domenica 6 novembre 2022

Araña - Andrés Wood

ancora un film politico di Andrés Wood, racconta la storia di un gruppo fascista contro Allende, a l'amicizia di tre giovani.

durante la dittatura di Pinochet il gruppo si sciogli, due (dei tre) si sposano, Ines e Justo, mentre Gerardo fa una vita da sbandato, fino a che non riappare, e i due amici, riccastri in carriera, durante la dittatura e dopo, cominciano a temere.

era successo qualcosa, un omicidio politico, che nessuno ha dimenticato.

un gran bel terribile film, bravi il regista Andrés Wood e lo sceneggiatore Guillermo Calderón.

buona (vendicativa) visione - Ismaele

 

 

La grandeza de Araña reside en poner de manifiesto un terrible pasado que sin duda puede volver a repetirse. Andrés Wood nos introduce en una parte de la historia chilena llena de perversión y violencia, con personajes narcisistas e inmorales. Imposible empatizar con alguno de ellos.

Atención a la radicalización nacionalista, atención al sistema capitalista y atención a la minoría privilegiada; las dictaduras no siempre tienen nombre de persona.

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la propuesta de Araña es un poco más sutil y compleja de lo que puede parecer a primera vista, con historias y personajes que no se desarrollan de forma explícita pero que igualmente están insinuados. Más allá de los datos históricos que le dan contexto a la trama, pero que la película no se detiene a profundizar porque acertadamente los asume de público conocimiento, hay acciones y comportamientos que solo toman un poco más de sentido una vez que se conoce la historia completa. Pero es probable que para ese momento el interés ya esté disipado por una trama sin muchas vueltas y de ritmo endeble que no termina de responder todas las preguntas que plantea, especialmente en la parte actual de la historia donde abre algunos hilos que ni siquiera intenta seguir desarrollando.

Todo lo que ofrece Araña para darle cuerpo a su historia, como las actuaciones o la recreación de época, alcanza un nivel de justa corrección que no destaca por brillante ni por fallido, un resultado acorde a la tibieza que alcanza como producto final.

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Quizás falte cierta profundidad en el análisis de los hechos históricos, pero siendo latinoamericano no hay minuto en el que no se comprenda lo que sucede ya que todos los países de la zona pasaron por lo mismo en esa época. La diferencia de clases y de posiciones políticas está muy bien retratada. El guion tiene semejante fuerza que, de a ratos, no hacen falta diálogos, ya que basta con lo narrado visualmente. No es una película que genere simpatía en el espectador, aunque tiene un ritmo que nunca decae; taladra el pasado político de Chile a partir de una historia de amor y revolución.

Araña (2019) demuestra que el pasado es esencial para entender el presente y prepararse para el futuro. Una historia que recorre dos líneas temporales, con 40 años en el medio, de manera casi documental, donde el pasado siempre persigue al presente. Con un brillante guion de Guillermo Calderón, una excelente dirección de Andrés Wood y las interpretaciones perfectamente ejecutadas, refleja un conflicto social del pasado que aún sigue vigente. Apasionante y dolorosa.

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sabato 5 novembre 2022

Triangle of Sadness - Ruben Östlund

una storia in tre parti, nella prima due fidanzati bisticciano un po' per chi doveva pagare al ristorante;

nella seconda parte siamo su una crociera in un maxi yacht (preso in affitto dalla famiglia Onassis), i due fidanzati sono ospiti in un viaggio per ricchi, schifosamente ricchi, tra cui il re della merda e una coppia di anziani proprietari di una fabbrica di armi, il capitano è uno che lavora di controvoglia, la cosa più importante che fa è una gara di citazioni politiche con il re della merda.

la terza parte, la meno noiosa, è anch'essa banale, l'isola apparentemente disabitata vede un'inversione dei rapporti di potere e prestigio e forza dei sopravissuti al naufragio, la serva diventa padrona, ma questo non basta a farne un film sulla lotta di classe (ridateci SnowpiercerOld e Parasite!!!).

la fotografia è ottima, il resto banalotto, divertente, a volte, simpatico, a volte, niente più.

la carta da pacchi è molto bella, dopo averla scartata c'è un pacco.

vedere per credere, e, come dice Clint, le opinioni sono come le palle, ognuno ha le sue.

buona (sabbiosa) visione - Ismaele



 

Östlund imbocca la strada dello scontro di classe sulla scia di Parasite, cercando di ripeterne l’effetto ma senza la perfezioen del meccanismo messo a punto da Bong Joon-ho. Invece, cose e cosacce di massima sguaiataggine populistica, a strizzare l’occhio alla platea, ed ecco i riccastri che si mostrano nel degrado di corpo e psiche, vomitando, defecando, fino alla scena di un cesso che erutta letteralmete merda su tutto e tutti. Sghignazzi e applausi in sala, come no. Dallo yacht in avanti il film si smembra in una galleria di barzellettacce su cui tacere è bello. Con ribaltamento delle gerarchie sociali. Tutto scopiazzato da un’infinità di precedenti: cominciando da Travolti da un insolito destino (chissà cosa ne avrebbe detto la Wertmüller vedendosi così plagiata), proseguendo con Il signore delle mosche e tutte le edizioni possibili dell’Isola dei famosi sui peggio canali del mondo. Rispunta perfino il ricordo di un Lizzani primissimi Settanta, Roma bene, anche lì uno yacht di riccastri, anche lì con il karma pronto a colpire. Si sarà tirato in ballo, a proposito di questo obbrobrio made in Sweden (però girato in inlgese e mi pare sia la rima volta per Östlund) anche Buñuel. Vogliamo scherzare? Dove sta la leggerezza di Don Luis? Triangle of Sadness è pesante come un lastrone di marmo, è peggio che brutto, è ignobile per sguiataggine, per come asseconda le peggiori pulsioni del pubblico, per come pretende di fare la morale. E mi fermo qui.

