mercoledì 8 gennaio 2014

L’inquilino del terzo piano (The tenant) – Roman Polanski

un film che non ti lascia tranquillo.
Roman Polanski (straniero, ma francese naturalizzato, come ripete più volte), posseduto, oggetto di persecuzione, qualche fantasma egiziano lo perseguita, un bel po’ debole di mente, tutto questo o forse niente, si trova in un gioco più grande di lui, alle prese con persone grottesche e ingestibili.
deve spesso subire, dai colleghi, al bar, dappertutto, è timoroso e gentile, inadatto al mondo, che è cattivo e implacabile con i deboli, gli succedono cose che restano senza risposta, e che la sua volontà non riesce ad evitare, e alla fine il cerchio si chiude.
lui sogna, ha gli incubi, e noi con lui - Ismaele

Ps1: fra le stampe appese alle pareti della casa di Trelkovsky mi è sembrato di riconoscere il papa vestito di viola di Francis Bacon (qui)
Ps2: Polanski da giovane mi ricorda molto Luigi Lo Cascio



Un uomo di origini polacche, Trelkovski, affitta un appartamento dopo una curiosa trattativa col proprietario che lo inonda di divieti. L'inquilina attuale, Simon Chule, è in fin di vita all'ospedale dopo essersi gettata dalla finestra. Incuriosito la va a trovare in ospedale, restandone particolarmente colpito. La ragazza morirà e Trelkovski prenderà possesso della casa, solo che dovrà rendersi conto che più che un condominio è una specie di Regno. Tra i condomini vige un regime, dominato dal locatore dispotico, la portinaia pretoriana ed altri: o stai con loro o sei contro. Una situazione di vita angosciante, anche perché i condomini manifestano altri comportamenti bizzarri...

Questo film di Polanski del 1976 è un thriller un po' insolito. Originale per tecniche narrative e psicologia dei personaggi, il racconto suscita però, per tutta la durata della pellicola, un interesse troppo intessuto di ansie metafisiche.
Le scene si snodano lungo un credibile e avvolgente mistero noir ma lasciano un po' inappagati dopo l'enigmatico finale, anche se la conclusione non criptica consente di rimanere piacevolmente pensosi.
Il film si avvale di un impianto linguistico molto curato e riuscito nei suoi aspetti temporali e spaziali. Un impianto fertile di sviluppi di espressioni visive: quelle più idonee a dare spessore al genere thriller…

Roman Polanski's "The Tenant" was the official French entry at Cannes last May, and in the riot to get into the press screening one man was thrown through a glass door and two more found themselves amid the potted palms. It's a wonder nobody was killed in the rush to get out. "The Tenant's" not merely bad -- it's an embarrassment…

…Il cast fa un lavoro splendido: bellissima la Adjani, inquietanti gli inquilini (Winters, Douglas, Van Fleet) e davvero kafkiano (o dostoevskiano come direbbe Morandini) Polanski che nella versione italiana ha un accento che lo rende ancor più straniero in terra straniera. Anche la musica di Philippe Sarde, soprattutto il main theme con l'armonica, è incisiva. In conclusione una pellicola in cui l'humor, il grottesco e la paura vanno perfettamente a braccetto. Consiglio caldamente l'acquisto (e la visione, of course) di questo film che supera di gran lunga in stile ed inquietudine il ben più noto ed osannato Rosemary's Baby.

… L’horror diventa psicologico e ricorre il reale . La vera essenza del film forse sta proprio nella descrizione fenomenale del regista nel descrivere la nevrosi ed alcuni classici archetipi della coscienza umana come la paura , l’angoscia . Tali archetipi inoltre sono accentuati da una maniacale attenzione dei particolari , d’altronde Polanski risulta essere uno dei registi più attenti ai particolari vedi "Repulsion" e "Rosemary's Baby" . Magistrali sono inoltre le sue attenzioni rivolte agli incubi ed alle allucinazioni ed alla deformazione grottesca di alcuni personaggi.
Magistrale la rappresentazione di se stesso all’interno della pellicola . La sua bravura sta sicuramente nel fatto di aver donato spessore e humor al suo personaggio che si pone in bilico tra l’irriverenza di Joseph K. de Il Processo ma che ricalca in maniera autobiografica la vita del regista con continui riferimenti alle difficoltà dell’immigrazione e dell’ambientazione di un polacco in terra francese ( tra l’altro esemplificato in maniera perfetta nel discorso con la polizia).

