venerdì 2 febbraio 2024

Entre la vie et la mort (On the edge) - Giordano Gederlini

Leo da sei anni si è trasferito dalla Spagna a Bruxelles, lavora della metropolitana della capitale belga, guida treni.

un giorno succede un fatto terribile, gli ammazzano il figlio e Leo costruisce un passo dopo l'altro la sua vendetta.

la polizia non capisce cosa succede, è sempre indietro.

il film non sarà perfetto, Antonio De La Torre sì.

buona (metropolitana) visione - Ismaele 




QUI il film completo, su Raiplay

 

 

…Gederlini, cileno residente a Bruxelles ma vissuto anche a Barcellona e in Francia, ha raccontato di aver costruito questo film a partire dalla volontà di raccontare un personaggio incapace di sentirsi a casa ovunque egli si trovi.

Più sviluppava il racconto, però, più questo si concentrava sul rapporto tra padri e figli, sulle difficoltà di ricoprire l’uno o l’altro ruolo e sulla volontà di fare del proprio meglio in tali vesti. A partire da questa tematica, su cui si costruisce il carattere del protagonista, prende poi vita un duro thriller profondamente radicato nell’ambiente urbano di una Bruxelles fredda e alienante, nel quale si muovo personaggi ambigui e dei quali è difficile fidarsi…

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Que Antonio de la Torre es un grandísimo actor es salgo súper demostrado. Aunque el criterio de los Goya se cuestione en los últimos años, el hecho de que esté prácticamente siempre entre los nominados nos demuestra la unanimidad de la opinión tanto pública como académica hacia su calidad actoral. Algo que quizá es responsable de ello es el hecho de que una de sus especialidades sea el género de suspense. Donde lo ha demostrado más recientemente es en ‘La trinchera infinita’, pero si queremos que el tiro esté más afinado y nos acerquemos a lo que vemos en ‘Entre la vida y la muerte’ deberíamos hablar de cómo nos engancha con títulos como ‘La isla mínima’ o ‘Tarde para la ira’.

En este thriller interpreta a un español que vive en Bruselas conduciendo vagones de metro. Su vida se ve zarandeada por un evento de esos que te marcan para siempre. A partir de ahí comienza una narración cada vez más turbia, cada vez más repleta de secretos y giros. ‘Entre la vida y la muerte’ arranca con dos suicidios y parece que está desvelando demasiado pronto sus cartas, pero tiene unos cuantos ases bajo la manga que, a mi personalmente me han enganchado enormemente…

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…La réalisation de Gederlini est tout à fait correcte, avec une bonne gestion des scènes d’affrontement et d’action, tandis que le cadre de la ville de Bruxelles est particulièrement bien mis en valeur. Il est aidé en cela par la musique électronique de Laurent Garnier qui sait être efficace quand il le faut. Finalement, Entre la vie et la mort est un pur film noir, avec des personnages cabossés par la vie, une vision très sombre de l’existence et une ambiance dramatique bien menée. Il lui manque peut-être un semblant d’originalité dans le traitement des personnages qui pourrait le distinguer de la masse de ce type de divertissement. Il s’agit en tout cas d’une bonne pioche pour les amateurs de thriller européen carré et efficace.

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giovedì 1 febbraio 2024

Vita privata di Sherlock Holmes - Billy Wilder

Sherlock Holmes è proprio un tonto, si fa fregare da tutti, il suo fiuto è solo per la cocaina, meno male che c'è il dottor Watson, uno che ne capisce, non si fa fregare dalle moine delle donne, né dalla cocaina.

entrano in gioco le spie, e un'arma segreta in un lago scozzese.

alla fine tutto va bene, non per merito di Sherlock Holmes

Billy Wilder è come sempre un grande regista, promesso

buona visione - Ismaele


 

QUI il film completo


 

