un affettuoso ricordo di Francesco Nuti con le parole di Kris Kelvin
Ci sono giorni nella vita in cui ti senti davvero un
verme. Sono più o meno una quindicina d'anni che sto sui social, quasi
altrettanti da quando ho aperto questo blog, e mi rendo conto solo ora di non
aver MAI, dico MAI scritto mezza riga su Francesco Nuti. Sono
incazzato nero, perchè solo ora mi rendo conto di essere uguale a tutti quelli
che, guarda caso, da una quindicina d'anni a questa parte si sono completamente
dimenticati di Nuti e lo hanno fatto deliberatamente, quasi
fosse un personaggio di cui bisognasse solo avere pietà, una pietà ipocrita,
compassionevole, finta, verso un uomo (prima che un artista) che è stato
ripudiato da tutti (dal cosiddetto "sistema") quasi fosse un
criminale, uno di cui avere vergogna. E invece adesso sono io che mi vergogno
di questo ostracismo ingiusto verso una persona la cui unica colpa era quella
di essere allo stesso tempo geniale, ambiziosa, consapevole del suo estro ma
anche clamorosamente fragile e instabile. Fin troppo, purtroppo.
Francesco Nuti era quasi coetaneo
di Roberto Benigni e, ironia della sorte, erano praticamente
vicini di casa: Nuti è cresciuto a Narnali, Benigni a
Vergaio. Due frazioni di Prato distanti in linea d'aria non
più di un paio di chilometri. E Nuti e Benigni hanno
rappresentato negli anni '80 e '90, con la loro orgogliosa toscanità, due dei
talenti più puri e cristallini dello spettacolo italiano. Ma se Roberto aveva
una comicità ruspante, caustica, sfrontata, irriverente, Francesco era
malinconico, romantico, dolente, sognatore... era facile innamorarsi di lui, e
infatti era sempre circondato da donne bellissime, che lo adoravano prima come
uomo che come artista. Almeno fino a quel maledetto 1994, l'inizio della fine,
ovvero l'anno in cui uscì OcchioPinocchio, il suo film più megalomane
e sfortunato e che decretò la sua morte artistica. E tutto quello che sarebbe
accaduto dopo.
Da allora infatti solo dolore, insuccessi, sofferenza
atroce e tanta jella. Abbandonato, dimenticato da tutti e sfigato fino
all'ultimo giorno. Gli è toccato andarsene lo stesso giorno che è morto Silvio
Berlusconi, così da essere rimosso dagli onori delle cronache perfino
nel giorno della sua dipartita.
Eppure era un grande, Francesco. I suoi
primi film da attore (Madonna che silenzio c'è stasera, Io, Chiara e lo
Scuro, Son contento) denotavano già un talento cristallino, stralunato,
fatto di poesia e minimalismo, una recitazione delicata e surreale che lo
facevano risaltare in un'epoca già clamorosamente prodigiosa per la commedia
all'italiana (non c'era solo Benigni, ma anche Verdone e Troisi,
giusto per fare due nomi, e tutti più o meno coetanei). Ma solo dopo essere
passato (anche) dietro la macchina da presa Nuti costruirà i
suoi capolavori: Tutta colpa del Paradiso, Stregati, Caruso Pascoski,
Willy Signori... autentiche pietre miliari della comicità, che gli
regalarono una notorietà clamorosa, forse eccessiva per un carattere timido e
malinconico come il suo. Fino, appunto, al tragico spartiacque
di OcchioPinocchio: Nuti lo girò in America, contro il
volere del produttore Mario Cecchi Gori, facendo lievitare i
costi di produzione fino alla cifra folle per i tempi di quasi 30 miliardi di
lire. Ne incassò appena 5, fu stroncato da pubblico e critica e finì per
diventare uno dei più grandi flop della storia del cinema
italiano.
Nuti non si riprese più. Il divorzio (burrascoso) con
Cecchi Gori fu inevitabile. Il "sistema" gli si rovesciò contro:
divenne un reietto, fu ghettizzato, emarginato dai salotti che contano. Girò
altri tre film (Il Signor Quindicipalle, Io amo Andrea, Caruso zero in
condotta), che però non erano nemmeno paragonabili a quelli dei tempi
d'oro. Cominciò a bere e a dissipare soldi e talento (anche - si dice - a causa
di una forte delusione amorosa) fino all'incidente del 2006: una caduta dalle
scale, da solo, ubriaco fradicio, e i conseguenti danni neurologici che lo
hanno accompagnato fino alla morte, a soli 68 anni.
Oggi di Francesco Nuti rimangono solo
i ricordi e qualche sbiadito filmato su YouTube. Le tv non trasmettono mai i
suoi film. Le piattaforme, vergognosamente, lo ignorano (Netflix non
ha alcuna sua opera in catalogo, su Prime si trova solo A
ovest di Paperino). Per questo mi pareva doveroso rendergli un tardivo,
insufficiente, pavido omaggio, per ricordare un uomo sfortunato e bellissimo,
geniale e schivo, che ha scritto la storia del cinema comico italiano (e non
solo) e che merita un ricordo. Anche su un piccolissimo, insignificante blog di
cinema come questo.
una festa di balli, in una palestra, per giovani ballerine/i, che sembrano affiatati e che si divertano molto.
col passare delle ore il film film assume i caratteri dell'orrore, qualcuno ha messo lsd nella sangria e iniziano altre danze, quelle della violenza e dell'incubo.
senza sconti per nessuno e senza pietà, neanche per un bambino.
un film estremo, ma merita comunque.
buona (danzante) visione - Ismaele
…Climax è un’opera provocatoria, angosciante e
straordinariamente intensa, che conferma il talento sregolato e spudorato
di Gaspar Noé. Il cineasta argentino mette il suo
campionario di piani sequenza, voyeurismo e raggelanti primissimi piani al
servizio di un racconto imperscrutabile e morboso, che ci lascia annichiliti e
privi di punti di riferimento, fagocitati da ciò che abbiamo appena visto ma
saziati da un cinema che riesce ancora a osare e a toccare le nostre più intime
insicurezze.
…Gaspar Noé non è, come molti sostengono, un artista sensazionale e
superficiale (e basterebbe il dolore incompreso e profondissimo di Love a dimostrarlo): il suo studio dell’uomo
è allo stesso tempo estetico, antropologico, poetico. E così è il suo studio
del cinema: Climax, nel suo apparente
giovanilismo, nell’oltraggio che fa ai codici della visione ribaltando il mondo
in un anarchico upside down, nasce da un amore
del musical classico; è impossibile infatti non
riconoscere le tracce di Bob Fosse, ma persino di Busby Berkeley nel modo in
cui i corpi diventano astrazione, movimento puro, arabeschi spaziali.
