domenica 12 febbraio 2017

150 milligrammi (La fille de Brest) – Emmanuelle Bercot

è un film politico e civile , che racconta la storia e la guerra di una piccola dottoressa contro i giganti dell'industria farmaceutica. 
questa è la guerra di civiltà del mondo di oggi, fra i piccoli, non più organizzati come un tempo (non troppi decenni fa) e i moloch dell'economia, che praticano letteralmente dei sacrifici umani, in cambio di un super profitto.
Emmanuelle Bercot non è Francesco Rosi, e il film è "solo" un buon film, che comunque riesce a tenerti incollato allo schermo per tutte le due ore, senza cali di tensione.
Irène Frachon è una straordinaria Sidse Babett Knudsen (già protagonista di Dopo il matrimonio, di Susanne Bier), e il film si regge sopratutto sulla sua interpretazione.
lo si trova solo in una cinquantina di sale, il film vale davvero il prezzo del biglietto, vedrai - Ismaele







…150 milligrammi possiede un valore intrinseco, non brilla per una sceneggiatura eccezionale, a volte  schematica e troppo vicina ad un romanzo più che a un film, né per un ritmo incalzante, spesso lineare come l’intera narrazione, ma è capace, come raramente accade, di far entrare la macchina da presa nel cuore e nella mente del personaggio. 150 milligrammi si abbandona completamente nelle mani sapienti della protagonista. L’impegno civile, l’etica e la forte morale non sono altro che diversi perni su cui il fulcro, rappresentato ovviamente da Sidse Babett Knudsen e dal suo personaggio Irène Frachon, poggia per una riuscita esemplare dell’intera opera.

…Apprezzabile e riuscita, dunque, la commistione tra realtà e finzione, per un racconto cinematografico che – oltre ad avere una costruzione geometrica, sia dal punto di vista formale che narrativo, in grado di affascinare – possiede il coraggio di elevare un sostantivo di discreta pesantezza rispondente al nome di Etica (con la maiuscola), ad autentica ragione di vita. La fille di Brest non avrà la straordinaria forza morale di un Insider (1999) di Michael Mann – giusto per citare un’opera dai contenuti affini, sia pur geograficamente e non solo distante – ma resta un lungometraggio che riesce a parare esattamente dove voleva. Cioè nelle coscienze di coloro che sceglieranno di guardarlo.

…Il film, intriso di puro realismo, si presenta come un’indagine giudiziaria avviata dai medici bretoni nei confronti del colosso farmaceutico Servier. Almeno 500 le morti attestate. Il farmaco, dopo la lotta portata avanti dalla dott.ssa Frachon, è stato ritirato dal commercio. Sebbene il libro verità non abbia seguito sin da subito un fortunato percorso per via delle accuse mosse dall’azienda farmaceutica all’autrice, costretta a mutare il sottotitolo del suo libro da “Combien de morts?” a  “Sous-titre censuré”, la realizzazione del film sembra dare nuova linfa a un’inquietante vicenda giudiziaria forse per troppo tempo tenuta nell’ombra. L’interpretazione straordinaria di Sidse Babett Knudsen agevola lo sviluppo narrativo della cupa vicenda presentando al pubblico un personaggio tanto tenace quanto professionale pronto a sfidare chiunque pur di far trionfare la verità…

…Emmanuelle Bercot (attrice, sceneggiatrice e regista che, nel 2015, ha firmato l’interessante A testa alta) racconta la strenua battaglia di questo medico che, negli anni – la vendita di preparati a base di benfluorex è stata vietata nel 2010 – ha affrontato ostacoli di ogni sorta, mettendo a repentaglio la sua reputazione e la sua carriera giocando, come ultima e definitiva, la carta della stampa. Il suo libro, “Mediator, quanti morti?”, pubblicato da un piccolo editore locale, esplode come una bomba, la Servier fa causa e lo fa ritirare dalla vendita (anche se, più tardi, tornerà di nuovo in libreria) mentre la Frachon rischia, addirittura, di essere radiata dall’albo dei medici.
La regista parigina, girando negli stessi luoghi in cui la vicenda si svolse, segue la sua protagonista in ogni fase della sua ricerca che, sempre più, assume i connotati di una vera e propria indagine investigativa. Attenendosi ai fatti, con una regia limpida e misurata, senza enfatizzare il carattere eroico di coloro che portano avanti questa accanita battaglia, la Bercot costruisce una sorta di thriller che mantiene alto il ritmo della narrazione e non si priva di un forte elemento emotivo rifuggendo altresì dall’intento subdolo della facile commozione…

…150 milligrammi zoppica per un problema di scrittura più che di idea: la struttura narrativa è disorganica e sproporzionata, il ritmo è sbagliato. I tre atti tradizionali sono presenti, ma imprecisi. La prima parte della vicenda è confusa e troppo dinamica, manca completamente un set up e si entra direttamente nell’azione. Il secondo atto è interminabile, piatto, pieno di punti morti e continue riprese. L’intenzione non è mai chiara e continuano a sovrapporsi ostacoli su ostacoli, che allungano troppo il brodo e fanno perdere l’attenzione. Il finale è molto sottotono rispetto agli atti precedenti, si protrae con una coda decisamente evitabile, senza cambiare mai ritmo…

…il film appare lodevole e ben calato nelle sfaccettature di una indagine dai risvolti davvero inquietanti.
Ma allo stesso modo del film precedente, questo La fille de Brest manca un pò  di un peculiare stile di regia, restringendo o limitandosi ad un prodotto di pura e un pò  schematicacdenuncia che utilizza una narrazione un pò piatta di stile televisivo, magari efficace per chiarire alla perfezione le ragioni di una truffa gravissima ai danni della razza umana, ma carente di una presa scenica con uno stile ed un carattere ben delineati.
Ottima ed efficace l'interpretazione della valida Sidse Babet Knudsen,  mentre ad un pallido e imbolsito Benoît Magimel spetta il ruolo dello scrupoloso ed un po’ ombroso dottor Le Bilan.