Come demolire il mito e l'iconografia di Sherlock Holmes in un solo film.Il titolo allude alla vita privata dell'investigatore creata da Arthur Conan Doyle.In realtà qui di privato c'è ben poco:non si intuisce la vera essenza privata di Holmes,c'è solo la destrutturazione dell'iconografia a partire dall'assurda palandrana che è costretto a indossare(parole sue),passando per la sua tendenza a drogarsi con cocaina nei momenti di depressione(e qui tra Holmes e il fido dottor Watson c'è la diatriba sulla diluizione della soluzione ,il primo dice che è al 5 %perchè il secondo la diluisce),per la sua neanche troppo nascosta omosessualità(tace quando deve rispondere a Watson sulle sue conquiste femminili ma si intuisce,forse,che la spia poteva essere il suo grande amore),fino ad arrivare a minare alle fondamenta il mito della sua infallibilità e intelligenza(in questa indagine proposta dal film di Wilder gli sfuggono troppe cose e alcune le capisce col classico attimo di ritardo).Questa strutturazione così atipica del personaggio già protagonista di innumerevoli altre riduzioni cinematografiche,rende il film un opera assai originale,dal tono malinconico ma con spruzzate di ironia velenosa come solo Wilder e il suo fido sceneggiatore I.A.L.Diamond sanno fare.Eppure è un film anomalo anche nella filmografia di Wilder,meno cattivo di altri e più incline a una sorta di meditabonda malinconia con un protagonista non così cristallino,uno Sherlock Holmes di questa guisa non si era mai visto al cinema,a metà tra l'interpretazione classica della sua figura e la parodia.Però ad avercene perchè questo secondo me è uno dei migliori film di Wilder pur essendo estraneo per tematiche e per costruzione alla sua vasta filmografia....

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…Incredibilmente sottovalutata alla sua uscita e poco considerata ancora oggi, Vita privata di Sherlock Holmes è una delle opere più preziose e originali dell’intera filmografia di Billy Wilder. Il grande regista di origine austriaca dirige con gran classe, affidandosi ad una maestosa scenografia, ad una puntigliosa ricostruzione d’epoca e ad un cast di attori poco celebri ma essenziali per i ruoli. Il copione di Wilder e Diamond è perfetto e calibrato al millimetro, e mescola il raffinato tocco umoristico tipico della coppia con un ironia di stampo british. Ma Vita privata di Sherlock Holmes si differenzia dall’ultima produzione di Wilder, avvicinandolo per temi ai drammi più cupi realizzati nella prima parte della sua carriera. L’intenzione è quella di demistificare il personaggio leggendario Holmes, riconducendolo ad una dimensione più umana e comune. Il celebre e infallibile detective viene sconfitto sul suo stesso campo, ma soprattutto rivela una fragilità che non credeva di avere o che forse teneva solo nascosta da una maschera di cinismo. Soltanto per non fare del male al suo cuore già malato, sensibile come quello di chiunque altro. E se le battute taglienti ed alcune gag riuscite ci avevano fatto credere di assistere ad un divertissement ironico e smaliziato, il finale anticonsolatorio e struggente ci lascia con un freddo addosso che non si dimentica.

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martedì 30 gennaio 2024

Masumiyet (Innocenza) - Zeki Demirkubuz

un film sconosciuto ai più, eppure è un grande e inquietante film.

Yusuf esce di galera, ma è come un bambino che non sa come vivere nel mondo.

tutto si svolge in qualche città turca, fra persone davvero strane, il più "normale" è il gestore di una pensione che prende in simpatia Yusuf.

succedono tante piccoli avvenimenti e Yusuf incontra tante persone, in un effetto domino avvincente.

strano, ma davvero meritevole, un gioiellino da non trascurare. .

buona (caotica) visione - Ismaele





Zeki Demirkubuz: A Visionary Filmmaker

Before delving into 'Masumiyet,' it is crucial to understand the director behind it. Zeki Demirkubuz is celebrated for his unique storytelling style and his exploration of complex themes related to human nature. His films often delve into the darker aspects of society, presenting characters who are grappling with their own morality and personal dilemmas. Demirkubuz's meticulous attention to detail and his ability to craft deeply introspective narratives have earned him critical acclaim and a dedicated following.

'Masumiyet' tells the story of Yusuf, a man who is released from prison after serving time for an honor killing. Aimless and adrift, Yusuf finds himself in a run-down boarding house, where his path intersects with Bekir and Uğur. As the narrative unfolds, the lives of these characters become intertwined, leading to events that profoundly impact each of them. 'Masumiyet' explores themes of guilt, redemption, and the search for innocence in a morally complex world.

 

One of the strengths of 'Masumiyet' lies in its richly developed characters. Yusuf, portrayed with gripping intensity, carries the weight of his past actions and struggles with a sense of purposelessness. Bekir and Uğur, played with remarkable depth, add complexity to the narrative as their lives intersect with Yusuf's. Demirkubuz masterfully portrays their inner conflicts, capturing the emotional nuances and moral dilemmas they face. The performances in 'Masumiyet' bring authenticity and depth to the exploration of the human psyche.