Partendo dal cinema, Noé trova la strada per l’inferno
dell’esperienza umana: la droga, la violenza, il sesso come espedienti per
uscire da se stessi, dall’atroce senso di finitezza della vita come incubo
irrisolto. Il ballo è l’aspirazione a un’ altezza che non
arriva mai: predomina l’impulso alla bassezza, il crudo bisogno di sopraffare
l’altro. Nella musica che Noé usa (innestandola all’interno e non all’esterno
dell’immagine), nel ballo che sublima l’orrore in bellezza vi è quell’amore cui
l’essere umano tende con il proprio istinto malato; ma la violenza è l’approdo,
sino al nulla della neve. Un film dal pensiero struggente e dal romanticismo
ferito; un musical di morte, da uno dei
più grandi uomini di cinema contemporanei.
…In Climax,
il fiume della vulnerabilità è immenso e quasi sempre sfocia nel mare della
gratificazione artificiale. Ogni desiderio, ogni bisogno annega in questo mare,
dal quale ne nasce una dipendenza fatale. Dipendenza e piacere sono uno stretto
nodo della ricerca di estreme emozioni, estremamente brevi ma intensamente
estreme per il corpo e la mente dell’individuo.
Nel caso
dell’ultima opera di Gaspar Noé, la dipendenza ed il piacere
sfociano sempre con maggiore frequenza, come un fiume in piena. Ci si chiede il
perchè, e la risposta la troviamo in tutto ciò che è figlio del nostro tempo,
in cui la vita dell’uomo è immersa nei fluttuanti piaceri materiali sine
poesia.
Ergo la noia
ed il mal di vivere tipici di Charles Baudelaire nei suoi scritti I
Fiori del Male, arrivando ad oggi in Climax dove
danzare sembra gioia, il raggiungimento dell’estasi con ballerini il cui
talento cattura fino all’estremo del sogno, che invece si rivela un incubo.
È sempre la
noia, ovvero lo “spleen” di Baudelaire che scorre e attraversa le cascate più
disparate del piacere chimico, danzando o cantando. Il sublime paradiso
“artificiale” dove danzare o non danzare in LSD dipende interamente da chi sei
e dalla tua visione reale.
…Otro
mérito mayúsculo de Clímax, más allá de la experiencia visual/
sonora en su conjunto y su sustrato morboso fascinante non stop, es el haber
conseguido retratar con gran detallismo y desenvoltura el sentir concreto de
las raves y esa combinación incesante de house, trance y drum & bass que
termina destruyendo los cuerpos de los que se animan a seguir los beats durante
horas y horas. Noé retoma cual artesano del inconformismo radical diversos ítems
del cine de los geniales Rainer Werner Fassbinder, Pier Paolo Pasolini, Kenneth
Anger, Gerald Kargl, David Lynch y Luis Buñuel con el objetivo de pasar de
discusiones sobre el comprensible “riesgo” del excremento en el sexo anal a una
algarabía esplendorosamente sádica en el primer opus coral del realizador, uno
que supera a Love (2015) mientras logra la proeza de aunar
poderío retórico con un andamiaje técnico/ formal despampanante que remarca eso
de que estamos frente a una epopeya alucinada que -como bien dijo el susodicho-
arranca reproduciendo en pantalla una montaña rusa y luego ingresa en un tren
fantasma profundamente nihilista, orientado desde el vamos a denunciar la
estupidez esencial de hombres y mujeres y la hilarante facilidad con la que
suelen caer en el canibalismo y los abusos de todo tipo apenas se asoma una
presunta crisis en el horizonte…
…Climax
nos lleva a un casting en los años 90 donde un grupo de jóvenes bailarines son
entrevistados para realizar una gira por los Estados Unidos. Todos les ponen
ganas y una vez elegido el elenco se encierran en un viejo edificio para
realizar los ensayos Acabados estos empieza la gran fiesta donde todos ponen se
ponen a bailar y beber para celebrar el inicio de la gira, poco a poco
los efectos del alcohol y las drogas van haciendo efecto y los componentes
empiezan a sacar sus más instintos salvajes animales, lo que viene a
continuación es una oda a la violencia y el sexo sin un motivo aparente. Todo
lo que sucede en Climax no tiene justificación, Gaspar Noé se dedica a provocar
al espectador sin dar una expresión lógica y consiguiendo lo que se propone,
indignar al público. Bien filmada,eso sí, y con unos planos secuencias
antológicos la película sin embargo no llega a conectar con el espectador por
su falta de guión y su falta de coherencia en sus imágenes entrando en un
bucle de secuencias llenas de violencia, sexo y diálogos malsonantes, incluso soeces
con la única intención de molestar al espectador, a buena fé que lo
consigue.
Climax seduce por imágenes y su ritmo haciéndote creer que estás dentro de la
fiesta de una discoteca donde la locura y la incongruencia se ha apoderado de
tu mente, otra cosa es que esa convivencia malsana entre los personajes consiga
atraerte,todo lo contrario deseas que se acabe enseguida
Climax no es una película para todos los públicos eso está claro, ahora bien es
difícil dejarse seducir por una historia donde nada tiene sentido y parece
estar rodada solamente para provocar y un servidor no consigue entender el
motivo de esto ni de lo que está viendo. Otra cosa son los seguidores y
fans de Gaspar Noe estos seguramente disfrutaran mucho, los demás mejor
abstenerse. Para los amantes de Noé empieza la fiesta.
un film davvero coinvolgente, una tragedia greca (con coro sullo sfondo) a Parigi, una famiglia protagonista del film, quattro fratelli e una madre.
un bambino ammazzato scatena la rivolta, questo è il film, l'obiettivo è la rivolta.
un grande e bellissimo piano sequenza iniziale vi stregherà, e il film lo guarderai fino al termine, senza nessun rimpianto.
polizia contro i ragazzi della banlieu, come nel film L'odio di Mathieu Kassovitz.
buona (imperdibile) visione - Ismaele
ps: due anni prima era uscito un (grande e imperdibile) film danese, Shorta,diFrederik Louis Hviid e Anders Ølholm, secondo me Romain Gavras non se l'è perso(e voi che aspettate?)
…I
primi 12 minuti sono pazzeschi (alcuni passaggi sono talmente grandiosi che non
riesco a vedere il trucco che, sicuramente, ci deve essere), con l'inquadratura
che passa da Abdel a Karim (quasi sempre avremo un solo personaggio seguito -
alla Aronofsky - ma passeremo continuamente da uno all'altro), e poi la
distruzione della stazione di polizia, e poi l'ambulanza rubata sulla quale
entriamo in corsa, e poi quella moto che impenna, e poi l'arrivo al quartiere e
poi tutti sul tetto con la "macchina da presa" (dico in senso lato,
essendo un drone o un trucco di post produzione) che finalmente si allontana
dai corpi, dai tumulti, dai vicoli e si rifugia nel cielo (tra l'altro
moltissimi dei piani sequenza termineranno così, con l'inquadratura che termina
andando all'indietro ed allargando il campo).
Un incipit prodigioso,
incredibile, da pelle d'oca…
…la vera perla di
Athena sta in un altro aspetto che molti hanno trovato sbagliato, malfatto,
quando addirittura assurdo e quasi ridicolo.
Ovvero il ritrovarsi
davanti un'intera città in fiamme, in rivolta, vedere 2000 persone aggirarsi e
poi a morire sono solo i 4 fratelli.
