venerdì 7 febbraio 2025

“Siamo a un passo dal baratro, anzi, ci siamo già dentro. Meloni sbaglia a far morire il cinema italiano pensando che sia una cosa di sinistra”: l’affondo di Pupi Avati - Davide Turrini

 

Intervistato dal Corriere della sera il regista bolognese  manda un messaggio al vicino governo Meloni e alla compagine ministeriale del Mibact: non fate morire il cinema solo perché la maggior parte della gente che ci lavora è di sinistra

 “Il cinema italiano? Siamo davvero a un passo dal baratro. Anzi, ci siamo già dentro. Creiamo un ministero ad hoc per il cinema”. Parola di Pupi Avati. Intervistato dal Corriere della sera, il regista bolognese manda un messaggio al vicino governo Meloni e alla compagine ministeriale del Mibact: non fate morire il cinema solo perché la maggior parte della gente che ci lavora è di sinistra. “Il governo non può permettersi il lusso di lasciar morire il cinema perché erroneamente lo considera una cosa fatta da gente di sinistra e destinata a elettori di sinistra. Sarebbe uno sbaglio madornale”, ha spiegato Avati. “Com’è noto ho sempre votato al centro, spesso per Forza Italia; ma questo non ha mai rappresentato un pregiudizio che mi impedisse di apprezzare o di non apprezzare i miei colleghi a seconda della loro appartenenza politica. Ci sono registi e produttori straordinari anche oggi, sono patrimonio del Paese. È il loro coinvolgimento che ci occorre se vogliamo far rinascere il cinema italiano”.

Avati invita a una “union sacrée” per sventare la morte produttiva del cinema: “Governo e opposizione ci dedichino un momento del loro tempo prezioso immaginando una rinascita del nostro cinema. Che oggi è fermo, immobile: due anni fa, se cercavi un macchinista, non lo trovavi neanche pagandolo a peso d’oro; oggi di macchinisti ne trovi quanti ne vuoi, non sta lavorando nessuno”. Il coniglio che il regista di La casa delle finestre che ridono estrae dal cilindro è piuttosto rivoluzionaria: “Detto col massimo rispetto della presidente Giorgia Meloni e del ministro Alessandro Giuli, c’è bisogno di togliere delle competenze dal ministero della Cultura e creare un ministero ad hoc per il cinema, gli audiovisivi e la cultura digitale”. Avati spiega con estrema lucidità che “non può esistere un ministero che contemporaneamente si occupi di Uffizi e di Netflix perché sono cose troppo diverse. Meritiamo un ministero! Se lo si è fatto separando la scuola dall’università, mi sembra sia giunta l’ora di separare la produzione di un film o di una serie dalle celebrazioni dei duemilacinquecento anni di Napoli. Ne ho parlato con molti autorevoli colleghi trovando in loro quell’incoraggiamento che mi occorreva per lanciare questo appello”. Secondo l’autore di Regalo di Natale nel recente passato “abbiamo prodotto e sostenuto troppi film, tutti a budget altissimo, che spesso non ha visto nessuno. Col cambio del tax credit e questa fase di incertezza, in molti sono paralizzati da debiti e paura”. ⁠

Quindi direttamente la presidente del consiglio non deve avere “paura del cinema”: “Non tema (Meloni ndr) che sia fatto solo da gente di sinistra e per gente di sinistra perché non è così. Insieme all’opposizione, lavorino tutti per rendere possibile che una commissione composta da veri esperti del settore verifichi la fattibilità di questo nuovo ministero e si riparta daccapo. Per esempio, incoraggiando con i finanziamenti pubblici e il tax credit quelle produzioni a basso costo che possono dare grandi soddisfazioni, in sala e anche nel mercato internazionale. Basti guardare a “Vermiglio” o a “Il ragazzo dai pantaloni rosa”, costati pochissimo, che hanno portato risultati economici e di prestigio. Non c’è bisogno di grandi soldi per fare un ottimo prodotto. Anzi, spesso, con meno si fa meglio. I miei film di maggiore successo li ho fatti con due lire. Quando ho avuto a disposizione grandi budget, ho fatto grandi disastri”. Avati chiosa ricordando che un film che incassò parecchio e pieno di star come Regalo di Natale (1986) costò pochissimo: “Abatantuono, Delle Piane e Haber, insieme a Gianni Cavina e George Eastman, accettarono da mio fratello la proposta di prendere tutti lo stesso cachet: dieci milioni di lire. Il film lo girammo in cinque settimane in una villa di Fregene. Totale: centocinquanta milioni di lire, e ancora se ne parla”.