Demirkubuz's meticulous attention to visual aesthetics is evident in 'Masumiyet.' The film's atmospheric cinematography, characterized by its muted color palette and evocative lighting, creates a sense of melancholy and introspection. The carefully framed shots and deliberate pacing add to the film's immersive experience, enhancing the emotional impact of the story and its characters.

'Masumiyet' tackles profound themes that resonate with audiences. Demirkubuz explores the complex nature of guilt, examining the consequences of past actions and the search for redemption. The film raises questions about the meaning of innocence and the blurred lines between right and wrong in a morally ambiguous world. Demirkubuz's exploration of these themes invites viewers to reflect on their own understanding of morality and the choices they make.

Upon its release, 'Masumiyet' garnered critical acclaim and cemented Zeki Demirkubuz's status as a master filmmaker. The film's poignant storytelling, powerful performances, and exploration of existential themes resonated with audiences. 'Masumiyet' has left a lasting impact on Turkish cinema, highlighting Demirkubuz's ability to provoke thought and elicit emotional responses through his storytelling.

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lunedì 29 gennaio 2024

Poor Things (Povere creature) - Yorgos Lanthimos

la storia è semplice, forse troppo.

uno scienziato, Godwin (interpretato da Willem Dafoe), crea la donna nuova, Bella (interpretata da Emma Stone), corpo da adulta, cervello di bambino, come Candido (di Voltaire) scopre il mondo con la sua ingenuità, decisa a ottenere tanto piacere (perché farsi del male?)

e la donna nuova parte con lo spasimante Duncan (interpretato da Mark Ruffalo) alla conquista del mondo, o almeno alla conquista di una vita degna di essere vissuta.

lei è una macchina da sesso per gli uomini, lavora anche in un bordello, quasi tutti gli uomini sono dei deficienti e delle merde, quasi tutte le donne sono persone in gamba, in una storia semplice semplice.

la magia di Lanthimos è quella di fare un film che sembra un manifesto del positivismo, una storia di non amore, con sfondi e scene che sembrano uscire da un cartone animato, o qualcosa di simile, ne esce un film lungo e denso di avvenimenti, con Emma Stone (bravissima) sempre al centro della scena, ingenua,  compassionevole, e poi vendicativa, diventa una persona normale.

in fondo abbiamo visto una storia che è fiaba, ma di quelle con molti fuochi d'artificio, Bella vince sempre, tutti si arrendono a lei.

se non fosse per le scene di sesso, sarebbe un film per bambini, senza troppe complicazioni.

buona (e Bella) visione - Ismaele



...Torniamo così a Poor Things. Che è l’adattamento – o meglio la semplificazione – sul grande schermo dell’omonimo romanzo dello scozzese Alasdair Gray del 1992. L’originale è costruito sull’espediente canonico del manuscrit trouvé, alimentato e ulteriormente complicato, con gusto postmoderno, da un palinsesto di punti di vista intrecciati che si contraddicono l’un l’altro in una sorta di elevazione a potenza del meccanismo del narratore inaffidabile. 

Così, il resoconto di Wedderburn viene corretto dal diario di Bella Baxter, riportato però all’interno del racconto di McCandless, che è infine smentito dalla lettera di sua moglie Bella/Victoria. E tutto questo si regge sulla mise en abyme della ricostruzione storica da parte dell’autore Alasdair Gray (o meglio il suo alter ego), il quale, nella cornice metanarrativa, ritiene veritiera la versione fantastica di McCandless a scapito di quella realistica di Bella/Victoria, pur specificando, in apertura, che un suo amico, il “vero” artefice del ritrovamento dei “documenti” trascritti, nega la sua veridicità. L’architettura a scatole cinesi del palinsesto è l’unico vero pregio di un romanzo che troppo spesso si arrabatta per dimostrare le sue tesi politiche. 