martedì 7 gennaio 2014

La donna del lago - Luigi Bazzoni, Franco Rossellini

film di atmosfere, di non detto, di misteri e di sogni.
storie di provincia, storie sbagliate.
non sarà un capolavoro, ma non ti annoi, e la tensione in certi momenti è davvero forte.
bravi gli attori, Salvo Randone sopra tutti.
se lo trovate non vi deluderà - Ismaele 





…La donna del lago sviluppa anche una forte tensione psicologica, debitrice alle pellicole di Hitchcock e in qualche modo anticipatrice involontaria di quelle a tinte thriller di Polanski (Repulsion, Le Locataire) e di Kubrick (Shining presenta molteplici tratti in comune con la pellicola di Bazzoni-Rossellini: si pensi al personaggio dello scrittore in crisi che si rifugia in una località montana in un albergo disabitato o ai corridoi solitari dell’albergo stesso)…

Inusuale questo giallo di Bazzoni. Non è tanto la complessità dell'intreccio a colpire, quanto la riuscita atmosfera che riesce a creare, onirica e sinistra, a cui il forte contrasto della fotografia in bianco e nero evidenzia un carattere straniante. Da questo punto di vista anche l'utilizzo della soggettiva del protagonista e narratore del film non fa che aumentare un senso di disagio crescente in cui i personaggi possono cambiare radicalmente la prospettiva che si era creata e allo stesso tempo ci eravamo creati su di loro. Piuttosto rischioso anche per la messa in luce degli aspetti morbosi della storia, rischioso in termini di censura per quei tempi. 
Molto buono tutto il cast, con particolare attenzione per Salvo Randone e in un film di questo tipo era importante avere attori di questa levatura.

…uno scrittore indaga sull'uccisione misteriosa di una cameriera (Lisi) di cui si era invaghito, scontrandosi con l'omertà dei padroni della pensione e degli altri abitanti. Scritto con Giulio Questi dagli esordienti L. Bazzoni e F. Rossellini, figlio del musicista Renzo e nipote di Roberto, è ispirato a una catena di delitti, noti al pubblico come i fatti di Alleghe, che dettarono allo scrittore trevigiano Giovanni Comisso un delirante romanzo semiautobiografico. I responsabili furono individuati anche per merito del giornalista Sergio Saviane che ne trasse un documentario e un appassionato rapporto. Film di grande eleganza, conta su un'ottima squadra di interpreti e uno splendido, estetizzante bianco e nero di Leonida Barboni. "Eppure la vicenda non aggancia il nostro interesse, lo spettacolo rimane nell'ambito dell'inutilità" (T. Kezich). Forse, se avessero seguito Saviane invece che Comisso, il risultato sarebbe stato più convincente.

The above plot description is vague because I myself am vague about what happens in the movie. The plot descriptions on IMDB and in the John Stanley book say they're acting like zombies, but I certainly didn't see anything that resembled either the voodoo or the Romero variety of zombie, though a few people seem distant. There's a lady involved, of course, and there's a lake, a deal of love-making, a mysterious house, and lots of talk. Unfortunately, the key to it all is hidden in that talk, and since my copy of the movie is in unsubtitled Italian, the key remains currently out of my reach. It uses sound effectively at times, has some genuinely moody moments, and does seem to be off the beaten path somewhat. But until I see a print I can understand, I have little to say…

…La mise en scène aux quelques accents antonioniesques démontre une certaine maîtrise. L’élégance du noir et blanc, les gros plans saisissant la tension, la caméra subjective avançant dans les couloirs, le négatif utilisé … Toutefois quelques points peuvent agacer comme cette ostentation de mise en scène qui frôle parfois le « tape à l’œil ». De surcroît, la lenteur renforce une certaine volonté de faire la différence par des techniques marquées.

On est contents de voir évoluer Bernard et ses impressions sur la vérité. Mais on est avant tout en présence d’une histoire de mort suspecte. Les propriétaires de l’hôtel cachent bien leur jeu et le photographe est un allié précieux. On est dans un village mortifère où tout semble s’écrouler.

