domenica 18 giugno 2023

IN MEMORIA DI FRANCESCO NUTI

un affettuoso ricordo di Francesco Nuti con le parole di Kris Kelvin


 Ci sono giorni nella vita in cui ti senti davvero un verme. Sono più o meno una quindicina d'anni che sto sui social, quasi altrettanti da quando ho aperto questo blog, e mi rendo conto solo ora di non aver MAI, dico MAI scritto mezza riga su Francesco Nuti. Sono incazzato nero, perchè solo ora mi rendo conto di essere uguale a tutti quelli che, guarda caso, da una quindicina d'anni a questa parte si sono completamente dimenticati di Nuti e lo hanno fatto deliberatamente, quasi fosse un personaggio di cui bisognasse solo avere pietà, una pietà ipocrita, compassionevole, finta, verso un uomo (prima che un artista) che è stato ripudiato da tutti (dal cosiddetto "sistema") quasi fosse un criminale, uno di cui avere vergogna. E invece adesso sono io che mi vergogno di questo ostracismo ingiusto verso una persona la cui unica colpa era quella di essere allo stesso tempo geniale, ambiziosa, consapevole del suo estro ma anche clamorosamente fragile e instabile. Fin troppo, purtroppo. 

  

Francesco Nuti era quasi coetaneo di Roberto Benigni e, ironia della sorte, erano praticamente vicini di casa: Nuti è cresciuto a Narnali, Benigni a Vergaio. Due frazioni di Prato distanti in linea d'aria non più di un paio di chilometri. E Nuti e Benigni hanno rappresentato negli anni '80 e '90, con la loro orgogliosa toscanità, due dei talenti più puri e cristallini dello spettacolo italiano. Ma se Roberto aveva una comicità ruspante, caustica, sfrontata, irriverente, Francesco era malinconico, romantico, dolente, sognatore... era facile innamorarsi di lui, e infatti era sempre circondato da donne bellissime, che lo adoravano prima come uomo che come artista. Almeno fino a quel maledetto 1994, l'inizio della fine, ovvero l'anno in cui uscì OcchioPinocchio, il suo film più megalomane e sfortunato e che decretò la sua morte artistica. E tutto quello che sarebbe accaduto dopo.

 

Da allora infatti solo dolore, insuccessi, sofferenza atroce e tanta jella. Abbandonato, dimenticato da tutti e sfigato fino all'ultimo giorno. Gli è toccato andarsene lo stesso giorno che è morto Silvio Berlusconi, così da essere rimosso dagli onori delle cronache perfino nel giorno della sua dipartita.

  

Eppure era un grande, Francesco. I suoi primi film da attore (Madonna che silenzio c'è stasera, Io, Chiara e lo Scuro, Son contento) denotavano già un talento cristallino, stralunato, fatto di poesia e minimalismo, una recitazione delicata e surreale che lo facevano risaltare in un'epoca già clamorosamente prodigiosa per la commedia all'italiana (non c'era solo Benigni, ma anche Verdone e Troisi, giusto per fare due nomi, e tutti più o meno coetanei). Ma solo dopo essere passato (anche) dietro la macchina da presa Nuti costruirà i suoi capolavori: Tutta colpa del Paradiso, Stregati, Caruso Pascoski, Willy Signori... autentiche pietre miliari della comicità, che gli regalarono una notorietà clamorosa, forse eccessiva per un carattere timido e malinconico come il suo. Fino, appunto, al tragico spartiacque di OcchioPinocchio: Nuti lo girò in America, contro il volere del produttore Mario Cecchi Gori, facendo lievitare i costi di produzione fino alla cifra folle per i tempi di quasi 30 miliardi di lire. Ne incassò appena 5, fu stroncato da pubblico e critica e finì per diventare uno dei più grandi flop della storia del cinema italiano.

 

Nuti non si riprese più. Il divorzio (burrascoso) con Cecchi Gori fu inevitabile. Il "sistema" gli si rovesciò contro: divenne un reietto, fu ghettizzato, emarginato dai salotti che contano. Girò altri tre film (Il Signor Quindicipalle, Io amo Andrea, Caruso zero in condotta), che però non erano nemmeno paragonabili a quelli dei tempi d'oro. Cominciò a bere e a dissipare soldi e talento (anche - si dice - a causa di una forte delusione amorosa) fino all'incidente del 2006: una caduta dalle scale, da solo, ubriaco fradicio, e i conseguenti danni neurologici che lo hanno accompagnato fino alla morte, a soli 68 anni.

Oggi di Francesco Nuti rimangono solo i ricordi e qualche sbiadito filmato su YouTube. Le tv non trasmettono mai i suoi film. Le piattaforme, vergognosamente, lo ignorano (Netflix non ha alcuna sua opera in catalogo, su Prime si trova solo A ovest di Paperino). Per questo mi pareva doveroso rendergli un tardivo, insufficiente, pavido omaggio, per ricordare un uomo sfortunato e bellissimo, geniale e schivo, che ha scritto la storia del cinema comico italiano (e non solo) e che merita un ricordo. Anche su un piccolissimo, insignificante blog di cinema come questo.

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In memoria - Giuseppe Ungaretti


Locvizza il 30 settembre 1916


Si chiamava
Moammed Sceab
Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome
Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè
E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono
L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.
Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera
E forse io solo
so ancora
che visse.

sabato 17 giugno 2023

Climax – Gaspar Noé

una festa di balli, in una palestra, per giovani ballerine/i, che sembrano affiatati e che si divertano molto.

col passare delle ore il film film assume i caratteri dell'orrore, qualcuno ha messo lsd nella sangria e iniziano altre danze, quelle della violenza e dell'incubo.

senza sconti per nessuno e senza pietà, neanche per un bambino.

un film estremo, ma merita comunque.

buona (danzante) visione - Ismaele

 

 

…Climax è un’opera provocatoria, angosciante e straordinariamente intensa, che conferma il talento sregolato e spudorato di Gaspar Noé. Il cineasta argentino mette il suo campionario di piani sequenza, voyeurismo e raggelanti primissimi piani al servizio di un racconto imperscrutabile e morboso, che ci lascia annichiliti e privi di punti di riferimento, fagocitati da ciò che abbiamo appena visto ma saziati da un cinema che riesce ancora a osare e a toccare le nostre più intime insicurezze.

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…Gaspar Noé non è, come molti sostengono, un artista sensazionale e superficiale (e basterebbe il dolore incompreso e profondissimo di Love a dimostrarlo): il suo studio dell’uomo è allo stesso tempo estetico, antropologico, poetico. E così è il suo studio del cinema: Climax, nel suo apparente giovanilismo, nell’oltraggio che fa ai codici della visione ribaltando il mondo in un anarchico upside down, nasce da un amore del musical classico; è impossibile infatti non riconoscere le tracce di Bob Fosse, ma persino di Busby Berkeley nel modo in cui i corpi diventano astrazione, movimento puro, arabeschi spaziali.

