielle et d'interprétations d'une grande solidité.

…The build-up is emotive and quietly involving: it's hard not to be moved by the tears of Patrick's young son, heartbroken when the much-anticipated lottery draw fails to deliver. This is a portrait of a bleak society: breadline folk living in the shadow of the steel factory that laid them off after decades of service. It's a searing social comment that offers no easy answers, save perhaps to promote friendship and family as a coping structure…

…Atout majeur du réalisateur : son œil social qui, tel un Ken Loach, capte l’air du temps, la conjoncture économique du moment, le climat social actuel. Les portraits qu’il tire de ces faibles sont justes, tel l’ex-taulard (« Je serai toujours vu comme un braqueur »), l’ancien ouvrier (« Je l’aimais mon entreprise, aussi parce qu’elle me faisait bouffer ») ou le jeune couple (« De toute façon après 40 ans, l’homme se barre ! »). Et en quelques tirades magiques Belvaux rehausse le niveau d’un film qui n’atteint pas le sommet des tours qui lui servent de décors…

"Dai fasti di Versailles allo squallore della periferia di Liegi. Dalla vita di corte alle vite bruciate di un gruppo di proletari, un disoccupato, un pensionato, un handicappato, un rapinatore in libertà vigilata, che improvvisano una improbabilissima banda criminale per fare un colpo e cambiar vita. In America ne avrebbero fatto un thriller. In Italia una commedia stile 'Soliti ignoti'. Il francese Lucas Belvaux ne fa un film curioso e molto interessante, 'La raison du plus faible'. Un po' elegia per un mondo scomparso. Un po' commedia proletaria (produce Guédiguian, e si sente). Un po' tragedia contemporanea, una tragedia annunciata fin dalle prime immagini, con quegli operai tristissimi al di là delle sbarre che vedono smantellare pezzo per pezzo l'acciaieria in cui sono vissuti e talvolta morti i loro padri. Aspettando di vedere cosa ha fatto su un tema analogo Gianni Amelio, il film di Belvaux si impone per il tono aspro e appassionato, purtroppo non esente da qualche svolazzo retorico." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 25 maggio 2006)"Un noir alla Thompson o alla Leonard, ma ahimé di nazionalità belga, diretto e interpretato da Lucas Belvaux, che parte sui toni de 'I soliti ignoti', vira rapidamente alla denuncia sociologica in stile fratelli Dardenne e poi s'imballa nell'enfatica e farraginosa cronaca di una rapina destinata a finire tragicamente. Succede che lo scenario della città di Liegi induca di per sé al peggiore pessimismo e non abbia alcun bisogno dei tagli di una regia piatta e deprimente; se è il caso d'aggiungerci l'handicap di attori tanto appropriati e volenterosi quanto totalmente sprovvisti di fascino, ne consegue il risultato prossimo allo zero." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 25 settembre 2006)
da qui

giovedì 5 febbraio 2015

tre (straordinari) corti di Jean-Claude Carrière (con Milos Forman e Pierre Étaix)

genio purissimo - Ismaele



La pince à ongles - Jean-Claude Carrière, Milos Forman




Rupture - Jean-Claude Carrière, Pierre Étaix





Heureux anniversaire - Jean-Claude Carrière (as J.C. Carrière) , Pierre Étaix


martedì 3 febbraio 2015

Cafe de Flore - Jean-Marc Vallée

un film strano e difficile, due storie che non s'incontrano, una, quella più recente, contiene l'altra, nella Parigi del 1969, sembrano due storie parallele, solo dopo ti accorgi del legame, ardito, e originale.
nella vita sognata Jacqueline ama immensamente il suo bambino, Laurent, che è anche innamorato di una bambina come lui, Vero. 
Carole sogna qualcosa, alla fine saprà anche lei cosa.
è una storia d'amore che attrae, ma solo alla fine, con molta attenzione, si riuscirà a entrare nel film.
Jean-Marc Vallée è il regista di Dallas Buyers Club, tra l'altro.
Hélène Florent e Vanessa Paradis sono bravissime, cercatelo, un film così non l'avevo (e forse non l'avete mai visto) - Ismaele







…le réalisateur finit par nous captiver grâce à un montage et une mise en scène atmosphériques, sensoriels, qui s’appuient sur le mécanisme de la mémoire auditive. On passe sans mal du charme désuet du grain sépia de la France des années soixante à la clarté du Montréal de nos jours, même si la frustration d’abandonner une histoire captivante pour en reprendre une autre se répète régulièrement. Pourtant, ce montage tonique, qui suit à merveille le tempo d’une musique accrocheuse, parvient à nous attacher à chacun des personnages des deux histoires. Autant dire que le pari n’était pas gagné d’avance et le réalisateur québécois tire de son long métrage déconstruit bien plus de sentiments et d’attachement que n’est parvenu à le faire Van Dormel avec son «Mr. Nobody»…