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Il contributo all’argomento di Östlund passa attraverso la sua predilezione per la provocazione, le situazioni vagamente imbarazzanti, per i personaggi come per gli spettatori. Qualche volta a produrre il disagio sono i dialoghi, come quello iniziale, dove un ragazzo che ha pagato la cena alla fidanzata prova a chiedersi, e a chiederle, perché è così scontato che a tirare fuori la carta di credito sia sempre l’uomo. Ovviamente la discussione degenera in litigio, il che permette al regista di introdurre il tema centrale del film, nella fattispecie il condizionamento sociale determinato, sin nei rapporti di genere, dal denaro. In altre sequenze la dimensione provocatoria è  affidata alla presenza di corpi comici, ovvero eccessivi, quindi destinati a uscire fuori di sé: è il caso dell’episodio della crociera – la quintessenza di un mondo piramidale, con i ricchi (i passeggeri) in cima e i poveri, verrebbe da dire la servitù (camerieri, cuochi, ecc.), in fondo – che degenera in un’apoteosi finale di merda e vomito…

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È molto difficile essere delusi o scontenti dopo aver visto un film divertente tanto quanto lo è Triangle Of Sadness, facilmente uno dei più esilaranti ad aver mai vinto la Palma d’Oro a Cannes e anche all’interno del ben più ridanciano circolo dei film in uscita si distingue per la capacità di far ridere davvero, con grana grossa, vomito e diversi momenti di botte in testa, ma anche con dialoghi appuntiti, frasi fulminanti e ironie che arrivano di rinterzo nel cervello. Bravissimo. Ma questo terzo film di Ruben Ostlund non può essere definito in altri modi se non paccottiglia intellettuale o moneta culturale contraffatta. Versione da discount del cinema migliore, cioè più a buon mercato, meno impegnativa, sicuramente di minor resistenza al tempo. Ogni segno della presenza e del trionfo di questo tipo di cinema in un festival importante è un segno inequivocabile di decadenza…

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Meno comprensibile è come si possa continuare a ridere di scenette forzate e ripetute tra conati di vomito, cessi che spruzzano merda liquida, e tante altre facili amenità degne di un film natalizio di Boldi e De Sica. Qui si fa satira sui ruoli sociali, si dirà. Ma ciò non basta a rivalutare un film che tenta di ripetere la metafora di rivendicazione sociale di Parassite, e che sputa veleno sul mondo fatuo della moda e dei social.

Ma, se proprio andiamo a confrontare questo filmetto furbo sino alla più ovvia inconsistenza, con i primi film a tema che ci vengono a mente, sia che si pensi al Bunuel incontenibile de Il fascino discreto della borghesia, come al Bartel corrosivo di Scene di lotta di classe a Beverly Hills, sia all'ultimo sapido Altman di quel troppo dimenticato e sferzante (quello sì, altro che questo!) Pret-à-porter, ecco che, anziché farci venire le convulsioni dalle risa come è successo alla stragrande quantità del pubblico del festival, ci viene da piangere lacrime amare.

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giovedì 3 novembre 2022

La stranezza - Roberto Andò

un film da cui non mi aspettavi troppo e che sorprende, grazie a una sceneggiatura non urlata, senza primedonne, al limite qualche primus inter pares.

Ficarra e Picone sono bravissimi, come Toni Servillo.

a partire dalla morte della balia di Pirandello (Aurora Quattrocchi,  mamma Teresa in Nostalgia) nasce la storia, i due amici delle pompe funebri sono anche gente di teatro e a loro insaputa diventano una fonte d'ispirazione per Pirandello.

il teatro della filodrammatica di "dilettanti professionisti" recita la vita e nella finzione sta la verità, il pubblico non è passivo, partecipa, ride, si immedesima, capisce.

un film che non delude, promesso.

buona (teatrale) visione - Ismaele


  

A brillare sullo schermo sono il ritmo, l’inventiva, il piacere, la generosità dimostrata da Andò (con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso alla sceneggiatura) e dagli attori, numerosissimi e straordinari fino al più piccolo ruolo. Come se questa “Stranezza” così inattesa aspettasse in certo modo di vedere la luce da sempre. A risarcire, sull’onda di altri film importanti ispirati al teatro (“Qui rido io” di Martone, ma anche il trascurato “La stoffa dei sogni” di Cabiddu), un cinema che troppo spesso, misteriosamente, sembra anzitutto ansioso di dimenticare di cosa può essere capace.

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Toni Servillo è rimasto affascinato “dalla possibilità di sottrarre Pirandello ai cliché della pesantezza intellettualistica, e dunque di raccontarlo in un momento cruciale della sua vita mentre cova questa idea così audace di teatro, che sarebbe diventata I sei personaggi, e la trova durante un viaggio di ritorno nella sua Sicilia, dove riprende contatto con riti, volti, paesaggio e lingua nativi. Mi piaceva inoltre molto, attraverso questo film, di poter contribuire modestamente a far cadere gli steccati che vogliono gli attori comici e drammatici separati. L’alchimia tra me con Valentino e Salvo corrisponde alla curiosità che avevamo di incontrarci e recitare insieme”. Chiamati in causa Salvo Ficarra e Valentino Picone, chiamati fin dalla genesi del film, hanno espresso la gioia di appartenere a un testo che “abbiamo subito capito fosse un progetto ambizioso: ci siamo sentiti immediatamente dentro a questa storia. Scoprendo poi che ci sarebbe stato Servillo nei panni di Pirandello non vedevamo l’ora di iniziare. È stata una grande avventura di ascolto reciproco”…

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La parola “stranezza” viene pronunciata due volte nel corso del film. La prima dal fantasma della tata, che appare a Pirandello e gli dice “ogni volta che ti veniva la stranezza, appoggiavi le gambe sulle mie ginocchia…”, la seconda volta invece è lo stesso Pirandello che usa la parola durante il colloquio con Verga (Renato Carpentieri): “Ho in mente una stranezza che è diventata quasi un’ossessione…”. Nel primo caso “stranezza” sembrerebbe indicare un tormento interiore, un’afflizione nascosta, una vena di malinconia, mentre nel secondo caso sembra alludere a un’idea creativa che non riesce a prendere forma, che si affaccia e si sforma, che appare e si dilegua, generando apprensione e frustrazione. Ma prima o poi la “stranezza” la sua forma la trova, un po’ come accade alle lettere che formano la parola nei titoli di testa: prima galleggiano casualmente e disordinatamente su sfondo nero, poi a poco a poco si accostano l’una all’altra e danno forma al titolo del film. Come dire: nel momento in cui prende forma, la “stranezza” diventa qualcos’altro…