Derrière cette façade un peu molle, se nouent les relations secrètes, les secrets inavouables mais encore une fois c’est l’amour de notre Bernard qui recueille toute l’attention. La disparition de Tilde et le cas d’Adriana deviennent similaires puisqu’il fusionne l’espace et le temps pour rejoindre son terrain amoureux. A cet égard, le film tire toute l’ironie de l’adaptation de l’opéra en conduisant une enquête de cœur vers des contrées sauvages et abruptes bien loin de cet idéal lyrique.

Si on est embarqués dans le cheminement de notre Bernard, la fin arrive un peu comme un cheveu sur la soupe. Révélation médiocre et cela rend un peu vaines toutes ces péripéties. Bazzoni et Rossellini semblent se concentrer sur le drame qui se noue et l’angoisse uniquement, perdant un peu de vue la construction du puzzle qui nous était proposé.
L’exploration est par contre fort agréable distillant une atmosphère oppressante assez délectable.

Un film che riesce ad inquietare ed ad affascinare in maniera quasi sinistra, che non ci lascia con un finale quasi ovvio, che in questi casi disperde il più della volte le energie messe in campo. Tratto da un romanzo di Giovanni Commisso, non famoso, e ripreso da un fatto realmente accaduto, sceneggiato discretamente da autori come Giulio Questi e Luigi Barzini e con la partecipazione del nipote di Roberto Rossellini, già aiutante dello zio, che aiuta la storia a cresce in maniera giusta e nebbiosa, come il testo ha bisogno di vivere, con personaggi che spariscono , ritornano cambiano rotta e carattere, insomma un tipo di cinematografia molto diversa del nostro panorama cinematografico; due esordienti dietro la macchina da presa che hanno sfruttato tutto il loro pathos di autori in maniera eccellente ed avendo a disposizione parte del cast davvero unico e che ha aiutato nella maniera giusta tutta l'operazione, anche in ruoli minimi, ma efficaci…
da qui


lunedì 6 gennaio 2014

José e Pilar - Miguel Gonçalves Mendes

a volte si dice che dietro un grande uomo c'è una grande donna, o viceversa, ma questo non avviene qui.
Josè e Pilar, Pilar e Josè sono due che sono affianco, nessuno sta dietro o davanti, neanche se Josè è un premio Nobel della letteratura e uno dei più grandi scrittori dell'ultimo secolo.
questa è la storia di Josè e Pilar, due esseri umani, speciali.
Josè sa che si vive solo una volta, e bisogna farlo al meglio, e lui lo fa.
il regista racconta gli ultimi mesi di vita di Josè Saramago, entra nella vita di Josè e Pilar, senza disturbare, regalandoci la conoscenza viva dei due, e uno è vivo finché lo ricordano, lo ricordiamo, coi libri e con questo film.
se le facce, le parole, la debolezza, la forza e l'ironia di quei due, di Josè e Pilar, non ti dicono niente, peggio per te.
non c'è neanche la scusa per non vedere il film perché non è in italiano, c'è l'edizione italiana, vuoiti bene, cercalo e guardalo, avrai trascorso due ore ben spese, non te ne pentirai, e se dopo leggerai qualche libro di Saramago ti farà solo bene - Ismaele




Gli ultimi giorni di vita di Saramago, ma non basta. Il solo nome del portoghese riesce stretto in questa descrizione, travalicandola come José travalica i tempi e rimane presente: non solo nei suoi testi, nelle sue parole, ma nell'essere stato per davvero l'ultimo…

…Miguel Gonçalves, nos revela un Saramago sencillo, ingenioso, con un gran sentido del humor que en ocasiones es irónico, pero que en todo momento es admirable por su fortaleza e inteligencia. Nunca fue vencido por el tiempo, ni por la desesperanza. Durante cuatro años, el director siguió la vida cotidiana de esta pareja, y logró recolectar casi 240 horas de material filmográfico. De esta manera convierte al público en acompañante omnipresente de Pilar y José en viajes alrededor del mundo, en actos culturales, literarios y políticos, pero también invita a reposar y a sentir el fresco viento del atardecer en su casa de Lanzarote, en España. Este filme, sin duda, es un registro emotivo de la cotidianidad que José Saramago convertía en única, emocionante y generosa. Deja sentir muy cercano, por un instante, al hombre sutil, común, vivaz, que se convirtió en uno de los escritores más sobresalientes del siglo XX.