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giovedì 6 febbraio 2025

Est (Est - Dittatura Last Minute) - Antonio Pisu

tre ragazzi di Cesena fanno un viaggio avventuroso, per vedere gli effetti della caduta del Muro di Berlino in qualche paese dell'Est europeo.

l'idea è anche quella di vendere qualche prodotto che in Italia esisteva, nei paesi dell'Est non ancora.

in Ungheria non hanno successo, allora, a causa di una valigia, si spostano in Romania, un paese poverissimo, ancora sotto dittatura.

il film è vivace, ingenuo, fresco, anche commovente, merito del regista e dei tre protagonisti.

una bella sorpresa, da non perdere.

buona visione - Ismaele



QUI il film completo, su Raiplay



 

Il regista Antonio Pisu, figlio del grande Raffaele, è un attore alla sua seconda esperienza di direzione di un lungometraggio e non possiamo esitare dal definirlo un talento autentico. Con "EST" ha realizzato un "gioiellino" gradevole, commovente e a tratti divertente, con i tempi della commedia italiana che più volte viene citata ma sempre in maniera misurata. Un esempio prezioso di come si possa incontrare il favore del pubblico semplicemente raccontando bene le storie. 

Se proprio volessimo cercare dei riferimenti potremmo citare Salvatores per il road movie, Monicelli e Germi per i tempi e il ritmo.

Consigliatissimo se decidete di andare a cinema (coraggio!).

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…La parte più convincente del film è infatti la riconoscibilità, per chi l'ha attraversato, di quel mondo più semplice e naif, sia in Italia che nei Paesi esteuropei. La ricostruzione d'ambiente (le scenografie sono di Paola Zamagni, Iuliana Vilsan e Alexandra Takacs, i costumi di Magda Accolti Gil e Luminita Mihai) è credibilissima nonostante (o proprio per) i mezzi limitati, e la sceneggiatura, così come la recitazione dei tre giovani protagonisti - fra cui Lodo Guenzi, frontman del gruppo 'Lo Stato Sociale' - ha un sapore retrò.

Alle riprese si alternano i video girati all'epoca dei fatti dal vero Rice, cui si aggiunge tanto materiale d'archivio proveniente dalle Teche Rai e da Cinecittà-Luce, ma anche da fonti minori e private. Il regista è quell'Antonio Pisu, figlio di 
Raffaele e nipote di Mario, che ha già mostrato un'attrazione per il surreale nel suo primo lungometraggio, Nobili bugie; alla produzione (e nel ruolo minore del Bolognese) c'è invece Paolo Rossi Pisu, il fratello che Antonio ha scoperto di avere in età adulta, e che con lui ha fondato una casa di produzione.

Quel che emerge da questo racconto è il ricordo di una Romania povera e dignitosa sottomessa a un dittatore spietato, un luogo di delazione diffusa, di controlli e perquisizioni costanti, di file per procurarsi qualcosa da mangiare e di mercati neri. Ed è un ricordo straziante, che poco a poco trasforma il percorso dei protagonisti da avventura picaresca a viaggio di formazione, al termine del quale i tre non saranno più gli stessi, perché avranno dovuto imparare a crescere.

Est ha l'immediatezza di un home movie, dove però gli scivoloni dei suoi protagonisti hanno conseguenze pesanti su chi li incontra e non vive in un Paese libero. È dunque anche un monito a non delegare oggi ad altri la propria libertà, in modo da non ritrovarsi a chiederci: "Quanto pagheresti per un ricordo, un sogno o una speranza?".

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…Nel rappresentare una cuspide della Storia, un passaggio che avrà conseguenze nei decenni a venire, Antonio Pisu (figlio e nipote d’arte) affida agli inserti video amatoriali girati dal vero Rice, alias Andrea Riceputi, il compito di ricordarci che ben poco di quanto mostrato è fantasia. Strano che sembri, è tutto realmente accaduto. Con una ricostruzione impeccabile, Pisu è al timone di una macchina del tempo in grado di teletrasportarci nel passato e di spiegarci come l’altro da noi sia uguale a noi ma privato di ciò che più sacro ha: la libertà. Senza giudizi politici che avrebbero reso Est – Dittatura Last Minute un film a tesi, Pisu affida a tre giovani il compito di reggere le sorti del lungometraggio: Jacopo Costantini, Matteo Gatta e soprattutto Lodo Guenzi, il cantante degli Stato Sociale che al suo debutto come attore supera brillantemente la prova.