Partendo dal cinema, Noé trova la strada per l’inferno dell’esperienza umana: la droga, la violenza, il sesso come espedienti per uscire da se stessi, dall’atroce senso di finitezza della vita come incubo irrisolto. Il ballo è l’aspirazione a un’ altezza che non arriva mai: predomina l’impulso alla bassezza, il crudo bisogno di sopraffare l’altro. Nella musica che Noé usa (innestandola all’interno e non all’esterno dell’immagine), nel ballo che sublima l’orrore in bellezza vi è quell’amore cui l’essere umano tende con il proprio istinto malato; ma la violenza è l’approdo, sino al nulla della neve. Un film dal pensiero struggente e dal romanticismo ferito; un musical di morte, da uno dei più grandi uomini di cinema contemporanei.

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…In Climax, il fiume della vulnerabilità è immenso e quasi sempre sfocia nel mare della gratificazione artificiale. Ogni desiderio, ogni bisogno annega in questo mare, dal quale ne nasce una dipendenza fatale. Dipendenza e piacere sono uno stretto nodo della ricerca di estreme emozioni, estremamente brevi ma intensamente estreme per il corpo e la mente dell’individuo.

Nel caso dell’ultima opera di Gaspar Noé, la dipendenza ed il piacere sfociano sempre con maggiore frequenza, come un fiume in piena. Ci si chiede il perchè, e la risposta la troviamo in tutto ciò che è figlio del nostro tempo, in cui la vita dell’uomo è immersa nei fluttuanti piaceri materiali sine poesia.

Ergo la noia ed il mal di vivere tipici di Charles Baudelaire nei suoi scritti I Fiori del Male, arrivando ad oggi in Climax dove danzare sembra gioia, il raggiungimento dell’estasi con ballerini il cui talento cattura fino all’estremo del sogno, che invece si rivela un incubo.

È sempre la noia, ovvero lo “spleen” di Baudelaire che scorre e attraversa le cascate più disparate del piacere chimico, danzando o cantando. Il sublime paradiso “artificiale” dove danzare o non danzare in LSD dipende interamente da chi sei e dalla tua visione reale.

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…Otro mérito mayúsculo de Clímax, más allá de la experiencia visual/ sonora en su conjunto y su sustrato morboso fascinante non stop, es el haber conseguido retratar con gran detallismo y desenvoltura el sentir concreto de las raves y esa combinación incesante de house, trance y drum & bass que termina destruyendo los cuerpos de los que se animan a seguir los beats durante horas y horas. Noé retoma cual artesano del inconformismo radical diversos ítems del cine de los geniales Rainer Werner Fassbinder, Pier Paolo Pasolini, Kenneth Anger, Gerald Kargl, David Lynch y Luis Buñuel con el objetivo de pasar de discusiones sobre el comprensible “riesgo” del excremento en el sexo anal a una algarabía esplendorosamente sádica en el primer opus coral del realizador, uno que supera a Love (2015) mientras logra la proeza de aunar poderío retórico con un andamiaje técnico/ formal despampanante que remarca eso de que estamos frente a una epopeya alucinada que -como bien dijo el susodicho- arranca reproduciendo en pantalla una montaña rusa y luego ingresa en un tren fantasma profundamente nihilista, orientado desde el vamos a denunciar la estupidez esencial de hombres y mujeres y la hilarante facilidad con la que suelen caer en el canibalismo y los abusos de todo tipo apenas se asoma una presunta crisis en el horizonte…

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…Climax nos lleva a un casting en los años 90 donde un grupo de jóvenes bailarines son entrevistados para realizar una gira por los Estados Unidos. Todos les ponen ganas y una vez elegido el elenco se encierran en un viejo edificio para  realizar los ensayos Acabados estos empieza la gran fiesta donde todos ponen se ponen a bailar y  beber para celebrar el inicio de la gira, poco a poco los efectos del alcohol y las drogas van haciendo efecto y los componentes empiezan a sacar sus más instintos salvajes animales, lo que viene a continuación es una oda a la violencia y el sexo sin un motivo aparente. Todo lo que sucede en Climax no tiene justificación, Gaspar Noé se dedica a provocar al espectador sin dar una expresión lógica y consiguiendo lo que se propone,  indignar al público. Bien filmada,eso sí, y con unos planos secuencias antológicos la película sin embargo no llega a conectar con el espectador por su falta de guión y su falta de  coherencia en sus imágenes entrando en un bucle  de secuencias llenas de violencia, sexo y diálogos malsonantes, incluso soeces con  la única intención de molestar al espectador, a buena fé que lo consigue.
Climax seduce por imágenes y su ritmo haciéndote creer que estás dentro de la fiesta de una discoteca donde la locura y la incongruencia se ha apoderado de tu mente, otra cosa es que esa convivencia malsana entre los personajes consiga atraerte,todo lo contrario deseas que se acabe enseguida
Climax no es una película para todos los públicos eso está claro, ahora bien es difícil dejarse seducir por una historia donde nada tiene sentido y parece estar rodada solamente para provocar y un servidor no consigue entender el motivo de esto ni de lo  que está viendo. Otra cosa son los seguidores y fans de Gaspar Noe estos  seguramente disfrutaran mucho, los demás mejor abstenerse. Para los amantes de Noé empieza la fiesta.

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giovedì 15 giugno 2023

Athena - Romain Gavras

un film davvero coinvolgente, una tragedia greca (con coro sullo sfondo) a Parigi, una famiglia protagonista del film, quattro fratelli e una madre.

un bambino ammazzato scatena la rivolta, questo è il film, l'obiettivo è la rivolta.

un grande e bellissimo piano sequenza iniziale vi stregherà, e il film lo guarderai fino al termine, senza nessun rimpianto.

polizia contro i ragazzi della banlieu, come nel film L'odio di Mathieu Kassovitz.

buona (imperdibile) visione - Ismaele  


ps: due anni prima era uscito un (grande e imperdibile) film danese, Shorta, di Frederik Louis Hviid e Anders Ølholm, secondo me Romain Gavras non se l'è perso (e voi che aspettate?)


  

…I primi 12 minuti sono pazzeschi (alcuni passaggi sono talmente grandiosi che non riesco a vedere il trucco che, sicuramente, ci deve essere), con l'inquadratura che passa da Abdel a Karim (quasi sempre avremo un solo personaggio seguito - alla Aronofsky - ma passeremo continuamente da uno all'altro), e poi la distruzione della stazione di polizia, e poi l'ambulanza rubata sulla quale entriamo in corsa, e poi quella moto che impenna, e poi l'arrivo al quartiere e poi tutti sul tetto con la "macchina da presa" (dico in senso lato, essendo un drone o un trucco di post produzione) che finalmente si allontana dai corpi, dai tumulti, dai vicoli e si rifugia nel cielo (tra l'altro moltissimi dei piani sequenza termineranno così, con l'inquadratura che termina andando all'indietro ed allargando il campo).

