Pierre, un giovane impiegato in un ufficio, a Bruges, è un ragazzo allegro e ottimista, incontra una ragazza inglese, della quale s'innamora, diventa come un cagnolino con la padrona, fedele e devoto a Sara.
Sara cede a un riccone, Pierre le sta vicino, canta, balla. è sempre lì.
un film che non t'aspetti, interessante, avvincente e poetico.
Poetico, drammatico, con finale angoscioso e tragico, Pierre
il personaggio che si innamora perdutamente di Sara, un film sul difficile
rapporto di amare all'infinito e non esser ricambiati, lei si vuole uccidere
per un'altro ed innamorata non ricambiata.
Come Il buon soldato, girato 13 anni dopo, è un altro boccone ancora più
amaro da digerire, perché qui i presupposti per toccare il cielo con un dito
c'erano tutti. Solo che quando in un qualsiasi rapporto a due uno riesce, dopo
varie vicissitudini mentali, a raggiungere una certa serenità e un buon
equilibrio, l'altro, anzichè seguirlo, trova più giusto ricacciarlo nel baratro
con ogni mezzo, anche con la violenza e la crudeltà.
Pierre (Frank Grimes) è un giovane impiegato
che sembra prendere la vita così come viene. Vive da solo ed ha il sorriso
sempre stampato in faccia, quasi come il segno indistinguibile di un’innata
spensieratezza. In realtà, Pierre avrebbe bisogno di dare e ricevere affetto ed
è per questo che si lega fedelmente a Sara (Carole Andrè), una sua vicina di
casa che conosce nel momento stesso in cui la salva da un tentato suicidio. Si
innamora quasi subito di questa misteriosa ragazza uscita da chissà quale
dolorosa vicenda. Anche Sara si affeziona a Pierre, e lo sottopone a dei
comportamenti mortificanti come per tastare il suo grado di devozione nei suoi
riguardi : esibirsi nudo in un ballo strano, essere attaccato al
guinzaglio come un cane, coprirsi di ridicolo in un ristorante di classe,
assistere come uno schiavo inerme agl’incontri amorosi con Bernardo (Gianni
Garko), un ricco signore alquanto bizzarro. Siamo di fronte al disamore per la
vita di una ragazza viziata o a delle prove d’amore che vogliono seguire dei
percorsi enigmatici?...
Yuri e Agostino sono due ragazzi ai margini della società.
decidono di lavorare insieme e vivere insieme, e il loro rapporto è speciale, amore/odio, ricatti e punizioni.
Yuri è poco più di un bambino, si consegna ad Agostino e vivono in simbiosi, in quel camper di Agostino.
opera prima di Simone Bozzelli, attori bravi e convincenti.
cercatelo, da non perdere.
buona (tormentata) visione - Ismaele
Patagonia è un esordio composto e sentito. Si
attiene al restare aderente a questi due corpi che sussistono l’uno sull’altro,
non fa il passo più lungo della gamba e per il momento è giusto così.
Sottolinea un po’ qua e là, si accerta di specificare l’assorbimento totale a
una condizione insostenibile. Ma funziona e introduce al palcoscenico un nuovo
talento che sarà interessante seguire da qui in poi.
…Patagonia
ricorda una fiaba inversa e macabra, dove punizioni e ricompense sono estreme e
le regole non sono quelle universali.
Tra i due protagonisti
aleggia la figura di un Peter Pan inedito e spaventoso, come le dinamiche di
rapporti in cui non si scorgono gli estremi: tra la mancanza di empatia di Yuri
e l’unica relazione sana che Agostino sa instaurare - quella con i bambini,
soprattutto con il figlio dell’amica Alma di cui si prende cura ogni giorno con
rigore - l’unica cosa che può salvare il rapporto dalla subalternità, la
gabbia in cui ci si è imbattuti, è la maturità delle scelte.