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martedì 4 febbraio 2025

Febbre da fieno - Laura Luchetti

un film gentile, con attori bravi e una regista davvero brava.

una storia piccola, sguardi e amori di ragazze e ragazzi, niente di urlato, finto, tutto è molto verosimile.

provate a cercarlo, nessuno se ne pentirà.

buona (vintage) visione - Ismaele



 

La sala mestamente vuota non è un bel biglietto da visita per l'esordio nel lungometraggio della promettente Luchetti(a proposito qualche parentela o semplice omonimia?).Siamo in quattro,la mia amica di cinema,io ed un altra coppia che a giudicare dagli ininterrotti schiocchi di labbra che abbiamo sentito per tutto il film(pur solo in quattro hanno pensato bene di metterci vicini vicini) a occhio e croce parevano in altre faccende affaccendati e credo che di film ne abbiano visto pochino.
Febbre da Fieno è un film di dimensioni produttive contenute che "osa" parlare di quella generazione che va dai 20 ai 40 anni senza ricordare il filosofo al Guttalax Moccia,supremo esegeta in pillole.Solo per questo meriterebbe il massimo della valutazione.Il film della Luchetti dimostra che in Italia è possibile anche fare film il cui quoziente intellettivo superi abbondantemente quello dell'ornitorinco,senza alcuna pretesa sociologica ma che riescano a raccontare i balbettamenti di questi giovani che la gioventù la stanno salutando e allo stesso tempo stentano a rassegnarsi all'anagrafe…

…Il film è leggero,romantico,induce spesso al sorriso,è visivamente appagante grazie a una Roma fotogenica al massimo e ai colori accesi che la contraddistinguono fin quasi alla fine.Da qui in poi una svolta drammatica assolutamente inaspettata.Dirò di più è proprio difficile da digerire.Un altro sgarbo alle ferree regole della commedia,sentimentale in questo caso.Che fa uscire dal cinema pensosi e intenti a metabolizzare il colpo di scena che per molti sarà anche gratuito.
Non lo so,forse anche io avrei preferito altro ma perlomeno è un altro punto di originalità della pellicola.
Un film da incoraggiare anche oltre i propri meriti perchè dimostra che comunque ci sono anche autori nuovi da far crescere che hanno qualcosa di diverso da dire.
Febbre da Fieno è il primo lungometraggio della Luchetti ma non sembra proprio il film di una quasi esordiente.Stilisticamente appare maturo e soprattutto personale.Vedremo se la regista conserverà questa sua impronta anche nella sua opera seconda.Se mai ci sarà...

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Leggera e in punta di piedi, si muove così verso la sua prima regia Laura Luchetti, che si era già messa alla prova con uno degli otto episodi di Feisbum. Il film. Qua e là il suo Febbre da fieno non sembra un film italiano. C’è qualcosa di francese, e di inglese, una brezza che non è sempre e solo il Ponentino della sua Roma. Certo che la Capitale è nell’aria, ripresa dal cielo, e sulla terra nei suoi angoli più noti, quasi una cartolina da spedire altrove, anche grazie a una fortunata distribuzione (la Disney Motion Pictures). Matteo e Camilla, Stefano e Franki, un coloratissimo negozio di modernariato che rischia di chiudere. Guardando al futuro, ma tenendo ben saldi i ricordi, i protagonisti camminano tutti sopra le nuvole, personaggi in bilico sospesi tra Candide e Amélie Poulain. Se al centro si aggira l’amore, il risultato è un film sui capricci del destino, su ciò che va e ciò che viene. Ciò che resta, e che talvolta riesci a vedere solo quando non c’è più. Una fresca sorpresa da una giovane di talento che sa già usare la macchina da presa in modo fluido e armonico. Che già osa inquadrature impossibili e personalissime, ponendo sin da questo esordio le basi di un tocco riconoscibile.