…L'estetica del film è patinata e sfrutta fino all'estremo gli stilemi del videoclip musicale, ma ha una giustificazione intrinseca nella vita condotta dal personaggio principale. A livello di contenuti il copione è invece tutt'altro che superficiale; sviscera il tema in tutte le declinazioni obbligate, optando dunque per una concentrazione ombelicale, quasi manualistica, che può coinvolgere ma anche allontanare. Ciò che rende l'opera ardita e originale è soprattutto il modo in cui le due storie, ambientate in epoche diverse, diventano una, al termine di un puzzle che richiede pazienza e disposizione. Il collegamento, che scomoda ingredienti paranormali, è insolito quanto basta. Si può reagire come l'amica della moglie e pensare che è tutta una sciocchezza ("bullshit"), o si può decidere di seguire quest'impresa dal cuore profondamente cinematografico. Perché per Jean-Marc Vallée, in fondo, la terapia passa attraverso il coraggio di raccontarsi una storia, quella giusta, per quanto dolorosa o incredibile possa sembrare a chi (la vede e) l'ascolta.

…Lo que nos ofrece Vallée es un extraordinario canto a ese amor imposible que sólo es posible (valga la incongruencia) en el relato de ficción, un amor que supera las barreras temporales, sociales y corporales. El realizador va tan a muerte con su particularísimo planteamiento del desarrollo argumental que une las dos (que en realidad son tres, o quizá una) historias y consigue que para el atónito espectador, que ocupa cualquiera de las plateas donde se proyecta la película, conmoción, escepticismo y desconcierto se conviertan en sinónimos…

… Vallée mira alto o illude mirare alto per riempire gli occhi e ammorbare le menti, opta per soluzioni narrative discutibili o sospette (perché proprio un bambino down e non un bambino tout court?), ricatta, tedia, irrita e strappa applausi. Quando Muccino incontra Kieslowski: indigeribile spazzatura mid-Cult.



lunedì 2 febbraio 2015

L'ultimo treno della notte - Aldo Lado

pesantemente perseguitato dalla censura, per uscire anche solo con VM18 furono fatti tagli, e nella "civile" Inghilterra, per un periodo è stato un film "bannato" (qui, in buona compagnia).
un film che ha una componente di critica sociale, dove la violenza è a tratti insostenibile, ma necessaria all'economia della storia.
bravissimi Macha Méril (la Signora) e Flavio Bucci, che non è un bravo diavolo come in "Ligabue" o "Il Marchese del Grillo", tutti gli altri attori sono bravi.
musica di Morricone, e la canzone sui titoli è di Demis Roussos (ascolta)
mi ha ricordato Cani arrabbiati, di Mario Bava, anche quello un film maledetto e violento, e sorprendente, anche per come termina.
non è un film per tutti, ma se siete di quelli che possono vederlo, non vi deluderà, promesso - Ismaele





…Complessivamente L’ultimo treno della notte è ben costruito ed equilibrato su tutte le sue tre parti. Difficile non associarlo al massacro del Circeo avvenuto nello stesso anno, qualche mese più tardi e difficile non ignorare come l’annata del 1975 sia stata eccessivamente violenta anche al cinema in Italia: basta ricordare il Salò di Pasolini, Profondo rosso, I 4 dell’apocalisse, Appuntamento con l’assassino, Roma violenta.
Buone le musiche di Morricone e ottime le prove attoriali della già citata Macha Méril e di un acerbo Flavio Bucci.

…L'ultimo treno della notte è una pellicola molto violenta, sia in quello che palesemente mostra, sia in quello che dà ad intendere. Le ragazze vengono percosse, stuprate, terrorizzate, una viene deflorata con un coltello; e poi la morte, ovviamente. Allo spettatore non viene risparmiato nulla e mentre una delle due ragazze muore, le immagini si alternano fra lo scompartimento e la festa nella casa paterna: un giro di valzer vorticoso e beffardo descrive la morte delle ragazze e nello stesso tempo l'amore dei due genitori che ritrovano la serenità, fra treno buio e violento e casa luminosa ed educata. Lado attacca direttamente lo spettatore proiettandolo nella pellicola con il ruolo ben preciso del voyeur (il "curioso" interpretato da Fraco Fabrizi): un uomo anonimo che guarda morbosamente il crimine, vi partecipa attivamente per poi, a danno fatto, farsi cogliere dal rimorso e denunciare l'accaduto. I due balordi che danno il via alle violenze non sono identificati con precisione, sono dei semplici sbandati, essenzialmente pedine manovrate dalla Signora Perbene (Macha Méril sensitiva in Profondo Rosso, 1975), due maniaci che lo spettatore sa bene che pagheranno il fio dei loro atti. Il colpo di genio del regista è stato proprio l'inserimento del personaggio della Signora Perbene, una bionda algida di mezza età che parla di perdita dei valori con un politico democristiano ma che nasconde foto pornografiche nella borsetta. Il vero "cattivo" del film è proprio questa donna che richiama alla memoria una delle aguzzine di Salò (1975), "angelo della morte destinato a rimanere impunito"*. Lado conferma: la Signora perbene è il simbolo del potere, e qui si innesta la critica socio-politica. "I personaggi interpretati da Macha Méril e da Enrico Maria Salerno simboleggiano le due facce di una classe sociale che detiene il "potere". Il potere in generale - non mi riferisco a "colori" specifici - e che quindi ha potere, di vita e, soprattutto, di morte. Il personaggio di Macha Meril [...] sfrutta gli emarginati e li spinge a commettere degli atti che lei non ha il coraggio di fare, pur desiderandolo. [...] E l'altro, Salerno, [...] riconosce in lei il suo "simile" e non la ammazza, a differenza di quanto ha fatto con i due emarginati”