Simone Bozzelli affronta in Patagonia
temi mancanti nella cinematografia contemporanea, e lo fa benissimo: la
normalità estranea al buon pensiero, lo sporco e lo schifo, la decisione
sbagliata, i rapporti non definibili (ma lontani dall'amore)…
…Tutto è però
propedeutico a quel che sarà: Per Ago, che con il fuoco tenta di alleggerire il
peso dell’esistenza e delle relazioni senza riuscire a liberarsi delle radici
che rispuntano nel suo sogno di libertà, per Yuri, che abituato a dipendere da
qualcuno e a non essere abbastanza conquista gradualmente la forza di decidere
da solo di voler subire anche le punizioni più ingiuste, e per gli spettatori.
Che il film sottopone a diverse prove – molestie fisiche e psicologiche
comprese – prima di ricompensare con un finale che giustifica le vessazioni, la
perdita della speranza, dell’innocenza, il rischio di esser passati dal vivere
rinchiusi in una famiglia tradizionale a un camper malmesso. Per una volta, la
scuola della strada – e dell’arte di strada – tanto citata a sproposito dal
popolo della rete, acquista corpo, e dignità. E offre spunti di riflessione sui
concetti di libertà e dipendenza, anche nella fissità esasperata di certe
sequenze, nell’accettazione del dolore e del male come reagente o
dell’attesa di un Godot che stavolta potremmo essere noi.
…Patagoniaè
un film crudo, onesto nella sua “disonestà”, passionale e glaciale, tanto
“corretto” quanto “scorretto”, un lungometraggio i cui protagonisti sono
“santi” e “demoni” che siedono insieme in un “pezzo” di mondo, arcadico, aspro,
selvatico. Yuri e Agostino, Andrea Fuorto e Augusto
Mario Russi, vivono una relazione che mangia il cuore e consuma il
fegato: prevaricazioni, abusi, perimetri asfissianti costruiscono una gabbia
che sembra allontanare dal senso di sopravvivenza; sembra saccheggiare
un’identità già isolata.. già smarrita nella profondità dell’umanità di un
rapporto di dipendenza che assume i contorni di un reciproco tossico,
distruttivo.
Simone Bozzellidenuncia
un romanticismo puritano, tratteggiando una narrativa difficile e contrastante.
Fatalità e fatalismo sono gli elementi dissacranti in una storia che si suicida
sul sipario dell’etica e della moralità. Un film che necessita
più punti di vista, ripetute visioni, osservazioni ossessive per delineare la
grandezza e la cura impeccabile del lungometraggio che rendono Patagoniaun
film che affina la sperimentazione cinematografica nell’epoca della sua stessa
desertificazione…
…Attorno
alla presa di coscienza del giovane Yuri, che fin lì ha vissuto una vita
nell'abbraccio ovattato e stringente di una famiglia dai contorni imprecisati,
Bozzelli riesce soprattutto a evocare un mondo distinto di giovani che, in un
Abruzzo svuotato e soporifero, vivono nella loro versione di una società
alternativa. Agostino, che preso da solo con il suo camper e il lavoro con i
bambini sembrava un esemplare unico, è in realtà parte di un sistema che si
apre agli occhi di Yuri e inizia a presentargli delle scelte che il ragazzo non
ha mai avuto prima.
Nel rapporto tra i due sta la sostanza dell'opera, che indaga come nascono i
rapporti di potere, la dipendenza, la proiezione del proprio desiderio su
quello dell'altro. Gli animali e le gabbie sono un motivo ricorrente, la
corrente omoerotica e sentimentale è forse lasciata a un'eccessiva ambiguità,
ma c'è del rigore autentico nel modo in cui Bozzelli mette in fila le piccole
manipolazioni di Agostino, dotato di un istinto innato nel capire cosa l'altro
è disposto a cedere per poi prenderselo col sorriso.