…Gonçalves los sigue sin ser intrusivo: escucha, observa y nos hace partícipes del trabajo del autor, de las conversaciones que sostiene con su mujer, de la vida misma. Pero lo hace sin que se sienta ni posado, ni aburrido: su técnica es sencilla. Los capta y deja correr la cinta, a veces interviene, se interesa, nos guía por algún sendero, pero siempre todo vuelve a estos dos personajes cuya historia de amor trasciende al medio y nos toca de una manera muy emotiva. Por supuesto, conocer de antemano el desenlace de la historia, hace que el sabor de ésta sea agridulce y que sea inevitable la ominosa sensación de magia y pérdida, aunque en ningún momento se deja ir por los terrenos de la sensiblería chafa. Estos son seres humanos, captados por una lente que los presenta sin pretensiones, de manera entrañable y el documental funciona de un modo preciso, sin cortapisas ni medias verdades. Saramago deja su huella con la palabra y con sus gestos y hacia el final, el espectador no puede evitar compartir la tristeza de Pilar y admirar su entereza mientras enfrenta el camino de su vida, ahora sola. La cinta portuguesa es una experiencia vivencial y a cada espectador lo afectará de diferente manera, aunque una cosa es cierta: nadie que la vea quedará indiferente ante ella.

…Lo cierto es que nunca un documental sobre la vida de un escritor había sido tan entretenido, incluso apasionante, como José y Pilar. Con un ritmo siempre sostenido no exento de recursos narrativos y estilísticos del ámbito cinematográfico más renovador, la película desgrana el último tramo de una vida extenuante y excitante a partes iguales, desbordante de amor, sinceridad, ironía y melancolía por el tiempo que se escapa. Un documento fílmico de un valor incuestionable concebido para disfrutarlo en el más amplio sentido del término, así como para aprender de todas las lecciones que encierra en el retrato fiel de uno de los grandes escritores y pensadores de nuestro tiempo.
José Saramago finalmente se quedó sin tiempo, pero su obra permanecerá para siempre, ajena a la condición finita del ser humano, extendiendo su sabiduría a través de otras tantas existencias de tiempo limitado.
da qui

sabato 4 gennaio 2014

Philomena – Stephen Frears

un film che deve tutto all’interpretazione di due bravissimi attori, Stephen Frears è bravo a dirigerli in una storia di peccato e perdono, schiavitù e vendita di bambini, Aids e ritorno a casa.
dialoghi fulminanti e colpi di scena fanno sempre ripartire il film, non ci si annoia.
il film avrebbe avuto stupito il pubblico se il convento fosse bruciato, con suor Hildegarde fra le fiamme, e il diavolo che la riceveva all’inferno, ma la sceneggiatura doveva avere una certa coerenza, peccato. Tarantino l’avrebbe fatto, chissà.
“My beautiful laundrette” e “Piccoli affari sporchi” sono ormai d’altri tempi, ma “Philomena” una visita al cinema la merita, Judi Dench e Steve Coogan sono uno spettacolo - Ismaele



…L'aver romanzato la vicenda genera personaggi contraddittori (come la stessa Philomena, signora svagata di mezza età che legge con entusiasmo romanzetti Harmony, e contemporaneamente figura di alto spessore morale), limitando di fatto a un livello superficiale il coinvolgimento dello spettatore. Anche nel tirare le fila, il film mantiene il piede in due scarpe: da un lato denuncia senza mezzi termini (e in maniera manichea) i misfatti e il successivo atteggiamento omertoso delle strutture cattoliche in Irlanda, dall'altro lascia che la protagonista "perdoni" i colpevoli, sperando che l'assoluzione coinvolga moralmente anche lo spettatore.