… Lo stato di adorazione che il film vanta in un paese come il Giappone chiarisce, a priori, la natura squisitamente exploitation di rape'n'revenge alla base dell'operazione. Una forma narrativa rodata che tuttavia non sminuisce la forte critica socio-politica che il regista avanza all'Italia del tempo: la violenza e la prepotenza aleggiano indistinte tanto sulle classi povere che su quelle più abbienti, con la differenza sostanziale dell'impunità sistematica che vantano le seconde, le cui devianze vengono ben digerite da una società borghese e cattolic(icizzat)a. Una tesi non propriamente anacronistica avvalorata da un casting riuscito, in cui spiccano le interpretazioni sorprendenti di Macha Méril (perfida e spietata reazionaria) ed Enrico Maria Salerno, ricco chirurgo che scoprirà (suo malgrado) l’istinto ferino di angelo sterminatore. Chi lo considera un prodotto fotocopia de L'ultima casa a sinistra di Craven lo sminuisce immeritatamente: Aldo Lado dà cuore (e pancia) ad una storia che non scade mai nel bozzettismo bidimensionale del parallelo americano, elargendo allo spettatore più di un brivido politico lungo la schiena…

…Il film fu accolto male dalla critica dell'epoca. Sul quotidiano Il Giorno del 23 maggio 1975 fu scritto: «Il regista Aldo Lado dimostra di saperci fare, quando non esagera. Tiene sospesa l'attenzione con mezzi semplicissimi, ma non va oltre il fatto, non riesce a dare uno spessore alla storia. [...] Gli attori giovani che danno corpo alle immagini di due violenti finiscono con l’occupare tutto lo schermo, ed è un difetto della struttura, perché così la lezione presunta si trasforma in esaltazione della violenza».
Sul Corriere della sera del 25 maggio 1975 Renato Palazzi scrisse: «Filtrato senza difficoltà attraverso le maglie larghe di una censura assai più propensa a colpire l’esposizione dei sessi piuttosto che la bassa macelleria, L’ultimo treno della notte mortifica la ragione e offende il “comune sentimento del pudore” delle persone di buon senso, per gli eccessi di quella “pornografia della violenza” che raggiunge qui espressioni davvero fastidiose».
Il critico Morando Morandini sul suo dizionario assegna al film una stella, scrivendo: «Il film è un drammatico sovraccarico di efferatezze varie, senza alcun rispetto per la logica e la verosimiglianza...».
Come per altri film ambientati su un treno (vedi Cassandra Crossing) sono stati fatti grossolani errori nelle riprese esterne e interne: ad ogni inquadratura cambia la tipologia delle carrozze, dei locomotori, dei compartimenti...addirittura stazioni italiane (con nomi cancellati) con segnali italiani e apparecchiature italiane durante la sosta del treno in Austria…

…L’ultimo treno della notte è un film altamente violento (sicuramente il più violento del regista) e assolutamente scioccante nelle sue scene di maggiore forza: colpisce soprattutto la scena notturna sul treno, nella quale in pochi minuti le ragazze vengono seviziate, stuprate e uccise. Rispetto a The Last House on the Left è doveroso sottolineare un maggiore impatto visivo, dovuto alla maestria di Lado alla fotografia e alle luci: è innegabile che negli anni settanta gli italiani sotto questo profilo meramente estetico avevano una marcia in più. Rispetto al capolavoro di Craven però è da registrarsi una prima parte un po’ lunga e noiosa, in cui la tensione non è ancora alta: probabilmente il risultato sarebbe stato ancora migliore tagliando una decina di minuti. Per la forte derivazione da The Last House on the Left il film non può essere considerato essenziale quanto il predecessore: tuttavia, in termini di qualità e di contenuti, siamo su un livello addirittura superiore. Sempre bella la colonna sonora di Ennio Morricone, che comprende un tema malinconico e nafasto suonato con l’armonica da uno dei due balordi.

…Film "sporco" e morboso che ha la sua "forza" nel personaggio luciferino della Meril, una sorta di "angelo della morte" che ricorda una delle aguzzine del Salò di Pasolini. Finale nichilista con vaghe ambizioni socio-politiche. La pellicola ebbe grossi guai con la censura e resta un pugno allo stomaco nonostante i tagli imposti. Le musiche sono di Ennio Morricone.
da qui