Ma è qui che Athena
(anche il titolo lo dimostra, credo) vuole diventare simbolico, tragedia
(greca).
In un caos infernale
dove può morire chiunque alla fine muoiono solo i 4 fratelli, fratelli poi che
hanno scelto parti avverse, destini diversi.
Come a dire che tutto
questo odio, tutta questa violenza, tutta questa Apocalisse alla fine uccide
senza distinzione chiunque, in qualsiasi parte si trovi e qualsiasi idea abbia.
E quei 4 fratelli
diventano quindi simbolo della morte di tutti, di come l'odio porti alla
distruzione di ogni cosa, di come non ci siano vincitori e vinti, ma solo
vittime, ovunque.
Quei 4 fratelli siamo
tutti noi, esseri umani (quindi fratelli) che possiamo ritrovarci di qua o di
là della barricata ma che se poi, in mezzo alla guerra, ci accorgiamo che
questa uccide tutti.
Una vera tragedia
scespiriana, a pensarci.
E Abdel, il fratello
"buono" che tutto voleva fermare è invece simbolo di chi dà la vita
per gli altri ma poi, una volta capito che niente può essere fermato, che tutto
è perduto, non ha ormai più speranza e, letteralmente, crolla (le sue scene di
follia sono bellissime, non tanto per l'efferato omicidio del fratello ma
specie per questa sua ormai completa dissociazione dalla realtà (non
sente/capisce nemmeno che nel frattempo si è scoperto che la polizia non
c'entra niente con la morte del fratellino).
Un film che quindi
riesce a raccontare mille cose senza usare il plot (miracolo, davvero) ma solo
basandosi su aspetti tecnici (i piani sequenza, i costumi) o simbolici (la
morte dei 4 fratelli).
Siamo a livelli di
cinema altissimi, poche volte battuti.
Tante cose restano addosso, come l'omicidio di Karim, come quello che compie
Abdel dell'altro fratello, come le sequenza di nebbia e sordità del giovane
poliziotto, come quel campo di fiori immacolato dove l'ex miliare, con le
cuffiette, non sente nulla dell'apocalisse che ha intorno, come quell'ultimo
carrello indietro che dal palazzo esce fuori, per mostrarci l'ultima terribile
esplosione.
E in tutto questo, in
un film che parla di morte, di caos, di controllo ormai non più possibile, di
come anche un solo piccolo gesto potrebbe portare al collasso di un intero
paese, un film frenetico, incredibile, teso e inarrestabile c'è solo una figura
che sembra staccata da tutto, una figura tragica.
Una mamma.
Che chiama i propri
figli, che non si rende conto di quello che sta succedendo e di quello che loro
sono e rappresentano per gli altri.
Alla potenza del testo Athena sovrappone
quella delle immagini per una pellicola di un cinema, in particolare francese,
che ripercorre tante opere del medesimo stampo, ma che possiede una cattiveria
e un ferire tutto moderno. Un’estetica che esalta l’indignazione dei personaggi
innalzando la compiutezza di un’operazione piena di grazia rabbiosa e
dolorante.
Un film che aggredisce, virulento e
assennato. Un’impetuosità però mai piena solo di se stessa, bensì di una
giustizia che forse tarderà ad arrivare, ma di cui la settima arte continuerà a
parlare, ad accendere e narrare.
Athena guarda alla periferia francese contemporanea e ne riporta
la rabbia e i conflitti sociali dell'attualità. Un'opera dalla regia estetica
che non ha però paura di sporcarsi nel mezzo della lotta. Una storia di
comunità e di famiglia, di fratelli e di scelte sbagliate.
…Athena è una dichiarazione politica enorme, una totale denuncia
nei confronti dei reali responsabili che si celano dietro all’emergere di certe
dinamiche, gli sfruttatori del disagio pubblico, nonché gli aizzatori dell’odio
che per portare avanti i propri interessi si cibano del dolore e del
risentimento altrui. In quanto «moderna tragedia greca» (così l’hanno definita
Romain Gavras e Ladj Ly), il destino dei personaggi di Athena è segnato da fili invisibili tracciati dai
veri dominatori del caos, in un contesto dove l’amore familiare e qualsiasi
idea di giustizia cessano di avere alcun significato, perché in realtà è tutto
già scritto e determinato.
Tra sequenze d’azione over the top, cori impetuosi (un altro rimando alla
cultura greca antica) e parallelismi con la realtà, Athena si afferma come lo specchio effettivo di
una tragedia più ampia e reale, che risiede là fuori, al di là dei confini
dello schermo, plasmandosi giorno dopo giorno e annidandosi tra le pieghe della
quotidianità, nei discorsi di tutti i giorni, nelle battaglie (giuste o
sbagliate che siano), nelle questioni politiche e non. Athena è il riflesso e il simbolo di una guerra
che è già in corso, una guerra che riguarda tutti noi e che, prima ancora che
sul campo, si combatte sul profilo delle idee.
…Sul fronte narrativo è oltremodo furbo: non è nemmeno
vagamente incendiario come vorrebbe far credere di essere. Non possiamo entrare
nel dettaglio senza fare sostanziali anticipazioni, per cui ci limitiamo a dire
che è peculiare che un film con questo background e questa tematica centrale si
affanni così tanto per assolvere le forze dell’ordine. La scorciatoia inserita
negli ultimissimi minuti dal film più che un colpo di scena sembra proprio una
furbata per evitare di prendere una posizione che, alla luce degli avvenimenti
di cronaca recenti, non si può nemmeno più definire forte, bensì coerente,
realistica. Anche la composizione della famiglia del ragazzino morto e l’identità
dei suoi fratelli ricalcano una serie di stereotipi poco plausibili per un film
che in teoria mira ad essere un pugno nello stomaco e una denuncia sociale
puntuale. Qualcuno ci è anche cascato, ma i film duri e puri son ben altri.
…Romain Gavras ce lo mostra all’inizio, con lunghi ed elaborati piani
sequenza. Il primo in particolare, di circa 12 minuti, è senza alcun dubbio tra
i più incredibili che ci siano mai capitati di vedere sullo schermo: una
sequenza talmente ricca e articolata da costringere a chiederci durante la
visione, non una ma più volte, come fosse stata possibile realizzarla. Una
sequenza che potremmo definire davvero “girata da Dio”, quasi nel senso
letterale del termine, perché ci sono alcuni movimenti di macchina al suo interno
che sembrano davvero impossibili. Inutile specificare che è proprio questa la
sequenza, che si conclude con il titolo del film, quella che ha strappato un
meritatissimo applauso a scena aperta ai critici veneziani durante la
proiezione stampa.