…Philomena e Martin si confrontano e anche si scontrano in materia (anche perché il giornalista non le risparmia mai il proprio scetticismo) ma non si tratta qui di chi abbia ragione o abbia torto. Si tratta piuttosto di un incontro che è sempre possibile quando si è capaci di andare al di là delle barriere che il pregiudizio erige tra le persone. Frears riesce a raccontarlo grazie all'umanità che ha pervaso i suoi film migliori e alle doti di narratore di grande spessore.

... In un film senza difetti come questo, il suo difetto è, paradossalmente, la sua precisione millimetrica, il suo essere sempre "medio". Un film che fa piangere e ridere, una ricetta splendidamente tragicomica, in cui le emozioni sono calmierate e livellate, ma per il quale non si perderà mai la testa con la pancia e con il cuore come per il cinema più irregolare e conflittuale.

…En Philomena, la veterana actriz británica muestra toda su habilidad para encarnar personajes entrañables y amables, a pesar, como en este caso, de ser víctima de uno de los dramas más terribles que se puedan concebir. Y es que la historia de Philomena Lee, personaje que interpreta Dench en la película, es tan real como muchas que, por desgracia, hemos ido leyendo en los periódicos de nuestro país últimamente: una mujer a la que separaron de su hijo, que fue vendido en adopción, sólo por haberse quedado embarazada en el tiempo y el lugar equivocados. Años después, ayudada por un periodista caído en desgracia (Steve Coogan, también co-guionista de la película, en un trabajo sorprendente), le buscará cueste lo que cueste. La intensa vitalidad, la alegría que desprende Philomena a pesar de lo horrible de su situación, empapan la película de principio a fin. Gracias a ella, lo que podría haber sido un simple drama británico estándar se convierte en toda una lección de interpretación. 

venerdì 3 gennaio 2014

The House is Black - Forough Farrokhzad


Nell’ansia di sperimentazione che mescola senza confine arte e esistenza, dal 1958 Forough si dedica con passione al cinema collaborando con la casa di produzione cinematografica di Ebrahim Golestan, autorevole scrittore, regista e produttore, al quale sarà legata fino alla morte da un rapporto di intima amicizia. Nel 1960 Forough recitò e collaborò alla produzione del film Il rito del matrimonio in Iran. L’anno successivo realizzò la colonna sonora per il documentario di Ebrahim Golestan Mawj o marjan o khara (Onda, corallo e roccia) e il montaggio di Yek atash (Un fuoco) un documentario girato nel 1959 vicino Ahvaz durante l'incendio di un pozzo petrolifero che brucia per due mesi prima che intervengano i pompieri americani a spegnerlo. Nel 1962 il film ottiene un premio al Festival del cinema di Venezia. L’impegno di Forough nel cinema la porta prima nel 1959 e poi nel 1961 a viaggiare in Inghilterra per studiare produzione cinematografica. Nel 1962 Forough scrive, dirige ed edita Khane siyah ast (La casa è nera), girato nel lebbrosario di Tabriz. La Farrokhzad ne scrive la sceneggiatura adattando versi della Torah e del Corano. Il film, commissionato dalla Associazione per i malati di lebbra, vince il premio come miglior documentario al Festival di Oberhausen nel 1963. Nella primavera del 1962 Forough si era recata nell’istituto per preparare la produzione del film che la consacrerà cineasta di punta della nuova cinematografia iraniana d’autore. Forough si immerse con grande coinvolgimento emotivo nella vita quotidiana dei lebbrosi dell’istituto, cercando di instaurare con loro un rapporto di fiducia e rispetto. Nell’autunno dello stesso anno Forough tornerà a Tabriz con un operatore e due fonici per iniziare le riprese del film che dureranno dodici giorni. Dalle numerose testimonianze della regista su questa forte esperienza umana, prima che professionale, si è appreso che alcuni rapporti instaurati nell’istituto continueranno anche dopo la fine delle riprese (in questa occasione Forough adotterà un bambino dell’istituto e, con il consenso dei genitori, lo porterà con sé a Teheran)
In La casa è nera, la macchina da presa entra in un istituto dove vivono nascosti al resto del mondo uomini, donne e bambini di cui Forough ci restituisce con umana pietas straziati volti, corpi e sorrisi. La regista non risparmia particolari raccapriccianti, senza mai indulgere, grazie ad una fotografia in B&N a luce naturale e ad un montaggio sapiente, nel voyeurismo. Il lebbrosario diventa microcosmo in cui guardare i lati oscuri di una società e il buio dell’esistenza umana senza misérabilisme. «Il mio film si apre con l’immagine di una donna che si guarda allo specchio. Questa donna simboleggia in realtà l’essere umano che osserva la sua vita allo specchio, qualsiasi sia questo specchio» . La casa è nera è un film su una comunità di lebbrosi reclusi in un istituto, ma non solo: è anche un film su quanti si ritrovano imprigionati in una vita da cui non possono sfuggire. «Credo che uno dei motivi per cui gli uomini si dedicano all’arte è l’inconscia necessità di affrontare, resistere alla decadenza»
Jonathan Rosenbaum, sguardo autorevole della critica americana, individua nel percorso artistico di Forough l'origine di quella che sarà la cosiddetta Nouvelle Vague del cinema iraniano, in particolare della produzione di Abbas Kiarostami. Questi ha reso omaggio a Forough dando ad un film il titolo di una sua poesia (Il vento ci porterà via) e facendo recitare ai suoi personaggi le odi della poetessa.
È ormai acclarato che l’unico film diretto dalla Farrokhzad, vincitore di numerosi riconoscimenti internazionali, sia una pietra miliare nella storia del cinema iraniano e abbia fatto scuola per qualità artistica e rilevanza sociale. Una conferma in tale senso viene dalle parole del noto regista iraniano Mohsen Makhmalbaf, il quale afferma: «La casa è nera è il miglior film iraniano ad aver influenzato il cinema iraniano»


