giovedì 15 giugno 2023

Athena - Romain Gavras

un film davvero coinvolgente, una tragedia greca (con coro sullo sfondo) a Parigi, una famiglia protagonista del film, quattro fratelli e una madre.

un bambino ammazzato scatena la rivolta, questo è il film, l'obiettivo è la rivolta.

un grande e bellissimo piano sequenza iniziale vi stregherà, e il film lo guarderai fino al termine, senza nessun rimpianto.

polizia contro i ragazzi della banlieu, come nel film L'odio di Mathieu Kassovitz.

buona (imperdibile) visione - Ismaele  


ps: due anni prima era uscito un (grande e imperdibile) film danese, Shorta, di Frederik Louis Hviid e Anders Ølholm, secondo me Romain Gavras non se l'è perso (e voi che aspettate?)


  

I primi 12 minuti sono pazzeschi (alcuni passaggi sono talmente grandiosi che non riesco a vedere il trucco che, sicuramente, ci deve essere), con l'inquadratura che passa da Abdel a Karim (quasi sempre avremo un solo personaggio seguito - alla Aronofsky - ma passeremo continuamente da uno all'altro), e poi la distruzione della stazione di polizia, e poi l'ambulanza rubata sulla quale entriamo in corsa, e poi quella moto che impenna, e poi l'arrivo al quartiere e poi tutti sul tetto con la "macchina da presa" (dico in senso lato, essendo un drone o un trucco di post produzione) che finalmente si allontana dai corpi, dai tumulti, dai vicoli e si rifugia nel cielo (tra l'altro moltissimi dei piani sequenza termineranno così, con l'inquadratura che termina andando all'indietro ed allargando il campo).

Un incipit prodigioso, incredibile, da pelle d'oca…

la vera perla di Athena sta in un altro aspetto che molti hanno trovato sbagliato, malfatto, quando addirittura assurdo e quasi ridicolo.

Ovvero il ritrovarsi davanti un'intera città in fiamme, in rivolta, vedere 2000 persone aggirarsi e poi a morire sono solo i 4 fratelli.

Ma è qui che Athena (anche il titolo lo dimostra, credo) vuole diventare simbolico, tragedia (greca).

In un caos infernale dove può morire chiunque alla fine muoiono solo i 4 fratelli, fratelli poi che hanno scelto parti avverse, destini diversi.

Come a dire che tutto questo odio, tutta questa violenza, tutta questa Apocalisse alla fine uccide senza distinzione chiunque, in qualsiasi parte si trovi e qualsiasi idea abbia.

E quei 4 fratelli diventano quindi simbolo della morte di tutti, di come l'odio porti alla distruzione di ogni cosa, di come non ci siano vincitori e vinti, ma solo vittime, ovunque.

Quei 4 fratelli siamo tutti noi, esseri umani (quindi fratelli) che possiamo ritrovarci di qua o di là della barricata ma che se poi, in mezzo alla guerra, ci accorgiamo che questa uccide tutti.

Una vera tragedia scespiriana, a pensarci.

E Abdel, il fratello "buono" che tutto voleva fermare è invece simbolo di chi dà la vita per gli altri ma poi, una volta capito che niente può essere fermato, che tutto è perduto, non ha ormai più speranza e, letteralmente, crolla (le sue scene di follia sono bellissime, non tanto per l'efferato omicidio del fratello ma specie per questa sua ormai completa dissociazione dalla realtà (non sente/capisce nemmeno che nel frattempo si è scoperto che la polizia non c'entra niente con la morte del fratellino).

Un film che quindi riesce a raccontare mille cose senza usare il plot (miracolo, davvero) ma solo basandosi su aspetti tecnici (i piani sequenza, i costumi) o simbolici (la morte dei 4 fratelli).