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lunedì 3 febbraio 2025

Il realismo a senso unico di Netflix: da “Mare Fuori” ad “Acab” - Vincenzo Scalia

 

Alla fine degli anni Settanta, in Inghilterra, prese piede la teoria criminologica del left realism (realismo di sinistra), che muoveva dalla necessità di prendere sul serio la questione criminale, per non lasciarla nelle mani delle destre. I left realists, tra i cui maggiori esponenti ricordiamo Jock Young e Roger Matthews, proponevano uno schema quadrangolare di lettura dei fenomeni criminali. I vertici del quadrato sono costituiti dai rei, dalle vittime, dal pubblico e dalle agenzie di controllo sociale formali, ovvero la polizia, la magistratura e i servizi sociali, in quanto articolazione dei poteri statali. La lettura dei fenomeni criminali, per il realismo di sinistra, sarebbe la risultante dell’interazione di questi quattro fattori.

Lo schema analitico del realismo di sinistra ci torna in mente in relazione alla produzione di serie tv che riguardano fatti di criminalità prodotti dalla piattaforma Netflix. Da Sanpa, su San Patrignano, ad ACAB, che propone in versione televisiva anche i fatti relativi alla protesta No-Tav, passando per Mare Fuori, sulla criminalità minorile, la piattaforma televisiva si accredita come un attore sproporzionatamente rilevante in merito alla lettura dei fatti criminali. Ne scaturiscono la formazione dell’opinione pubblica e una produzione di panico morale che ispirano molto spesso, specialmente negli ultimi anni, le politiche governative. In particolare, colpisce come Netflix si collochi sempre simmetricamente a chi evoca ed avoca l’implementazione di misure maggiormente repressive per risolvere questioni sociali stridenti. Partendo dalla buona fede di chi ha prodotto e realizzato le serie, non si possono non riscontrare i limiti insiti in ogni spettacolarizzazione dei fenomeni sociali, quantomeno di quelle prodotte in anni recenti. In altre parole, il canovaccio viene adeguato ai parametri richiesti dal format di successo, per cui bisogna proporre sempre la dicotomia tra figure positive e negative, con la vittoria ovvia dei primi, e la resa mediatica consiste nell’accentuazione caricaturale di queste caratteristiche.

Con riferimento, in particolare ad ACAB e alla questione del Tav, le caratteristiche negative si attribuiscono ovviamente ai protestatari, un po’ affetti da fanatismo ideologico e un altro po’ composti da una popolazione anziana, nostalgica del passato, non criminalizzabile per questioni di anagrafe, ma sicuramente preda del fanatismo. Ai No-Tav viene reso l’onore delle armi all’interno di un’epica degli scontri che, oltre ad essere figlia del politicamente corretto odierno, marcia in parallelo con quell’estetica della violenza che fa la fortuna dei prodotti mediatici ispirati all’azione. Last but not least, la scelta di identificare i buoni tra le schiere delle forze dell’ordine, è figlia del vento che soffia dalla caduta del muro di Berlino in poi, per cui chi ricopre un ruolo istituzionale si colloca sempre dalla parte giusta. Un’impostazione che sorvola sugli abusi compiuti dalle forze di polizia, in particolare quelli sui dimostranti, come da Genova 2001 a Pisa nella scorsa primavera, abbiamo avuto modo di constatare. E che strizza pericolosamente l’occhio all’assunto della premier per cui “criticare i poliziotti è pericoloso”, tanto da ispirare il disegno di legge 1660, lo scudo penale per le forze dell’ordine, la modifica (cioè l’abolizione de facto) del reato di tortura. Le ragioni della protesta rimangono fuori, eppure avrebbero potuto interessare il pubblico. Dallo scempio del territorio alla distruzione di intere comunità, per non dire dello sperpero di ingenti quantitativi di risorse pubbliche, oltre all’inutilità dell’opera, asserita anche Oltralpe, argomenti con cui attirare l’attenzione del pubblico ce ne sarebbero stati molti. Altri importanti aspetti, come la criminalizzazione dei No Tav operata dalla magistratura torinese, l’uso discutibile degli arresti e delle carcerazioni preventive, le accuse di terrorismo, la carcerazione di una donna in età avanzata come Nicoletta Dosio, avrebbero meritato ben altra sorte dell’essere omessi o considerati implicitamente come normali conseguenze.

