giovedì 15 ottobre 2020

Un divano a Tunisi (Arab blues) - Manele Labidi

protagonista della commedia agrodolce, come tante commedie italiane a cui si è ispirata la regista, è la straordinaria Golshifteh Farahani (interprete in Niwemang, About Elly e Paterson, fra gli altri film), attrice iraniana esiliata, per fare film sgraditi agli ayatollah e ai dittatori di quello sfortunato paese.

si prendono in giro i tunisini, senza cattiveria, scavando, come fa la psicanalista, nei loro cervelli e nella loro anima.

il film non è un capolavoro, ma è un soffio di aria fresca, anche in Tunisia, se e quando lo proietteranno, ridere, sopratutto di se stessi, è una cosa impagabile, buon segno.

per i poveri incassi dei cinema è un piccolo miracolo, vanno in pochi in sala di questi tempi, ma un po' vanno a vedere questo film (ed escono contenti).

cercatelo e godetene tutti - Ismaele 



 

 

…Tra personaggi onirici e a tratti fumettistici, “Un divano a Tunisi” è metafora di vita e Storia, dove per Storia si intende anche quella che ha fatto della terapia psicanalitica una strada in salita, che sempre più persone smettono di avere paura di percorrere.

Con una fotografia caratterizzata da colori caldi rappresentativi di un luogo vivace, dove vigono norme e canoni che rispettano un ideale diverso di libertà, la regista Manele Labidi Labbé traccia con mano sicura un ritratto sociale, economico e politico di un Paese che si ricostruisce giorno dopo giorno. Tra personale e universale, privato e pubblico “Un divano a Tunisi” racconta difficoltà e lotte interne, dove l'importanza di conoscersi, resistere e combattere non è poi così ovvia e banale come ci piace credere.

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…Impeccabile nella confezione e garbato come ci aspetta  da una commedia di stampo classico, categoria a cui tutto sommato Un Divano a Tunisi appartiene, secondo noi il film non è altrettanto efficace nel perseguire il suo intento più profondo e cioè quello di fare le pulci e denunciare il malessere esistenziale del paesaggio politico, istituzionale ma anche sociale che concorre con le sue liturgie e i suoi rappresentanti a movimentare la vicenda. Nonostante la simpatia dei personaggi e la leggerezza con cui questi si relazionano alla protagonista Un divano a Tunisi non riesce mai a diventare altro, rimanendo in qualche modo irretito dall’intrigante sguardo della bella protagonista.

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…Racconta un paese dal quale i giovani come Olfa, Aisha Ben Miled, vogliono fuggire anziché restare per costruire una Tunisia nuova, ora che hanno conquistato libertà e democrazia. Un paese ancora arretrato, che fatica a misurarsi con questa libertà, anche nei costumi e nel modo di essere. Si parla di integralismo religioso, di matrimoni combinati, di omosessualità – soprattutto grazie al personaggio del fornaio Raouf, interpretato da Hichem Yakoubi – ma anche di gestione clientelare della cosa pubblica. Il poliziotto Naim, Majd Mastoura – Orso d’oro a Belino per Hedi di Mohamed Ben Attia – paladino della legalità, appare come una mosca bianca. Insomma una Tunisia piena di potenzialità ancora per buona parte inespresse. L’auspicio di Labidi è quello di una liberazione finalmente anche culturale e mentale. È questa la scommessa sul proprio paese che la protagonista porta alla storia, col suo studio di  psicoterapia. Per accompagnarla, la regista sceglie la voce di Mina e le note di un classico della canzone italiana anni ’60 come Città vuota, assieme alla meno conosciuta Io sono quel che sono, che ben si confà al mood della protagonista e suggerisce un parallelo tra l’Italia del boom e la Tunisia di oggi, proprio in termini di opportunità di progresso da cogliere e potenzialità da sfruttare.

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…"Un divano a Tunisi" è un'opera leggera che trova nella terapeutica virtù del sorriso la ricetta per costruire un dialogo intorno a questioni delicate, rimaste in silenzio negli anni più bui del governo tunisino. A metà strada tra la vivacità maghrebina e l'essenza della commedia francese un "Divano a Tunisi" è stato premiato dal pubblico delle Giornate degli Autori durante l'ultima Mostra del Cinema. L'entusiasmo degli accreditati in sala lascia ben sperare per un buon risultato nelle sale che affrontano i dubbi della riapertura. Sperando che il film, inizialmente programmato ad aprile, riesca a farsi strada nella calca dei prossimi mesi. Lo meriterebbe la bella e coraggiosa Selma vera anima battagliera che si nasconde dietro al dissimulato candore di Golshifteh Farahani.