Ma di quest’architettura nel film non c’è traccia. La sceneggiatura estrapola solo la storia di McCandless – quella secondo cui una donna riportata in vita con un altro cervello ha trovato se stessa e sposato il narratore –, facendone però la versione della stessa Bella. Nel romanzo, invece, Bella (ossia Victoria) risponde polemicamente agli uomini che hanno preteso di raccontare la sua storia al posto suo, denunciando le fantasticherie romanzesche proiettate su di lei secondo il trito schema per cui la donna è l’immagine e l’uomo il depositario dell’immaginario. La sua vicenda, nelle sue parole, non avrebbe nulla di sovrannaturale, ma sarebbe “solo” la storia di una suffragetta fuggita dalle costrizioni vittoriane e divenuta una delle prime laureate in medicina in Gran Bretagna – cosa che per gli uomini è già “fantastica” abbastanza, commenta risentita. Ma non è tutto qui, perché Gray, riprendendo la parola nel finale, lascia al lettore il dubbio se Victoria (ovvero Bella) non abbia in realtà un motivo per voler nascondere le proprie origini miracolose, a meno che lo stesso scetticismo di Gray non confermi ciò che Victoria ha detto sugli uomini, e così ad infinitum.

L’eroina del romanzo diventa un’attivista politica che, tramite le sue idee di sanità pubblica, per quanto estreme, tenta di realizzare un’utopia emancipatrice; nel film, invece, perde ingenuamente tutti i soldi dell’amante pensando di destinarli agli indigenti. Il punto sta che nel romanzo, a differenza del film, Bella non si fa soltanto consapevole di sofferenze e povertà, ma risale alle loro cause economiche e politiche. Anche la rimozione di Glasgow come ambientazione, così importante nel libro per stabilire il discorso su un tono estremamente caustico verso l’imperialismo inglese, è funzionale all’appiattimento delle rivendicazioni politiche del romanzo sulla fiaba sessuale tutto sommato rassicurante che è il film, senza accenno alle denunce anticoloniali e anticapitaliste che costituiscono le pur didascaliche tesi del romanzo. 

Oltretutto, per dipingere Bella come una Candide, vengono semplificati non solo l’intreccio e il suo personaggio, ma – ovviamente – tutti gli uomini che le stanno intorno. Nel suo creatore non c’è più l’ombra del Pigmalione satiresco immaginato da Gray e, allo stesso modo, il suo promesso sposo è solo un “alleato della causa” mansueto e comprensivo, non il fosco lettore dei romanzi che si perde in fantasie e neppure il plebeo di belle speranze, che anche una volta ottenuto il prestigio non riesce a celare il risentimento antiborghese. Nel film, l’amante libertino rapisce Bella per gelosia, portandola sulla nave da crociera per allontanarla da altri uomini, mentre nel romanzo è lei a trascinare lui in crociera per salvarlo dal tavolo da gioco, come sarà lei, più tardi, a donargli generosamente i suoi soldi perché ritorni a casa (nel film lui glieli strappa dalle mani). Per non parlare di Blessington (Christopher Abbott), scialba caricatura del nobile malvagio degna di un deteriore romanzetto d’appendice che ha poco a che vedere con il personaggio corrispondente nel romanzo. Si dirà: legittime libertà creative per il libero adattamento di una storia, e questo è indubbio. Ma sono operazioni che tradiscono una volontà precisa di eliminare clamorosamente complicazioni e ambiguità per fare una favola banale e manichea. 

In molti, sia anche per la vicinanza temporale, hanno evocato Barbie parlando di Poor Things: ebbene, in Barbie, per quanto scriverlo sia paradossale, c’è molta più complessità. Se in quest’ultimo molto si fonda sulla dialettica tra il mondo reale e un mondo di finzione e le loro compenetrazioni, in Poor Things (film) il world-building massimalista è tale da farne un universo a sé, orgogliosamente altro dal nostro. Scegliendo il registro del meraviglioso a scapito di quello del fantastico (inteso come rottura del paradigma di realtà che provoca dubbio e inquietudine, come nel romanzo) e riempiendo il mondo di Bella di animali chimerici, macchine mirabolanti e un cielo dai colori iridescenti e ultraterreni, Lanthimos apre allo stupore, non al mistero, che è ben altro.

La metafora presa alla lettera in Poor Things è quella – piuttosto problematica di per sé, sia detto per inciso – del change of mind, il cambio di mente ossia di mentalità compiuto da Bella per emanciparsi, cosa che avviene tramite lo scambio di cervelli e che, nel romanzo, la donna che si firma Victoria mette in ridicolo nella sua lettera. Anche l’idea che basti fare tabula rasa della cultura e della società per poter godere il sesso – come se esistesse un sesso assoluto al di fuori della comprensione culturale – sembra ingenua, o quantomeno in contraddizione con ciò che il regista aveva esplorato nei film precedenti. Bella, che ignora la vergogna e il senso di colpa, vive una sessualità infantile, libera e immediata, quasi l’infanzia fosse immacolata, priva di complicazioni o mŷthos. 