L'esordiente Augusto Mario Russi ha
il giusto carisma per renderlo verosimile, e soprattutto sembra avere una
conoscenza intima e naturale del milieu in cui si muove la storia. Il lavoro a
quattro mani trova nel protagonista Andrea Fuorto un valido contraltare, più
costruito, che delinea una condizione infantilizzata ma lentamente ricettiva
alle esperienze del mondo, di cui si prende il bene come il male…
…Qualche
anno prima di “Arancia meccanica” di Kubrick, Di Leo ci mostra i “nostri”
drughi nostrani, che bevono anice lattescente al posto di “latte più” e
risultano molto ma molto più brutali e meschini di Alex e la sua banda. Di Leo
prende come spunto il lavoro di Scerbanenco per costruire una storia che per
l'epoca era davvero attuale e per alcuni fatti di cronaca quasi premonitrice. Ottima la scelta di Pier Paolo Capponi, che riesce
ad incarnare un commissario dalle mille sfumature: deciso ma tenero con chi
capisce che potrà condurlo alla soluzione finale, convinto a catturare il
mandante contro tutto e tutti, anche a costo della propria carriera. Ottima la scelta di utilizzare per il “branco”
ragazzi di strada, non attori professionisti, scelti esclusivamente per le loro
caratteristiche fisiche e per i volti segnati da una reale vita difficile. Alcuni di loro hanno cercato in seguito una
carriera nel settore cinematografico, invano.
Un' "Arancia
meccanica" arrivata in anticipo e senza lo straordinario talento
visionario di un genio come Kubrick, ma di Leo, con pochi mezzi (si notano
alcune inquadrature da "buona la prima"!), riesce a rendere
un'atmosfera angosciante e coinvolgente, tutta italiana ma esportabile. Viene
voglia alzarsi dalla poltrona e stringere la mano al regista per dirgli:
"Bravo! Davvero bravo!"
Quando osserviamo quel
manipolo di delinquentelli farsi stupratori e assassini della loro giovane
insegnante, la prima impressione che ne riceviamo è di essere dinnanzi a dei
figli del demonio. Le loro facce torve sono il manifesto incontestabile
del Male che li governa. La loro impassibilità, o meglio ancora la
loro ferrea serenità, ci è insostenibile. Di fatto tutto ciò che vien
dopo, nel film, si configura come un'umanizzazione progressiva di questi
piccoli mostri, a partire da quella prima, orrifica, Polaroid
iniziale. Per esempio uno dei ragazzi, il più giovane, non ha il coraggio
di guardare la fotografia dell'insegnate straziata; un altro ha sonno, quasi in
maniera infantile; un altro ancora sembra raggiungere il suo stato di
beatitudine massima solo per il fatto di poter indossare giacca e cravatta,
sotto la Galleria Vittorio Emanuele, come una persona perbene. Sono più gli
adulti, incredibilmente, nel seguito, a farci ribrezzo: chi non ha intenzione
di contribuire a risolvere il caso, chi vuole disfarsi dell'ingombrante
presenza dei ragazzi il prima possibile, chi vuole conservare la poltrona... e
soprattutto colui che ha empiamente corrotto le menti dei giovani
prospettando loro soldi e donne facili. A quest'Omino di Burro
è sufficiente una lucente Porsche - e un po' di alcol - per catturare
la loro fantasia, e ingabbiarli in un bituminoso sogno da Paese dei
Balocchi. Io tuttavia non credo ci sia un intento giustificazionista alla base:
come dire, i giovani sono cattivi perché sono cattivi gli adulti. E non è
neanche lontanamente presente un sottotesto consolatorio, del tipo, l'uomo
nasce secondo principi di bontà, e viene contaminato dall'ambiente che lo
circonda. Penso piuttosto che la poetica di Di Leo si cibi di una visione del mondo
in cui tutto è nero, sia il giovane sia l'adulto, sia la persona perbene sia
l'uomo dei bassifondi, sia il criminale sia il poliziotto. Solo il burbero
commissario Lamberti rimane estraneo a questo inferno, ma la sua faccia ci dice
moltissimo sul fardello della sua battaglia in solitario.
Antonio Guardalavecchia (Totò) e Giuseppe Colabona (Peppino de Filippo) fanno di tutto per diventare dirigenti del loro ufficio, tutti i trucchi vengono sviluppati, con gioia dello spettatore.
tante scene sono memorabili, e ogni volta che lo vedi ridi (se sei ancora vivo).