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…Cinema d’autore? Intelligente? Bene intenzionato? Qualunque sia l’etichetta, Manele Labidi filtra il mondo sotto una lente tragicomica, guardando (per sua esplicita ammissione) al modello della commedia all’italiana; risate, malinconia e una spruzzatina di satira sociale. Rispetto allo standard di Monicelli & Co. uno sguardo più affettuoso, e un’umanità meno cinica. Ma dal momento che parliamo di sguardi sul mondo e non di dogmi, va bene così. In fondo il secondo pregio del film è di scegliere l’umorismo, rigettando la fosca pesantezza del cinema di qualità alle prese con grandi idee, uno stereotipo dannosissimo, quando si tratta di scandagliare le pieghe più aspre del racconto.

Quello che manca è lo scarto di una regia capace di irrobustire il film al di là dello spunto di partenza. Nel vissuto problematico dei pazienti di Selma, il riflesso di un paese traballante che si apre alla modernità, alla libertà e alla democrazia senza un’idea chiara della direzione da prendere. Saldare i fantasmi del passato, le angosce del presente e le ombre del futuro per far la pace (dentro e fuori) e razionalizzare i traumi di un vissuto, pubblico e privato, problematico. Questa è la nobile sfida di un film che si sforza di parlare in prima persona, singolare e plurale. E che funziona solo a metà. Quella pubblica. Perché la traiettoria della protagonista Golshifteh Farahani, professionale e sentimentale, finisce per rimanere un po’ inespressa e sacrificata.

Un divano a Tunisi tenta di illuminare il filo sottile che lega mondi all’apparenza poco propensi a comunicare e influenzarsi. Politica, famiglia e femminilità, tanto per citarne alcuni. Un discorso comune, di libertà e emancipazione che parte dall’intimo per sfociare nel sociale e tornare di nuovo nell’intimo. Selma cura i suoi pazienti, cura il suo paese, cura la sua famiglia, cura sé stessa. Ma il film non ha la forza di restituire fino in fondo il senso e la fatica immane di questa sfida. Ne coglie la necessità, e il senso aleatorio di un presente in continua transizione. Non è poco, ma non si va molto oltre.

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…El tono demasiado ligero de Un diván en Túnez puede ir en detrimento de la propia película. Sin embargo, su duración breve y su tono fresco hacen que la película resulta divertida y agradable. Pero deja en el tintero algunas cuestiones y reflexiones como la fascinación de la protagonista hacia un personaje de carácter más autoritario. Si se emplea a fondo en las relaciones familiares y sobre todo es muy destacable el empleo que se hace de la figura de Sigmund Freud a lo largo de Un diván en Túnez.

Quizás pierda un poco por dejar de lado o tratar de forma tangencial los problemas de Túnez actualmente tratando de construir su democracia y la situación en la que se encuentra. A mi parecer, aunque la situación personal de los personajes es interesante, ese punto de profundidad política engrandecería la cinta.

Un diván en Túnez se suma a la serie de comedias franco árabes que sirven como un excelente retrato de nuestros vecinos del Norte de África y una forma de visualizar un tipo de filmografía amable y que generalmente no es la más comercial. Un debut notable.

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…La directora nos ha querido mostrar todo esto a través de una comedia amable, en todo momento se ha desvinculado del drama y no ha querido hacer una cinta de denuncia. Todo está contado desde un punto de vista femenino. Llama la atención muchas situaciones que tiene que sufrir la protagonista, como la nefasta burocracia que impide un ejercicio administrativo ágil y eficiente y también el rechazo de muchas personas que creen que, por venir de Francia, no conocen el funcionamiento del país y la consideran inferior a los demás.
La película es entretenida, nos muestra la convivencia entre pasado y presente en una sociedad en la que tradición y modernidad todavía chocan, pero no les queda más remedio que tirar para adelante. La interpretación de Golshifteh Farahani es parte fundamental de la película. Tiene unas miradas, unos gestos y muecas bastante llamativas, porque en ningún momento da crédito a todo lo que está viendo y le está sucediendo. Merece la pena su visionado.

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…Una brava protagonista – Golshifteh Farahani – un soggetto coraggioso – scritto dalla regista Manèle Labidi insieme a Maud Ameline – una love story prevedibile e un epilogo un po’ stiracchiato fanno di Un divano a Tunisi un’opera riuscita solo a metà: il coraggio può essere una buona arma, ma se non se ne fa un buon uso ci si può ritorcere contro.

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mercoledì 14 ottobre 2020

Mostra del Cinema di Venezia: la questione Rosi - Dario Zonta

 

La solita polemica ha accompagnato il palmares di questo Festival di Venezia, per una volta dimentichi dell’eccezionalità pandemica: nessun titolo nazionale ha vinto, in un’edizione ricca di film italiani. Inserirsi in questa polemica è rischioso perché spesso è strumentale, eppure qualcosa bisogna dire.