Non è la prima volta, si diceva, che Netflix propone questo tipo di interventi sull’attualità. Basti pensare a Mare Fuori, dove i minori protagonisti cadono fatalmente nel loro destino lombrosiano di criminali, rifuggendo l’aiuto degli angeli istituzionali e le opportunità fornite all’interno della struttura detentiva. Una rappresentazione fuorviante del sistema penale minorile italiano, considerato uno dei migliori d’Europa, con l’utenza penale ridotta ai minimi termini e i detenuti prevalentemente di origine migrante o rom che scontano la loro marginalità sociale, oltre alla mancanza di risorse, agli squilibri territoriali in termini di servizi e all’habitus talvolta familista degli operatori del sistema minorile. Eppure, Mare Fuori, ha plasmato l’immaginario collettivo rispetto alla devianza minorile, producendo la proliferazione di articoli e discussioni sulle presunte baby gang culminate col decreto Caivano e con l’aumento esponenziale dei minori detenuti.

Il rapporto tra le serie televisive e il pubblico ci permette di tornare allo schema proposto dai realisti di sinistra. Quando Young e Matthews proposero il loro schema interpretativo, in uno dei vertici del quadrato del crimine, ovvero, quello del pubblico, circolavano letture contrapposte dei fenomeni criminali. I filtri robusti delle organizzazioni di massa, della partecipazione diffusa, del confronto, che gravitavano attorno alle strutture della classe operaia, consentivano di proporre valutazioni ed elaborazioni più articolate dei fenomeni sociali, che avevano la loro ricaduta sia sull’operato degli apparati statali sia sulla capacità di analizzare i contesti all’interno dei quali i reati avevano luogo. Soprattutto, la prospettiva, condivisa da tutti, era quella dell’inclusione, del reinserimento. Fu proprio in questo contesto che cominciarono a svilupparsi le politiche di riduzione del danno. Quanto al pubblico, nel caso italiano, oltre alla stampa democratica e di sinistra, potevamo contare su un apparato di produzione mediatica di livello. Si pensi al neorealismo, a registi come Pasolini, Lizzani e Montaldo, ad attori come Gian Maria Volonté, a film come Sciuscià o a lavori documentali come quello sulla strage di piazza Fontana. Prodotti mediatici che proponevano un ribaltamento del senso comune, tentavano di egemonizzare il discorso pubblico, perché rispecchiavano una prospettiva di trasformazione sociale radicale.

La ristrutturazione socio-economica neo-liberista, sfaldando le organizzazioni di massa, evaporando la prospettiva di un cambiamento, comporta la subordinazione delle opere di divulgazione alla necessità di attrarre audience per realizzare profitti. Ne consegue un detrimento della qualità dei prodotti e la circolazione di un senso comune securitario che tracima in una sfera politica sempre più orientata alla sopravvivenza spiccia. Davvero, ridateci il neorealismo.

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domenica 2 febbraio 2025

Io sono ancora qui - Walter Salles

una famiglia brasiliana molto felice e unita, che abita a pochi metri dalla spiaggia di Copacabana, padre (Rubens Paiva), madre (Eunice), cinque figli e tantissimi amici, fino a quando i militari golpisti iniziano a far sparire le persone, migliaia e migliaia.

Rubens viene preso dai militari, e mai più tornerà a casa.

la moglie e figli aspettano, inutilmente, e rischiano anche loro di essere inghiottiti nel buco nero delle prigioni segrete, subendo tutte le torture possibili. 

Eunice (interpretata da una bravissima Fernanda Torres, candidata per l'Oscar) tiene insieme la famiglia, anche sorridendo.

il film è ispirato da un libro di Marcelo Rubens Paiva, quel bambino amico del regista, che a 20 anni, per una caduta assassina divenne tetraplegico.

il film è molto interessante e non lascia indifferenti.

è in più di cento sale, il cinema vi aspetta, nessuno se ne pentirà.

buona (resistente) visione - Ismaele

 

ps: qualche anno fa Fernando Trueba ha girato un bel 

film, tratto da un libro del figlio di Héctor Abad Gómez, ammazzato dai militari, in Colombia.

 

 

 

…Salles si serve della sua brava inteprete principale e di tutta la squadra attoriale per evitare a tutti i costi il melodramma: donna Eunice non cede, non crolla, non urla, piuttosto sorride. Ne esce un film teso e composto, che mira alla testa più che alla pancia.