Siamo a livelli di cinema altissimi, poche volte battuti.
Tante cose restano addosso, come l'omicidio di Karim, come quello che compie Abdel dell'altro fratello, come le sequenza di nebbia e sordità del giovane poliziotto, come quel campo di fiori immacolato dove l'ex miliare, con le cuffiette, non sente nulla dell'apocalisse che ha intorno, come quell'ultimo carrello indietro che dal palazzo esce fuori, per mostrarci l'ultima terribile esplosione.

E in tutto questo, in un film che parla di morte, di caos, di controllo ormai non più possibile, di come anche un solo piccolo gesto potrebbe portare al collasso di un intero paese, un film frenetico, incredibile, teso e inarrestabile c'è solo una figura che sembra staccata da tutto, una figura tragica.

Una mamma.

Che chiama i propri figli, che non si rende conto di quello che sta succedendo e di quello che loro sono e rappresentano per gli altri.

Una mamma che quei figli li perderà tutti.

Ma non sono loro 4 a morire.

Siamo tutti noi

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Alla potenza del testo Athena sovrappone quella delle immagini per una pellicola di un cinema, in particolare francese, che ripercorre tante opere del medesimo stampo, ma che possiede una cattiveria e un ferire tutto moderno. Un’estetica che esalta l’indignazione dei personaggi innalzando la compiutezza di un’operazione piena di grazia rabbiosa e dolorante.

Un film che aggredisce, virulento e assennato. Un’impetuosità però mai piena solo di se stessa, bensì di una giustizia che forse tarderà ad arrivare, ma di cui la settima arte continuerà a parlare, ad accendere e narrare.

Athena guarda alla periferia francese contemporanea e ne riporta la rabbia e i conflitti sociali dell'attualità. Un'opera dalla regia estetica che non ha però paura di sporcarsi nel mezzo della lotta. Una storia di comunità e di famiglia, di fratelli e di scelte sbagliate.

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Athena è una dichiarazione politica enorme, una totale denuncia nei confronti dei reali responsabili che si celano dietro all’emergere di certe dinamiche, gli sfruttatori del disagio pubblico, nonché gli aizzatori dell’odio che per portare avanti i propri interessi si cibano del dolore e del risentimento altrui. In quanto «moderna tragedia greca» (così l’hanno definita Romain Gavras e Ladj Ly), il destino dei personaggi di Athena è segnato da fili invisibili tracciati dai veri dominatori del caos, in un contesto dove l’amore familiare e qualsiasi idea di giustizia cessano di avere alcun significato, perché in realtà è tutto già scritto e determinato.

Tra sequenze d’azione over the top, cori impetuosi (un altro rimando alla cultura greca antica) e parallelismi con la realtà, Athena si afferma come lo specchio effettivo di una tragedia più ampia e reale, che risiede là fuori, al di là dei confini dello schermo, plasmandosi giorno dopo giorno e annidandosi tra le pieghe della quotidianità, nei discorsi di tutti i giorni, nelle battaglie (giuste o sbagliate che siano), nelle questioni politiche e non. Athena è il riflesso e il simbolo di una guerra che è già in corso, una guerra che riguarda tutti noi e che, prima ancora che sul campo, si combatte sul profilo delle idee.

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Sul fronte narrativo è oltremodo furbo: non è nemmeno vagamente incendiario come vorrebbe far credere di essere. Non possiamo entrare nel dettaglio senza fare sostanziali anticipazioni, per cui ci limitiamo a dire che è peculiare che un film con questo background e questa tematica centrale si affanni così tanto per assolvere le forze dell’ordine. La scorciatoia inserita negli ultimissimi minuti dal film più che un colpo di scena sembra proprio una furbata per evitare di prendere una posizione che, alla luce degli avvenimenti di cronaca recenti, non si può nemmeno più definire forte, bensì coerente, realistica. Anche la composizione della famiglia del ragazzino morto e l’identità dei suoi fratelli ricalcano una serie di stereotipi poco plausibili per un film che in teoria mira ad essere un pugno nello stomaco e una denuncia sociale puntuale. Qualcuno ci è anche cascato, ma i film duri e puri son ben altri.