Gli organizzatori sempre si appellano all’autonomia decisionale delle giurie che però qualcuno ha voluto così formate. Una volta il direttore/regista di un festival italiano non di secondaria importanza ci disse: programmare un festival, ovvero scegliere i film, è come costruire una macchina, ma se sbagli il pilota (ovvero la giuria) si rischia di fallire il progetto. Proviamo a fare un ragionamento.

Composte da “professionisti” del cinema e dintorni, le giurie sono perlopiù capitanate e rimpolpate da attori e attrici, meglio se hollywoodiani, che valutano e giudicano i film con il metro della loro esperienza cinematografica ed esistenziale. Questa tendenza, comune ai tre maggiori festival europei (Cannes, Berlino, Venezia), ha avuto una svolta che sembra programmatica negli ultimi quattro anni, una svolta che non si può unicamente addebitare alle necessità imposte dal tappeto rosso. C’è qualcosa di più profondo legato ai rapporti con il Mercato. Analizziamo il caso di Venezia. Nel quadriennio 2013/2016 accade che un regista italiano, Bernardo Bertolucci, premia per la prima volta un documentario, Sacro Gra di Rosi; l’anno dopo un regista di Hong Kong, Ann Hui, premia il film dello svedese Roy Anderson, Un piccione seduto su un ramo…; nel 2015, un regista ancora messicano, Alfonso Cuaron, premia il misconosciuto venezuelano Lorenzo Vidas con Ti guardo; infine nel 2016 l’americano Sam Mendes premia l’ostico Lav Diaz con La donna che se n’è andata. Dopo questo poker di film documentari, d’autore, misconosciuti e ostici in molti hanno denunciato lo “snobbismo” di un festival che voltava le spalle al pubblico, alla sala, agli incassi e al buon senso. In pochi andarono a vedere quei film, anzi alcuni titoli non trovarono neanche una distribuzione. Il collasso tra la Mostra e il Mercato sembrava radicale. Bisognava metterci una pezza. Rapida occhiata al quadriennio successivo: Annette Benning premia La forma dell’acqua di Del Toro (2017); Del Toro premia Roma di Alfonso Cuaron (2018); Lucrecia Martel premia Jocker di Todd Phillips (2019); ora Cate Blanchet premia Nomadland della regista cino-americana Chloe Zhao, film prodotto dalla Disney. La ricucitura con il Mercato (e con gli Oscar) è compiuta. I film conquistano il pubblico e una critica sempre più appiattita e pedissequa. È vero: le giurie sono autonome e imprevedibili, ma qualcuno le sceglie e i risultati sono l’unico elemento su cui ragionare. Nonostante le eccezioni, a risalire la china dunque sono quei film che hanno capito quale è la miscela per conquistare tutti e tutto: pubblico, critica, mercato e premi. Il neo-maccartismo del politicamente corretto che sta imperversando è la ciliegina sulla torta: al Mercato si unisce la Politica, travestita da ideologia. Non c’è scampo.

L’abbiamo presa alla lontana per arrivare a dire qualcosa su Notturno di Gianfranco Rosi. Uno dei film più complessi e ambiziosi del regista di Sacro Gra e Fuocoammare non solo non ha preso nulla a Venezia, ma è stato paradossalmente oggetto di un attacco vetusto e ideologico (riservato esclusivamente agli autori di cinema documentario) che ancora devono difendersi dalle accuse di estetismo utilitaristico ai danni di poveri disgraziati. Una questione estetica che nel documentario diventa subito una questione etica, senza che i detrattori nulla eccepiscano sul ricatto “fotografico” di film come Roma di Cuaron (con il suo patinato bianco e nero) o Jocker di Phillips (con la sua pellicola scolorita da film anni Settanta). Al cinema di finzione tutto è permesso, al cinema documentario molto poco, perché la “realtà” documentaria (soprattutto in un film “sociale”) non può essere oggetto di una rielaborazione estetica che tradisca la matrice antropologica e diretta. Questo si dice.