…Forse non sono in molti a ricordare questo
film che li vede rivali sul lavoro. Antonio Guardalavecchia e Giuseppe Colabona
sono due impiegati veterani della ditta Pasquetti (Trasporti perfetti!). Essi
incarnano il prototipo di grigio travet, pronto a lavorare il minimo
indispensabile, sempre al telefono con la moglie, scorbutico con il cliente di
turno. Il loro capo, Cesare Santoro, ha già preparato i dossier per trasferirli
in Sardegna. Purtroppo per lui, passerà, improvvisamente, a miglior vita,
lasciando il compito di valutare i curriculum a un ispettore aziendale di
Milano. I due, intrufolandosi in ufficio, di notte, con tanto di mascherina da
ladro e torcia elettrica, bruceranno le rispettive documentazioni, per non
lasciare prova delle loro condotte. E da amici, i due sono anche vicini di
casa, entreranno in guerra per un’agognata promozione, cercando di accattivarsi
la simpatia del dirigente del nord. Se la trama può risultare non troppo
originale, i duetti cui danno vita Totò e Peppino sono molto divertenti. I
meccanismi comici sono quelli classici, l’errore di persona, lo jettatore, il
triangolo amoroso, lo storpiamento dei cognomi, tanto per citarne alcuni. I due
attori duellano senza esclusione di colpi, supportati da caratteristi di ottimo
livello, come Luigi Pavese, l’immancabile Mario Castellani, e Luigi De Filippo,
figlio di Peppino, nei panni di un fastidioso donnaiolo siciliano. L’atmosfera
potrebbe essere antesignana di Fantozzi, non solo per la monotonia
di certe situazioni, ma anche per l'ipocrisia e la cattiveria dei due, pronti a
tutto per avere la meglio. Siamo in pieno boom economico, c'è la rincorsa
al benessere e alla miglioria del proprio tenore di vita quotidiano, ma non
tutti gli stipendi sono proporzionati alle esigenza personali, Antonio
Guardalavecchia ha la colf a mezzo servizio... È un film
invecchiato bene, che ancora oggi riesce a far ridere. Dirige Sergio Corbucci,
è merito anche suo se i tempi comici del film rasentano la perfezione.
Le nuove generazioni di comici dovrebbero, se già non lo
hanno fatto,non solo guardare e gustare,ma anche studiare,queste magiche
pellicole, che per quanto vecchie, non sono per niente invecchiate.Il
duo Totò e Peppino, è stato sicuramente,insieme a tanti illustri del
passato,come Stanlio e Onlio, Ric e Gian,Gianni e Pinotto,Franco e
Ciccio, solo per fare qualche esempio,una coppia comica delle più
affiatate e sfavillanti,del panorama cinematografico,regalando al pubblico
preziose perle di umorismo,semplice, sano, immediato,composto,politicamente
corretto e soprattutto immortale.Questo film,dalla
storia semplice ma mai banale,ci consente di apprezzare alcune
delle tante sfumature artistiche di questi indimenticabili attori.
"Guardalavecchia" e "Orabona" impiegatucci,piccini ma
ambiziosi , della "ditta Pasquetti", si rintuzzano, si
fanno i dispetti,si rincorrono, per guadagnarsi l'ambito posto di
capo-ufficio,dando vita a dei siparietti divertentissimi e producendosi in
numeri comici, assolutamente esilaranti.L'elogio funebre di Totò al superiore
defunto,fa simpaticamente il verso al monologo su Cesare di Marlon
Brando.Citazione d'obbligo per la scena del corteggiamento "alla Romeo e
Giulietta"con la Zoppelli sul balcone e Totò che recita versi
aulici.Semplicemente deliziosa.