giovedì 2 gennaio 2014

The spirit of ’45 – Ken Loach

è un documentario, passato anche nelle sale italiane, a settembre del 2013, per pochi giorni in pochissime sale.
da un documentario di Ken Loach non ci si può aspettare imparzialità, per fortuna, lui è un partigiano.
si raccontano, con immagini e parole degli intervistati e dei protagonisti, le vicende del welfare, perché e come è nato e come viene smantellato a partire da Thatcher.
è illuminante il commento di un vecchio operaio che dice che "fra le due guerre avevamo l'impero più grande del mondo e in patria i poveri dormivano mangiati dalle cimici, i bambini non avevano scarpe, vivevamo negli slum più miserabili d'Europa".
l'etica e la nobiltà del pubblico e dei beni comuni Ken Loach ce li ricorda, e ci ricorda che dopo la seconda guerra mondiale un altro mondo era possibile, e il welfare laburista è stata la cosa più vicina al socialismo in tutta la storia d'Europa.
ed è una storia che ci riguarda, tutti i giorni.
cercate il film, una visione non potrà far male a nessuno, anzi... - Ismaele





Ken Loach firma un interessante documentario sulle trasformazioni della Gran Bretagna dal ’45 (e prima) a oggi, sottolineando con il suo occhio ‘profondamente sociale’ tutte le inversioni di tendenza (che hanno indotto segno positivo o negativo) attraversate dal suo Paese a partire da quei giorni di ricostruzione post Seconda Guerra Mondiale. Un lavoro che ha senza alcun dubbio il suo ‘limite di appetibilità’ nel chiaro posizionamento ideologico del regista ma che non manca (tuttavia) di fornire molte chiavi al fine di una comprensione più ampia di questi bui tempi di crisi internazionali.

…The spirit of '45 ripropone al pubblico del Ventunesimo secolo quell'etica del servizio pubblico contraddetta dal tatcherismo (recente oggetto di celebrazione cinematografica in The iron lady) chiedendo agli spettatori di ritrovare quello spirito generoso e carico di ottimismo. "Dobbiamo combattere il concetto che il profitto fa girare il mondo", dice. Loach cerca di ricostituire anche filmicamente il patto generazionale fra anziani e giovani su cui edificare la ricostruzione, ricordando il tempo in cui le parole d'ordine erano comunità e condivisione. Dunque usa un montaggio secco e veloce, giustappone con disinvoltura le immagini del passato a quelle della contemporaneità, segue un ritmo narrativo che accontenta il gusto contemporaneo anche se racconta storie "vintage".
The spirit of '45 funziona nella struttura a specchio (la prima metà dedicata alla costruzione, la seconda alla decostruzione), nella delicatezza con cui raccoglie le testimonianze dei reduci di un'epoca tramontata, nell'uso di un bianco e nero "storicizzante" che rende fluido il passaggio fra materiali di archivio e interviste recenti. E chiude con un tocco supremamente cinematografico: la fine è palindroma all'inizio, ma con un... tocco di colore che fa tutta la differenza.