Più velatamente nella critica ufficiale (che pur ha ben compreso e riconosciuto il senso dell’operazione), più frontalmente nella critica sul web (con punte di estremismo davvero insostenibili), la “questione Rosi” ha assunto una domanda che è parsa ineludibile: a Rosi interessa più il cinema o la realtà? Al fondo, la “questione Rosi” è tutta qua! Non si tratta di un accanimento personalistico (anche se qualcosa di moralistico serpeggia tra le note critiche), perché Rosi è solo il capofila di una serie di registi che hanno provato a riconnettersi (superandola nei modi e negli intenti) con una tradizione documentaria che non temeva affatto il confronto estetico, fino ai casi di lirismo poetico come le struggenti “sonate documentaristiche” di Vittorio De Seta. Se c’è un erede di De Seta e Flaherty è proprio Rosi. Ma ora, come allora, non si perdona il peccato originario del cinema che inquadra, monta e ricostruisce la realtà per sublimarla, raccontarla meglio, entrando nella sua profondità proprio attraverso la forma. Senza negare il contenuto e la sostanza, senza negare l’esistenza di una Storia complicatissima e contorta (quella che ha definito il Medio Oriente), Rosi in Notturno, come in tutti i suoi film, compie una serie di evidentissimi gesti cinematografici che sono il risultato di una ricerca (i luoghi), di un incontro (i personaggi), di una trattativa (le situazioni) e di uno sguardo (l’inquadratura, quasi sempre fissa); gesti cinematografici preceduti da una domanda che ha mosso tutta la ricerca (dopo Fuocoammare: da dove vengono i disperati sbarcati a Lampedusa?) e da una sola certezza: andare oltre il già visto, la paccottiglia di immagini legate alla cronaca. Tutte queste fasi sono connesse una all’altra e sono tenute da una ferrea lega che le fonde: la fiducia. Tutto il cinema di Rosi è un atto di fiducia nei suoi personaggi e con lo spettatore. Se non si crede a quella, crolla tutto.

Cosa si chiede a un documentario? Non certo di raccontare la realtà (pensate che i film di Moore rappresentino la realtà?). A un documentario si chiede un atto di onestà, l’essere intellettualmente e poeticamente sincero. Ma che vuol dire essere onesti quando si ha a che fare con il reale? Vuol dire non tradire la carica di verità e di necessità che il reale si porta dentro. Chi la stabilisce questa verità? L’incontro tra il regista e i testimoni che nella narrazione diventano personaggi.

In questo consiste il reale nel cinema: mantenere il patto di fiducia e sincerità con i personaggi e le situazioni attraverso storie che sublimano il reale e lo trasformano in un racconto a cui si crede. Nessun altro al di fuori del regista può sapere la necessità e l’aderenza a quel patto. Così stanno le cose! Se ci si crede, bene, inizia il viaggio. Se non ci si crede, male, si rimane a casa! In questo, nella sospensione dell’incredulità, il cinema documentario e quello di finzione si assomigliano, anzi si equivalgono.

Riprendere una madre anziana mentre prega e piange aggrappata al muro della prigione dove il figlio è stato torturato in un’inquadratura fissa e pensare che questa immagine sia ricattatoria perché il regista ha fatto una “ricerca”, un “incontro”, una “trattativa” e deciso uno “sguardo”, vuole dire scambiare il dito per la luna, vuol dire credere che a Rosi interessi più il cinema che la realtà.

Sul film Notturno c’è molto da dire, a partire dalla scelta di fondo, quasi contro-intuitiva: lasciare ai margini la Storia, abolendone i confini, per entrare idealmente in una zona d’ombra, in un crepuscolo notturno indefinito da dove emergono figure di uomini e donne, vittime e carnefici, tutte prese tra la vita e la morte mentre la guerra viene “lasciata” in un assordante fuori campo. Un film metafisico, un viaggio interiore, quasi un’allucinazione visiva che nella forma alta del cinema di poesia restituisce il senso di un tempo sospeso, quasi inerte, profondamente dolente. Ma di tutto questo altri diranno meglio.

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QUI la mia recensione di Notturno

martedì 13 ottobre 2020

Under the skin - Jonathan Glazer

Scarlett Johansson è la protagonista di questo film spiazzante, ambientato fra Glasgow e le Highlands. Scarlett, che non ha nome, è un'aliena in missione sulla terre, attira con la sua bellezza gli uomini, presi a caso, ma non è una donna, per dei motivi che non conosciamo.

gran brutta specie, quella umana, viene spontaneo pensare vedendo il film.

non ci sono tante parole, non c'è bisogno, bisogna solo guardare le immagini.

i motociclisti sembrano essere alieni complici che la scortano da lontano e la proteggono, se possono.

il finale è sconvolgente.

gran film, con pochi spettatori al cinema (ingiustamente) - Ismaele 


 

 

…Under the Skin, ovvero, sotto la pelle: proprio dove è situata la vera bellezza che nessuno riesce a vedere, forse perché si è troppo superficiali, troppo libidinosi, troppo (poco) umani. Sotto la materia, sotto la carne, in quella dimensione in cui sarebbe possibile superare il desiderio fisico, se solo l’uomo riuscisse a farne a meno; nella quale ogni tentativo di penetrazione implode, collassa. Ecco che, allora, Under the Skin è già sotto il cinema stesso, proprio perché impenetrabile – sia a livello tramico che formale. E come l’alieno – interpretato da una più che mai seducente Scarlett Johansson – porta all’interno di un fatiscente monolito nero le sue vittime destinate ad affrontare chissà quale moderna odissea, Jonathan Glazer invita lo spettatore ad immergersi in questa cupa e misteriosa esperienza.