Un incipit prodigioso, incredibile, da pelle d'oca…

…la vera perla di Athena sta in un altro aspetto che molti hanno trovato sbagliato, malfatto, quando addirittura assurdo e quasi ridicolo.

Ovvero il ritrovarsi davanti un'intera città in fiamme, in rivolta, vedere 2000 persone aggirarsi e poi a morire sono solo i 4 fratelli.

Ma è qui che Athena (anche il titolo lo dimostra, credo) vuole diventare simbolico, tragedia (greca).

In un caos infernale dove può morire chiunque alla fine muoiono solo i 4 fratelli, fratelli poi che hanno scelto parti avverse, destini diversi.

Come a dire che tutto questo odio, tutta questa violenza, tutta questa Apocalisse alla fine uccide senza distinzione chiunque, in qualsiasi parte si trovi e qualsiasi idea abbia.

E quei 4 fratelli diventano quindi simbolo della morte di tutti, di come l'odio porti alla distruzione di ogni cosa, di come non ci siano vincitori e vinti, ma solo vittime, ovunque.

Quei 4 fratelli siamo tutti noi, esseri umani (quindi fratelli) che possiamo ritrovarci di qua o di là della barricata ma che se poi, in mezzo alla guerra, ci accorgiamo che questa uccide tutti.

Una vera tragedia scespiriana, a pensarci.

E Abdel, il fratello "buono" che tutto voleva fermare è invece simbolo di chi dà la vita per gli altri ma poi, una volta capito che niente può essere fermato, che tutto è perduto, non ha ormai più speranza e, letteralmente, crolla (le sue scene di follia sono bellissime, non tanto per l'efferato omicidio del fratello ma specie per questa sua ormai completa dissociazione dalla realtà (non sente/capisce nemmeno che nel frattempo si è scoperto che la polizia non c'entra niente con la morte del fratellino).

Un film che quindi riesce a raccontare mille cose senza usare il plot (miracolo, davvero) ma solo basandosi su aspetti tecnici (i piani sequenza, i costumi) o simbolici (la morte dei 4 fratelli).

Siamo a livelli di cinema altissimi, poche volte battuti.
Tante cose restano addosso, come l'omicidio di Karim, come quello che compie Abdel dell'altro fratello, come le sequenza di nebbia e sordità del giovane poliziotto, come quel campo di fiori immacolato dove l'ex miliare, con le cuffiette, non sente nulla dell'apocalisse che ha intorno, come quell'ultimo carrello indietro che dal palazzo esce fuori, per mostrarci l'ultima terribile esplosione.

E in tutto questo, in un film che parla di morte, di caos, di controllo ormai non più possibile, di come anche un solo piccolo gesto potrebbe portare al collasso di un intero paese, un film frenetico, incredibile, teso e inarrestabile c'è solo una figura che sembra staccata da tutto, una figura tragica.

Una mamma.

Che chiama i propri figli, che non si rende conto di quello che sta succedendo e di quello che loro sono e rappresentano per gli altri.

Una mamma che quei figli li perderà tutti.

Ma non sono loro 4 a morire.

Siamo tutti noi

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Alla potenza del testo Athena sovrappone quella delle immagini per una pellicola di un cinema, in particolare francese, che ripercorre tante opere del medesimo stampo, ma che possiede una cattiveria e un ferire tutto moderno. Un’estetica che esalta l’indignazione dei personaggi innalzando la compiutezza di un’operazione piena di grazia rabbiosa e dolorante.

Un film che aggredisce, virulento e assennato. Un’impetuosità però mai piena solo di se stessa, bensì di una giustizia che forse tarderà ad arrivare, ma di cui la settima arte continuerà a parlare, ad accendere e narrare.

Athena guarda alla periferia francese contemporanea e ne riporta la rabbia e i conflitti sociali dell'attualità. Un'opera dalla regia estetica che non ha però paura di sporcarsi nel mezzo della lotta. Una storia di comunità e di famiglia, di fratelli e di scelte sbagliate.

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…Athena è una dichiarazione politica enorme, una totale denuncia nei confronti dei reali responsabili che si celano dietro all’emergere di certe dinamiche, gli sfruttatori del disagio pubblico, nonché gli aizzatori dell’odio che per portare avanti i propri interessi si cibano del dolore e del risentimento altrui. In quanto «moderna tragedia greca» (così l’hanno definita Romain Gavras e Ladj Ly), il destino dei personaggi di Athena è segnato da fili invisibili tracciati dai veri dominatori del caos, in un contesto dove l’amore familiare e qualsiasi idea di giustizia cessano di avere alcun significato, perché in realtà è tutto già scritto e determinato.

Tra sequenze d’azione over the top, cori impetuosi (un altro rimando alla cultura greca antica) e parallelismi con la realtà, Athena si afferma come lo specchio effettivo di una tragedia più ampia e reale, che risiede là fuori, al di là dei confini dello schermo, plasmandosi giorno dopo giorno e annidandosi tra le pieghe della quotidianità, nei discorsi di tutti i giorni, nelle battaglie (giuste o sbagliate che siano), nelle questioni politiche e non. Athena è il riflesso e il simbolo di una guerra che è già in corso, una guerra che riguarda tutti noi e che, prima ancora che sul campo, si combatte sul profilo delle idee.

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…Sul fronte narrativo è oltremodo furbo: non è nemmeno vagamente incendiario come vorrebbe far credere di essere. Non possiamo entrare nel dettaglio senza fare sostanziali anticipazioni, per cui ci limitiamo a dire che è peculiare che un film con questo background e questa tematica centrale si affanni così tanto per assolvere le forze dell’ordine. La scorciatoia inserita negli ultimissimi minuti dal film più che un colpo di scena sembra proprio una furbata per evitare di prendere una posizione che, alla luce degli avvenimenti di cronaca recenti, non si può nemmeno più definire forte, bensì coerente, realistica. Anche la composizione della famiglia del ragazzino morto e l’identità dei suoi fratelli ricalcano una serie di stereotipi poco plausibili per un film che in teoria mira ad essere un pugno nello stomaco e una denuncia sociale puntuale. Qualcuno ci è anche cascato, ma i film duri e puri son ben altri.

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…Romain Gavras ce lo mostra all’inizio, con lunghi ed elaborati piani sequenza. Il primo in particolare, di circa 12 minuti, è senza alcun dubbio tra i più incredibili che ci siano mai capitati di vedere sullo schermo: una sequenza talmente ricca e articolata da costringere a chiederci durante la visione, non una ma più volte, come fosse stata possibile realizzarla. Una sequenza che potremmo definire davvero “girata da Dio”, quasi nel senso letterale del termine, perché ci sono alcuni movimenti di macchina al suo interno che sembrano davvero impossibili. Inutile specificare che è proprio questa la sequenza, che si conclude con il titolo del film, quella che ha strappato un meritatissimo applauso a scena aperta ai critici veneziani durante la proiezione stampa.