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…Romain Gavras ce lo mostra all’inizio, con lunghi ed elaborati piani sequenza. Il primo in particolare, di circa 12 minuti, è senza alcun dubbio tra i più incredibili che ci siano mai capitati di vedere sullo schermo: una sequenza talmente ricca e articolata da costringere a chiederci durante la visione, non una ma più volte, come fosse stata possibile realizzarla. Una sequenza che potremmo definire davvero “girata da Dio”, quasi nel senso letterale del termine, perché ci sono alcuni movimenti di macchina al suo interno che sembrano davvero impossibili. Inutile specificare che è proprio questa la sequenza, che si conclude con il titolo del film, quella che ha strappato un meritatissimo applauso a scena aperta ai critici veneziani durante la proiezione stampa.

Ma la strabiliante messa in scena di Gavras non si limita ai soli piani sequenza: in modo quasi miracoloso tutto il film riesce a tenere perfettamente in equilibrio il senso di tragedia (familiare ma non solo) e quello del racconto epico, costringendo lo spettatore a una tensione costante, fino ad arrivare a un paio di scene davvero forti da un punto di vista del coinvolgimento emotivo. E se è vero che da un punto di vista narrativo e tematico, come vedremo a breve, il film può certamente far discutere, da un punto di vista realizzativo c’è davvero la sensazione di trovarsi davanti a un miracolo. Merito di tutto il reparto tecnico che ha organizzato alcune riprese incredibilmente complesse (alcune con oltre 250 extra presenti) e ha sfruttato al meglio macchine da presa IMAX di nuovissima generazione, ma anche di tutto il cast che ha contribuito in modo eccelso a regalare al film quella naturalezza necessaria per raccontare una storia del genere…

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Athena sarebbe stato un film d’azione fantastico se ambientato in una metropoli distopica, o su un altro pianeta. In quel caso, mettendo su un impianto allegorico con qualche riferimento alla realtà, ci saremmo goduti una sinfonia epica urbana immortalata in un videoclip gigante dal respiro epico magniloquente esaltato da una regia, un montaggio e una fotografia incredibili. Non è così, perché Athena si nutre avidamente della realtà e del contesto sociale delle banlieue parigine per raccontare una tragedia greca ambientandola nella contemporaneità, che dopo le premesse interessanti nel corso del film perde di senso, compattezza e incisività narrativa, finendo per specchiarsi nelle sue soluzioni tecniche davvero notevoli. Anche quando sembra abbandonarsi soltanto alla vertigine dell’azione fine a se stessa e alla rabbia cieca dei suoi protagonisti, il suo rapporto ambiguo con la realtà rientra prepotentemente in scena, lasciando più di un dubbio sulla costruzione narrativa e il senso del film. Nonostante tutto, anche solo per la bellezza e la spettacolarità di alcune sequenze d’azione, il lungometraggio di Gavras resta una visione consigliata.

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…Al di là degli elementi strutturali che vogliono omaggiare la forma tragica greca in generale, vi sono nella trama, nella caratterizzazione dei personaggi, chiari rimandi a una specifica tragedia, tra le più note anche al grande pubblico: l’Antigone sofoclea. A dare l’avvio alla ribellione è un corpo fraterno, oltraggiato non perché insepolto ma perché invendicato. Karim si può considerare equivalente di Antigone nella sua opposizione orgogliosa e combattiva a tale oltraggio, che lo porta all’autoannientamento. Come Antigone, egli è sordo alla voce di donna – qui non della sorella Ismene, come in Sofocle,  ma della madre, le cui continue telefonate accompagnano il muoversi concitato del giovane – che tenta di distoglierlo dal conflitto, così come alle istanze di pacificazione e razionalità che provengono dalla figura maschile e autorevole del fratello maggiore Abdel. La sua tragedia è quella di una vita sacrificata nel primo affacciarsi all’età adulta in nome dell’intransigenza.