Certamente non lo era in Kynodontas, dove la sessualità rientrava nell’orizzonte extramorale dei giochi dei fratelli, adulti-bambini “idioti” a loro volta, al punto da non percepire l’inammissibilità dell’incesto: mancandogli, nel sesso, le nozioni di norma e tabù, sembravano però ignorare anche il desiderio. In Alps, il sesso faceva parte della recita, una scena tra le tante da ripetere, un’immagine mentale in cerca di simulacri sempre inadeguati. In Kinetta, il regista dava ordini meticolosi persino alle sue amanti, nel quadro di una squallida vita sessuale, come se cercasse di continuo di avvicinarsi, simulandola, a una scena madre di cui conosciamo solo imitazioni. E Steven Murphy si eccitava se sua moglie si fingeva una paziente in anestesia generale. In Poor Things è lampante la semplificazione estrema, anche su questo fronte, rispetto al percorso precedente. 

Si badi bene: non è un brutto film. La recitazione di Emma Stone, per esempio, è notevole. È però un film banale, riduzionistico, ipercinematografico in tutti i sensi, frutto di un’operazione industriale che, nella più ampia filmografia di Lanthimos, lascia perplessi. Si potrebbe essere tentati di ipotizzare un filone “essoterico”, adatto al grande pubblico, a cui fa da controcanto la linea “esoterica”: quella, per restare in tempi recenti, di Bleat (2022), cortometraggio, sempre con Emma Stone, ambientato sull’isola di Tino, nelle Cicladi, che riporta l’enfasi sul senso originario greco (e dionisiaco) della tragedia nel luttuoso “canto dei capri”. Per volontà del regista, è da vedersi solo con musica orchestrale di accompagnamento dal vivo: è quindi irriproducibile, non inquadrabile all’interno di logiche commerciali, decisamente per pochi.

Due tendenze che si devono leggere anche chiamando in causa gli sceneggiatori. I lavori esoterici (eccetto Kinetta) sono quelli scritti a quattro mani col connazionale Efthymis Filippou. Basta prendere un film da lui sceneggiato come Miserere (2018, diretto da Babis Makridis) per accorgersi di quanto fondamentale sia stato il suo apporto. Dall’altro lato, La favorita e Poor Things sono stati scritti non da Lanthimos ma da Tony McNamara (con Deborah Davis, nel primo). La favorita, dramma in costume su un triangolo di intrighi e gelosie alla corte della regina Anna di Gran Bretagna, segna l’ingresso nel mainstream e il passaggio dal perturbante al bizzarro, dal mito greco all’eccentricità britannica, dal metacinema alla cinematograficità estrema, dalla critica alla società dello spettacolo allo spettacolo visionario. Di nuovo, niente affatto un brutto film, ma un film irrimediabilmente altro rispetto alla linea qui descritta. Un prodotto industriale.

Di Lanthimos è già stato annunciato il prossimo film, Kinds of Kindness, sempre con Stone e Dafoe come interpreti principali, ma con il ritorno alla sceneggiatura del sodale Filippou. Se la recente consacrazione e l’acquisito successo internazionale vanificheranno la tendenza esoterica, o se invece Lanthimos saprà intrecciare e magari confondere e congiungere alchemicamente le due linee in un contrappunto degno del Bach che tanto ama e utilizza, come ci sarebbe da aspettarsi da un auteur che della trasgressione dei confini ha fatto il proprio tratto distintivo, è questione per ora rimandata al futuro.

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...Povere creature! ne aggiunge o consacra un'altra: la libertà. Una dimensione rischiosa, sempre sfuggente, perché, nella scienza come nell'esistenza, "è così finché non si trova un altro modo" e ancora e ancora. Una trasformazione antropologica e sociale è dunque possibile? Una reale libertà del femminile? O è solo una favola di fanta-scienza? Per rispondere, il regista greco lancia la sua Eva in un viaggio senza tempo (non è cambiato molto, nei secoli, in materia di relazioni uomo-donna), liberando contemporaneamente un'energia visiva esplosiva, che frulla suggestioni pittoriche e organiche, impressionismo ed espressionismo, esalta il racconto vittoriano dello scozzese Alisdair Grey alla base del film, la fantasia interpretativa della Stone e il lavoro immaginifico di scenografi e costumisti.