Ma la strabiliante messa in scena di Gavras non si limita ai soli piani sequenza: in modo quasi miracoloso tutto il film riesce a tenere perfettamente in equilibrio il senso di tragedia (familiare ma non solo) e quello del racconto epico, costringendo lo spettatore a una tensione costante, fino ad arrivare a un paio di scene davvero forti da un punto di vista del coinvolgimento emotivo. E se è vero che da un punto di vista narrativo e tematico, come vedremo a breve, il film può certamente far discutere, da un punto di vista realizzativo c’è davvero la sensazione di trovarsi davanti a un miracolo. Merito di tutto il reparto tecnico che ha organizzato alcune riprese incredibilmente complesse (alcune con oltre 250 extra presenti) e ha sfruttato al meglio macchine da presa IMAX di nuovissima generazione, ma anche di tutto il cast che ha contribuito in modo eccelso a regalare al film quella naturalezza necessaria per raccontare una storia del genere…

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… Athena sarebbe stato un film d’azione fantastico se ambientato in una metropoli distopica, o su un altro pianeta. In quel caso, mettendo su un impianto allegorico con qualche riferimento alla realtà, ci saremmo goduti una sinfonia epica urbana immortalata in un videoclip gigante dal respiro epico magniloquente esaltato da una regia, un montaggio e una fotografia incredibili. Non è così, perché Athena si nutre avidamente della realtà e del contesto sociale delle banlieue parigine per raccontare una tragedia greca ambientandola nella contemporaneità, che dopo le premesse interessanti nel corso del film perde di senso, compattezza e incisività narrativa, finendo per specchiarsi nelle sue soluzioni tecniche davvero notevoli. Anche quando sembra abbandonarsi soltanto alla vertigine dell’azione fine a se stessa e alla rabbia cieca dei suoi protagonisti, il suo rapporto ambiguo con la realtà rientra prepotentemente in scena, lasciando più di un dubbio sulla costruzione narrativa e il senso del film. Nonostante tutto, anche solo per la bellezza e la spettacolarità di alcune sequenze d’azione, il lungometraggio di Gavras resta una visione consigliata.

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…Al di là degli elementi strutturali che vogliono omaggiare la forma tragica greca in generale, vi sono nella trama, nella caratterizzazione dei personaggi, chiari rimandi a una specifica tragedia, tra le più note anche al grande pubblico: l’Antigone sofoclea. A dare l’avvio alla ribellione è un corpo fraterno, oltraggiato non perché insepolto ma perché invendicato. Karim si può considerare equivalente di Antigone nella sua opposizione orgogliosa e combattiva a tale oltraggio, che lo porta all’autoannientamento. Come Antigone, egli è sordo alla voce di donna – qui non della sorella Ismene, come in Sofocle,  ma della madre, le cui continue telefonate accompagnano il muoversi concitato del giovane – che tenta di distoglierlo dal conflitto, così come alle istanze di pacificazione e razionalità che provengono dalla figura maschile e autorevole del fratello maggiore Abdel. La sua tragedia è quella di una vita sacrificata nel primo affacciarsi all’età adulta in nome dell’intransigenza.

 

Se Karim può essere visto come equivalente di Antigone, Abdel ricopre il ruolo assegnato nella tragedia antica a Creonte. Egli appare la prima volta – in divisa – pronunciando un discorso di uomo dello Stato, così come il Creonte sofocleo (vv. 162-210). Come Creonte, si confronta con un ‘coro’ di anziani concittadini (nel suo caso, i padri di famiglia di Athena, riuniti intorno all’imam locale), che in lui riconosce un leader. Simile a quello della controparte tragica appare il suo impegno perché le ragioni del sangue e della parentela non prevalgano sulla sua lealtà alla patria francese, sull’alto dovere del mantenimento dell’ordine (cfr. soprattutto i vv. 182-183, 187-190, 486-489, 658-665).  Ma come per il personaggio sofocleo, la solidità delle sue convinzioni si fa sordità alle ragioni dell’altro esattamente come l’intransigenza postadolescenziale ed eroica di Karim/Antigone.

 

Athena è in primo luogo la tragedia di Abdel, che dovrà abbandonare ogni certezza e invertire la rotta dell’integrazione. Il culmine del percorso si celebra nella scena della morte di Karim, che assomma qui al ruolo di Antigone quello di Emone. Armato di una molotov accesa e incalzato da Abdel ad arrendersi, egli guarda il fratello con quello che – per chi conosce il testo antico – pare reinterpretare lo sguardo «fisso e muto» (vv. 1230-1231, trad. Giovanni Raboni) che il giovane fidanzato di Antigone rivolgeva al padre Creonte; dal canto suo, Abdel ripete il gesto di Creonte, prendendo tra le braccia il corpo suicida del congiunto che non ha potuto salvare con un tardivo rinsavimento. Immediatamente dopo, un ulteriore lutto colpiva, nel testo di Sofocle, la famiglia di Creonte: il suicidio della moglie Euridice (vv. 1278 ss.). Anche in Athena la catena del sangue non si interrompe con Karim: la morte del più anziano dei fratelli, Mokthar, segue immediatamente la sua. Nel film, più forte è la responsabilità di Abdel, che uccide Mokthar con le proprie mani in preda alla furia; ma è opportuno ricordare che Creonte, nel testo di Sofocle, si definiva a più riprese assassino, pur involontario, tanto del figlio quanto della moglie (vv. 1263-1264, 1317-1320, 1340-1341; cfr. anche vv. 1312-1313). Diversamente da Creonte, Adel è davvero un assassino ed in più un suicida. Se nella tragedia di Sofocle Creonte invoca la morte (vv. 1307-1309, 1328-1332), ma non la ottiene (vv. 1336-1337), Abdel invece la sceglie e la causa, consegnandosi all’esplosione di un intero blocco di alloggi di Athena.

Nella vicenda di Karim e Abdel si possono riconoscere temi narrativi e rapporti tra i personaggi che in diversi momenti si avvicinano a quelli dell’Antigone di Sofocle e in generale al mito dei figli della stirpe di Edipo. La capacità del film di mantenere la promessa di rileggere in chiave contemporanea lo spirito della tragedia greca è stata da più critici messa in discussione, anche con un confronto sfavorevole con la più raffinata riscrittura della Medea euripidea proposta, nella stessa Mostra, da Saint-Omer di Alice Diop (vedi qui il post di Gherardo Ugolini). Athena, film sconsolato, violento, caotico, provocatorio, conquista o respinge, ma resta una interessante riscrittura attualizzante di alcuni temi della tragedia greca e anche della tragedia ‘classica’ francese, ossia di quel genere tragico che si concentra sulla rappresentazione delle forti passioni degli individui e dei luttuosi destini individuali e familiari e in cui il sottofondo politico e sociale passa in secondo piano rispetto alle figure degli ‘eroi’.