Ricordare questa vicenda e mettere pubblicamente al bando certe pratiche è necessario perché non continuinino a esistere. Ma Ainda estou aqui (Sono ancora qui) non è solo una storia di denuncia o di memoria: è anche un racconto di trasformazione. Giovane e agiata nella Rio della bossa nova e dell'architettura modernista, nella prima parte del film Eunice è una donna che ha tutto: soldi, amore, futuro.
La tragedia che la colpisce ribalta ogni cosa e la costringe a reinventarsi, con una nuova consapevolezza. È qui, in questo terzo atto raccontato più rapidamente e senza sottolineature, il messaggio politico del film, e la ragione per cui prosegue oltre quella che potrebbe apparire la conclusione ideale. Non è solo completezza biografica. Anche se accompagnare il personaggio in età avanzata offre al regista la possibilità di affidare il ruolo a Fernanda Montenegro, ultranovantenne, protagonista di 
Central do Brasil e dell'inizio del viaggio cinematografico di Salles.

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…Io sono ancora qui riflette proprio sulla permanenza dell’assenza, del dolore, ma anche sull’ostinazione con cui chi rimane, in questo caso una madre con cinque figli, vuole rimanere in vita e progredire nonostante tutto. Il ritratto di Eunice Paiva è di grande dignità e grazia, soprattutto Salles lo costruisce in modo tale da inglobare all’interno dello stesso involucro l’universalità del trauma nazionale, insieme alla specificità del dramma privato con una comunicazione continua tra l’uno e l’altro.

Io sono ancora qui è un racconto delicato e coraggioso, che per tematiche e geografia ricorda quello splendido Argentina 1985 che passò in Concorso a Venezia 79. Qui il tono è maggiormente declinato verso il dramma familiare, senza l’ironia che contraddistingue il film di Santiago Mitre, tuttavia presenta la stessa dignità nei personaggi, la stessa tenacia e voglia di trovare giustizia, non solo per sé ama per tutta la collettività.

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…Dire che Fernanda Torres si è calata nel ruolo di Eunice Paiva, che ha trascorso buona parte della sua vita cercando di chiedere conto della scomparsa del marito, sarebbe un eufemismo. Questo film è una vetrina per lei tanto quanto un dramma basato su una storia vera, anche se rispetta sia l’enormità che il peso emotivo dell’esperienza della vera Eunice. Ma è il tipo di ruolo che permette a una persona del suo calibro di fare la differenza, e dà a Torres la possibilità di onorare una figura pubblica che è stata anche una combattente della resistenza (la scomparsa di Rubens ha fatto notizia a livello internazionale); che è stata una madre che si è presa cura dei suoi figli e ha fatto del suo meglio per proteggerli dalla perdita personale e dalla tempesta più grande; che viene messa alla prova quando anche lei e sua figlia Eliana (Luiza Kosovski) vengono prelevate per un interrogatorio, ed Eunice viene trattenuta per quasi una settimana; che sacrifica tutto in nome della famiglia e della scoperta di ciò che è successo dopo il saluto del marito.

E più tardi, nel primo dei due flashforward, Torres mostra cosa succede quando la chiusura cercata per decenni arriva finalmente, inevitabilmente. Ciò che è notevole è il fatto che non esagera mai, né si lascia andare a facili istrionismi e strappi di vesti, anche quando il film stesso diventa molto pesante nella seconda metà. Si tratta di un’interpretazione straordinariamente ricca di sfumature, e non è importante se questo assicurerà a Torres una nomination all’Oscar come miglior attrice protagonista o meno. Certo, assicurerà un maggior numero di occhi su quello che avrebbe potuto essere un film che, pur avendo avuto un enorme successo in Brasile, sarebbe potuto svanire nel rumore bianco di fondo che caratterizza la mania della corsa all’oro di questi primi mesi invernali. Ma Io sono ancora qui è una testimonianza di Torres a prescindere. In patria ha già conquistato l’attenzione dei connazionali grazie all’incredibile lavoro che svolge in questa commovente, emozionante ode alla vita durante la dittatura. Ora merita il plauso di tutto il mondo.

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sabato 1 febbraio 2025

French connection (La French) – Cédric Jimenez

Marsiglia è stata la capitale della droga, fornendo il mercato degli Stati Uniti, il film racconta la lotta di un giudice e della polizia contro i boss della droga (sostituiti prontamente dalla mafia siciliana).

il ritmo del film è davvero implacabile, ti tiene attaccato allo schermo, si parte piano, poi è un crescendo di azione e di emozioni.

i due protagonisti, il boss e il giudice, (che un fisicamente po' si assomigliano) sono bravissimi, nelle mani di un regista che sta diventando sempre più bravo.

alla sceneggiatura il regista e la moglie Audrey Diwan (anche lei regista).

un film da non perdere, non te ne pentirai.

buona (marsigliese) visione - Ismaele

 



 

Avanza elegante questo gioiello del cinema francese: il dispiegarsi della narrazione è pura classe.

