sabato 1 dicembre 2012

Mauvais sang (Rosso sangue) - Leos Carax

in preparazione a "Holy motors" vedo, o rivedo, cose antiche di Carax.
straordinario Denis Lavant, e bravi gli altri attori, in un film che è un mondo, Leos Carax fa pochi film, ma ognuno lo pensa così a lungo che poi dentro ci mette tanto, e funziona.
e ne esce fuori qualcosa di unico, vedere per credere - Ismaele


 

 

un cinema di forte impatto visivo, 'debordante', lo definirei, tanto da valicare i confini del genere per influenzarne altri, quello di Carax... un noir dallo scheletro melò... il fotogramma che diventa vignetta (non è un caso il cammeo di Hugo Pratt, l'inventore di 'Corto Maltese')... il regista fa tesoro dell'esperienza di mostri sacri come Godard e Welles e, accompagnato dalle note di Prokofiev e David Bowie (altrettanto mostri), da vita ad un qualcosa di assurdamente ipnotizzante…

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…Sangue rosso resta impresso per aver portato al punto di fusione noir e mélo, per la furibonda destrutturazione figurativa e per l'audacia di certi dialoghi al limite del comico involontario. Splendidi cameo di Hugo Pratt nei panni di Boris, uno scagnozzo della Americana, e di Serge Reggiani in quelli di Charlie, direttore di un club di paracadutismo vicino a Parigi.

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Discreto pastrocchio super citazionista, confuso e inconcludente, Rosso Sangue più che un film è un esperimento cinematografico piuttosto mal riuscito.
Non mi è sembrato un film, semmai una serie di immagini, situazioni scollegate, ricche di dialoghi spesso superficiali.
L'unico aspetto positivo è il notevole impatto visivo, grazie ad una fotografia a tratti molto oscura, a tratti molto colorata, che grazie anche alle indubbie doti registiche di Carax rende il film davvero notevole almeno dal punto di vista estetico.
Il regista francese vorrebbe creare una specie di crepuscolare dramma romantico, ma emotivamente quello che resta alla fine delle quasi 2 ore è un grande vuoto.

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…Despite the bad-boy image that Carax might like to cultivate, like the earlier Boy Meets Girl, Mauvais Sang is actually a piece of work that is full of romantic idealism. It’s there in the story of unrequited love and its dangers, but the nominal plot is basically irrelevant and of little concern to Carax, who is rather more interested in the film’s visual aesthetic, which exudes romanticism from every single beautifully-composed frame. Mauvais Sang is the work of a filmmaker in love with the possibilities of filmmaking, in love with his characters, the actors playing them, their faces and expressions, and Carax puts everything in service of them. For Carax, the film was principally a means to photograph Juliette Binoche and get her to fall in love with him, and you can’t fault any director for that, especially any director who coaxes out such a love affair between an actress and the camera. But it is not just about Binoche – Carax identifies and brings out wonderful things also from faces of Denis Lavant, Michel Piccoli and a very young Julie Delpy. About 70% of the film consists of extreme close-ups of these faces, partly I would assume to make the most of the limited sets in a film that is 95% studio-based…

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Leos Carax' second film has been badly described in its current re-release publicity materials. They bring up an AIDS-like virus called STBO, which attacks even at the merest caress. What the notes don't tell you is that STBO is barely in the film. It's spoken of in only one line. No one catches it, and we don't have to watch anyone die from it. The film explains that it's a virus caught by only people who have sex but are not in love. So, in reality, it's more of a plot device, a poetic license, or even a Hitchcock-like "McGuffin," than the whole plot…

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venerdì 30 novembre 2012

Dimmi che destino avrò - Peter Marcias

il film non è incasellabile in qualche genere, dentro c’è una (possibile) storia d’amore, c’è neorealismo, c’è cinema civile (“Tu non prendi posizione, Sanna”).
e poi c'è l'incontro fra le persone, e i bambini.
gli attori  famosi sono il commissario Esposito, è Salvatore Cantalupo (già Pasquale, il sarto, in “Gomorra” e Don Mario, in “Corpo celeste”) e Alina, che è Luli Bitri, e come tutti, nel film, recitano senza urlare, non c'è bisogno.
non è un capolavoro, ma è un bel film, lo si cerchi, se riesce ad arrivare in qualche sala - Ismaele