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È incredibile quanto Toni Servillo sia sempre capace di far andare di pari passo alla quantità di progetti in cui lavora, la qualità delle sue interpretazioni. Non sbaglia un colpo e più che mai stavolta sa donarci un personaggio di poche parole ma dai grandi sentimenti, un’interpretazione fatta di sguardi, di micro-espressività, di intenzioni. Ficarra Picone trovano finalmente spazio per liberarsi dal cliché della coppia comica cabarettistica in cui sono intrappolati, per confermarsi grandissimi caratteristi capaci di regalarci due personaggi vivi e tridimensionali, profondi ma leggeri, commoventi ma simpatici, poveri ma ricchissimi, miseri ma amabili…

… Ciò che fa scalare una marcia a La stranezza è, ahinoi, proprio la regia di Roberto Andò, che davanti a tutto questo popò di arte e passione rimane decisamente fredda, impostata, poco originale e allineata più a un compito da svolgere che a una mano autoriale. Per carità, il mestiere certamente non manca, ma un film come La stranezza dovrebbe rappresentare per un regista lo slancio necessario a sperimentare su una propria visione, piuttosto che ad assestarsi sulla semplicità del campo e controcampo. Ci sarebbe piaciuto vedere qualche inquadratura più originale, qualche movimento di macchina in più, qualche mezzobusto in meno, ma soprattutto una visione autoriale riconoscibile, chiara, ragionata che avrebbe certamente elevato La stranezza a uno dei migliori film italiani prodotti negli ultimi anni. 

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scrive il regista:

Una mattina di molti anni fa (abitavo ancora a Palermo), mi trovavo in compagnia di Leonardo Sciascia e, all’improvviso, lui mi chiese di fermare l’auto che stavo guidando. “Scusa, aspettami un momento”, bisbigliò ancora il grande scrittore. E si avviò verso una piccola libreria. Trascorsero pochi minuti e lo vidi ritornare con un libro in mano che subito mi porse. Era una biografia di Luigi Pirandello curata da un grande studioso, Gaspare Giudice. “Questa è per te, l’avevo ordinata qualche giorno fa. È fondamentale, ed è la più bella che ci sia in circolazione”.

Questo episodio dei miei anni giovanili è probabilmente all’origine del mio film La stranezza. In effetti, quella biografia si rivelò una lettura cruciale e mi consegnò una visione folgorante del labirintico intreccio di vita e arte di cui si compone il tortuoso universo di Pirandello, una visione verso cui ancora oggi mi sento debitore.

La Stranezza è una fantasia sull’atto creativo, sull’ispirazione. Un viaggio sospeso tra la vita reale del grande scrittore agrigentino e l’invenzione fantastica. Al centro c’è il rapporto tra Pirandello e i suoi personaggi. Tra Pirandello e la Sicilia, tra le ossessioni private di un genio e la vita di un paese siciliano negli anni ’20 del secolo scorso. Alcuni dei fatti che vi sono raccontati sono veri, come pure alcuni dei personaggi che vi compaiono.

È vero che nel 1920 Pirandello andò in Sicilia, a Catania, per festeggiare l’ottantesimo compleanno di Giovanni Verga, e che l’autore dei Malavoglia non volle presenziare alla cerimonia al teatro Bellini, officiata dal ministro della Cultura Benedetto Croce. È vero che Pirandello aveva una moglie, Maria Antonietta Portolano, che nel 1919 fu reclusa in una clinica specializzata nelle malattie nervose. Così come è vero che Pirandello da bambino fu accudito da una balia che si chiamava Maria Stella, una donna dolce e sensibile che gli raccontò fatti, favole e dicerie di quella Girgenti a cui l’opera dello scrittore si sarebbe poi ispirata. Come è altresì vero che la prima dei Sei Personaggi in cerca d’autore, il 9 maggio del 1921, a Roma al Teatro Valle, fu tempestosa, per non dire disastrosa. Come si evince dalle cronache, il pubblico fu spiazzato dalla novità rivoluzionaria espressa da quel capolavoro, e fece pervenire all’autore il suo dissenso a suon di “Manicomio!”, “Buffone”, e altri epiteti. Pirandello, contrariamente alle sue abitudini, volle comunque salutare il pubblico e si offrì imperturbabile al suo giudizio. Uscì dal teatro con la figlia Lietta affrontando a viso aperto il drappello di facinorosi che lo attendevano

per dileggiarlo. Ma già a Milano, tappa successiva della tournée prevista per lo spettacolo, I Sei Personaggi furono accolti con un trionfo, e da lì, via via, la fama dell’opera si espanse inarrestabile al mondo intero…

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mercoledì 2 novembre 2022

La montagna sacra - Alejandro Jodorowsky

il terzo film di Alejandro Jodorowsky è un altro capolavoro, da vedere e rivedere, e rivedere ancora.