Strizza l’occhio alla (propria) tradizione polar, senza mai abbracciarne veramente l’estetica e gli schemi.

Ci troviamo infatti ad un incrocio tra Scorsese e il poliziesco all’italiana (e non certo tra Friedkin e Melville, come alcuni hanno sostenuto), il tutto però condito con quel particolare charme e quella delicatezza espositiva esclusivamente propri della tradizione cinematografica francofona…

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…Degli Scorsese, dei De Palma, dei Coppola, degli Hendricks stessi, il regista Cédric Jimenez prende il minimo indispensabile e scansa le agiografie di ciascun lato della barricata: il racconto si regala una confezione irrequieta e analogica, esita su una colonna sonora dai connotati fin troppo "greatest hits", ma si rafforza su una fotografia vintage che è tutto fuorché imposta. Anzi, quest'occhio un po' fumoso è il coltello che taglia dentro ogni inquadratura, dalle verdognole torture in magazzini sconosciuti, agli inseguimenti senza fiato nei campi, agli assassinii alle fermate dei semafori, in pieno sole, in pieno sfregio.

Certo, quello di Jimenez non è un tentativo di segnare un territorio nuovo o una cima inconquistabile, ma sottolinea lo stato di salute di una cinematografia, come quella francese, vitale perché sempre più varia e credibile. E con tutte le carte in regola per riportare in Europa la gloria del cinema di genere.

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…Misurato il fascino guascone, Dujardin è il giudice Pierre Michel sotto il sole di Marsiglia e dentro la confidenziale eleganza del cinema polar. A lui spetta il compito di arrestare l'ascesa vertiginosa del villain di Gilles Lellouche, doppio somatico e versione brutale che incide sul film come la luce del Mediterraneo sulla costa marsigliese. Boss potente, che agli inizi degli anni Ottanta andrà incontro allo scacco inevitabile di chi si trova nella condizione del 'sopravvissuto', a disagio in un clima che non riconosce più, il padrino di Lellouche esercita un controllo quasi assoluto sulla città, a cui si oppongono le interiorizzazioni noir del giudice di Dujardin e gli assalti gangsteristici di Benoît Magimel, mai così libero e fisicamente dirompente.
L'ingente budget, profuso nella ricostruzione meticolosa di una Marsiglia 'dopata' tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta e per l'accoppiata divistica, non colma l'assenza della dimensione politica e storica nel film, che si sviluppa tutto sulla superficie senza mai infilare il sociologico o magari il tragico o ancora l'epica. La simmetria gangster charmant e flic incorrompibile, rinnovata dalla coppia Dujardin - Lellouche, che propongono due personaggi taciturni e sfuggenti in cui la durezza degli atteggiamenti si mescola a un senso di fragilità, resta comunque una gran bella ragione per andare al cinema e prendersi un'infatuazione.

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Storia di Pierre Michel, giudice inviato da Metz a Marsiglia nel 1975 per smantellare il traffico di eroina della French Connection guidata dal boss Tany Zampa. Storia vera, anni di piombo. Storia privata, intima, personale di due uomini dalla personalità ingombrante, dai molti nemici, la cui linea di demarcazione è tutta in un dialogo in cima a una collina, unico momento di contatto visivo tra gli immensi Dujardin e Lellouche. È nei loro personaggi, eredi legittimi di decine di volti deloniani e belmondiani, che si consuma un’e(ste)tica polar a tinte crepuscolari fatta di ambiguità morali, contraddizioni comportamentali, dissidi interiori e un’idea di legalità piuttosto malleabile da entrambi gli schieramenti. Se in interni Jimenez si rivolge alla tradizione di genere francese, è in esterni (scenografici e drammaturgici, nella messa in relazione dei protagonisti con il mondo istituzional-malavitoso) che French Connection alza lo sguardo per cercare Scorsese e Friedkin. La vicenda privata diventa così grande narrazione, equivalente transalpino del nostrano Romanzo criminale, con il quale condivide afflato corale, istinti pulp nella definizione dei personaggi e grammatiche realiste nell’abbondante uso di camera a spalla. Nella messa in scena filologica della Marsiglia che fu si riaprono ferite mai sanate: la giustizia, da quelle parti, è ancora lontana. E Michel diventa paradigma del presente.

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