“Dimmi che destino avrò” è il punto di partenza di un “viaggio”, prima personale e poi da condividere. Prima di cominciare, ignoravo quasi tutto della cultura rom. A poco a poco, grazie a Gianni Loy, scrittore e sceneggiatore, che è stato il vero ispiratore di tutto, sono entrato in sintonia con un’opera veramente complessa, sia per l’aspetto narrativo che per i significati ed i sottintesi della storia.
Una storia che fa riferimento a situazioni che mi sono care, come la diversità, l’integrazione, il dramma sociale, affrontate poi con un tocco di realismo magico.
Tra le scelte caratterizzanti e significative nello sviluppo del progetto, ho condiviso il netto rifiuto della facile tentazione di una scrittura in chiave antropologica o sociologica e la scelta di affrontare il tema del rapporto tra le due culture, quella dei rom, e quella dei “gaggè”, in forma diretta, priva di ogni velo o condizionamento che potesse alterare l’essenza del problema. 
La storia ha un luogo ed un tempo, necessario ed indispensabile, che si colloca nel mezzo di episodi, qualche volta drammatici, che offrono, l’occasione per soffermarsi sulla problematica della convivenza di differenti culture ed etnie. 
Ma il film parla soprattutto, ed essenzialmente, di amore. Della possibilità di ascoltarci senza tener conto della etnia, della religione, del colore pelle e di altro ancora…. E’ una strada lunga, a volte difficile, ma è il mio viaggio.

Peter Marcias

…Il regista Peter Marcias ha scelto di affrontare il tema del rapporto tra le due culture, quella dei rom e quella dei "gagè" (i non rom), in forma diretta, priva di ogni velo o condizionamento. Gli episodi, alle volte drammatici, di questa storia offrono l'occasione di soffermarsi sulla problematica della convivenza tra differenti culture ed etnie. Ma il film parla soprattutto, ed essenzialmente, di amore. Della possibilità di ascoltarci senza tener conto di etnia, religione, colore della pelle e altro ancora. È una strada lunga, a volte difficile, ma è un viaggio necessario.

…“Dimmi che destino avrò” è un film tenero ma risoluto che porta sullo schermo due magnifiche interpretazioni , quella femminile di Luli Bitri, attrice albanese che ha ricevuto il premio C.I.C.A.E. della critica in occasione del 61° Festival cinematografico di Berlino per il film Amnistia (film albanese candidato all'Oscar) e quella al maschile di Salvatore Cantalupo, attore napoletano di indubbia bravura, cresciuto con il teatro , apprezzato sul grande schermo nel film “Gomorra” di Matteo Garrone.
Sono proprio loro due a tessere le maglie della storia diretta da Marcias: lei è infatti una giovane donna rom che torna in Italia, a Cagliari, per risolvere alcune questioni familiari; lui un commissario di polizia che ne rimane affascinato...

mercoledì 28 novembre 2012

Kasaba - Nuri Bilge Ceylan

primo film di Nuri Bilge Ceylan e già è cinema che vale.
si compone di quattro parti, con personaggi comuni, la prima parte è davvero indimenticabile, per i miei gusti un piccolo capolavoro,  gli alunni in classe col maestro, in una giornata invernale, sembra non succeda nulla, ma non puoi smettere di guardare un solo secondo.
e il resto del film, ambientato nelle varie stagioni, tra l'altro, merita di sicuro - Ismaele


QUI il film completo con i sottotitoli in inglese


…The aim of the film, indicated in the title of the film - kasaba meaning small town - is an apparently simple one. It sets out to capture what it is like to grow up in a small town, to want to leave a small town, to return to a small town and to have lived all your life in a small town. Kasaba uses one family to represent the conflicting hopes and ambitions as well as the sense of frustration and resignation this engenders, but Ceylan also manages to bring out deeper themes out of the characters and their environment, since even being part of a family living in a small town inevitably has wider considerations relating to ancestry, history and nationality…

Told from the perspective of two children, and in four parts, which run parallel to seasons, KASABA describes relationships between members of a Turkish family in a small town. The first part is in a primary school where the family's 11-year-old daughter is a pupil. It shows the social environment to which she has to adopt, and its difficulties. She faces with her feeling of shame and some merciless clues of life...The second part is in spring. We see the girl with her brother, who is four years younger, and their journey to the cornfield where their family are waiting for them. As they pass through the countryside, they encounter the mysteries of nature and wildlife... In the third part the brother and sister witness the complexities and darkness of the adult world... The fourth part takes place at home. This is a tranquil sequence moving between reality and dream…