Sbeffeggia il clichè dell'italiano campione del mondo tra i
lacchè, e che sotterra la dignità pur di ottenere un minimo di carriera e soldi
in più, giusto per salvarsi agli occhi degli altri e dei familiari (tanto poi
non sta bene ugualmente). E' assurdo che sia così, ma è una fotografia
fedele dell'impiegato tricolore: questa penosa competizione sul luogo di lavoro
rappresenta forse lo spirito più diffuso tra noi italiani sul posto di lavoro,
come poi è stato affrescato da Fantozzi.
Stefano e Giulio sono due medici che lavorano in un ospedale militare, durante la prima guerra mondiale.
Stefano rimanda tutti a morire per la patria, se ancora quei soldati respirano, Giulio cerca di fare il possibile per rimandare a casa quei poveri cristi che ancora respirano, mandati a morire per una guerra maledetta, come tutte.
Anna, la loro amica infermiera, prima sposa le tesi di Stefano, poi Giulio la convince.
alla fine Giulio paga per la sua umanità, per il suo elogio della diserzione, quando possibile.
non è un film perfetto, ma il suo compito (quasi un documentario) lo svolge benissimo.
buona (pacifista) visione - Ismaele
…Campo di battaglia riesce a comunicarci visivamente molto altro, un
senso continuo di minaccia, di orrore, di collasso di un mondo. Di apocalisse.
Con una fotografia livida che, soprattutto negli esterni, ci restituisce la
desolazione di edifici massicci e grigi adibiti a ospedali, caserme, luoghi di
contenzione e concentramento. Edifici squadrati, arcigni, come protesi verso il
nulla (con un che, ma sì, di kafkiano, se volete di buzzatiano, di
profondamente mitteleuropeo e poco italo-mediterraneo). E l’insistere della cinepresa
sui corpi malati e vulnerati, sul sangue rappreso, sui bendaggi, sulle protesi,
sulle stampelle, finiscono col configurare, forse al di là delle intenzioni
dello stesso regista, un universo concentrazionario da cinema del mistero e
dell’orrore. Di un orrore coporale e ancora di più mentale, psicologico. Che è
una cifra assai rara nel nostro cinema e che fa di Campo di battaglia qualcosa di audace e anomalo.
Ancora di più si slitta dal cinema bellico al gothic nella
seconda parte, quando scende in campo un altro nemico, l’epidemia che
prenderà il nome di spagnola. I due medici amici-nemici, Siefano e Giulio, si
troveranno ad affrontare anche questa nuova battaglia, ognuno a modo suo e con
ruoli diversi: mentre il tasso visionario si alza e Campo di battaglia si fa sempre più incubo
notturno, con quel lazzaretto dove vengono accumulati e isolati i malati per
contenere il contagio, fino alla grande sequenza dei cadaveri buttati nella
fossa comune e bruciati (ogni riferimento alla recente pandemia da Covid è
probabilmente voluto). Si resta alla fine con la sensazione di avere assistito
non a un classico film sulla guerra, piuttosto a un cinema di esplorazione del
lato oscuro, nostro e della Storia, individuale e collettivo. Gabriel Montesi,
attore in ascesa, è perfetto quale medico carogna, Alessandro Borghi forse un
filo troppo manierato come Giulio. Federica Rosellini, gran nome del nostro
teatro (non solo) di ricerca, è la crocerossina che voleva essere medico.
…Bei
dialoghi che rispettano le etimologie meravigliose dei nostri dialetti unici,
così diversi da sembrare lingue differenti, ma non per questo passibili di non
fare comprendere i sentimenti di chi li esprime ad altri coscritti, uniti da
lingue differenti ma capaci di comprendersi con un semplice sguardo.
Un film
scientemente lento e riflessivi, lucido e schietto che non rinuncia a ottime
ricostruzioni di campi di battaglia e trincee, ospedali devastato da urla e
dolore.
I tre
interpreti citati sono davvero bravi, e Gianni Amelio si
conferma, c'è ne fosse bisogno, un caposaldo versatile e sensibile del cinema
di casa nostra.