Ma la strabiliante messa in scena di Gavras non si limita ai soli
piani sequenza: in modo quasi miracoloso tutto il film riesce a tenere
perfettamente in equilibrio il senso di tragedia (familiare ma non solo) e
quello del racconto epico, costringendo lo spettatore a una tensione costante,
fino ad arrivare a un paio di scene davvero forti da un punto di vista del
coinvolgimento emotivo. E se è vero che da un punto di vista narrativo e
tematico, come vedremo a breve, il film può certamente far discutere, da un
punto di vista realizzativo c’è davvero la sensazione di trovarsi davanti a un
miracolo. Merito di tutto il reparto tecnico che ha organizzato alcune riprese
incredibilmente complesse (alcune con oltre 250 extra presenti) e ha sfruttato
al meglio macchine da presa IMAX di nuovissima generazione, ma anche di tutto
il cast che ha contribuito in modo eccelso a regalare al film quella
naturalezza necessaria per raccontare una storia del genere…
… Athena sarebbe stato un film d’azione fantastico se
ambientato in una metropoli distopica, o su un altro pianeta. In quel caso,
mettendo su un impianto allegorico con qualche riferimento alla realtà, ci
saremmo goduti una sinfonia epica urbana immortalata in un videoclip gigante
dal respiro epico magniloquente esaltato da una regia, un montaggio e una
fotografia incredibili. Non è così, perché Athena si nutre avidamente della
realtà e del contesto sociale delle banlieue parigine per raccontare una
tragedia greca ambientandola nella contemporaneità, che dopo le premesse
interessanti nel corso del film perde di senso, compattezza e incisività
narrativa, finendo per specchiarsi nelle sue soluzioni tecniche davvero
notevoli. Anche quando sembra abbandonarsi soltanto alla vertigine dell’azione
fine a se stessa e alla rabbia cieca dei suoi protagonisti, il suo rapporto
ambiguo con la realtà rientra prepotentemente in scena, lasciando più di un
dubbio sulla costruzione narrativa e il senso del film. Nonostante tutto, anche
solo per la bellezza e la spettacolarità di alcune sequenze d’azione, il
lungometraggio di Gavras resta una visione consigliata.
…Al di là degli
elementi strutturali che vogliono omaggiare la forma tragica greca in generale,
vi sono nella trama, nella caratterizzazione dei personaggi, chiari rimandi a
una specifica tragedia, tra le più note anche al grande pubblico: l’Antigone sofoclea. A dare l’avvio alla ribellione
è un corpo fraterno, oltraggiato non perché insepolto ma perché invendicato.
Karim si può considerare equivalente di Antigone nella sua opposizione
orgogliosa e combattiva a tale oltraggio, che lo porta all’autoannientamento.
Come Antigone, egli è sordo alla voce di donna – qui non della sorella Ismene,
come in Sofocle, ma della madre, le cui continue telefonate accompagnano
il muoversi concitato del giovane – che tenta di distoglierlo dal conflitto,
così come alle istanze di pacificazione e razionalità che provengono dalla
figura maschile e autorevole del fratello maggiore Abdel. La sua tragedia è
quella di una vita sacrificata nel primo affacciarsi all’età adulta in nome
dell’intransigenza.
Se Karim può essere visto come equivalente di Antigone, Abdel
ricopre il ruolo assegnato nella tragedia antica a Creonte. Egli appare la
prima volta – in divisa – pronunciando un discorso di uomo dello Stato, così
come il Creonte sofocleo (vv. 162-210). Come Creonte, si confronta con un
‘coro’ di anziani concittadini (nel suo caso, i padri di famiglia di Athena,
riuniti intorno all’imam locale), che in lui
riconosce un leader. Simile a quello della
controparte tragica appare il suo impegno perché le ragioni del sangue e della
parentela non prevalgano sulla sua lealtà alla patria francese, sull’alto
dovere del mantenimento dell’ordine (cfr. soprattutto i vv. 182-183, 187-190,
486-489, 658-665). Ma come per il personaggio sofocleo, la solidità delle
sue convinzioni si fa sordità alle ragioni dell’altro esattamente come
l’intransigenza postadolescenziale ed eroica di Karim/Antigone.
Athena è in primo luogo la
tragedia di Abdel, che dovrà abbandonare ogni certezza e invertire la rotta
dell’integrazione. Il culmine del percorso si celebra nella scena della morte
di Karim, che assomma qui al ruolo di Antigone quello di Emone. Armato di una
molotov accesa e incalzato da Abdel ad arrendersi, egli guarda il fratello con
quello che – per chi conosce il testo antico – pare reinterpretare lo sguardo
«fisso e muto» (vv. 1230-1231, trad. Giovanni Raboni) che il giovane fidanzato
di Antigone rivolgeva al padre Creonte; dal canto suo, Abdel ripete il gesto di
Creonte, prendendo tra le braccia il corpo suicida del congiunto che non ha
potuto salvare con un tardivo rinsavimento. Immediatamente dopo, un ulteriore
lutto colpiva, nel testo di Sofocle, la famiglia di Creonte: il suicidio della
moglie Euridice (vv. 1278 ss.). Anche in Athena la
catena del sangue non si interrompe con Karim: la morte del più anziano dei
fratelli, Mokthar, segue immediatamente la sua. Nel film, più forte è la
responsabilità di Abdel, che uccide Mokthar con le proprie mani in preda alla
furia; ma è opportuno ricordare che Creonte, nel testo di Sofocle, si definiva
a più riprese assassino, pur involontario, tanto del figlio quanto della moglie
(vv. 1263-1264, 1317-1320, 1340-1341; cfr. anche vv. 1312-1313). Diversamente
da Creonte, Adel è davvero un assassino ed in più un suicida. Se nella tragedia
di Sofocle Creonte invoca la morte (vv. 1307-1309, 1328-1332), ma non la
ottiene (vv. 1336-1337), Abdel invece la sceglie e la causa, consegnandosi
all’esplosione di un intero blocco di alloggi di Athena.
Nella vicenda di Karim e Abdel si possono riconoscere temi
narrativi e rapporti tra i personaggi che in diversi momenti si avvicinano a
quelli dell’Antigone di Sofocle e in generale al mito dei
figli della stirpe di Edipo. La capacità del film di mantenere la promessa di
rileggere in chiave contemporanea lo spirito della tragedia greca è stata da
più critici messa in discussione, anche con un confronto sfavorevole con la più
raffinata riscrittura della Medea euripidea
proposta, nella stessa Mostra, da Saint-Omer di
Alice Diop (vedi qui il post di Gherardo Ugolini). Athena, film sconsolato, violento, caotico,
provocatorio, conquista o respinge, ma resta una interessante riscrittura
attualizzante di alcuni temi della tragedia greca e anche della tragedia
‘classica’ francese, ossia di quel genere tragico che si concentra sulla
rappresentazione delle forti passioni degli individui e dei luttuosi destini
individuali e familiari e in cui il sottofondo politico e sociale passa in
secondo piano rispetto alle figure degli ‘eroi’.
la triste provincia francese in bianco e nero, un nuovo giovane magistrato, un omicidio che non è quello che sembra.
la polizia crede di sapere gia tutto, ma tutto non è abbastanza.
e i dettagli salvano o condannano.
una storia alla Simenon, per ambientazione e sviluppo.
non è un capolavoro, ma un bel film di sicuro.
buona (grigia) visione - Ismaele
Filmone degno delle cinque stelle, c'è poco da
dire. Quando le atmosfere sono costruite così perfettamente, la cura dei
dettagli è impeccabile, gli attori sono tutti all'altezza e la storia avvince e
convince, solo una cosa può fare la differenza: la data. Questo è un prodotto
che non ha dovuto attendere, maturare, copiare, capire. Ha fatto da sè, è
sbocciato per un colpo di bravura ed ha lasciato un suo segno. E' una storia
che mostra l'influenza delle maglie del potere, la forza dei singoli e della
verità e lo fa attraverso i ritmi di un romanzo giallo perfetto, in cui non
manca la vittima, il movente, l'assassino (seppur in un senso da gustare tutto
nel finale) ed i colpi di scena. Belle le fasi degli interrogatori, vicine alla
verità più di quanto non si immagini, ottima la costruzione della tensione e
del sospetto. Degno di qualsiasi capolavoro della letteratura di genere,
consigliatissimo e senza sbavature.