…Kasaba est bien dans la cohérence de la thématique de l’auteur, et la première séquence, se déroulant dans une école primaire, et étrangement presque muette, annonce les non-dits et malaises caractéristiques des films postérieurs. Le récit, minimaliste, est découpé au rythme des quatre saisons et suit deux jeunes enfants témoins des conversations et préoccupations des adultes. Une trame autobiographique (le scénario est inspiré de souvenirs d’enfance et d’histoires contées par le père de Ceylan) sert de fil conducteur à cette évocation nostalgique qui aborde en filigrane les thèmes des racines historiques et géographiques mais aussi de la guerre, la mort, le travail ou l’honneur. La beauté digne de ce premier opus culmine avec la longue séquence d’un pique-nique nocturne, dans un décor sauvage et mystérieux, et au cours duquel les adultes discutent abondamment, laissant les enfants intérioriser les paroles, notamment lors de leurs jeux. Une ambiance à la Tchekhov donne alors à Kasaba une tournure suggestive saisissante. Cinéaste sensible ne versant jamais dans la sensiblerie, Nuri Bilge Ceylan se révèle dès ce premier film comme le digne héritier d’un Renoir et le poète de l’intimité du microcosme familial.

lunedì 26 novembre 2012

Shinjuku Mad - Kôji Wakamatsu

ha qualcosa di "Un borghese piccolo piccolo", c'è un padre al quale hanno ucciso un figlio, ma poi è tutto diverso.
Wakamatsu dipinge una società nella quale i giovani sono fuori di testa, fra delinquenza e droghe, la polizia non vuole indagare, allora ci pensa lui, il padre, un pover'uomo della provincia che cerca e cerca, disperato, perché il figlio è morto, spera almeno per una nobile causa, e trova che è morto per niente, per mano di una banda e di un giovane delinquente impunito.
un ritratto impietoso di una società alla deriva.
l'attore che interpreta il padre è bravissimo, già solo per lui è un film da vedere - Ismaele





The epicentre of Japan’s cutting edge cinema, theatre and music scene at the end of the 1960s, the atmosphere of Tokyo’s Shinjuku district has been described as simultaneously that of a carnival, a giant party and a war zone. In the opening scene of Wakamatsu’s portrait of the area, two members of an underground theatre troupe are slain mid-performance by a group of anonymous thugs. The police are unwilling to get involved in any investigation, and so it is left to the murdered actor’s father to solve the mystery. His only clue at the beginning is the cryptic words Shinjuku Mad – but is this a person, a place, or perhaps even a state of mind? His search leads him into an alien underworld in which every one of his values finds itself broached, as he encounters permissive sex parties, John Lennon wannabes strumming guitars and wailing Hare Krishnas, and ultimately a violent gang of anarchist bikers preaching nothing less than world revolution. One of Wakamatsu’s favourites among his own films, Shinjuku Mad provides a fascinating testament to the vibrant counter-cultural milieu in which the director operated.

Un bon film de Wakamatsu : critique féroce de la société japonaise, constat politique amer de la cruelle confrontation des générations. L'émergence d'un nouveau Japon, en contradiction avec la société traditionnelle ancrée sur des valeurs que la jeunesse rejette, est le point d'ancrage sur lequel le cinéaste s'appuie pour universaliser son propos, car les conflits générationnels à la fin des années 60 ne sont pas l'apanage du Japon bien entendu. Quoiqu'il en soit, en nous faisant suivre les pas de ce père en quête de deuil après le meurtre de son fils,..
…Cet acteur est remarquable, donne une intensité époustouflante même. Au regard des prestations banales des jeunes -pour deux ou trois c'est même franchement merdique- il passe pour un grand monsieur. On ne peut lui enlever qu'il est habité par son personnage. Je retiendrai donc surtout sa performance, celle de Masao Adachi, le scénariste habituel de Wakamatsu dont l'écriture se révèle aussi sèche et froide que l'exigeait le sujet et pour finir cette réalisation toujours aussi bonne, originale, incorporant ces plans urbains, disséquant la froideur du béton et la mort de l'humanité comme peu savent le faire, dessinant une esthétique qui n'appartient qu'à lui.