è ricchissimo di immagini, temi, storie, mille registi hanno visto questo film (rubando o citando qualcosa).

come privarsi di questo enorme serbatorio di Cinema?

buona (da ripetere, come scrivono sulle ricette mediche) visione - Ismaele

 

 

 

L’opera critica di Jodorwosky è sicuramente di grande fascino ed intrattenimento; il regista elabora un film che riesce a coinvolgere grandemente lo spettatore, dimostrandosi stimolante. Tuttavia la ribellione istigata appare in un primo momento debole, idealista ed altamente ingenua. La retorica Jodorowskyana si dimostra ridondante e irrealizzabile. Il viaggio alla scalata della montagna viene mostrato per tappe, fino a quella finale, il successo. Manca di spiegare come realizzare un simile viaggio, mancando solide basi e radici alla retorica filosocialista, di cui è consapevole. Ciò nonostante il genio di dell’artista cileno va oltre questa mera critica anticapitalistica. Svela la propria natura di prodotto filmico, e quindi illusoria, rivelando la prigionia della percezione e dei sensi dovuta alla falsità delle immagini e dell’arte. Il monito di Jodorowsky ora punta a liberarsi da quelle catene, svelare le illusioni e appropriarsi della propria umanità. Dimostra così una retorica più lucida e matura, che va oltre la mera e superficiale critica di un sistema mondo, ma dell’intero sistema mondo, facendone una sorta di meta-critica. Il messaggio di Jodorowsky è chiaro, non si può operare una critica o una rivoluzione nei confronti di un sistema politico-economico se prima non ci si libera dalle catene dell’oppressione dei sensi, bisogna disilludersi. 

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El Topo ebbe un successo underground inaspettato e piacque così tanto a John Lennon che lui e compagna (Yoko Ono) decisero di co-finanziare il progetto successivo di Jodorowsky, appunto La Montagna Sacra che a conti fatti rappresenta il film manifesto del regista cileno… Il film si può tranquillamente dividere in tre parti: una prima (stupenda) parte di puro weird, blasfema e oltraggiosa, che fa della metafora cristologica il punto di forza tra i soliti freaks, scelte ardite (le bambine/prostitute e l’utilizzo degli animali per esempio) e momenti unici in cui si rimane stupefatti davanti alla schermo… Si potrebbe (come sempre nel weird) stare a discutere di quanto sia frutto di un lavoro serio di Jodorowsky e quanto invece sia frutto della sua voglia di essere eccessivo, ma bisogna ammettere che alcune scene sono di una forza visiva straordinaria…
Arriva poi l’incontro tra il protagonista e l’alchimista (lo stesso Jodorowsky) che si consuma tra locations assurde, animali, movimenti di macchina circolari e inquadrature strane…
C’è poi una seconda parte (la presentazione dei personaggi) di critica sociale dove, pur non mancando un tocco weird e dell’umorismo grottesco, si alternano cose riuscite (stupendo e anche plausibile il condizionamento dei bambini contro il Perù) ad altre trovate poco convincenti…
C’è infine una terza parte (il viaggio catartico) che è quella che mi è piaciuta di meno, malgrado il solito weird a profusione e qualche trovata eccellente (l’inutilità della ripetizione di un miracolo di Gesù per esempio), è troppo lenta e da l’impressione di trascinarsi a fatica…
Il finale (che potrebbe esaltare qualcuno) è indubbiamente riuscito, peccato che una cosa del genere l’avesse già pensata Mario Bava dieci anni prima ne I Tre Volti della Paura…
Naturalmente si sta parlando di un film affascinante, metaforico ed allegorico fino all’eccesso, surrealista e simbolista, eretico e folle, una vera e propria esperienza cinematografica, ma naturalmente si sta anche parlando di un film adatto a pochi (e onestamente chi ha messo uno due o tre non ho ben capito che film si aspettasse di vedere) assolutamente sconsigliato a bacchettoni o persone estremamente religiose…

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“La montagna sacra” dimostra la forza della rappresentazione di Jodorowsky. Le immagini simboliche proposte sono talmente tante che risulta praticamente impossibile comprendere tutto il film dopo una sola visione. E queste immagini sono immagini che restano, che non se ne vanno via così facilmente. Misticismo, alchimia, religione e una denuncia fortissima nei confronti della società moderna: Jodorowsky nega la possibilità di una logica visiva annullando le strutture tradizionali della narrazione. L’esperienza cinematografica si trasforma, allora, in un viaggio onirico e inconscio. È inevitabile che si perda il controllo, dovendo accettare l’impossibilità di ottenere una visione chiarificatrice dell’opera. Si può tentare di decodificare ogni singolo simbolo, ma non di comprendere la pellicola nella sua essenza più profonda; al posto che cercare un significato, è più facile accettare una spiritualità attraverso gli stati emotivi inconsci trasmessi dagli innumerevoli simboli e colori. Jodorowsky ci mostra la bellezza della sua “verità”: un insieme di numeri, lettere, figure dei tarocchi e allegorie che moltiplicano il senso di ogni azione. Realizzando una critica sociale, politica e religiosa, il regista parla della “violenza nell’arte”. È come se la violenza servisse ad arrivare ad un cambiamento. Il cinema per Jodorowsky diventa, allora, una missione.

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Guardare un film di Alejandro Jodorowsky non è un’operazione semplice. Innanzitutto, significa entrare nella mente del suo autore, scoprire la sua personale visione del mondo e dell’uomo. In secondo luogo, significa entrare in contatto con uno stile registico imprevedibile, surreale ed estremamente simbolico. Nel caso de La montagna sacra (1973) è necessario in tal senso compiere un grande sforzo dal punto di vista spettatoriale per comprenderne a fondo lo sviluppo e le ragioni, ma una volta svelato ciò che si cela al di là della mera apparenza diventa presto evidente il perché sia considerato il magnum opus del regista franco-cileno.

Volendo individuare una struttura al film, la trama può essere suddivisa nei classici tre atti, sebbene le regole tradizionali della narrazione vengano di fatto completamente sovvertite. Nella prima parte de La montagna sacra, Jodorowsky ci mostra il progressivo superamento dalla propria condizione di dissoluzione di un personaggio chiamato il ladro che assomiglia molto a Gesù Cristo. Dopo una serie di disavventure (come nel caso di alcune figure apparentemente religiose che lo inducono ad ubriacarsi per poi creare dei modelli di cera del suo corpo inerme raffigurante la crocifissione), il ladro raggiunge una torre nel quale risiede un alchimista, interpretato da Jodorowsky stesso. Nella seconda e nella terza parte del film, l’alchimista introduce al ladro alcune delle figure chiave che lo accompagneranno nel viaggio verso la cosiddetta montagna sacra, un luogo che potrà garantire loro l’illuminazione spirituale.