…Le parole, ferme nella condanna politica, che il regista pronunciò subito dopo la morte della Thatcher, sono d'altronde molto esplicite. Anzi: in un mondo che mostra, oggi più che mai, un preoccupante deficit di memoria, e che tende immediatamente a santificare i morti, siamo convinti che, se The Spirit of '45 fosse arrivato la scomparsa della Thatcher, i riferimenti al presente della Gran Bretagna e all'eredità che esso porta con sé, sarebbero stati ben più presenti e marcati. Nel film, d'altronde, è sempre presente (prima a livello implicito, poi esplicitamente quando si esaminano le riforme economiche post-1979) il confronto tra la Gran Bretagna di quell'epoca e quella di oggi: confronto che è, anche, tra due modelli economici e sociali, nonché tra lo "spirito" del titolo e quello, di segno opposto, che un trentennio dopo ne annullò quasi tutte le conquiste.,,

…Il montaggio è tagliente, sfacciatamente parziale, crudelmente ironico: nell’ultimo terzo del film la privatizzazione convulsa sembra riavvolgere a ritroso le immagini viste nella prima parte, cancellare le orme dello spirito del ‘45, inabissare il paese con il fast forward. Non dimentichiamo che il regista, solo pochi mesi dopo la presentazione del documentario, chiosò così la morte della Thatcher: «È stata una combattente e il suo nemico era la classe operaia inglese. Le sue vittorie sono state facilitate dalla corruzione della dirigenza laburista e di gran parte dei sindacati. [...] Come la dovremmo onorare? Privatizziamo il suo funerale. Indiciamo un’asta competitiva e accettiamo l’offerta più bassa. È quello che avrebbe voluto lei». Loach non cerca l’oggettività, né la ricostruzione storica: soffia sulle braci, espande il suo bianco & nero anche al presente per dirci che l’oggi è tangente a quegli anni 30, solo meno sgranato. La sua è un’opera esile, lacunosa, imperfetta: ma ha il grande pregio di sapere da che parte stare.

…La soluzione ai problemi del presente sembra poter provenire da un sogno del passato, trasformato felicemente in realtà e poi troppo frettolosamente accantonato. La svolta potrebbe avvenire voltando le pagine all’indietro, fino a ritrovare il racconto di un progetto che, una volta tanto, aveva davvero funzionato. Questa è la tesi sostenuta da lavoratori e funzionari, dagli operai delle miniere e dagli studiosi del libero mercato. Una visione nettamente di parte, ma vissuta con la passione di chi, nonostante l’inarrestabile dilagare della crisi, crede ancora nell’impossibile. La sua sostanza è la poesia la cui tristezza affonda le radici di un’amara realtà, mentre i suoi rami si protendono al di là dell’orizzonte; la concretezza è la base a cui guardare con obiettività, senza però rinunciare a volare con la fantasia…

…La razón de ser de El espíritu del 45 no es la autocrítica, no es ofrecer alternativas, es la militancia. No es un tratado histórico-político con múltiples lecturas, es una octavilla combativa con un solo mensaje. El idealismo de la memoria queda reflejado en el colorido final, reflejo de un tiempo que fue mejor. La virtud se encuentra en la necesidad de este film. La izquierda ha sido incapaz de defender la capacidad de intimidación de la población, y los neoliberales no ven motivos para no limitar las concesiones sociales y establecer unas reglas de juego más a su favor. Ken Loach busca enaltecer la conciencia colectiva desde la memoria y el testimonio. Busca conmemorar un hito que otorgue esperanza, que reste presencia al desencanto y a la desilusión de un mundo a la deriva.
da qui