La pellicola, come il personaggio principale del film, non si concede né si apre mai del tutto, ma, piuttosto che farsi compenetrare, preferisce lasciarsi contemplare in maniera transitoria da un occhio – quello di chi assiste a questo spettacolo – disabituato a vedere o, meglio, avvezzo a guardare in modo classico ciò che si trova davanti. Ecco che allora, ancor prima di poter tradurre l’immagine, prima di toccare quella carne cinematografica, il pubblico sta già affondando. La sostanza filmica diviene (o)scura, insondabile, perché la visione, appunto, si fa abissale e ultima: poiché (già) pronta a rinnovarsi e rinascere. E così sfugge via, scivola, sprofonda in un nero liquido primordiale, uterino, da cui tutto nasce e fa ritorno, compreso il cinema, compresa l’arte…

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…Le avventure dell’aliena che, mimetizzata da terrestre, scorrazza sul nostro pianeta e attira uomini, col pretesto di un passaggio e un miraggio sessuale, appare allora nella forma fuorviante di uno psycho-thriller con protagonista una serial killer che, attraverso gli omicidi, soddisfa un impulso malato, in una pura coazione a ripetere. Ma solo in apparenza, perché in realtà (una realtà che si annida nei fatti e può non essere recepita) non c’è ninfomania e non c’è psicosi: qui si dà conto dello scientifico massacro di una specie animale (vi ricorda qualcosa?) perpetrato da un’altra specie vivente per soddisfare l’effimera fame di un cibo raffinato, la Terra riducendosi a paradossale riserva di caccia. Il tutto attraverso immagini di altissima suggestione (gli omicidi si volatilizzano in dissociazioni metaforiche), momenti di malìa disturbante (l’incontro con il ragazzo deforme, quel poppante abbandonato sulla spiaggia - perché inutile allo scopo -), esaltati da un uso altamente espressionista di una colonna sonora da sturbo (non si avevano dubbi) e di un decisivo sound design, in simbiosi miracolosa con quanto mostrato…

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…Insultare “Under The Skin” è come insultare la “Mona Lisa” di Da Vinci: osano farlo solo gli ignoranti.
E non si rendono conto di quello che fanno.

Perché?

Perché Jonathan Glazer è l’unico regista nella Storia del Cinema il quale abbia tentato di avvicinarsi allo stile di Stanley Kubrick ottenendo un risultato che nessuno prima di lui (soprattutto Nolan) aveva raggiunto: ci è riuscito.

Non posso elogiare la trama più di tanto, perché lo spunto è minimo e spesso ripetitivo: un’aliena prende le sembianze di una donna (perfettamente interpretata dalla sensuale Johansson, in più di un nudo integrale) e viaggia su di un furgone spostandosi per tutta la Scozia con l’obiettivo di adescare uomini. La situazione inizierà a ribaltarsi quando la cacciatrice comincierà a scoprire la sua umanità (sia fisica che psicologica), assumendo il ruolo di preda che verrà portato a massimo compimento nel bellissimo finale innevato.

Quello che conta non è la trama, bensì le bellissime ambientazioni scozzesi (le Highlands), la colonna sonora alla Ligeti e soprattutto la superba regia di Glazer che rende “Under The Skin” uno dei più importanti e riusciti esperimenti di arte audio-visiva della Storia. Un racconto di formazione con cadenze da thriller fantascientifico, caratterizzato da un ritmo praticamente inesistente ma da un indiscutibile fascino.

È un film che ipnotizza.

Un’opera di grandissimo talento che annoierà a morte i più mentre catturerà le menti e le anime di chi crede nella potenza artistica della Settima Arte.
Inutile soffermarsi ad interpretare, a tentare di capire più di quello che il regista vuole farci capire.
Glazer ci regala un’esperienza cinematografica unica nel suo genere.
E a caval donato non si guarda in bocca…

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…Il personaggio di Scarlett Johansson non è il suo corpo, ma ha il suo corpo. All’inizio del film il corpo è usato come arma di seduzione delle sue prede, ma poi, una volta guardatasi allo specchio, diventa un vestito ingombrante e incomprensibile.

Quando Scarlett Johansson si ferisce, guarda con aria stranita quella cosa rossa che esce dalle sue mani; quando mangia una torta la vomita con disgusto senza capire perché lo faccia. Insomma che cosa è questo corpo? Di chi è? Nella scena di sesso con un umano – un sesso che l’aliena vive senza capirlo, senza identificarcisi – si desta con terrore quando scopre una parte di sé di cui non sospettava l’esistenza.