…Sa dernière partie, nous l'avons vu, est
particulièrement réussie et prenante même si elle nous fait perdre de vue une
partie de l'intrigue initiale. Le casting remarquable rehausse également
nettement la qualité d'ensemble du film. Danièle
Delorme, Noël Roquevert, Bernard
Blier Daniel Cauchy, Paul
Frankeur ou Antoine
Balpêtré sont tous
excellents et composent des seconds rôles de très haute volée. Dommage que
l'interprétation du rôle principal soit plus faible : nous aurions d'ailleurs
été curieux de voir ce qu'aurait donné, à la place de Bory, le jeune Claude
Rich qui fut en balance pour le rôle. Enfin, même amoindrie, la réflexion menée
par Cayatte sur la justice et ses moyens reste intéressante.
E' un film che parla del marcio nascosto nella
provincia Francese degli anni '50, e non è l'unico. Ciò mi fa pensare che
qualcosa di vero doveva esserci negli scenari dipinti da questi film. La
vicenda è intricata e ben architettata; è composta da numerosi personaggi tutti
in connessione tra loro (quanto ai loro misfatti). All'inizio, tuttavia, il
film sembra scorrere un po' pigro, e sembra delinearsi la solita storia di
speculazione edilizia. Presto però la trama prende pieghe più ampie e più
complesse. Sarebbe riduttivo dire che la pellicola
stigmatizza il marcio della borghesia o dell'alta società, perché qui gli
scheletri nell'armadio ce li hanno un po' tutti, dai ricchi ai poveracci. Del
resto anche la realtà è così. Il giovane magistrato, uomo di coscienza, alza la
grossa pietra e trova sotto serpentelli e scorpioni oltre ogni aspettativa, che
si agitano e scappano da tutte le parti. Ad uscirne male non è solo la
provincia francese, ma anche la polizia. I metodi usati nelle indagini, che
spesso partono da preconcetti, portano a prendere granchi e cantonate. Poi c'è
il problema della mancanza di fondi (...espressione molto attuale) e di mezzi,
che causa nell'investigazione colossali errori. Nel finale sembra profilarsi
una soluzione "ufficiale" del caso, che risparmi lo scandalo e la
figuraccia. Per fortuna però il magistrato è un uomo integro, che preferisce
l'umiliazione alla menzogna. Averne di più di uomini così. E' un film ben condotto, senza toni
sensazionalistici od ideologici, onesto nello smascherare il male nascosto, ma
senza fastidiosi compiacimenti. I molti attori se la cavano tutti. Come molti
film sulle cittadine francesi di quegli anni, è velato di tristezza. Bella la
musica della sigla. L'attore che interpreta l'addestratore di cani,
se non ricordo male, interpretò un ruolo ne "Il corvo" di H. G.
Clouzot, che ha più di un punto di contatto con questo film. L'attrice che fa
la donna delle pulizie della farmacia sarebbe stata scelta da Bunuel in tutti i
suoi film francesi, per piccole parti.
il film racconta le avventure di una ragazzina che comincia le avventure amorose a pagamento, e ci prende gusto, ma non per il sesso, né per i soldi, ma sopratutto per la trasgressione e la curiosità.
il regista racconta una storia complicata senza mai solleticare chi guarda con le storie di sesso, con uno sguardo insieme partecipato e indagatore, sembra che anche lui voglia capire qualcosa di Isabelle, dati, cause e pretesti.
…Il film non vuole essere la fotografia di una
perversione, ma dipingere il ritratto di un’età estrema in cui c’è un tale
bisogno di conoscersi da arrivare persino al punto di sdoppiarsi per osservarsi
dal di fuori, di farsi del male per sentirsi, c’è bisogno di perdersi per
ritrovarsi, occorre allontanarsi da sé, trovare la giusta distanza per mettersi
a fuoco e scoprire la propria immagine. La storia di Isabella rappresenta la
complessità della ricerca identitaria in un mondo dove l’autorità genitoriale
si è indebolita, le intimità familiari sono poco fruibili perché sono vissute
più razionalmente che con profondità emotiva, col risultato che i figli
rimangono soli e cercano vicinanze alternative o sostitutive.
Sulle pagine dei quotidiani si riportano sempre più
spesso episodi di giovani appartenenti a famiglie borghesi che si
prostituiscono senza un apparente valido motivo, il film ci mette a contatto
col dolore segreto e impensabile che l’adolescente può patire nel suo percorso
di crescita, dolore irriconoscibile ed inimmaginabile dagli adulti di
riferimento, in particolare dai genitori. Nella vita di Isabella il rapporto
fallimentare tra i suoi genitori probabilmente ha causato un senso di vuoto, di
disorientamento, di sfiducia, ha aperto angoscianti interrogativi sull’amore.
Meglio non fidarsi troppo, non abbandonarsi alle emozioni che possono essere
fonti di sofferenza insopportabile.
Ozon nel raccontarci la storia di Isabella ci permette di
avvicinarci a piccoli passi, con rispetto e delicatezza, alle turbolenze del
mondo adolescenziale, si percepisce in lui una passione per questa età che
ritrae con una competenza emotiva che lascia intravvedere una sua
identificazione profonda e partecipata. Ne fa un dipinto che affascina e turba
allo stesso tempo, sono tratti che non vogliono saturare di significato, ma
permettono di sognare l’adolescenza senza violare il mistero ineffabile di cui
è intessuta.
