venerdì 1 ottobre 2021

Tre piani - Nanni Moretti

un film di Nanni Moretti diverso dai precedenti, non c'è niente da ridere, e neanche da sorridere. 

a partire da un romanzo si racconta di alcuni nuclei familiari "malati" (direbbe Francesca, la bambina che viene lasciata spesso dai vicini), all'interno dei quali l'infelicità, i rimpianti, l'insoddisfazione regnano incontrastati.

è un film abbastanza pessimista, con poche vie d'uscita, da coltivare con attenzione e partecipazione.

i bambini sono la speranza, il problema è quello che possono diventare, non possono ripetere gli stessi sbagli e avere le stesse debolezze, sulle loro spalle c'è una grossa responsabilità, il futuro è in mano loro.

il film è stato spesso demolito dai critici, almeno in parte, in realtà è un riuscito sguardo (a volte autopsia) su un mondo (malato) che muore.

buona visione, la sala vi aspetta - Ismaele



 Moretti è stato molto coraggioso: ha rinunciato al birignao, francamente insopportabile in molti casi, e ha confessato candidamente di essere un adulto, di provare sofferenza, sgomento, terrore. Lo stesso che gli faceva dire: «con queste facce non vinceremo mai», di fronte a sedicenti uomini di sinistra. Lo stesso che gli faceva gridare «le parole sono importanti!» di fronte al vaniloquio e alla fiera delle vanità di un Paese devastato dai dibbbbattiti pieni di vuoto.

Sì, Nanni, hai fatto bene a rischiare: ad andartene da solo, verso il deserto, come l’eremita che sei sempre stato, mormorando: «Fuggiamo da questa prigione… Udremo le novelle del mondo dalla bocca di poveri vagabondi: e anche noi converseremo con loro, di chi perde e di chi vince, di chi è dentro e di chi resta fuori, e ci dedicheremo al mistero delle cose, come se fossimo le spie di Dio. E così, tra le mura di questa prigione, cancelleremo dalla memoria ogni cosa» (William Shakespeare, «Re Lear», V, II). Però non sei solo, Nanni, come sembra. Intorno a te ci sono attori magnifici, che buttano a mare la reputazione e ti seguono nel deserto: Margherita Buy che ha rinunciato alla sua recitazione tradizionale per divenire uno strumento fra le tue mani; Alba Rorwacher che si piega come un giunco, flessibile solo per te; e tutti gli altri, bravissimi – inutile nominarli uno per uno – che ti seguono con l’inconscienza ardente con cui Frate Ginepro seguiva san Francesco. E ti seguiamo noi, «della razza di chi rimane a terra» come direbbe Montale. Noi fragili e smarriti per la desolazione che ci circonda; noi che riusciamo ancora a conservare un filo di speranza, se qualcuno ha il coraggio di dire che il re è nudo, anzi che siamo tutti nudi, che tremiamo e non per il freddo, ma non ce n’eravamo accorti.

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Tre piani è un film lucido, estremamente angosciante e, come già detto, piuttosto destabilizzante. Duro con i suoi personaggi e duro anche con lo spettatore. Nanni Moretti non lascia possibilità di entrare veramente in contatto coi protagonisti, tutti prevalentemente freddi, per lo più impenetrabili e ritratti quasi come automi. Una scelta ostica, perché toni così asciutti e prove attoriali impostate su queste corde non facilitano certo la partecipazione e il coinvolgimento di chi guarda.

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Per tanto tempo, mettere in scena per Nanni Moretti è stato mettersi in scena. Pioniere negli anni Settanta dell'autofiction cinematografica, dopo aver fatto un passo di lato e disegnato un alter ego femminile, un'autrice in preda alle crisi e al dubbio durante le riprese di un film politico, muore nei panni di un giudice intransigente e rigido quanto Michele Apicella. Lo vediamo il tempo di un baleno (e di una scena) tornare alla sorgente del suo cinema e poi sparire. Il fantasma esce di scena. A restare è Margherita Buy, mai così bella e radiosa dentro un abito a fiori che Nanni non avrebbe di sicuro approvato, perché "si è vestito tutta la vita con gli stessi colori". Ma lei adesso è libera di essere, di voltarsi verso gli altri. Chiude la comunicazione, archivia la segreteria telefonica e parte sorridendo di quell'ultimo tango illegal. Alla musica, ancora una volta, Moretti affida il compito di realizzare la comunione e di rimettere al mondo. Di rimettersi al mondo 'cambiando indirizzo'.