A giocare un ruolo fondamentale ne La montagna sacra sono lo strumento dei tarocchi, e nello specifico i tarocchi marsigliesi. «I tarocchi ti insegneranno a creare un’anima»: nel corso della sua preparazione, il ladro impara dall’alchimista alcune delle proprietà fondamentali di questi strumenti, che vengono di fatto presentati come simboli capaci di determinare con precisione l’essenza di ciascuna delle persone con le quali si recherà alla montagna sacra. Proprio il ladro ad esempio rappresenta la carta de Il Folle, che come spiega il regista stesso simboleggia la libertà totale, l’assenza di limiti e definizioni. La visione di Jodorowsky dell’arte dei tarocchi si allontana dalla concezione popolare e si avvicina al loro uso reale, dove il misticismo incontra l’introspezione psicologica: il tarocco come linguaggio ed espressione del presente, in grado di connettere il tutto attraverso «la danza della realtà», nella quale «il mondo danza attorno a te e ti dà ciò che cerchi»…

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Se podría decir que La Montaña Sagrada (The Holy Mountain, 1973), la película de naturaleza más episódica de la trilogía inicial de largometrajes surrealistas de Jodorowsky, por un lado constituye una profundización muy importante de su costado místico/ budista más estrafalario y semi fellinesco/ a lo Ken Russell, y por otro lado sintetiza su temple de “hombre orquesta” porque aquí llega al punto de desempañarse como director, guionista, productor, cocompositor de la banda sonora, diseñador de producción y vestuario, coeditor y actor, una multitud de tareas que para colmo se duplican porque hablamos de su película más cara a la fecha y con mayoría de capitales estadounidenses en lo que atañe al presupuesto. La trama sigue el periplo de un vagabundo conocido como El Ladrón (Horacio Salinas) que se hace amigo de un hombre sin piernas ni manos (Basilio González) que encuentra en la calle, lo que lleva a que ambos presencien un desfile militar con cuerpos de cabras crucificadas, burgueses arrodillados, fusilamientos varios, turistas deseosos de retratar todo con sus cámaras, algo de sexo en público y una representación de la conquista de México con camaleones como los indígenas y sapos como los europeos. Como su aspecto es similar al de Jesucristo, el protagonista termina siendo emborrachado por unos gordos vestidos de soldados romanos en pleno festín culinario para generar un molde con yeso de su cuerpo en una posición símil crucifixión y vender los Cristos resultantes, despertando la furia del muchacho y sus ganas de destrozar todo. El Ladrón eventualmente termina separándose del tullido cuando ve que de un obelisco anaranjado desciende una bolsita con oro que las personas parecen haber intercambiado por comida y de esta forma decide explorar el interior de la elevada construcción, donde encuentra a El Alquimista (el propio Alejandro), un especialista en el tarot y maestro espiritual, y su asistente morena (Zamira Saunders), en esencia un dúo que le enseña cómo el excremento se puede transformar en oro -símbolo de las mismas personas, por cierto- y lo termina aceptando como discípulo implícito y presentándole a siete hombres y mujeres muy poderosos que se corresponden con distintos planetas de nuestro Sistema Solar; así nos topamos con Fon (Juan Ferrara), un Venus que se dedica a la elaboración de productos cosméticos, Isla (Adriana Page), un Marte que fabrica y vende armas, Klen (Burt Kleiner), un Júpiter que comercializa arte para el jet set social, Sel (Valerie Jodorowsky, nada menos que la esposa del señor por entonces), un Saturno que fabrica juguetes bélicos, Berg (Nicky Nichols), un Urano que asesora a políticos en términos económicos y financieros, Axon (Richard Rutowski), un Neptuno jefe de un departamento de policía, y finalmente Lut (Luis Lomelí), un Plutón arquitecto vinculado -al igual que todos los anteriores- al capitalismo más hambreador, pusilánime, represivo, narcisista, maquiavélico y salvaje. Con El Ladrón representando a la Luna y El Alquimista y su ayudante al Sol y Mercurio respectivamente, los diez individuos incineran todo su dinero y dan inicio a una misión en pos de convertirse en un único ser colectivo para descubrir el secreto de la inmortalidad que aparentemente guarda un grupo de nueve maestros semi divinos en la Montaña Sagrada, ubicada en la Isla del Loto, desde donde dirigen nuestro mundo y a quienes se pretende “asaltar” para que revelen el secreto de la perennidad o la derrota de la muerte. Luego de atravesar diversos rituales y ceremonias de elevación sensorial y psicológica, el contingente llega a la isla y esquiva la trivialidad del Bar Panteón, fundamentalmente una fiesta en un cementerio organizada por quienes abandonaron la búsqueda de la Montaña Sagrada y ahora se dedican a la vanagloria egoísta, y de este modo El Alquimista insta a El Ladrón a aceptar el amor de una joven prostituta (Ana De Sade), que lo ha estado siguiendo junto a un chimpancé desde antes de siquiera ingresar al obelisco, y le explica al resto de su troupe que no existen los adalides de la inmortalidad, que están dentro de una película y que deben abandonar las ilusiones porque los espera la vida más allá de las tristes limitaciones comunales/ anímicas/ culturales impuestas. Si por un lado es indudable que el film funciona como un viaje espiritual alucinado e irreductible a cualquier interpretación literal porque de por sí es producto de un cúmulo de influencias artísticas, religiosas y mitológicas a nivel macro, igual de innegable es el hecho de que durante gran parte del metraje -prácticamente todo hasta la media hora final- Jodorowsky se despacha con una mega parodia que abarca una infinidad de tópicos candentes como por ejemplo el cristianismo, los turistas más bobos, la oligarquía capitalista, el genocidio/ conquista de América, el comercio y la banalización de la fe, la estupidización masiva, la apatía, la obsesión con el sexo, la cultura bélica, el clero como institución demacrada, el individualismo acérrimo y ciego, el nepotismo, el culto a la riqueza, la esclavitud moderna tácita, la artificialidad patética y bien falaz, el feminismo de derecha, el armamentismo, la alta y pequeña burguesía, la mercantilización de la infancia, el esteticismo más vacuo, el arte estandarizado y también el de elite, la hipocresía social, el condicionamiento político desde el mercado, la tecnocracia y la economía neoliberal, el aparato represivo, los profesionales y burócratas al servicio de la intelligentsia, los preceptos regresivos, desquiciados y siniestros de los susodichos, las drogas alucinógenas e incluso las promesas de sanación de gurúes y “mártires” que auguran el nirvana a los ingenuos e incautos que caen en la trampa y acceden a sus planes. Más allá del excelente trabajo en fotografía y música y la vuelta de los tullidos de siempre, los estigmas católicos y la crueldad al paso, la obra despliega todo el conocimiento místico/ oriental/ sufista/ cosmológico/ psicodélico del cineasta, ese que en comparación apenas si estaba sugerido en opus previos, y coloca en primer plano a ritos y ademanes de toda índole, basta recordar la extraordinaria secuencia del comienzo con el propio Jodorowsky reproduciendo una ceremonia japonesa del té ahora aunada a la presencia de dos señoritas rubias impasibles (las abstraídas por completo Leticia Robles y Connie De la Mora) que son peladas al ras delante de cámara, planteo que asimismo trae a colación intereses históricos del chileno como los doppelgängers más conceptuales que materiales, las escenografías y fondos circulares, la desacralización de la belleza occidental tradicional y la lógica de los extremos que se tocan, o más bien colisionan (hablamos de hermosura y fealdad, vida y muerte, control y libertad, delirio y razón, amor y odio, etc.). A la vez que denuncia la pretensión de los grandes políticos y empresarios de eternizarse y la avaricia de base que se oculta en el corazón de todos los seres humanos, Jodorowsky crea una fábula enigmática sobre una iluminación freak, enrevesada y antidemagógica que ofrece detalles exquisitos como la irreverencia de fondo de convertir a una encarnación prosaica de Jesucristo en un discípulo/ apóstol de Buda -o más bien, en un asceta apesadumbrado multidisciplinario- o como esa sátira durísima en torno a la policía, aquí conformada por unos eunucos de impronta robotizada, incapaces de pensar por su cuenta y adeptos a la brutalidad más morbosa. La Montaña Sagrada es sin duda uno de los ejercicios autoindulgentes más enriquecedores y majestuosos de la historia del cine, una alegoría coherente y sensata en pos de renunciar al yo para abrazar en cambio una idiosincrasia colectiva, alejada de las miserias individuales y los pesos muertos, y para desarticular las prisiones culturales y desbloquear la fantasía de lo imposible, con vistas a aprovechar al máximo la vida concreta que se nos presenta día a día.