Questo film ha qualcosa in comune con quello di Kechiche, la
vita di Adele. Entrambi hanno un inizio simile (un'adolescente che consuma
senza convinzione il suo primo rapporto) e una scena a metà film (un ballo
liberatorio). Entrambi discutono di testi letterari a scuola. Ed entrambi
condividono inoltre l'onestà intellettuale da parte dei registi nel mostrare le
diverse esperienze di vita delle protagoniste, molto distanti fra loro. Ma
mentre il film di Kechiche mi ha coinvolto abbastanza poco e a distanza di
tempo confermo tutte le mie riserve nonostante l'indubbia bravura del regista,
questo l'ho trovato ben più interessante. Intanto per la recitazione
volutamente algida della protagonista, bravissima, che bene rende i turbamenti
dell'adolescenza, le sue ribellioni e l'incapacità di capire cosa stia
cambiando dentro, e poi per la tematica assolutamente attuale e ben
preoccupante, se si pensa alle storie recentissime di prostituzione minorile
riportate nelle cronache di questi stessi giorni. Un personaggio vivo e
intelligente quello di Isabelle, e quindi non classificabile facilmente per la
strada scelta, aprendo così immediatamente una serie di domande allo
spettatore. Interessante il rapporto madre figlia, interessante che ogni
personaggio non abbia mai un contorno netto (la madre che ha il suo segreto, il
patrigno che sembra quasi accettare le provocazioni di una cresciuta Isabelle,
Isabelle stessa, cresciuta troppo in fretta da una parte ma in fondo ancora in
parte innocente). Ogni personaggio mostra sé stesso e il suo doppio.
Interessante le problematiche che un uso non sufficientemente controllato di
internet da parte dei genitori può far scaturire: credo si possa anche scorgere
una riflessione su quanto una generazione sia realmente rimasta indietro
sottovalutando sia le potenzialità positive che quelle negative di questo
magnifico strumento. Tutto ciò rende vitale e coinvolgente il film, nutrito in
molti punti anche da una non indifferente ironia che non guasta mai, senza
contare che una scena finale recitata da una magnifica Charlotte Rampling
restituisce un tocco di umanità profonda e toccante a tutta la storia. Bel film
senza riserva alcuna.
…Ozon la lascia raramente. La sua cinepresa è quasi sempre incollata
su di lei, forse ad avvalorare la frase del patrigno che la madre legge come
«essendo lei così bella è destino che faccia la prostituta».
È rilevante la possibile intesa fra la madre e l’amico di colore?
Isabelle sembra usarla come alibi e pezza giustificativa. Forse pensa che una
relazione possa fondarsi solo sull’ipocrisia e, allora, tanto vale fingere
completamente e quindi di nascosto e farsi pagare per inscenare questa
finzione?
Isabelle non parla con nessuno del suo segreto. Escogita una sorta di
vendetta, ha solo paura? L’unica volta che andrà alla festa della sua classe lo
farà per che cosa? Per spingere la compagna nella sua direzione? O per
proteggerla? Per toglierle un’illusione e dissacrare l’aura di magia? Per
sbugiardare l’amore?
Lo smarrimento della madre è sincero? Fino a quando lascia indagare
la sua paura? Quando si viene a sapere tutto, prima assale Isabelle, poi si
ritrae, contrae la sua paura, o meglio ha paura della propria paura e chiede
scusa alla figlia e qui c’è tornato alla mente un passo formalmente e
psicologicamente simile visto in Caché (Haneke,
2005).
La paura della donna nasce dalla sua figura di madre che si chiede
come ha fatto a non capire, come e dove ha sbagliato o il suo è un vuoto più
totale, più cosmico?
È sufficiente ed è corretto fare un’analisi sociale, politica,
economica del film? Andare sul versante “crisi del capitalismo”, “disfacimento
della borghesia” è percorrere il cammino ortodosso? Ce ne sono altri? Si deve
guardare alla morte di ogni senso religioso?
Forse tutte queste cose insieme o nessuna di esse. Ozon non spiega,
ma non si ritrae. Semplicemente non si può spiegare ciò che non si capisce. Se
è vero che Isabelle non parla quasi mai, quando lo fa non ha bisogno di mentire
e questo perché non le vengono poste le domande pertinenti, le questioni
cruciali a cui forse nemmeno lei saprebbe dare delle risposte. L’unica vera
menzogna è quella sulla sua età. Denuncia 20 anni agli uomini che le fanno
domande. Ma forse lo fa solo per metterli alla prova, per vedere fino a quando
sono disposti a barare con se stessi.
Domande su domande, ma nessuna risposta decisiva. Non ci resta che il
finale del film. Come analizzarlo? La persona che Isabelle attende nella hall dell’albergo è una doppia agnizione e un
altro mistero. È una donna e possiamo aver già pensato ad una svolta saffica
dell’esperienza sentimentale della ragazza: le cose potranno anche andare così
e probabilmente quest’ipotesi lascia indifferente la protagonista. Si presenta
a Isabelle e a noi con gli occhiali da sole e non la riconosciamo. Poi
scopriamo che è Charlotte Rampling. Ma entrambe le donne sono in effetti prese
da un teatro, dalla camera 6095. L’una vuole vedere dove il marito ha vissuto
la realizzazione del suo ultimo desiderio («è bello morire mentre si fa
l’amore»). L’altra sembra quasi colta da una forma di nostalgia…
Forse il film più duro e difficile di Ozon, ma anche quello riuscito
meglio.
"François Ozon sembra
parta dal ripubblicato 'Bella di giorno' ma anche dalla cronaca: racconta la
fenomenologia del sesso di una 17enne amorale borghese che si prostituisce a
300 euro in hotel di lusso e si trova fra le braccia un vecchio infartuato.
Scandalo sociale, non morale, scandito in quattro stagioni, alla Rohmer tutto
osservato con sincerità da un regista che si trova dentro una scomoda verità.
Magnifica Marine Vacth." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 7
novembre 2013)
"Prodigiosamente prolifico per gli standard
odierni, il francese quarantaseienne François Ozon è già al suo quindicesimo
titolo: in media uno per ogni anno di attività da quando è regista. Ritmi
d'altri tempi. Ma a parte questo in Ozon c'è anche da ammirare la fusione tra
un certo eclettismo di generi e temperature, e una sostanziale continuità nell'indagare
sulle sorprese che possono riservare le relazioni umane, sessuali e non solo.