mercoledì 1 gennaio 2014

Southcliffe - Sean Durkin

dopo “Still life” (qui) cercavo un altro film con Eddie Marsan e ho trovato “Southcliffe”.
è una serie in quattro parti che dura come un film lungo.
la scansione temporale del racconto non lineare era difficile da rendere in un unico film e così la serie è lo strumento più adatto a sviluppare la storia (e le storie).
umiliazioni e armi sono una miscela esplosiva, e quando le cose succedono sono così veloci e intense da essere irrimediabili.
Southcliffe potrebbe essere qualsiasi cittadina del mondo, ma quando ci sono le armi, e i miti militari e della forza, lì i drammi sono senza rimedio per troppe persone.
poi è un cercare di ricostruire, di capire, per molti il silenzio e l’oblio sono la cosa migliore, fino alla prossima volta.
e chi cerca la verità è fastidioso.
eccezionali e credibili gli interpreti, la sceneggiatura, con i tempi perfetti, è di Tony Grisoni, .
non fatevelo sfuggire, non resterete delusi - Ismaele 




…E' una storia sbilenca, con l'unità di tempo flessa a piacimento per conferire ritmo alla narrazione (quel ritmo che normalmente Southcliffe e tutte le città come lei , non hanno ), una narrazione volutamente frammentata che volge lo sguardo a  spettri del passato, a delitti e castighi a cui si aggiunge la tipica chiusura mentale , oltre che geografica, che caratterizza la piccola cittadina, in cui tutti conoscono tutti e soprattutto tutti sanno tutto di tutti.
E se Stephen è affondato da fantasmi invisibili, quelli che assillano David, il giornalista, hanno un nome e un cognome: quello del padre coinvolto in un misterioso affaire anni prima di cui tutti gli abitanti di Southcliffe sono a conoscenza.
E sono pericolosi come quelli che spingono Stephen a imbracciare quel dannato fucile e uccidere senza motivo quindici persone.
Aleggia un senso di morte e disperazione su questa serie in cui tutto viene suggerito e ben poco viene mostrato, eppure è qualcosa che ti entra dentro, un'inquietudine che fa fatica ad abbandonarti anche dopo che sono terminati i titoli di coda dell'ultimo episodio.
Tutto questo perché la città di Southcliffe è talmente anonima che potrebbe essere dovunque, è il simbolo di una provincia assonnata, quasi narcotizzata che viene svegliata nel bel mezzo di un incubo da una realtà che è ben peggiore del peggiore dei sogni funesti…

Southcliffe non è una serie d’intrattenimento. Se volete qualcosa di leggero per passare in allegria una serata, non è proprio la più consigliata tra le visioni. A dirla tutta, non è nemmeno una serie vera e propria. È una mini-serie britannica composta da 4 episodi appena. Gli inglesi d’altra parte ci hanno ormai abituati a prodotti di durata breve, ma di qualità e intensità enormi e questa Southcliffe non fa eccezione. Oltre a essere stati presentati al Toronto Film Festival, a ulteriore segno che il confine tra tv e cinema è ormai sempre più sottile…

…Siamo di fronte a un prodotto di qualità straordinaria, ma tutt'altro che facile. Viene richiesta allo spettatore una attenzione elevatissima, le vicende si sovrappongono con continui rimandi e richiami ai vari momenti in cui si snoda la narrazione.
E non vi è nulla di consolatorio nello sviluppo della storia, solo la consapevolezza di quanto può essere crudele la illogicità di certi comportamenti umani. Illogicità però solo apparente perché la spiegazione sta dentro le righe, ma bisogna essere bravi a leggerla.
Detto dei meriti indiscutibili dello sceneggiatore e del regista, non si può però non tributare il giusto riconoscimento all'eccellente manipolo di attori impegnato a rendere una prova di notevole qualità, tanto da risultare difficile fare graduatorie...

It is rare to watch a TV show in 2013 and realise, within about 15 minutes, that it might be one of the best British dramas of all time. But Channel 4's Southcliffe, which finished on Sunday, is something really rather special. Exploring the dynamics of a fictional English town affected by a Hungerford-type shooting, it is a magisterial one-off and a taut, haunting extrapolation of small-town taunting. With an elliptical back-and-forth structure and a provincial, pylon-buzzing lyricism, this is timelessly classy, state-of-the-nation television-as-literature…
da qui