Gianni Amelio è uno dei grandi vecchi del cinema italiano, continua
per la sua strada senza tentennamenti, anche se la critica nostrana sembra
avergli voltato le spalle già da anni. "Campo di battaglia" è un film
certamente dignitoso, magari non una delle sue opere maggiori in assoluto, ma
non è un film di cui ci si possa liberare in maniera sbrigativa, come ha fatto
una parte della stampa alla mostra di Venezia.
Il film è una requisitoria contro la guerra e un'analisi del
conflitto di coscienza da parte di due ufficiali medici che si trovano a curare
soldati feriti provenienti dal fronte della prima Guerra mondiale: il dottore
interpretato da Gabriel Montesi vuole che i soldati guariscano in fretta per
tornare al fronte, quello interpretato da Alessandro Borghi invece è pronto a
causare ferite ulteriori per allontanare definitivamente il ritorno alla
trincea…
incredibile a dirsi, ma i presupposti di Campo di
battaglia di Gianni Amelio sono tutti giusti. L’obiettivo, è chiaro,
è di fare un film sulla prima guerra mondiale (in
realtà poi vuole usare quello scenario per parlare d’altro, ma a questo ci
arriviamo) e l’osservatorio scelto è perfetto: il Friuli Venezia Giulia nel
1918. Vuole raccontare di come le persone vivessero la guerra e per farlo
sceglie anche le figure perfette: due medici che lavorano in un ospedale
militare che non fa che ricevere feriti veri e
feriti che si sono procurati le ferite (anche gravi) per essere mandati a casa.
E poi ancora ha la caratterizzazione giusta: questi due medici sono uno
molto patriottico, spietato, che indaga, cerca, scopre le
truffe e non fa che rimandare al fronte al minimo dubbio; l’altro molto compassionevole che,
di nascosto, opera e peggiora le condizioni di alcuni pazienti (in accordo con
loro), così che non possano che essere davvero mandati a casa.
Sono le due anime del paese di
fronte alla guerra, ma anche di fronte a qualsiasi cosa: quella rigorosa che
crede nelle istituzioni, in quello che dicono e nella necessità di un
atteggiamento intransigente; e quella che invece opera al di fuori di tutto, a
proprio rischio, anteponendo l’umanità e i propri valori
a quelle che sono le decisioni dello Stato, rispondendo a una morale che è sia
sua che (nella sua testa) più alta. E nonostante entrambi gli attori, Gabriel
Montesi e Alessandro Borghi,
siano molto bravi a fare (da romani) due medici veneti, è Montesi a stupire di
più, con questo personaggio davvero di altri tempi, una tipologia umana che non
c’entra niente con il presente e ha un altro modo di fare, di relazionarsi, di
muoversi e di parlare, che sembra venire dal passato. Duro e inflessibile,
regio in tante cose, e che con abilità lascia trapelare ogni tanto un’umanità
nascosta sotto strati di un senso del dovere come lo si poteva
concepire solo a inizio Novecento…
il film ha un protagonista, Frassica, che non delude mai, circondato da attori e attrici (ottimi) al suo servizio.
film folle e fiabesco, un Nichetti che non ti aspetti, c'è da ridere e ridere ancora.
cercatelo e godetene tutti.
buona (indimenticabile) visione - Ismaele
Diciamolo subito: il film è geniale, fa ridere (questo
l'intento) e scorre via che è un piacere; d'altro canto due anime
comico-surreali accorpate quali la regia di Nichetti e il perno de Il bi e il ba Frassica, creano l'ambiente ideale per dare
un'insperata forza ridanciana - con una vena poetico/infantile - a una
pellicola che, nonostante tutto, si rivelò un clamoroso flop al botteghino che
ancor'oggi chiede giustizia e che di fatto relegò l'attore siciliano a fenomeno
televisivo; insomma, il Frassica-movie n. 2 non c'è stato.