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martedì 1 novembre 2022

Ema – Pablo Larraín

il film è ambientato a Valparaiso, ed è una storia cilena di Pablo Larraín diversa dalle precedenti.

è una storia di amore/non amore, di danza, di sesso, di famiglie e di bambini adottati.

protagonista assoluta è  la straordinaria Mariana Di Girolamo, debole e fortissima, con le idee chiare.

al suo confronto tutti gli altri sembrano comparse.

è un film strano, all'inizio, poco lineare, estremo, poi comincia a capirsi tutto e il film cresce e diventa un gran film, da non perdere.

buona (bruciante) visione - Ismaele

 

 

 

 

Pablo Larraín, Alejandro Moreno e Guillermo Calderón. Sono tre uomini gli autori della sceneggiatura di Ema, tre rivoluzionari che, sbalordendo per la loro comprensione a tratti sopraffina, descrivono con la sincerità dell’ascolto il grido di emancipazione della loro protagonista. Sconcertante è infatti scoprire la matrice dietro il diritto alla libertà di Ema. Un orgasmo tutto femminile stimolato in verità dalla mente – e dall’altrettanto messa a nudo – di tre uomini, pronti alla sollevazione non di ciò che rappresenta essere una donna, ma cosa significa essere una donna.

Dal sesso alle confidenze private, allo spirito comune fino al rifiuto di dover abdicare forzatamente dal ruolo di genitore. La Ema di Pablo Larraín è la sfrontatezza che rivendica il proprio stato di persona auto-determinata, una moltitudine di personalità che non devono obbligatoriamente sottostare ai doveri di una società che vuole contenere. La lotta per il riappropriarsi del proprio corpo e per reclamare la propria natura autonoma, passa per lo scontro di genere più aggressivo e provocatorio, per lo spaesamento dell’uomo di oggi che non sa come gestire la propria controparte tanto furiosa, tanto diversa, tanto arrabbiata.

Ema – Sesso, libertà, danza, maternità

La presa di coscienza fisica ed emotiva di cui Ema si fa raggio catalizzatore, irradia la sua essenza per elevarsi a una vivisezione intima e brutalmente schietta del femminino contemporaneo, riflessa nella danza indisciplinata di Mariana Di Girolamo che è non la voglia, nemmeno il bisogno, ma la rivendicazione assodata di una libertà che le appartiene. Che appartiene a tutte le donne. E, nell’orgia carnale e identitaria della protagonista – e di tutte le sue dame di contorno -, la bellezza di Ema è il ritornare a quella fonte di vita che è la madre, con tutti i suoi vezzi, le responsabilità sviate, insieme in quell’unica individualità che non ne esclude la parte torbida, inalienabile, che ne comprende l’amorevolezza, la cattiveria e quella incedibile sensualità.

Nella sua pellicola più sfrontata, Pablo Larraín non dimentica la poesia per un film sfacciatissimo, artefatto all’inverosimile pur inquadrando una situazione radicata nell’attualità. L’eleganza selvaggia del regista cileno che si tramuta in trasgressione e ballo verso la sua opera più contemporanea. Verso le donne di oggi. Perché alla fine si vuole solo ridere, ballare, scopare. E si vuole semplicemente essere delle madri.