L’interesse di Under the Skin non sta allora tanto nello sguardo straniato di chi sta al mondo senza farne parte, ma nell’idea di rappresentare la distanza che separa un soggetto dal proprio corpo, il fatto che – come insegna la psicoanalisi – tra i due non ci possa mai essere una soddisfacente e definitiva sovrapposizione. Tramite le vicende di questa enigmatica aliena finisce allora per venire alla luce un’efficace riflessione sul rapporto degli esseri umani con il proprio corpo. Perché non c’è cosa che definisce in modo più limpido gli esseri umani che non quella di avere un rapporto mai risolto con il corpo che ci portiamo appresso. Non capita forse a tutti quando ci si guarda allo specchio di chiedersi: “ma allora, chi siamo?”

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A estas alturas, que una película como Under the skin no haya encontrado distribución en España es un síntoma claro de cómo funciona la industria en este país. Una de las obras clave del pasado año, la última creación de Glazer no ha dejado indiferente a nadie por todos los festivales por el que ha pasado (se pudo ver en las últimas ediciones de Sitges y Gijón). El extraño argumento (Scarlett Johansson es una especie de mujer fatal que seduce a hombres al atardecer en Escocia) se ve superado por una imagen capaz de generar una verdadera ruleta rusa de sensaciones que van desde el asombro visual (sirva de ejemplo el inicio de la película, diseñado expresamente para establecer el tono de la cinta a nivel casi sensorial) hasta la repulsa (la escena de la playa es de las escenas más perturbadoras del cine reciente, y realizada sencillamente con el mínimo de elementos, sin recurrir a efectismos de género).

Under the skin es una película sorprendente, capitaneada por una Scarlett Johansson en un papel diferente al que no nos tiene acostumbrados, capaz de llevarte a rincones insospechados y crear la belleza más pura a partir de un fondo en negro que engulle el cuerpo de un hombre desnudo mientras persigue absorto la desnudez femenina. Pero todo su derroche visual no es en vano. Glazer concreta, por un lado, una serie de bajezas humanas que conforman la espina dorsal de su propuesta, como el deseo, el impulso a lo desconocido o la violencia como instinto; por otro, consigue dejar su cinta abierta al espectador y sus propias sensaciones, que serán las que le guiarán a un lugar donde caben las más variadas interpretaciones del la condición humana. Una cinta imprescindible para entender los caminos que puede tomar la ciencia ficción para salir de su zona de confort.

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…Glazer mette in scena a tutti gli effetti un film concept, dove la narrazione è al grado zero e l'importante è ciò che lo spettatore vede e percepisce attraverso i sensi dell'aliena. La sceneggiatura non spiega fino in fondo volutamente la vera ragione della cattura degli uomini (nel romanzo è esplicitato che gli umani sono cibo prelibato, catturati, mutilati e messi all'ingrasso), né chi sono gli uomini in motocicletta che assistono fin dall'inizio l'aliena (anch'essi altri alieni?). Non concede nessuna spiegazione logica né digressioni drammaturgiche della vicenda, lasciando lo spettatore sospeso nel vuoto delle immagini.
Questo si sposa con la scelta della protagonista Scarlett Johannson che diviene corpo filmico attraverso cui lo spettatore osserva il mondo e dove la macchina da presa si sofferma nella scoperta superficiale dell'involucro attoriale. Quando l'aliena inizia lentamente a essere "infettata" dalle emozioni del mondo - il cibo, il contatto fisico, i volti, i suoni, le parole, i paesaggi - perde lo scopo della missione e il suo corpo, da strumento di predazione primaria, si trasforma in scarto secondario fino all'eliminazione finale.
Se "Under the Skin" rimanesse in questo ambito si potrebbe gridare al capolavoro, ma i tanti pregi sono offuscati da molti difetti…

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…Under the Skin lancia protagonista e spettatori nel bel mezzo delle strade di una Glasgow a tinte gelide in scene improvvisate con passanti ignari che sotto la nera chioma di Laura ci sia Scarlett Johansson, investendo in egual misura con cacofonie e (fin troppo) lunghi silenzi un viaggio tra le idiosincrasie dell’umanità poco interessante e nullo dal punto di vista dell’intimismo di vittime e carnefice. La Johansson esaspera per passività e totale inadeguatezza nel passare dall’improvvisazione alle sequenze di finzione, e sebbene l’attrice americana non si faccia problemi a regalare nudi frontali alla macchina da presa, interpretazione e personaggio non interessano e tantomeno convincono.

Glazer dal canto suo applica la logica videoclippara al comparto visivo, ma si tratta di una semplice esibizione tecnica fine a sé stessa che tappa le faglie di un lungometraggio pretenzioso, vacuo e lungi dall’essere il capolavoro visionario decantato da tanta critica. Dalla A24, la casa di produzione di The VVitch e Spring Breakers, è lecito aspettarsi qualcosa di più.