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mercoledì 14 giugno 2023

Le dossier noire – André Cayatte

la triste provincia francese in bianco e nero, un nuovo giovane magistrato, un omicidio che non è quello che sembra.

la polizia crede di sapere gia tutto, ma tutto non è abbastanza.

e i dettagli salvano o condannano.

una storia alla Simenon, per ambientazione e sviluppo.

non è un capolavoro, ma un bel film di sicuro.

buona (grigia) visione - Ismaele

 

 

 

Filmone degno delle cinque stelle, c'è poco da dire. Quando le atmosfere sono costruite così perfettamente, la cura dei dettagli è impeccabile, gli attori sono tutti all'altezza e la storia avvince e convince, solo una cosa può fare la differenza: la data. Questo è un prodotto che non ha dovuto attendere, maturare, copiare, capire. Ha fatto da sè, è sbocciato per un colpo di bravura ed ha lasciato un suo segno. E' una storia che mostra l'influenza delle maglie del potere, la forza dei singoli e della verità e lo fa attraverso i ritmi di un romanzo giallo perfetto, in cui non manca la vittima, il movente, l'assassino (seppur in un senso da gustare tutto nel finale) ed i colpi di scena. Belle le fasi degli interrogatori, vicine alla verità più di quanto non si immagini, ottima la costruzione della tensione e del sospetto. Degno di qualsiasi capolavoro della letteratura di genere, consigliatissimo e senza sbavature.

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…Sa dernière partie, nous l'avons vu, est particulièrement réussie et prenante même si elle nous fait perdre de vue une partie de l'intrigue initiale. Le casting remarquable rehausse également nettement la qualité d'ensemble du film. Danièle Delorme, Noël Roquevert, Bernard Blier Daniel Cauchy, Paul Frankeur ou Antoine Balpêtré sont tous excellents et composent des seconds rôles de très haute volée. Dommage que l'interprétation du rôle principal soit plus faible : nous aurions d'ailleurs été curieux de voir ce qu'aurait donné, à la place de Bory, le jeune Claude Rich qui fut en balance pour le rôle. Enfin, même amoindrie, la réflexion menée par Cayatte sur la justice et ses moyens reste intéressante.

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E' un film che parla del marcio nascosto nella provincia Francese degli anni '50, e non è l'unico. Ciò mi fa pensare che qualcosa di vero doveva esserci negli scenari dipinti da questi film. La vicenda è intricata e ben architettata; è composta da numerosi personaggi tutti in connessione tra loro (quanto ai loro misfatti). All'inizio, tuttavia, il film sembra scorrere un po' pigro, e sembra delinearsi la solita storia di speculazione edilizia. Presto però la trama prende pieghe più ampie e più complesse.
Sarebbe riduttivo dire che la pellicola stigmatizza il marcio della borghesia o dell'alta società, perché qui gli scheletri nell'armadio ce li hanno un po' tutti, dai ricchi ai poveracci. Del resto anche la realtà è così. Il giovane magistrato, uomo di coscienza, alza la grossa pietra e trova sotto serpentelli e scorpioni oltre ogni aspettativa, che si agitano e scappano da tutte le parti. Ad uscirne male non è solo la provincia francese, ma anche la polizia. I metodi usati nelle indagini, che spesso partono da preconcetti, portano a prendere granchi e cantonate. Poi c'è il problema della mancanza di fondi (...espressione molto attuale) e di mezzi, che causa nell'investigazione colossali errori. Nel finale sembra profilarsi una soluzione "ufficiale" del caso, che risparmi lo scandalo e la figuraccia. Per fortuna però il magistrato è un uomo integro, che preferisce l'umiliazione alla menzogna. Averne di più di uomini così.
E' un film ben condotto, senza toni sensazionalistici od ideologici, onesto nello smascherare il male nascosto, ma senza fastidiosi compiacimenti. I molti attori se la cavano tutti. Come molti film sulle cittadine francesi di quegli anni, è velato di tristezza. Bella la musica della sigla.
L'attore che interpreta l'addestratore di cani, se non ricordo male, interpretò un ruolo ne "Il corvo" di H. G. Clouzot, che ha più di un punto di contatto con questo film. L'attrice che fa la donna delle pulizie della farmacia sarebbe stata scelta da Bunuel in tutti i suoi film francesi, per piccole parti.

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martedì 13 giugno 2023

Giovane e bella – François Ozon

il film racconta le avventure di una ragazzina che comincia le avventure amorose a pagamento, e ci prende gusto, ma non per il sesso, né per i soldi, ma sopratutto per la trasgressione e la curiosità.

il regista racconta una storia complicata senza mai solleticare chi guarda con le storie di sesso, con uno sguardo insieme partecipato e indagatore, sembra che anche lui voglia capire qualcosa di Isabelle, dati, cause e pretesti.

un film che merita senza nessun dubbio.

buona (inquietante) visione - Ismaele

 

 

 

QUI si può vedere il film completo, in italiano

 

 

 

…Il film non vuole essere la fotografia di una perversione, ma dipingere il ritratto di un’età estrema in cui c’è un tale bisogno di conoscersi da arrivare persino al punto di sdoppiarsi per osservarsi dal di fuori, di farsi del male per sentirsi, c’è bisogno di perdersi per ritrovarsi, occorre allontanarsi da sé, trovare la giusta distanza per mettersi a fuoco e scoprire la propria immagine. La storia di Isabella rappresenta la complessità della ricerca identitaria in un mondo dove l’autorità genitoriale si è indebolita, le intimità familiari sono poco fruibili perché sono vissute più razionalmente che con profondità emotiva, col risultato che i figli rimangono soli e cercano vicinanze alternative o sostitutive.

Sulle pagine dei quotidiani si riportano sempre più spesso episodi di giovani appartenenti a famiglie borghesi che si prostituiscono senza un apparente valido motivo, il film ci mette a contatto col dolore segreto e impensabile che l’adolescente può patire nel suo percorso di crescita, dolore irriconoscibile ed inimmaginabile dagli adulti di riferimento, in particolare dai genitori. Nella vita di Isabella il rapporto fallimentare tra i suoi genitori probabilmente ha causato un senso di vuoto, di disorientamento, di sfiducia, ha aperto angoscianti interrogativi sull’amore. Meglio non fidarsi troppo, non abbandonarsi alle emozioni che possono essere fonti di sofferenza insopportabile.

Ozon nel raccontarci la storia di Isabella ci permette di avvicinarci a piccoli passi, con rispetto e delicatezza, alle turbolenze del mondo adolescenziale, si percepisce in lui una passione per questa età che ritrae con una competenza emotiva che lascia intravvedere una sua identificazione profonda e partecipata. Ne fa un dipinto che affascina e turba allo stesso tempo, sono tratti che non vogliono saturare di significato, ma permettono di sognare l’adolescenza senza violare il mistero ineffabile di cui è intessuta.