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La corporeità di Ema è uno degli aspetti chiave del film del regista cileno. Larraín ribalta le dinamiche rappresentative che veicolano il male gaze attuando un vero e proprio slittamento prospettico: Ema resiste alla sottomissione dello sguardo maschile, piegandolo a suo piacimento. Il ballo, così come il sesso, sono gli strumenti coercitivi che Ema utilizza nei confronti dello spettatore. Il film di Larraín è un manifesto della femminilità, ma è una femminilità che non sottostà alle pulsioni scopofile e voyeuristiche dell’uomo, preferendo muoversi invece sui binari dell’emancipazione e dell’indipendenza, rinunciando ad ormai arcaici diktat della morale.

Di pari passo si muove anche uno dei sottotesti principali presenti nella pellicola di Pablo Larraín, riguardante sempre l’aspetto musicale affrontato però in ottica di metafora generazionale. Ema, di diversi anni più giovane rispetto a Gastón, si autodetermina nei confronti dell’alterità a partire proprio dai suoi gusti musicali. L’appeal per il reggaeton, ad esempio, è figlio delle passioni delle nuove generazioni e ben lontano dall’universo di Gastón e da quello dello stesso regista. La questione in ogni caso non si limita solamente al gusto, ma trascina con sé un retroterra culturale che, tra le altre cose, funge da ente separatore tra la ragazza e l’ex marito. Il reggaeton, infatti, si inserisce a capofitto all’interno del discorso emancipatorio. Spesso tacciato di essere un “ballo misogino” in virtù della grande centralità del corpo femminile, per Ema diventa in realtà una fonte di espressione massima: nessuno può imporre ad una donna come può ballare o meno, chiunque può utilizzare la corporeità senza vincoli per affermare la propria libertà.

Lo scontro tra passato e presente è totale. Il lavoro di Gastón in qualità di ballerino moderno non riflette ciò che accade nella realtà: ormai si danza in strada e non più su un palco, «perché è sulla strada dove le cose accadono», e saranno le stesse strade a bruciare – metaforicamente ma anche letteralmente – perché le nuove generazioni vogliono lasciare una traccia sensibile ed evidente del loro passaggio (cfr.). Ema è un film straordinario, capace di passare dall’analisi sociale al mondo soggettivo della sua protagonista da un momento all’altro e senza soluzione di continuità, muovendosi dall’introspezione di alcuni passaggi sino ad arrivare a splendide sequenze simil-videoclip, rendendo l’esperienza cinematografica complessiva dell’opera di Larraín un unicum originale ed esemplare.

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Ema è davvero un personaggio di illogica e purissima sensorialità. Desidera genuinamente gli altri, ma non se ne innamora. Li usa come pedine per ottenere i suoi scopi, ma anche per sovvertire un ordine sociale che non basta più.

Certo non è semplice empatizzare con i personaggi di un film in cui sembrano tutti vivere, muoversi e parlare come fossero nel bel mezzo di un processo di ipnosi e di assuefazione. Un film ambiguo, quindi. Innegabilmente “brutto”. Come lo vedi o scomponi non sembra funzionare mai. Eppure non possiamo non riconoscergli un fascino malato. Larraìn si infila in un percorso espressivo privo di “precauzioni”, che a modo suo mette in crisi i seguaci del cineasta sudamericano. È infatti un’opera dolente, fragilissima, in cui per la prima volta il regista sembra ammettere una percezione di inadeguatezza, uno scarto profondo nei confronti delle nuove generazioni millennials – nel monologo di Bernàl sul reggaeton si nasconde forse lo smarrito punto di vista dello stesso autore. Se fino a oggi la sua opera rifletteva la rabbia dei figli verso la dittatura dei padri, in Ema gli equilibri si ribaltano e viene fuori il film di un adulto che prova a fatica a intercettare questi figli alienanti, poligami e sordi, che vogliono ottenere tutto e bruciare ogni cosa. Ma è proprio questo il punto: se solo una rivoluzione potrà salvarci… proviamo almeno a capire chi riuscirà a farla!

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Dal punto di vista formale il film acquisisce un’ulteriore serie di punti deboli che vanno da una scrittura farraginosa, con dialoghi eccessivamente sbandierati nel dover significare tanto, troppo e in continuazione, fino a un virtuosismo registico che, in un film già tanto debordante, fa da inutile o addirittura dannoso raddoppio di senso. Ema vuole con tutte le proprie forze essere sorprendente e vitale, con un inizio su di un semaforo che brucia e le prime scene drammatiche che sfociano in un montaggio alternato con momenti di danza selvaggia. Che proseguono sempre più, col reggaeton in luoghi fatiscenti, incendi appiccati, tute fluorescenti in bar squallidi, inquadrature di specchietti retrovisori da cui si vedono accoppiamenti, fino al montaggione dei coiti e a un vago senso di esagerazione (a un certo punto il film fa pensare a Harmony Korine) architettata. Ema vuole essere frammentato, spezzettato, rapido, cool. Rifugge linearità e racconto piano per consegnarci a una messa in scena calcolata e ricercatissima e a una narrazione ellittica in cui dobbiamo capire le cose lentamente, poco a poco. Forse perché non possiamo e non dobbiamo mai penetrare nella vera natura della protagonista, che deve restare un po’ un mistero altrimenti crollerebbe tutto. Forse perché il regista è onnisciente più che mai e più che mai delibera circa lo sguardo del suo spettatore. La visione di Ema lascia abbastanza sconcertati, ma non è una sensazione positiva perché, per la prima volta in Larraín, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un’opera volutamente stravagante e trendy, reticente nel mettere a fuoco le ragioni psichiche dei disagi e dei dolori. Dunque a un film che, per la prima volta in Larraín, non affonda lo sguardo nell’umano ma prende una strada più furba, meccanica, insincera.