…The father of a slain young man comes to Tokyo to find the killer, known as Shinjuku Mad. The police are no help so he sets out on his own, poking around in underground coffee bars and crash pads in Shinjuku, then ground zero for the Japanese counter cultural movement. He’s straight-laced and square but he’s not insensitive to young people. In fact, he likens them to the architects of the Meiji Restoration, the men who helped bring Japan out of its feudal age.
It’s clear Wakamatsu and his usual screenwriter, Adachi Masao, have more respect for the honest working man of Japan here than the “revolutionary,” who talks a lot but never does anything except squabble with others. Even more than the fact that Shinjuku Madfeels like a real movie, complete with coherent plot and resolution, it’s this aspect that surprised me the most. That a revolutionary filmmaker should take the position of the conservative working class says a lot about how he felt about the state of the revolution…

sabato 24 novembre 2012

The killers (I gangsters) – Robert Siodmark

quando si dice un capolavoro, sceneggiatura, fotografia, attori perfetti.
Cinema al suo meglio.
vedere per credere - Ismaele



…Le scene sono come scolpite con la macchina da presa: sono come figure marmoree immerse in una variegata emulsione di chiazze traslucide, che, secondo il movimento, rivelano, nascondono, attenuano ed accentuano i dettagli di persone e cose. La superficie dello schermo assume, talvolta, il profilo di un paesaggio lunare, morbidamente ondulato dai contorni di avvallamenti, montagne, crateri,  altre volte assume l’aspetto di un gioco teatrale di scenari che scorrono su piani paralleli, di figure sovrapposte che, benché piatte, trasmettono il senso della prospettiva. A questi rari pregi formali si aggiunge, in questo film, una grande attenzione per il contenuto narrativo, assicurata dalla costante presenza di uno sguardo scrutatore che, però, non diventa mai invasivo, mantenendosi sempre – come il visitatore di una mostra, o l’osservatore davanti a una finestra panoramica – rispettosamente al di qua del “vetro”. 

…One of the reasons the movie works so well is that while the major interest lies in the flashback events, the investigator's dogged pursuit of the truth is a worthwhile story in its own right. O'Brien can't be allowed to steal the stars' thunder, but his end of the story has to stand up and hols the viewers' interest. It's the clever way in which Reardon and the audience gather pieces of the puzzle throughout the course of the movie, in addition to the dark events that lead to the Swede's death, that make the film entertaining. Double-crossing and triple-crossing Kitty Collins is one of film noir's great femme fatales and it's not hard to understand why Gardner went on to a terrific career after this juicy role...

…Ispirato nell'incipit all'omonimo racconto di Ernest Hemingway, I gangsters ripropone alcune soluzioni narrative e tecniche già magistralmente utilizzate da Welles e Wilder: più dell'azione, che contraddistingueva le produzioni precedenti l'epoca dei noir, a Siodmak e agli sceneggiatori interessano l'interiorità e il passato, scandagliati con flashback e dettagli rivelatori. A parte due celeberrime sequenze come la fredda e spietata esecuzione di Pete Lunn (Burt Lancaster) e la rapina orchestrata da Big Jim Colfax (Albert Dekker), condotte con piano sequenza e profondità di campo, leitmotiv tecnici ed estetici dei migliori noir, il film di Siodmak offre allo spettatore un doppio percorso spiazzante, tra ladetection dell'arcigno agente delle assicurazioni Jim Reardon (Edmond O'Brien) e la ricostruzione della parabola autodistruttiva dell'ex-pugile Pete. Non c'è luce per i gangster di Siodmak e la soluzione dell'enigma è una risposta drammatica, è la conferma di un universo narrativo calato nelle tenebre, dominato dalle ombre. E saranno proprio le ombre del passato a condannare “lo svedese”, pugile privato del colpo vincente, del pugno granitico, uomo che ha perso la propria virilità, cuore infranto in balia di una dark lady…

…El guión, modélico, permite a Siodmak realizar el mejor trabajo de su extensa carrera: supo aprovechar todos los elementos que le pusieron en bandeja, sirviendo a la historia con una caligrafía cinematográfica ajustada, muy elaborada en su simplicidad, confiriendo a la misma una veracidad y un ritmo perfectos, pese a los muchos retornos temporales insertos en la trama, que nos mantendrá pendientes, ansiosos de saber la clave de la asunción fatalista de la muerte por "el sueco" Andersen.
Entretanto, el imaginario de personajes se desarollará presentando individuos violentos, gente del hampa, algunos con pocos escrúpulos, movidos todos por la ambición, pululando en medio de ellos, como si nada, una mujer, de designios ocultos, que hará enloquecer al protagonista y le llevará a un destino impensable.
Por otro lado, la búsqueda de la verdad iniciada por el investigador Reardon, que contará con la ayuda de la policía, es el motor que impulsa la narración, aún contra los deseos de su propio jefe, que, pragmático, no quiere dedicar sus esfuerzos por un montante de sólo 2.500 dólares; la decisión de Reardon de saber la verdad, de conocer la causa de tan extraño comportamiento en su último minuto del "sueco", nos impregnará en todos los minutos de la película, incrementándose con los sucesivos hechos que, suministrados de forma muy inteligente, conformarán la verdadera historia de la azarosa vida de Ole "el sueco" Andersen, hasta el momento de su asesinato, cerrándose la historia de forma lógica y brillante…