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Questo film ha qualcosa in comune con quello di Kechiche, la vita di Adele. Entrambi hanno un inizio simile (un'adolescente che consuma senza convinzione il suo primo rapporto) e una scena a metà film (un ballo liberatorio). Entrambi discutono di testi letterari a scuola. Ed entrambi condividono inoltre l'onestà intellettuale da parte dei registi nel mostrare le diverse esperienze di vita delle protagoniste, molto distanti fra loro. Ma mentre il film di Kechiche mi ha coinvolto abbastanza poco e a distanza di tempo confermo tutte le mie riserve nonostante l'indubbia bravura del regista, questo l'ho trovato ben più interessante. Intanto per la recitazione volutamente algida della protagonista, bravissima, che bene rende i turbamenti dell'adolescenza, le sue ribellioni e l'incapacità di capire cosa stia cambiando dentro, e poi per la tematica assolutamente attuale e ben preoccupante, se si pensa alle storie recentissime di prostituzione minorile riportate nelle cronache di questi stessi giorni. Un personaggio vivo e intelligente quello di Isabelle, e quindi non classificabile facilmente per la strada scelta, aprendo così immediatamente una serie di domande allo spettatore. Interessante il rapporto madre figlia, interessante che ogni personaggio non abbia mai un contorno netto (la madre che ha il suo segreto, il patrigno che sembra quasi accettare le provocazioni di una cresciuta Isabelle, Isabelle stessa, cresciuta troppo in fretta da una parte ma in fondo ancora in parte innocente). Ogni personaggio mostra sé stesso e il suo doppio. Interessante le problematiche che un uso non sufficientemente controllato di internet da parte dei genitori può far scaturire: credo si possa anche scorgere una riflessione su quanto una generazione sia realmente rimasta indietro sottovalutando sia le potenzialità positive che quelle negative di questo magnifico strumento. Tutto ciò rende vitale e coinvolgente il film, nutrito in molti punti anche da una non indifferente ironia che non guasta mai, senza contare che una scena finale recitata da una magnifica Charlotte Rampling restituisce un tocco di umanità profonda e toccante a tutta la storia. Bel film senza riserva alcuna.

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…Ozon la lascia raramente. La sua cinepresa è quasi sempre incollata su di lei, forse ad avvalorare la frase del patrigno che la madre legge come «essendo lei così bella è destino che faccia la prostituta».

È rilevante la possibile intesa fra la madre e l’amico di colore? Isabelle sembra usarla come alibi e pezza giustificativa. Forse pensa che una relazione possa fondarsi solo sull’ipocrisia e, allora, tanto vale fingere completamente e quindi di nascosto e farsi pagare per inscenare questa finzione?

Isabelle non parla con nessuno del suo segreto. Escogita una sorta di vendetta, ha solo paura? L’unica volta che andrà alla festa della sua classe lo farà per che cosa? Per spingere la compagna nella sua direzione? O per proteggerla? Per toglierle un’illusione e dissacrare l’aura di magia? Per sbugiardare l’amore?

Lo smarrimento della madre è sincero? Fino a quando lascia indagare la sua paura? Quando si viene a sapere tutto, prima assale Isabelle, poi si ritrae, contrae la sua paura, o meglio ha paura della propria paura e chiede scusa alla figlia e qui c’è tornato alla mente un passo formalmente e psicologicamente simile visto in Caché (Haneke, 2005).

La paura della donna nasce dalla sua figura di madre che si chiede come ha fatto a non capire, come e dove ha sbagliato o il suo è un vuoto più totale, più cosmico?

È sufficiente ed è corretto fare un’analisi sociale, politica, economica del film? Andare sul versante “crisi del capitalismo”, “disfacimento della borghesia” è percorrere il cammino ortodosso? Ce ne sono altri? Si deve guardare alla morte di ogni senso religioso?

Forse tutte queste cose insieme o nessuna di esse. Ozon non spiega, ma non si ritrae. Semplicemente non si può spiegare ciò che non si capisce. Se è vero che Isabelle non parla quasi mai, quando lo fa non ha bisogno di mentire e questo perché non le vengono poste le domande pertinenti, le questioni cruciali a cui forse nemmeno lei saprebbe dare delle risposte. L’unica vera menzogna è quella sulla sua età. Denuncia 20 anni agli uomini che le fanno domande. Ma forse lo fa solo per metterli alla prova, per vedere fino a quando sono disposti a barare con se stessi.

Domande su domande, ma nessuna risposta decisiva. Non ci resta che il finale del film. Come analizzarlo? La persona che Isabelle attende nella hall dell’albergo è una doppia agnizione e un altro mistero. È una donna e possiamo aver già pensato ad una svolta saffica dell’esperienza sentimentale della ragazza: le cose potranno anche andare così e probabilmente quest’ipotesi lascia indifferente la protagonista. Si presenta a Isabelle e a noi con gli occhiali da sole e non la riconosciamo. Poi scopriamo che è Charlotte Rampling. Ma entrambe le donne sono in effetti prese da un teatro, dalla camera 6095. L’una vuole vedere dove il marito ha vissuto la realizzazione del suo ultimo desiderio («è bello morire mentre si fa l’amore»). L’altra sembra quasi colta da una forma di nostalgia…

Forse il film più duro e difficile di Ozon, ma anche quello riuscito meglio.

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"François Ozon sembra parta dal ripubblicato 'Bella di giorno' ma anche dalla cronaca: racconta la fenomenologia del sesso di una 17enne amorale borghese che si prostituisce a 300 euro in hotel di lusso e si trova fra le braccia un vecchio infartuato. Scandalo sociale, non morale, scandito in quattro stagioni, alla Rohmer tutto osservato con sincerità da un regista che si trova dentro una scomoda verità. Magnifica Marine Vacth." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 7 novembre 2013)


"Prodigiosamente prolifico per gli standard odierni, il francese quarantaseienne François Ozon è già al suo quindicesimo titolo: in media uno per ogni anno di attività da quando è regista. Ritmi d'altri tempi. Ma a parte questo in Ozon c'è anche da ammirare la fusione tra un certo eclettismo di generi e temperature, e una sostanziale continuità nell'indagare sulle sorprese che possono riservare le relazioni umane, sessuali e non solo. Anche se il sesso c'entra quasi sempre parecchio. Solo che i risultati non sono tutti di pari livello. Molto riuscito il penultimo 'Nella casa' (...), ma decisamente meno riuscito questo 'Giovane e bella' presentato in concorso all'ultimo Festival di Cannes. (...) Isabelle si prostituisce. Esce di casa in jeans e maglietta infilando in un borsone abiti seducenti rubati dall'armadio della mamma, si cambia in una toilette della metropolitana uscendone inequivocabilmente trasformata, e si reca agli appuntamenti in albergo con uomini che l'hanno contattata via Internet. Poi ritorna alla sua tenuta da ragazzina imbronciata, inventa qualche storia su quello che fa e non fa, e nasconde i soldi sotto la biancheria. Tutto senza fare una piega. (...) Laddove, si direbbe, si vuole arrivare a puntare il dito contro l'inconsistenza o l'inadeguatezza dei genitori cinquantenni - e i loro poco responsabili comportamenti e messaggi libertari? - colti del tutto di sorpresa e, soprattutto la mamma, del tutto inorriditi. Per accreditare la scelta di Isabelle come atto di ribellione al rovescio: la denuncia, attraverso una vita segreta così estrema, di una mancanza di guida e di autorità. Come se lei non fosse responsabile dei suoi atti. Il corso degli eventi, che segue una scansione stagionale (punteggiata dall'appropriata voce di Françoise Hardy), converge in una visione della protagonista e dell'adolescenza che rifiuta ogni sentimentalismo. E un mistero insondabile, che il regista ritiene sia stato e sia troppo idealizzato, con in sé qualcosa di ineluttabilmente brutale, di certo privo di ogni simpatia." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 7 novembre 2013)