Anche se il sesso c'entra quasi sempre parecchio. Solo che i risultati non sono
tutti di pari livello. Molto riuscito il penultimo 'Nella casa' (...), ma
decisamente meno riuscito questo 'Giovane e bella' presentato in concorso
all'ultimo Festival di Cannes. (...) Isabelle si prostituisce. Esce di casa in
jeans e maglietta infilando in un borsone abiti seducenti rubati dall'armadio
della mamma, si cambia in una toilette della metropolitana uscendone
inequivocabilmente trasformata, e si reca agli appuntamenti in albergo con
uomini che l'hanno contattata via Internet. Poi ritorna alla sua tenuta da
ragazzina imbronciata, inventa qualche storia su quello che fa e non fa, e nasconde
i soldi sotto la biancheria. Tutto senza fare una piega. (...) Laddove, si
direbbe, si vuole arrivare a puntare il dito contro l'inconsistenza o
l'inadeguatezza dei genitori cinquantenni - e i loro poco responsabili
comportamenti e messaggi libertari? - colti del tutto di sorpresa e,
soprattutto la mamma, del tutto inorriditi. Per accreditare la scelta di
Isabelle come atto di ribellione al rovescio: la denuncia, attraverso una vita
segreta così estrema, di una mancanza di guida e di autorità. Come se lei non
fosse responsabile dei suoi atti. Il corso degli eventi, che segue una
scansione stagionale (punteggiata dall'appropriata voce di Françoise Hardy),
converge in una visione della protagonista e dell'adolescenza che rifiuta ogni
sentimentalismo. E un mistero insondabile, che il regista ritiene sia stato e
sia troppo idealizzato, con in sé qualcosa di ineluttabilmente brutale, di
certo privo di ogni simpatia." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 7
novembre 2013)
"Dietro la scelta della bellissima Isabelle
(Marina Vatch, una rivelazione) non c'è infatti un desiderio di trasgressione
quanto una volontà estrema e disturbante di autoaffermazione. La costruzione di
un'identità radicalmente diversa da quella prevista. Un gesto quasi banale,
benché violento, oggi che bastano pochi clic per costruirsi o sognare una
seconda vita. Queste però sono solo deduzioni. Attento da sempre al nodo che
lega famiglia, sessualità e identità, Ozon non dà infatti spiegazioni ma
fornisce due o tre indizi decisivi. Isabelle ha una madre affettuosa ma
distratta, un padre lontano, un fratellino ficcanaso, e nessun assillo
materiale. Allora perché quella scelta? Cosa cerca - e forse trova - in quella
doppia vita, in quei clienti che non sempre la umiliano, in quella segreta indipendenza
che getta luce accecante sugli adulti? Ozon non giudica, non condanna e non
assolve, ma mette a fuoco l'essenziale. Non si tratta di quattrini e tanto meno
di perversione, quanto di potere (e sapere). Se non può avere l'amore o almeno
il piacere (la sua prima volta è stata un disastro), Isabelle vuole tutto il
resto. Sarà la vedova dell'unico cliente per cui provava qualcosa (toccante
apparizione di Charlotte Rampling) a dischiudere, a lei e a noi, il senso
profondo della sua parabola. Senza moralismi ma con la forza poetica
dell'invenzione. Altro che scandalo: 'Giovane e bella' è un film profondamente
morale." (Fabio Ferzetti, "Il Messaggero", 7 novembre 2013)
"Scandito sull'arco di quattro stagioni
contrappuntate da altrettante canzoni di Françoise Hardy - assurta al successo
nel lontano 1962 con il titolo simbolo del disagio adolescenziale 'Tous les
garcons e le filles' - 'Giovane e bella' di François Ozon racconta il romanzo
di formazione, non solo sessuale, di Isabelle (...). Pur mettendo alla prova lo
spettatore - che introdotto nelle alcove dei lussuosi hotel in cui la minorenne
intrattiene i suoi maturi clienti rischia di sentirsi, pur incolpevolmente,
sollecitato a un ruolo di voyeur - Ozon dimostra una straordinaria finezza di
approccio. E in una sospensione di giudizio che non si traduce mai in
indifferenza, registra questa storia di giovinezza rapita con sensibilità e
limpidezza di stile. Quanto alla ventiduenne Marine Vacht, modella di Lagerfeld
e Chloe, con la sua imperfetta bellezza, la sua scostante riservatezza e le sue
inattese tenerezze, è una Isabelle tanto conturbante quanto
imperscrutabile." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 7 novembre
2013)
"(...) 'Giovane e bella', diretto dal più
ondivago ma ingiustamente sottovalutato dei registi francesi, François Ozon. La
concorrenza era spietata all'ultimo festival di Cannes, eppure 'Jeune et jolie'
(titolo originale) un premio l'avrebbe meritato, se non altro per la splendida
protagonista Marine Yacht, una Laetitia Casta in magro ma con molto più peso
scenico. Una Lolita illetterata, una forza carnale della natura, la sua
Isabelle, di cui Ozon ci dice tutto in una inquadratura d'iniziazione: il suo
primo ragazzo la sorprende sdraiata sulla spiaggia, con l'ombra della mano le
accarezza il seno. Lei è luce, gli altri potranno continuare a toccarla, previo
pagamento, ma rimarranno come quella mano: ombra. Satelliti. Isabelle non la
tieni, sotto il parka (...) è una sex bomb, ai libri preferisce il letto, a due
piazze: non è una nuova 'Bella di giorno', ma una bella di mezzogiorno, quando
smonta dal liceo e monta in camera d'albergo. La clientela non le manca, e si
capisce, ma Isabelle è pericolosa, la 'petite mort' che promette può
ingigantirsi. Ma la vera vittima del suo libero arbitrio non è una persona,
bensì una classe sociale, meglio, la condizione dell'essere borghese, in primis
quella della sua famiglia BoBo (bourgeois bohémien), tutta segreti, bugie e
qualche cannetta. Già, da smascherare non è la sua doppia identità, piuttosto la
doppiezza dei suoi 'cari', e Ozon lo fa con chirurgica precisione, senza parole
al vento né fragorosi colpi di scena: le madri sfarfalleggiano, i patrigni
hanno le intenzioni, se non le mani, lunghe, l'unico a salvarsi è il
fratellino, che osserva muto e curioso la sua soeur fatale. È quest'ultima la
posizione etica di Ozon, il suo sguardo senza accenti gravi su una ragazza che
troppo frettolosamente si taccerebbe di immoralità: invece no, Isabelle non è
solo 'ars amandi', padroneggia l'arte rara di stare al mondo in armonia con se
stessi, il proprio corpo, la propria testa. Il cuore? Chiedete troppo, lo
stesso Ozon si astiene: (...) il regista non subisce la fascinazione del
peccato, non mette su un peep show voyeuristico (il sesso c'è: esplicito, non pornografico)
e la liberazione sessuale post-sessantottina non rifinisce sullo stendardo.