E' una piacevolissima commedia interpretata da Nino Frassica
e diretta da Maurizio Nichetti.Maurizio Nichetti e Nino Frassica rispettivametente
regista e protagonista realizzano un film spassossimo ingiustamente snobato da
critica e pubblico. Se avete voglia di sorridere di non pensare è un piccolo
gioiellino…
…Se Faccia d'angelo merita la visione
perché, come si è detto, illumina pur con le sue libertà narrative una parte
poco raccontata della storia del nostro paese, se va probabilmente fatta la
riflessione su un gusto del pubblico televisivo che vira al nero e rende
(finalmente!) possibile la realizzazione di un prodotto come questo, va anche
detto che il film TV di Porporati è, preso in sé, un buonissimo prodotto. Se la
già citata presenza di Germano, con il suo volto, la sua parlata e le sue
studiate movenze, innerva di sé ogni momento del racconto, anche quelli in cui
il suo personaggio non è presente, il meccanismo narrativo del film, con i suoi
frequenti salti nel tempo, si rivela perfettamente funzionale allo scopo del
regista: quello di raccontare la parabola di un uomo dedito al crimine, e la
sua ingenua, infantile pretesa di dominare anche la sua brama di potere. Il
Toso è infatti un boss cinico e beffardo, uno scaltro imprenditore del crimine,
ma anche un uomo ingenuo: la sua illusione di poter amare, nella sua posizione,
senza alcun rischio per la persona amata, di fare il bene di sua madre
(un'intensa Katia Ricciarelli) con gli sterminati
proventi delle sue attività criminali, di ridurre il suo vorticoso giro di
affari illeciti a una pulita, incruenta attività imprenditoriale, è quanto di
più illusorio si possa concepire. Una figura figlia di una classicità dal
taglio tragico, parente di tanti altri boss malavitosi visti sul grande e
piccolo schermo, ma di cui viene accentuato l'aspetto infantile, la convinzione
di operare in fondo per il bene proprio e delle persone a sé vicine,
l'illusione di un futuro luminoso mentre il cammino è in realtà segnato verso
un'oscurità nerissima. In più, va ricordato il contrasto, anche questo figlio
di decenni di storia del genere, con i rappresentanti della legge, guidati da
un sempre più determinato (e ostinato) Carmine Recano; e lo sguardo
antropologico, rivelatore, su una realtà contadina che, anche dentro a una
regione che è motore economico dello sviluppo, conserva le sue tradizioni
ancestrali e rende possibile, nel suo seno, la crescita di un'esperienza
criminale come questa. Compito del noir è in fondo, da sempre, anche quello di
restituirci un po' della nostra realtà, trasfigurata ma sempre (e mai come ora)
attuale.
…Diciamolo subito, Felice Maniero,
in arte “Toso” è un personaggio che ben si presta ad essere immortalato in un
film, ed anche bello lungo dato che tantissime azioni (e situazioni) hanno
segnato la sua (lunga) esistenza da criminale.
Si tratta di una parabola classica, gli inizi in piccolo (ma con un
certo stile, altri tempi, altri realtà), seguiti dalla collusione con gli
ambienti che contano, soldi a palate in entrata, agenti alle calcagne, arresti,
fughe impossibili e poi la resa dei conti che, bene o male, prima o poi tocca a
(quasi) tutti coloro che intraprendono una vita del genere.
Un film zeppo di occasioni per sviluppare il racconto, gestito con un
ordine e con tante variabili al seguito (anche l’amore e la famiglia hanno
ruoli tutt’altro che secondari) che probabilmente pecca soprattutto nei momenti
chiave.
Insomma ci sono diverse scene fondamentali, ma quando il registro
deve alzare i toni, che siano essi drammatici o meno, non si riesce ad andare
oltre uno standard onorevole, ma non rinvigorito come si sarebbe potuto
aspettarsi.
Ciò detto rimane un prodotto di tutto rispetto, un piatto ricco di
sapore (aperto e chiuso dalle musiche degli Afterhours), che vive anche di un
interprete di alto (a altro) rango qual’è Elio
Germano che nei panni di un personaggio che si crede
onnipotente può dar sfoggio del suo istrionismo senza troppi pudori.