"Dietro la scelta della bellissima Isabelle (Marina Vatch, una rivelazione) non c'è infatti un desiderio di trasgressione quanto una volontà estrema e disturbante di autoaffermazione. La costruzione di un'identità radicalmente diversa da quella prevista. Un gesto quasi banale, benché violento, oggi che bastano pochi clic per costruirsi o sognare una seconda vita. Queste però sono solo deduzioni. Attento da sempre al nodo che lega famiglia, sessualità e identità, Ozon non dà infatti spiegazioni ma fornisce due o tre indizi decisivi. Isabelle ha una madre affettuosa ma distratta, un padre lontano, un fratellino ficcanaso, e nessun assillo materiale. Allora perché quella scelta? Cosa cerca - e forse trova - in quella doppia vita, in quei clienti che non sempre la umiliano, in quella segreta indipendenza che getta luce accecante sugli adulti? Ozon non giudica, non condanna e non assolve, ma mette a fuoco l'essenziale. Non si tratta di quattrini e tanto meno di perversione, quanto di potere (e sapere). Se non può avere l'amore o almeno il piacere (la sua prima volta è stata un disastro), Isabelle vuole tutto il resto. Sarà la vedova dell'unico cliente per cui provava qualcosa (toccante apparizione di Charlotte Rampling) a dischiudere, a lei e a noi, il senso profondo della sua parabola. Senza moralismi ma con la forza poetica dell'invenzione. Altro che scandalo: 'Giovane e bella' è un film profondamente morale." (Fabio Ferzetti, "Il Messaggero", 7 novembre 2013)

"Scandito sull'arco di quattro stagioni contrappuntate da altrettante canzoni di Françoise Hardy - assurta al successo nel lontano 1962 con il titolo simbolo del disagio adolescenziale 'Tous les garcons e le filles' - 'Giovane e bella' di François Ozon racconta il romanzo di formazione, non solo sessuale, di Isabelle (...). Pur mettendo alla prova lo spettatore - che introdotto nelle alcove dei lussuosi hotel in cui la minorenne intrattiene i suoi maturi clienti rischia di sentirsi, pur incolpevolmente, sollecitato a un ruolo di voyeur - Ozon dimostra una straordinaria finezza di approccio. E in una sospensione di giudizio che non si traduce mai in indifferenza, registra questa storia di giovinezza rapita con sensibilità e limpidezza di stile. Quanto alla ventiduenne Marine Vacht, modella di Lagerfeld e Chloe, con la sua imperfetta bellezza, la sua scostante riservatezza e le sue inattese tenerezze, è una Isabelle tanto conturbante quanto imperscrutabile." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 7 novembre 2013)

"(...) 'Giovane e bella', diretto dal più ondivago ma ingiustamente sottovalutato dei registi francesi, François Ozon. La concorrenza era spietata all'ultimo festival di Cannes, eppure 'Jeune et jolie' (titolo originale) un premio l'avrebbe meritato, se non altro per la splendida protagonista Marine Yacht, una Laetitia Casta in magro ma con molto più peso scenico. Una Lolita illetterata, una forza carnale della natura, la sua Isabelle, di cui Ozon ci dice tutto in una inquadratura d'iniziazione: il suo primo ragazzo la sorprende sdraiata sulla spiaggia, con l'ombra della mano le accarezza il seno. Lei è luce, gli altri potranno continuare a toccarla, previo pagamento, ma rimarranno come quella mano: ombra. Satelliti. Isabelle non la tieni, sotto il parka (...) è una sex bomb, ai libri preferisce il letto, a due piazze: non è una nuova 'Bella di giorno', ma una bella di mezzogiorno, quando smonta dal liceo e monta in camera d'albergo. La clientela non le manca, e si capisce, ma Isabelle è pericolosa, la 'petite mort' che promette può ingigantirsi. Ma la vera vittima del suo libero arbitrio non è una persona, bensì una classe sociale, meglio, la condizione dell'essere borghese, in primis quella della sua famiglia BoBo (bourgeois bohémien), tutta segreti, bugie e qualche cannetta. Già, da smascherare non è la sua doppia identità, piuttosto la doppiezza dei suoi 'cari', e Ozon lo fa con chirurgica precisione, senza parole al vento né fragorosi colpi di scena: le madri sfarfalleggiano, i patrigni hanno le intenzioni, se non le mani, lunghe, l'unico a salvarsi è il fratellino, che osserva muto e curioso la sua soeur fatale. È quest'ultima la posizione etica di Ozon, il suo sguardo senza accenti gravi su una ragazza che troppo frettolosamente si taccerebbe di immoralità: invece no, Isabelle non è solo 'ars amandi', padroneggia l'arte rara di stare al mondo in armonia con se stessi, il proprio corpo, la propria testa. Il cuore? Chiedete troppo, lo stesso Ozon si astiene: (...) il regista non subisce la fascinazione del peccato, non mette su un peep show voyeuristico (il sesso c'è: esplicito, non pornografico) e la liberazione sessuale post-sessantottina non rifinisce sullo stendardo. 'Giovane e bella': così è se vi pare, le domande hanno la meglio sulle risposte. Almeno quelle riguardanti Isabelle, perché non finisce qui: senza l'aureola da Giovanna d'Arco delle marchette, nondimeno Isabelle è la sintesi di un teorema antiborghese scostante e ambiguo, sottile e disturbante, che s'insinua dentro e non se ne va. (...) Film attualmente impossibile dalle nostre parti per misura, sguardo e raziocinio, ricorda ai salotti più o meno buoni qualcosa di scomodo: per vendersi ancora bisogna non essersi venduti del tutto. Sappiamo dalle cronache, la madre di Lea non è l'unica a non averlo capito: meglio, a far finta di non averlo capito. Vogliamo fare lo stesso? Da vedere, subito." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 7 novembre 2013)