'Giovane e bella': così è se vi pare, le domande hanno la meglio sulle
risposte. Almeno quelle riguardanti Isabelle, perché non finisce qui: senza
l'aureola da Giovanna d'Arco delle marchette, nondimeno Isabelle è la sintesi
di un teorema antiborghese scostante e ambiguo, sottile e disturbante, che
s'insinua dentro e non se ne va. (...) Film attualmente impossibile dalle
nostre parti per misura, sguardo e raziocinio, ricorda ai salotti più o meno
buoni qualcosa di scomodo: per vendersi ancora bisogna non essersi venduti del
tutto. Sappiamo dalle cronache, la madre di Lea non è l'unica a non averlo
capito: meglio, a far finta di non averlo capito. Vogliamo fare lo stesso? Da
vedere, subito." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 7 novembre
2013)
"Da circa vent'anni ritengo François Ozon
una delle personalità più interessanti del cinema francese. Basterebbero a
confermarlo film quali 'Sotto la sabbia' (2001), '8 donne e un mistero' (2002)
e, l'anno scorso, 'Nella casa'. Oggi torna ad occuparsi di giovani, come nel
2000 con 'Gocce d'acqua su pietre roventi', e affronta un tema di cui si
discute molto in Francia (...), quello delle adolescenti che si prostituiscono,
alcune per necessità, molte altre per il bisogno spesso solo inconscio di
osservare le proprie reazioni nei confronti del sesso. E', quest'ultimo, con
ogni probabilità il caso di Isabelle, la protagonista di 'Giovane e bella'
(...). Un cammino accidentato, percorso da Ozon senza addentrarsi nelle ragioni
e nella psicologia della protagonista, per presentarci solo quello che fa e che
gli altri, clienti, familiari, amiche, osservano in lei. Con il distacco quasi
dell'entomologo che analizza al microscopio i movimenti di un insetto. Senza
mai perdere, con questo, un sentimento di forte umanità che quasi si sublima
nel finale quando la vedova del suo ultimo cliente vorrà conoscerla e andare
con lei nella stanza d'albergo dove l'altro era morto. Con accenti delicati ma
anche asciutti, immagini solide e ferme e, nonostante certi risvolti scabrosi,
anche con pudore. Isabelle è la modella Marine Vacth, bella e espressiva. Fra i
molti, nei panni della vedova ricordo con grande stima, Charlotte Rampling che
non nasconde lealmente la sua età. Ricordo anche la bella voce e le belle
canzoni di Françoise Hardy. Sul filo della nostalgia." (Gian Luigi Rondi,
'Il Tempo - Roma', 7 novembre 2013)
"(...) un film di François Ozon, regista
mai banale, capace di giravolte narrative e stilistiche che rendono la sua
filmografia una delle più sorprendenti in circolazione. 'Giovane e bella' parla
di un'adolescente parigina che si prostituisce via internet. Durante Cannes,
passò lo stesso giorno di 'The Bling Ring' di Sofia Coppola, altro film su
ragazzine dalla vita pericolosa. In più Ozon pensò bene, forse astutamente
forse no, di rilasciare una dichiarazione che gli procurò qualche anatema: in
un'intervista disse, più o meno, che l'idea di prostituirsi è una fantasia
comune a molte donne. Apriti cielo! La frase era infelice, ma all'improvviso
sembrò che Ozon avesse sputato sulla Marianna e su tutte le mamme di Francia.
'Giovane e bella' è disturbante perché descrive il fenomeno della prostituzione
giovanile senza dare giudizi. (...) Film quasi documentaristico: l'assenza di
pistolotti sentenziosi è un pregio, il gelo emotivo forse è un difetto. Ma il
monito ai genitori arriva diretto, per vie inaspettate: non bastano né il
benessere né le buone intenzioni, dormite preoccupati anche quando tutto sembra
andar bene. Marine Vatch, la protagonista, è bravissima" (Alberto Crespi,
'L'Unità', 7 novembre 2013)
"Non convince 'Giovane e bella' di François
Ozon su una diciassettenne borghese che senza alcun apparente motivo comincia
prostituirsi prediligendo uomini maturi. L'attualità ci regala purtroppo
episodi analoghi, ma il regista, deciso a non esprimere giudizi, racconta con
troppa freddezza e distacco il malessere morale e la maleducazione sentimentale
dei giovani di oggi." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 7 novembre 2013)
"Piacerà alla crescente schiera degli
ammiratori del francese François Ozon, un regista (spesso) di pessime
intenzioni e (quasi sempre) di ottimi risultati. Qui in partenza sembra voler
scimmiottare il mitico 'Questa è la mia vita' di Jean-Luc Godard, ma il
risultato è molto migliore. (Giorgio Carbone, 'Libero', 7 novembre 2013)
"Isabelle c'est moi! viene alla mente
guardando la «giovane e bella» interpretata con grazia superba da Marina Vatch,
protagonista del nuovo film di François Ozon. L' adolescente «bunuealiana» che
si prostituisce dalle 5 alle 7, per poi tornare nella calda casa borghese, si
accorda alla grazia ludica, e alla seduzione infantile che animano i film del
regista francese. Nei quali i personaggi femminili sono al centro (da '8 donne'
a 'Sotto la sabbia', forse anche per questo è un raffinato scopritore di nuovi
talenti), sempre amatissimi pure quando sfumati in chiaroscuri di ambiguità.
Non è lo psicologismo che interessa Ozon, e tantomeno le spiegazioni sociologiche,
ciò che fa vibrare la sua macchina da presa è il rispetto dell'individualità di
questi personaggi, e la loro libertà. Sta a noi spettatori capirli, cercare una
risposta ai loro gesti, amarli oppure odiarli. Lui, appunto, li ama. (...) non
si può essere seri a diciassette anni ci dicono i versi Rimbaud e le canzoni di
Françoise Hardy che accompagnano questo (quasi) romanzo di formazione. In cui
come il precedente 'Dans la maison' ('Nella casa'), il regista esplora la
materia sfuggente dell'adolescenza. E insieme del suo controcanto, la
cosiddetta «età adulta», visto che in Ozon le due dimensioni sono intimamente
intrecciate. La scelta di Isabelle rimarrà senza spiegazioni, Ozon almeno non
ne dà, ed è la cosa più «scandalosa» e disturbante che si possa fare. Sarà
colpa della separazione dei genitori? Sarà perché quella prima volta è andata
male? Chissà. «Isabelle si prostituisce come potrebbe drogarsi, o bere, o
soffrire di anoressia, l'adolescenza è un momento di frizione» ha dichiarato
Ozon al festival di Cannes dove il film era in concorso. Lui però, conducendoci
nella sua intimità, non ne svela l'enigma. È la bellezza, e la scommessa, del
film." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 7 novembre 2013)
"(...) quadro di una società che ha perso
ogni coordinata morale, dove tutti finiscono per accettare ogni cosa perché gli
adulti «non devono colpevolizzarsi» e i giovani sono già sulla stessa strada.
Solo la vedova dell'ultimo cliente (una Rampling visibilmente ingrigita) sembra
interessata a scoprire la verità ma, appunto, è una vecchia, di un'altra
generazione. Oggi nessuno sembra volersi fare domande, sia nel Messico della
violenza quotidiana sia nella Parigi della propria compiaciuta abbondanza. Né
nella vita reale né tantomeno al cinema." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere
della Sera', 17 maggio 2013)
"Jeune & Jolie" (giovane e bella).
Segnarsi il nome. E la lucente fotogenia: 17 anni come liceale Isabelle nel
film, 23 come mannequin parigina nella vita, un briciolo di provocazione in
un'onda d'innocenza. Lattuada e Rohmer l'avrebbero contesa. Scomparsi i grandi
vecchi, ci pensa François Ozon, che deve essere partito dal brivido caldo di un
fotogramma di Marine per scriverle intorno un sillabario dell'adolescenza
schiava e fragile, un filmetto curato, sensibile, pieno di sesso, pulito, in
una prima giornata di concorso segnata dalle ambizioni sbagliate di un'età
disorientata e presuntuosa, sedotta dal denaro in ogni angolo del mondo
(...).In quattro stagioni intense e quattro belle canzoni di Françoise Hardy, Isabelle
cade e risorge, bruciando ogni tappa dell'esperienza sessuale. (...) C'è
materia per un libro-film di Moccia, invece dimostra come un trattamento,
passando da intelligenza e sensibilità, diventa cinema coinvolgente, a partire
dal tocco della cinepresa sul volto, i gesti, i tempi della protagonista.
". (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 17 maggio 2013)