Più simile al Candido voltairiano che al mostro di Frankenstein, la creatura di Yorgos Lanthimos fa esperienza dell'abbondanza cromatica del mondo e della scarsità di empatia dei suoi abitanti, passando in rassegna un campionario maschile tragicomico (il buono, il geloso, il padre, il cinico, il crudele) che ha in comune la tendenza a volerla rinchiudere nel proprio universo, con la scusa di offrirle protezione. E si ride, con Povere creature!, della comicità più acuta: quella che non nasconde il suo lato oscuro.

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…Dunque niente di nuovo sul fronte occidentale, e ora, con Povere creature, siamo a Sofocle passando per il teatro dell’assurdo e Mary Shelley ma finendo a piè pari nel Grand Guignol.

Dispiace dirlo, ma il confronto a ritroso con La favorita, Il sacrificio del cervo sacro Alps e Kynodontas  è perdente, povere creature siamo noi spettatori che, per due ore e venti, ce lo sorbiamo in silenzio, non essendo possibile sfondare la tela del cinema e dire basta.

Con tutto il rispetto per chi lo ha apprezzato diciamo no.

Abbiamo fatto emergere questioni radicate nella cultura occidentale fin dalle sue origini.

Infatti, con la differenza che gli scienziati pazzi sono arrivati dopo, almeno dagli alchimisti, Cagliostro e compagnia, e di esperimenti chirurgici nei teatri anatomici ne abbiamo visti che basta e applicarci un tema come quello della liberazione della donna suona falso come una moneta falsa…

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…Che barba. Che noia!

Libera dai pregiudizi del suo tempo, ma prigioniera di altri stereotipi, Bella tenta goffamente di difendere un'inesistente emancipazione.

O millantata uguaglianza/ parità di genere.

Purtroppo l'emancipazione non passa attraverso un bordello parigino, dove una donna può scopare dalla mattina alla sera.

Forse la protagonista si sarebbe evoluta meglio alla Sorbonne, imparando le lingue o con un corso di fisica quantistica. 

Ma questo se mi trapianti il cervello di un feto, presumibilmente maschio, cioè grande 5 cm, forse non è contemplato dall'uomo che che lo fa! O forse lei impara le prerogative primarie di un uomo medio: calcio, calcio, calcio; al mattino sesso, sesso, sesso al pomeriggio.

Il film seppur visionario, spiazzante come è sempre Lanthimos, ricco di fotografia iridescente e luoghi iconici, in questo caso delude.

Purtroppo per noi e lui, l'emancipazione di una donna non coincide con lo sfruttamento del suo corpo!!! 

E ormai siamo anche stanchi di ribadirlo.

L'energia femminile, potente, creativa che dona la vita, ridotta al solo corpo, un mezzo, la priva degli intenti fenomenali per cui è progettata e concepita.

Ed è cosa, nel 2024, fuori moda, obsoleta e anti evoluzionista…

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Mi avvicino sempre con  circospezione e anche con un po' di timore ai film di Yorgos Lanthimos, al quale ho sempre riconosciuto la capacità di "osare" ma non sempre quella di fermarsi al momento giusto, ovvero un attimo prima di oltrepassare i limiti del buon gusto (cosa che in verità, almeno per il sottoscritto, è accaduta solo una volta con Il sacrificio del cervo sacro). Questa volta però c'è solo da applaudire, commuoversi e emozionarsi, specie se si ha avuto la fortuna di vedere Povere Creature! nel contesto della Mostra di Venezia, dove ha vinto il Leone d'oro a furor di popolo: presentato appena il terzo giorno del festival, quindi con ancora quasi tutta la rassegna davanti, è entrato fin da subito nel cuore di pubblico e critica tanto da pronosticarlo sicuro vincitore quasi "al buio".