 

Lati positivi

·         Regia

·         Fotografia

·          

Lati negativi

·         L’interpretazione passiva ed esasperante di Scarlett Johansson

·         Troppi silenzi, troppa lentezza ostentata

·         Sceneggiatura vacua

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…Glazer è un creatore d’immagini senza eguali, di universi sonori e visivi di una stranezza e di una bellezza sconvolgenti e Under the Skin un’esperienza sensoriale che ritrascrive lo sguardo di un alieno sul nostro mondo. è un grande film sul tema dell’incontro e dell’alterità, pone uno sguardo inedito sulla solitudine e sulla mostruosità ordinaria attraverso dei ritratti maschili sconvolgenti, di ambienti urbani iperrealisti, catturati da una camera in miniatura inventata appositamente per il film. Glazer è anche il solo cineasta dopo Woody Allen a guardare veramente Scarlett Johansson, magnifica in un ruolo agli antipodi di tutto ciò che ha potuto fare finora. Come Holy Motors, Under the Skin è un film viaggio con le sue tappe, i suoi accidenti e le sue uscite di strada. È una triste odissea dei nostri tempi e un poema sulla femminilità, carico d’angoscia e di questioni esistenziali.

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…La sceneggiatura di Glazer e dell’esordiente Walter Campbell attinge al romanzo di Faber per ottenere una narrazione minimale, più lynchiana che kubrickiana nella voluta intenzione di generare domande ma non di offrire risposte. Le derive mostruose dell’universo fantascientifico di Faber vengono allora sacrificate alla messa in scena di una realtà inquietante e surreale, in bilico tra l’orrore e l’onirico, e volta al denudamento (metaforico e letterale) di una coscienza aliena alle prese con il desiderio, impossibile e dunque disperato, di esperire l’umano.

Laddove The Tree of Life di Terrence Malick aspirava a cogliere l’essenza universale del vivere umano, dalle prime cellule alla compiutezza dell’individuo, dai primi passi al violento impatto con la realtà, Under the Skin interroga piuttosto la “natura” del vivere alieno, dell’essere cioè mandati nel mondo senza libero arbitrio, con il solo scopo di assolvere una funzione dettata da altri. La cognizione del reale, ossia la percezione fenomenologica dell’”essere nel mondo” come Dasein heideggeriano, è allora per la creatura aliena incarnata da Scarlett Johansson un processo impossibile, giacché la nascita le è negata, e ad essa si oppone piuttosto la freddezza dell’assemblaggio meccanico e dell’apprendimento linguistico ottimizzato…

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domenica 11 ottobre 2020

Lacci – Daniele Luchetti

non è la prima volta che il regista gira un film a partire da un libro di Domenico Starnone, e anche Silvio Orlando appare spesso, nei suoi film.

si tratta di una storia in tre parti, nella prima i due protagonisti sono ancora giovani, e incasinati, con due bambini, nella seconda parte i due protagonisti sono invecchiati, e sempre vicini, ma lontani, è la convivenza di due solitudini, nella terza parte, contemporanea alla seconda, i due bambini sono grandi, e senza troppa voglia di perdonare i genitori.

film di attori (bravi), anche un po' thriller (familiare), dove tutto, tristemente o allegramente, dipende dai gusti, si incastra.

non è il miglior film di Luchetti, ma non si può sempre girare il film migliore.

di sicuro merita la visione - Ismaele





…Lacci è un film che procede adagio, senza colpi di scena [se non per il finale], in un binario già prestabilito eppure così piacevolmente percorribile. Forse, ogni tanto, soprattutto alla fine del secondo atto, potrebbe risultare lento, ma non lasciatevi ingannare: è soltanto il respiro di quei sentimenti narrati, che hanno bisogno di tempo per essere compresi, accettati e solo dopo espressi…

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…All’inizio, il prologo è ritmato dalle note del letkiss, reperto sonoro anni ’60 sopravvissuto alla trasmigrazione della storia negli anni ’80. Il brano, divenuto un hit delle sorelle Kessler, non solo diventa il leitmotiv ritmico del film, ma fornisce anche una possibile referenza italiana: in Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli, infatti, è proprio questo brano che accompagna il personaggio di Stefania Sandrelli in uno dei passaggi-chiave della storia. Il riferimento a Pietrangeli offre una chiave e un’ascendenza: siamo di fronte a un cinema che ambisce ad allacciare, prima di tutto, la microfisica dei sentimenti con l’analisi della società.

Perché quello che racconta Lacci, in fondo, è la storia di una ribellione generazionale: il gesto finale dei figli (la sorpresa che non si può rivelare) va in questa direzione. È un atto d’accusa contro i padri e le madri incapaci di svolgere il loro ruolo genitoriale. Prima di ribellarsi però, manco a dirlo, il figlio si slaccia il nodo della cravatta.