"Da circa vent'anni ritengo François Ozon una delle personalità più interessanti del cinema francese. Basterebbero a confermarlo film quali 'Sotto la sabbia' (2001), '8 donne e un mistero' (2002) e, l'anno scorso, 'Nella casa'. Oggi torna ad occuparsi di giovani, come nel 2000 con 'Gocce d'acqua su pietre roventi', e affronta un tema di cui si discute molto in Francia (...), quello delle adolescenti che si prostituiscono, alcune per necessità, molte altre per il bisogno spesso solo inconscio di osservare le proprie reazioni nei confronti del sesso. E', quest'ultimo, con ogni probabilità il caso di Isabelle, la protagonista di 'Giovane e bella' (...). Un cammino accidentato, percorso da Ozon senza addentrarsi nelle ragioni e nella psicologia della protagonista, per presentarci solo quello che fa e che gli altri, clienti, familiari, amiche, osservano in lei. Con il distacco quasi dell'entomologo che analizza al microscopio i movimenti di un insetto. Senza mai perdere, con questo, un sentimento di forte umanità che quasi si sublima nel finale quando la vedova del suo ultimo cliente vorrà conoscerla e andare con lei nella stanza d'albergo dove l'altro era morto. Con accenti delicati ma anche asciutti, immagini solide e ferme e, nonostante certi risvolti scabrosi, anche con pudore. Isabelle è la modella Marine Vacth, bella e espressiva. Fra i molti, nei panni della vedova ricordo con grande stima, Charlotte Rampling che non nasconde lealmente la sua età. Ricordo anche la bella voce e le belle canzoni di Françoise Hardy. Sul filo della nostalgia." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo - Roma', 7 novembre 2013)

"(...) un film di François Ozon, regista mai banale, capace di giravolte narrative e stilistiche che rendono la sua filmografia una delle più sorprendenti in circolazione. 'Giovane e bella' parla di un'adolescente parigina che si prostituisce via internet. Durante Cannes, passò lo stesso giorno di 'The Bling Ring' di Sofia Coppola, altro film su ragazzine dalla vita pericolosa. In più Ozon pensò bene, forse astutamente forse no, di rilasciare una dichiarazione che gli procurò qualche anatema: in un'intervista disse, più o meno, che l'idea di prostituirsi è una fantasia comune a molte donne. Apriti cielo! La frase era infelice, ma all'improvviso sembrò che Ozon avesse sputato sulla Marianna e su tutte le mamme di Francia. 'Giovane e bella' è disturbante perché descrive il fenomeno della prostituzione giovanile senza dare giudizi. (...) Film quasi documentaristico: l'assenza di pistolotti sentenziosi è un pregio, il gelo emotivo forse è un difetto. Ma il monito ai genitori arriva diretto, per vie inaspettate: non bastano né il benessere né le buone intenzioni, dormite preoccupati anche quando tutto sembra andar bene. Marine Vatch, la protagonista, è bravissima" (Alberto Crespi, 'L'Unità', 7 novembre 2013)

"Non convince 'Giovane e bella' di François Ozon su una diciassettenne borghese che senza alcun apparente motivo comincia prostituirsi prediligendo uomini maturi. L'attualità ci regala purtroppo episodi analoghi, ma il regista, deciso a non esprimere giudizi, racconta con troppa freddezza e distacco il malessere morale e la maleducazione sentimentale dei giovani di oggi." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 7 novembre 2013)

"Piacerà alla crescente schiera degli ammiratori del francese François Ozon, un regista (spesso) di pessime intenzioni e (quasi sempre) di ottimi risultati. Qui in partenza sembra voler scimmiottare il mitico 'Questa è la mia vita' di Jean-Luc Godard, ma il risultato è molto migliore. (Giorgio Carbone, 'Libero', 7 novembre 2013)

"Isabelle c'est moi! viene alla mente guardando la «giovane e bella» interpretata con grazia superba da Marina Vatch, protagonista del nuovo film di François Ozon. L' adolescente «bunuealiana» che si prostituisce dalle 5 alle 7, per poi tornare nella calda casa borghese, si accorda alla grazia ludica, e alla seduzione infantile che animano i film del regista francese. Nei quali i personaggi femminili sono al centro (da '8 donne' a 'Sotto la sabbia', forse anche per questo è un raffinato scopritore di nuovi talenti), sempre amatissimi pure quando sfumati in chiaroscuri di ambiguità. Non è lo psicologismo che interessa Ozon, e tantomeno le spiegazioni sociologiche, ciò che fa vibrare la sua macchina da presa è il rispetto dell'individualità di questi personaggi, e la loro libertà. Sta a noi spettatori capirli, cercare una risposta ai loro gesti, amarli oppure odiarli. Lui, appunto, li ama. (...) non si può essere seri a diciassette anni ci dicono i versi Rimbaud e le canzoni di Françoise Hardy che accompagnano questo (quasi) romanzo di formazione. In cui come il precedente 'Dans la maison' ('Nella casa'), il regista esplora la materia sfuggente dell'adolescenza. E insieme del suo controcanto, la cosiddetta «età adulta», visto che in Ozon le due dimensioni sono intimamente intrecciate. La scelta di Isabelle rimarrà senza spiegazioni, Ozon almeno non ne dà, ed è la cosa più «scandalosa» e disturbante che si possa fare. Sarà colpa della separazione dei genitori? Sarà perché quella prima volta è andata male? Chissà. «Isabelle si prostituisce come potrebbe drogarsi, o bere, o soffrire di anoressia, l'adolescenza è un momento di frizione» ha dichiarato Ozon al festival di Cannes dove il film era in concorso. Lui però, conducendoci nella sua intimità, non ne svela l'enigma. È la bellezza, e la scommessa, del film." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 7 novembre 2013)

"(...) quadro di una società che ha perso ogni coordinata morale, dove tutti finiscono per accettare ogni cosa perché gli adulti «non devono colpevolizzarsi» e i giovani sono già sulla stessa strada. Solo la vedova dell'ultimo cliente (una Rampling visibilmente ingrigita) sembra interessata a scoprire la verità ma, appunto, è una vecchia, di un'altra generazione. Oggi nessuno sembra volersi fare domande, sia nel Messico della violenza quotidiana sia nella Parigi della propria compiaciuta abbondanza. Né nella vita reale né tantomeno al cinema." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 17 maggio 2013)

"Jeune & Jolie" (giovane e bella). Segnarsi il nome. E la lucente fotogenia: 17 anni come liceale Isabelle nel film, 23 come mannequin parigina nella vita, un briciolo di provocazione in un'onda d'innocenza. Lattuada e Rohmer l'avrebbero contesa. Scomparsi i grandi vecchi, ci pensa François Ozon, che deve essere partito dal brivido caldo di un fotogramma di Marine per scriverle intorno un sillabario dell'adolescenza schiava e fragile, un filmetto curato, sensibile, pieno di sesso, pulito, in una prima giornata di concorso segnata dalle ambizioni sbagliate di un'età disorientata e presuntuosa, sedotta dal denaro in ogni angolo del mondo (...).In quattro stagioni intense e quattro belle canzoni di Françoise Hardy, Isabelle cade e risorge, bruciando ogni tappa dell'esperienza sessuale. (...) C'è materia per un libro-film di Moccia, invece dimostra come un trattamento, passando da intelligenza e sensibilità, diventa cinema coinvolgente, a partire dal tocco della cinepresa sul volto, i gesti, i tempi della protagonista. ". (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 17 maggio 2013)

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