Questo perchè Povere Creature! è una bellissima, rutilante, liberatoria favola dark per adulti, che attraverso la storia di Bella Baxter, giovane donna e novella Frankenstein, passata dalla morte alla rinascita grazie alla lucida follia di uno scienziato ripudiato dalla società (e che si fa chiamare "God", cioè Creatore), ci regala una pellicola sorprendentemente vitale, femminista e progressista. Sorprendente perchè, a dirla tutta, finora Lanthimos nel corso della sua carriera non ci era mai sembrato granchè disposto nei riguardi dell'altro sesso: nei suoi film la donna assumeva sempre (finora) le sembianze di puro oggetto carnale (come in Dogtooth, ma anche in The Lobster) oppure di spietata opportunista (come ne La Favorita). Invece in Povere Creature! il ruolo di Bella assurge a simbolo di emancipazione e liberazione (non solo sessuale ma anche patriarcale), quasi un'icona di autodeterminazione e risolutezza. E certo fa specie che nell'anno di Barbie e C'è ancora domani il film più femminista e inclusivo dell'anno lo abbia diretto un uomo, per giunta "insospettabile"...

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…Se in “Barbie” la regista ha reso esplicito il tema del patriarcato e della condizione della donna, nel film di Lanthimos si giunge a trattare gli stessi argomenti senza mai nominare la parola “patriarcato” avendone comunque la presenza, in varie forme, in diverse scene. Si tratta di uomini che Bella incontra e che, in qualche modo, cercano di ingabbiarla in convenzioni, tradizioni, persino come oggetto da custodire sotto chiave.

Bella si ribella a tutto ciò scoprendo e riscoprendo i veri affetti, le relazioni che aggiungono valore e utilità alla sua vita. Vita che, da povera di cose, diventa ricca di esperienze senza alcun limite come dovrebbe essere per ogni persona.

La regia di Lanthimos è ottima e fa uso di inquadrature particolari, grandangolari, stroboscopiche e distorte proprio come il regista ha abituato i suoi numerosi estimatori. La sceneggiatura è solida, con battute e dialoghi frizzanti. L’interpretazione di Emma Stone è sensazionale e offre tutti i livelli di crescita del personaggio. Anche il cast si comporta molto bene soprattutto l’ìstrionico Willem Dafoe.

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Pobres Criaturas es un derroche de fantasía y provocación. Su director, Yorgos Lanthimos, deja patente su enorme talento y su genialidad, desmontando los estereotipos de la mujer. Brillante el trabajo de Emma Stone, quien interpreta un complejo personaje, Bella Baxter, resultando totalmente magistral. Las escenas de sexo son tan naturales, e incluso ingenuas, que para nada escandalizan, más bien al contrario, divierten y enternecen.

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“Decepción” es la palabra que mejor define a una película correcta y no mucho más como Pobres Criaturas (Poor Things, 2023), la flamante propuesta del cineasta griego Yorgos Lanthimos, uno de los pocos directores originales, inconformistas y/ o con algo para decir del insistentemente mediocre Siglo XXI. El film, el cuarto en inglés del señor luego del drama de horror El Sacrificio del Ciervo Sagrado (The Killing of a Sacred Deer, 2017) y aquellas comedias Langosta (The Lobster, 2015) y La Favorita (The Favourite, 2018), la primera de impronta absurda y la segunda palaciega/ de época, un trío en verdad magistral, se ubica en una hipotética zona cualitativa intermedia entre por un lado las dos películas minimalistas con las que se hizo famoso en el ámbito cinematográfico internacional de los festivales, Canino (Kynodontas, 2009) y Alpes (Alpeis, 2011), díptico interesante que por cierto inauguró la mejor versión de su fetiche temático para con mundos claustrofóbicos ficticios en función de los cuales los protagonistas de turno pretenden salir o entrar, y por el otro lado las faenas iniciáticas también correspondientes a su período profesional griego, Mi Mejor Amigo (O Kalyteros mou Filos, 2001) y Kinetta (2005), obras fallidas y muy poco vistas -la primera de ellas codirigida por el también protagonista Lakis Lazopoulos- que asimismo plantaron las semillas de las otras obsesiones de siempre del cineasta, sobre todo el surrealismo, la experimentación formal, el sexo delirante, la traición, los problemas identitarios, el mimetismo, el enclave hogareño como sede de batallas y ese gustito por lo macabro o lúgubre retratado desde una perspectiva arty que jamás se decide del todo entre la frialdad quirúrgica y la calidez del sarcasmo o la sátira. Pobres Criaturas retoma todas estas premisas y recursos pero sin lograr articularlas como en el pasado en un relato en verdad glorioso y dejándolas flotar en un vacío que se vuelve bastante mecánico y que sólo llamará la atención del espectador conservador y muy poco formado del nuevo milenio, ese que se sorprende con cualquier mínima anomalía y cae en un éxtasis digno de un mocoso…

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