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…L'interesse del dramma familiare di Daniele Luchetti risiede soprattutto nell'originalità e nella gestione della sua struttura narrativa. Struttura polifonica che lascia coesistere fluidamente personaggi e pensieri. Tra fughe, ritorni e collassi, i membri della famiglia protagonista provocano un carnage domestico che affonda le radici nel libro omonimo di Domenico Starnone. Ma è lo sguardo di Daniele Luchetti a mettere in scena l'iperattività dei sentimenti che agitano tutto il tempo la coppia protagonista, a osservarli negli spazi chiusi alla ricerca dell'amore residuale e della collera che l'ha soppiantato.
La tensione è costante e trova la sua detonazione nella coppia Laura Morante - Silvio Orlando, Vanda e Aldo in fondo al matrimonio e agli anni. Entrambi di una precisione estrema nel restituire la forza dell'inerzia e il logorio lento dell'economia sentimentale…

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…Luchetti non risparmia che quell’odio rappreso tra i denti arrivi a tirare sferzate in un istante successivo tra improvvisi strappi di rabbia e caraffe frantumate in terra, anche se riuscendo nel complesso e ancor più straziante compito di lasciar permeare il film di una tanto aspra quanto fondamentale patina di ironia, tipica di chi è allo stremo e cosciente che non esiste un tasto “rewind” per riavvolgere i nastri di una vita che ha preso una piega sbagliata.

«Se c’è qualcosa da recuperare, la recuperiamo», ma siamo oltre il tempo limite per raccogliere i cocci di vetri che sono come istantanee forse nascoste e forse delle quali si prova vergogna, o forse solo custodite gelosamente come memorandum di una vita vissuta nell’intercapedine di una paternità non voluta e di una maternità abbandonata a sé stessa. Perché, in fin dei conti, a farne le spese sono proprio quei figli che osservano un padre traditore e una madre spezzata, cresciuti all’ombra di un amore disfunzionale dove o si assimila o si rigetta, dove l’unico vincitore è chi non ha partecipato a un dramma tanto vivido perché umano e tristemente universale.

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…Ma questo ritorno al futuro è costruito dal regista de Il portaborse come in uno specchio deformante, necessario proprio per rimettere a posto i pezzi del passato, a dare forma compiuta a strade apparentemente senza uscita. Tutto procede come in una sorta di competizione tra quello che è stato e quello che ci viene svelato pezzo dopo pezzo. I cocci di un appartamento devastato dai vandali, da cui emergono le verità tenute tra parentesi o chiuse/nascoste in una scatola impossibile da aprire. Emerge la rabbia dei figli spettatori, sempre dentro e fuori l’inquadratura a seconda delle necessità di un copione da recitare. Non è un caso che nel montaggio di Lacci stia il segno più forte e più incisivo. Il gesto stesso del creare raccordi imprevisti e liberi e raccontare la storia essenziale e crudele di una famiglia ordinaria a partire dalla fine stessa di quella famiglia, nonostante le riappacificazioni, le vacanze, la reciproca sopportanzione. Tutto è crollato tempo addietro e quello che vediamo è solo il  suo continuo ripensamento.

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…Lacci ha frammenti di un dramma francese nel mostrare la malattia d’amore ma non riesce a reggerne il peso emotivo, malgrado la bravura di Alba Rohrwacher. L’attrice, nei panni di Vanda, riesce a trasmettere ansie, paura, desideri, delusioni del suo personaggio. Ma gioca quasi da sola, l’unica a entrare nel cuore di un film che mostra l’amore come dei tentativi provvisori di tregua. Da questo punto di vista, diventa esemplare un’immagine della coppia molti anni dopo, stavolta interpretati da Silvio Orlando e Laura Morante. Sono su una spiaggia in cui sono da soli ma non c’è nessun contatto. Non stanno più insieme, ma di fatto continuano a vivere come una coppia. “Per stare insieme bisogna parlare poco, l’indispensabile” dice a un certo punto Aldo. E Lacci è proprio anche un film sulla mancanza di dialogo, dove però i personaggi sono sommersi dalla scrittura…

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…Manca la verve, manca la vis polemica, manca la voglia di trasformare queste funzioni sociali – marito, moglie, figlie – in qualcosa di vivo, pulsante, magari persino maleodorante. Non c’è nulla che puzzi nelle inquadrature di Luchetti, nonostante i personaggi esplicitino sofferenze, dolori, rabbie, rancori inespressi. Alcuni passaggi mostrano un totale disinteresse in tal senso. La cena di Aldo a casa del suo collega, per esempio, con quest’uomo e sua moglie che cercando di spiegargli come gestire la delicata situazione. Ma ancor più la sequenza del ritorno a casa di Aldo e Vanda dopo che la loro casa è stata devastata (da chi? Si scoprirà solo nel finale, anche se Lacci non fa nulla per elaborare un giallo): nessun gattofilo si ricorderebbe solo dopo svariati minuti, dopo aver raccolto cocci in giro per l’appartamento, di controllare che fine abbia fatto il micio, quel Labes sul cui nome si avvilupperà parte del “dramma…

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