 

Se Karim può essere visto come equivalente di Antigone, Abdel ricopre il ruolo assegnato nella tragedia antica a Creonte. Egli appare la prima volta – in divisa – pronunciando un discorso di uomo dello Stato, così come il Creonte sofocleo (vv. 162-210). Come Creonte, si confronta con un ‘coro’ di anziani concittadini (nel suo caso, i padri di famiglia di Athena, riuniti intorno all’imam locale), che in lui riconosce un leader. Simile a quello della controparte tragica appare il suo impegno perché le ragioni del sangue e della parentela non prevalgano sulla sua lealtà alla patria francese, sull’alto dovere del mantenimento dell’ordine (cfr. soprattutto i vv. 182-183, 187-190, 486-489, 658-665).  Ma come per il personaggio sofocleo, la solidità delle sue convinzioni si fa sordità alle ragioni dell’altro esattamente come l’intransigenza postadolescenziale ed eroica di Karim/Antigone.

 

Athena è in primo luogo la tragedia di Abdel, che dovrà abbandonare ogni certezza e invertire la rotta dell’integrazione. Il culmine del percorso si celebra nella scena della morte di Karim, che assomma qui al ruolo di Antigone quello di Emone. Armato di una molotov accesa e incalzato da Abdel ad arrendersi, egli guarda il fratello con quello che – per chi conosce il testo antico – pare reinterpretare lo sguardo «fisso e muto» (vv. 1230-1231, trad. Giovanni Raboni) che il giovane fidanzato di Antigone rivolgeva al padre Creonte; dal canto suo, Abdel ripete il gesto di Creonte, prendendo tra le braccia il corpo suicida del congiunto che non ha potuto salvare con un tardivo rinsavimento. Immediatamente dopo, un ulteriore lutto colpiva, nel testo di Sofocle, la famiglia di Creonte: il suicidio della moglie Euridice (vv. 1278 ss.). Anche in Athena la catena del sangue non si interrompe con Karim: la morte del più anziano dei fratelli, Mokthar, segue immediatamente la sua. Nel film, più forte è la responsabilità di Abdel, che uccide Mokthar con le proprie mani in preda alla furia; ma è opportuno ricordare che Creonte, nel testo di Sofocle, si definiva a più riprese assassino, pur involontario, tanto del figlio quanto della moglie (vv. 1263-1264, 1317-1320, 1340-1341; cfr. anche vv. 1312-1313). Diversamente da Creonte, Adel è davvero un assassino ed in più un suicida. Se nella tragedia di Sofocle Creonte invoca la morte (vv. 1307-1309, 1328-1332), ma non la ottiene (vv. 1336-1337), Abdel invece la sceglie e la causa, consegnandosi all’esplosione di un intero blocco di alloggi di Athena.

Nella vicenda di Karim e Abdel si possono riconoscere temi narrativi e rapporti tra i personaggi che in diversi momenti si avvicinano a quelli dell’Antigone di Sofocle e in generale al mito dei figli della stirpe di Edipo. La capacità del film di mantenere la promessa di rileggere in chiave contemporanea lo spirito della tragedia greca è stata da più critici messa in discussione, anche con un confronto sfavorevole con la più raffinata riscrittura della Medea euripidea proposta, nella stessa Mostra, da Saint-Omer di Alice Diop (vedi qui il post di Gherardo Ugolini). Athena, film sconsolato, violento, caotico, provocatorio, conquista o respinge, ma resta una interessante riscrittura attualizzante di alcuni temi della tragedia greca e anche della tragedia ‘classica’ francese, ossia di quel genere tragico che si concentra sulla rappresentazione delle forti passioni degli individui e dei luttuosi destini individuali e familiari e in cui il sottofondo politico e sociale passa in secondo piano rispetto alle figure degli ‘eroi’.

da qui

 

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