…Adaptation d'une nouvelle d'Ernest Hemingway, Les tueurspossède une construction assez complexe en flashbacks successifs. Le film est un grand classique du film noir. Femme fatale, traitrises, hold-up, querelles autour du butin, tous les éléments constitutifs du genre sont présents. Le fatalisme du truand, engendré par la conscience de son faux-pas, est une notion qui apparaît fortement dans ce film de Siodmak et qui marquera définitivement le genre pendant de nombreuses années. Outre la superbe photographie qui joue avec les ombres, on remarquera une belle maitrise de la caméra, le plus beau plan du film étant sans conteste la scène du hold-up, filmée entièrement à la grue ; un plan que ne renierait certainement pas Orson Welles…

...Un chef-d’œuvre du Film noir et un chef-d’œuvre tout court. Construit sur des flash-back, éclairé par une impressionnante photographie expressionniste, magnifié par la musique de Miklós Rózsa, The Killers met en lumière avec un pessimisme radical, et parfois un humour très noir, les angoisses profondes d’une société à la dérive et minée par ses faux-semblants. L’irruption du mélodrame entourant la relation Lancaster / Gardner, nourri par le sentiment d’impuissance et de frustration, renforce la tragédie à l’œuvre et permet à Robert Siodmak d’apparaître comme l’un des plus grands cinéastes à avoir jamais abordé le genre…

giovedì 22 novembre 2012

Ken Loach (non) a Torino


È con grande dispiacere che mi trovo costretto a rifiutare il premio che mi è stato assegnato dal Torino Film Festival, un premio che sarei stato onorato di ricevere, per me e per tutti coloro che hanno lavorato ai nostri film. I festival hanno l’importante funzione di promuovere la cinematografia europea e mondiale e Torino ha un’eccellente reputazione, avendo contribuito in modo evidente a stimolare l’amore e la passione per il cinema. Tuttavia, c’è un grave problema,ossia la questione dell'esternalizzazione dei servizi che vengono svolti dai lavoratori con i salari più bassi. Come sempre, il motivo è il risparmio di denaro e la ditta che ottiene l’appalto riduce di conseguenza i salari e taglia il personale. È una ricetta destinata ad alimentare i conflitti. Il fatto che ciò avvenga in tutta Europa non rende questa pratica accettabile. A Torino sono stati esternalizzati alla Cooperativa Rear i servizi di pulizia e sicurezza del Museo Nazionale del Cinema (Mnc). Dopo un taglio degli stipendi i lavoratori hanno denunciato intimidazioni e maltrattamenti. Diverse persone sono state licenziate. I lavoratori più malpagati, quelli più vulnerabili, hanno quindi perso il posto di lavoro per essersi opposti a un taglio salariale. Ovviamente è difficile per noi districarci tra i dettagli di una disputa che si svolge in un altro paese, con pratiche lavorative diverse dalle nostre, ma ciò non significa che i principi non siano chiari. In questa situazione, l’organizzazione che appalta i servizi non può chiudere gli occhi, ma deve assumersi la responsabilità delle persone che lavorano per lei, anche se queste sono impiegate da una ditta esterna. Mi aspetterei che il Museo, in questo caso, dialogasse con i lavoratori e i loro sindacati, garantisse la riassunzione dei lavoratori licenziati e ripensasse la propria politica di esternalizzazione. Non è giusto che i più poveri debbano pagare il prezzo di una crisi economica di cui non sono responsabili. Abbiamo realizzato un film dedicato proprio a questo argomento, «Bread and Roses». Come potrei non rispondere a una richiesta di solidarietà da parte di lavoratori che sono stati licenziati per essersi battuti per i propri diritti? Accettare il premio e limitarmi a qualche commento critico sarebbe un comportamento debole e ipocrita. Non possiamo dire una cosa sullo schermo e poi tradirla con le nostre azioni. Per questo motivo, seppure con grande tristezza, mi trovo costretto a rifiutare il premio.
Ken Loach