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…Sulla posizione di Larraín nella storia del cinema è troppo presto per esprimersi. Sicura è invece la capacità di questo personaggio – chiamiamolo Ema – di incarnare, in modo estremamente astratto e concreto, una serie di contraddizioni psicologiche e sociali che riguardano il tempo presente: ciò che ci tiene insieme e ciò che separa, ciò che fa “individuo” e ciò che è possibile chiamare “famiglia” o altro ancora.

Ema: di che cosa è, dunque, il nome? Per quanto riconoscibile sia la sua silhouette, mentre si agita nel lungomare di Valparaiso imbracciando il lanciafiamme, il senso della sua figura resta ancora in buona parte oscuro. Che cosa ci dicono i suoi ripetuti sguardi in macchina? E che cosa annunciano, di già presente o di imminente, le sue posture, i suoi comportamenti tremendamente in bilico tra cinismo e ingenuità assoluta. Uscendo dalla sala, ci sentiamo un po’ come suo marito Gastón, in una delle ultime inquadrature del film, all’interno della nuova casa, insieme alla nuova comunità affettiva e genitoriale: l’espressione è quella di chi ha assistito a qualcosa di straordinario eppure resta ancora, giusto il tempo di guardare il film ancora una volta, un poco confuso.

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…Si bien cierto es que el final de Ema resulta un tanto descafeinado en contraste con el nivel de locura en el que se suceden la trama, sirve como broche final a este drama familiar envuelto en libertad y sexualidad y totalmente desprovisto de moralidad.

Por otra parte, cabe destacar la impecable fotografía y estética aunada a una banda sonora parcialmente actualizada que resulta gratificante en multitud de escenas, así como las exquisitas interpretaciones que se suceden durante el filme. Estas brillan por la fuerza con la que los personajes se abren paso en el relato y la manera en que están logrados, que casi que parecen necesarios para que Ema se desenvuelva de una manera u otra.

Una arriesgada y provocadora narrativa audiovisual de toda una generación sobre la liberación que presenta un toque feminista, donde habrá que expandir los propios horizontes para adentrarse de lleno en ella.

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Pablo Larraín si conferma un regista dalla grande sensibilità e sensualità, non solo perché mostra, ma perché trasmette la passione e le pulsioni dei corpi, dei colori, mai così tanti e vivaci in un suo film, della musica al altissimo volume che trascina lo spettatore in quel vortice di cui Ema è il centro.

Il regista ci porta per mano per vicoli e tetti di una città che sembra non esistere nel nostro tempo, lo fa smarrendosi lui stesso nelle pieghe di una storia che non è perfettamente compiuta perché estranea ai canoni sociali universalmente riconosciuti, ma che trova, nel finale, un’ordine insolito, a misura della sua protagonista.

Ema è la donna che porta vita e amore, l’alieno arrivato sulla Terra a mostrarci una via alternativa per la condivisione, un elemento naturale magnifico e terribile, un terremoto di energia e bellezza. Ema è l’istinto allo stato puro, che agisce sempre secondo l’amore.

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A nivel interpretativo la película cuenta con unos buenos trabajos, en especial el de Mariana Di Girolamo, que interpreta a la protagonista de la película, y que está soberbia alternando momentos de intensidad dramática con otros en donde su mirada refleja el dolor y otros en donde es más alegre y divertida. La joven actriz chilena es una desconocida y Larraín la ha dado la oportunidad de estar al frente de su nuevo proyecto, cuando había participado principalmente en series de televisión. Entre los secundarios de lujo destacan Gael García Bernal en el papel de Gastón, el coreógrafo de Ema, con la que tiene un pasado en común y una relación de amor-odio. Las jóvenes actrices que interpretan a las amigas de la protagonista tienen unas actuaciones bastante decentes, y el que no me termina de convencer es Santiago Cabrera, que interpreta al bombero de día y camarero de noche, cuyo personaje será fundamental en el desarrollo de la trama durante la segunda mitad, y que no me transmite como lo hacen el resto de intérpretes. Casi todas las subtramas giran en torno a Polo, un niño al que citan muchas veces, pero que es un desconocido para el espectador, salvo una escena en la parte final, y que es clave en el modo de comportarse y en las inquietudes de Ema y los que la rodean.
Una película que es un soplo de aire fresco y diferente a la cartelera actual y que, sin ser fácil de recomendar porque aborda temas nada sencillos para el espectador y por la manera contar la historia, creo que es una oportunidad perfecta para acercarse a ver una propuesta original de uno de los mejores cineastas del panorama latino actual.
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L’ultima opera di Pablo Larraín è un film talmente seducente nelle sue immagini che la trama può risultare irrilevante agli occhi di chi guarda, e il finale non richiesto. Le scenografie, ipnotiche nella loro seduttività (sono firmate da Estefania Larraín), sono capaci di distogliere lo spettatore dall’urgenza morale della vicenda che dà la nota iniziale a Ema. Con la “non necessarietà” del finale non si intende che esso sia privo di logica o di completezza narrativa, anzi. Negli ultimi fotogrammi della pellicola ogni dubbio trova una sua composizione e il film la sua compiutezza, mentre il comportamento della protagonista non appare più come quello di una ragazzina capricciosa che non sa quel che vuole.

L’assortimento visivo dell’opera è un caleidoscopio di bellezza filmica che evita di essere stucchevolmente estetizzante. Nella sua depurazione dal formalismo estetico, l’impatto cromatico e registico di certe sequenze sembra richiamare la poetica del regista franco argentino Gaspar Noé (IrreversibleClimaxLove), ma in maniera meno scomposta e tragica: qui non c’è spazio per il nichilismo. La guerriera Ema si muove per le strade, i cieli, le camere da letto, le palestre e le scuole della cittadina cilena di Valparaíso come un animale dal fiuto infallibile, al ritmo del reggaeton. Con il procedere delle immagini, il pubblico comprende che la ragazza usa il suo corpo come duttile strumento per sanare lo sbaglio commesso. E quelli che allo spettatore possono sembrare atti di auto stordimento per arrivare a una sorta di oblio degli errori compiuti, sono invece pezzi di una strategia unitaria e lucida…

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