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potremmo trovare di nuovo alcuni dei topoi classici del suo cinema come altri elementi psicanalitici, piuttosto cari al regista, il quale in questo film stabilisce una evidente corrispondenza dei piani fisici e dei personaggi centrali delle tre storie con la tripartizione freudiana di Es, Io e Super-io. A conferma che anche in un film tanto criticato come quest’ultimo, continuano a essere molti gli spunti a disposizione degli spettatori meno superficiali, che non si fermeranno alla visione di figli manipolatori, uomini egoisti e donne in grado tanto di mettere da parte il proprio bene in nome di altre priorità quanto di riprendere in mano la propria vita e scegliere una nuova strada, anche dolorosa. Un modo per superare le ossessioni che ci affossano quotidianamente o di cedere loro definitivamente?

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Nell’imperfezione del suo sguardo tripartito, sbilanciato di volta in volta sul primo o sull’ultimo dei tre versanti proposti (la storia con protagonista Alba Rohrwacher – pur ottima quanto a recitazione – finisce per avere un peso specifico minore e restare irrisolta), Tre piani riesce comunque ad affascinare. Il nuovo lavoro di Moretti, pomposamente esaltato dagli applausi di Cannes e, in modo speculare, sbrigativamente liquidato da una parte della critica, rappresenta probabilmente un’opera di passaggio per il regista romano; un esperimento, il tentativo di raccontare lo sguardo altrui (e di empatizzare con esso) dopo aver privilegiato per una vita il proprio. Per un artista spesso definito, non senza qualche ragione, un narcisista fuori e dentro lo schermo, la novità resta notevole. Qui, il Moretti attore mette inoltre da parte (definitivamente?) l’istrionismo dei suoi personaggi, riservando a se stesso il ruolo di uno sgradevole giudice, che del giudice ha la forma mentis, specie nei riguardi di suo figlio. Se vogliamo, a livello metacinematografico, possiamo dire che Moretti giudica anche se stesso portando sullo schermo un personaggio del genere, con un filo di amarezza e una sentenza non proprio benevola. La soluzione a tutti i problemi che vengono posti, banale quanto difficile da contestare, sembra essere ancora una volta l’atto comunicativo, quello che si pone al di là dei vuoti rituali sociali, qui spogliati di senso: chi resta chiuso nel solipsismo, come la Monica interpretata dalla Rohrwacher, rischia di deragliare o impazzire. Va bene anche comunicare con una semplice, vecchia segreteria telefonica, che tiene in vita il ricordo della persona (nonostante tutto) amata: l’atto stesso, per il personaggio, si rivela poi propedeutico alla (ri)apertura di un altro canale comunicativo, ben più utile e concreto. Lasciare la finta comfort zone di quei tre piani e ristabilire, ognuno a modo proprio, un contatto significativo con l’esterno: è, tutto sommato, quello che ha fatto il cinema di Nanni Moretti, con un’operazione come questa. Coraggio e voglia di osare, in fondo, non gli vanno disconosciuti.

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Tre piani è un brutto film dalla forma davvero poco riuscita. Il dettaglio desolante è che non spiccherebbe nemmeno come particolarmente brutto nel panorama di un certo cinema italiano. Agghiacciante invece è constatare ciò che Nanni Moretti sembra volerci suggerire sui rapporti personali e sulla contemporaneità, qualcosa che da lui davvero non ci si aspettava mai di sentire. La maturità gioca brutti scherzi, nella speranza che sia solo questo: uno scherzo non riuscitissimo, a cui rimediare presto.

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