…Bercot en eso es muy habilidosa ya que tiene a su disposición a su actriz principal, Sidse Babett Knudsen, que va aportar el suficiente carisma y magnetismo para que el público sea cómplice de su determinación y de su lucha. Si ya tenemos a una actriz que va a desplegar todo su arsenal para seducir al espectador desde el minuto 1, cuesta comprender que la directora desee, aún así, remarcar los dos frentes en oposición llegando a una exageración casi irrespestuosa con todos aquellos que representan los intereses del laboratorio farmacéutico Servier, el segundo más importante de Francia. Aquí también hace entrar en juego dos dimensiones, pero su forma de hacerlo acaba resultando tremendamente tosca. El enfrentamiento entre el humilde, comprometido y entregado profesional de la provincia (la Bretaña concretamente), frente a la arrogancia y petulancia del profesional de París que forma parte de un gran imperio empresarial…
da qui

sabato 11 febbraio 2017

El club - Pablo Larraín

intanto è da tenere d'occhio lo sceneggiatore Guillermo Calderón, ha lavorato a pochi film, ma tutti di altissimo livello.
El club dicono che sia un film di denuncia contro i preti pedofili, ma molto aldilà di questo.
con una sceneggiatura formidabile Pablo Larraín ci regala un film che è una sorpresa continua, imprevedibile, preti che muoiono all'improvviso, preti che si appassionano alle corse dei cani e ne allevano uno, una suora che fa da madre superiora a uno stano appartamento-convento di reietti, mandati laggiù, in una villetta davanti all'oceano, in un villaggio anonimo, dimenticati dal mondo e da Dio, ma non dai rappresentanti di Dio in terra.
i preti devono espiare una colpa, niente galera, solo l'esilio.
finché non appare Sandokan. e tutto il tran tran quotidiano viene sconvolto.
come affrontare il problema nessuno lo sa, ma l'inviato gesuita ha un'idea incredibile, geniale e (de)stabilizzante, che crea un equilibrio diverso, non sapremo fino a quando, magari per sempre.
attori in stato di grazia, fotografia livida e grigia, dialoghi necessari, e non di più, per un film bello e terribile, di quelli che resteranno nella storia del Cinema.
impossibile raccontarlo, cercatelo e soffritene/godetene tutti - Ismaele






…Película dura, durísima, explícita en el relato verbal de las perversiones de que son autores los curas y sobre el «cambalache» que se ha montado para sacar de la circulación a ese puñado de criminales. Pablo Larraín, el excelente director de Tony Manero (2008) y No (2012), crea una atmósfera realmente tenebrosa. Un cartel, al inicio, del film cita textualmente al Génesis: «Dios separó al principio la luz de la oscuridad». Pues bien, en transcurso del film no saldremos del reino de las tinieblas. La mortecina lumbre del sol austral apenas alcanza a esclarecer unas vidas en sombras, unos rostros que fluctúan entre la memoria de sus vicios y la culpa latente de sus desvaríos cuando no dan lugar a torticeras justificaciones de sus brutalidades. Impresiona la excelente fotografía de esa luminosidad difusa. Es una atmósfera lúgubre que tiñe todos los diálogos y escenas de este terrible pero magistral film, tonalidades que nos recuerdan obras del cine nórdico y que también son frías cuando no heladoras en sus historias.

…Larraín ci regala il suggello geniale, perché, usando un particolare obiettivo russo già utilizzato a suo tempo da Tarkovskij, fa debordare l’immagine dal suo contorno, riprendendo in controluce e facendo scontrare luce e buio in un orizzonte indistinto, dove non è mai davvero giorno e mai davvero notte e si fatica a mettere a fuoco l’oggetto della visione. E chi ragiona sulla natura stessa del mezzo e lo deforma e trasforma per farlo rivivere in prospettive inusitate – lo sguardo con cui si assiste a Il Club è simile al concetto di “voler vedere le cose per la prima volta” di cui parlava un tempo Wenders – merita davvero di rientrare tra i grandi della storia del cinema.

…El club è un lavoro di grande bellezza e solidità, che oltre a reggersi su una sceneggiatura e su una regia eleganti, può contare su un gruppo di attori la cui forza si esprime sia nella chimica d’insieme sia nelle singole interpretazioni. Anche questa volta, il regista cileno affida al suo attore di punta Alfredo Castro la parte di un uomo complicato, dalla storia e dalla psiche labirintiche. Insieme a lui ritroviamo anche Antonia Zegers, anch’essa presente in tutti i lavori precedenti di Larraín e Roberto Farías, già apprezzato in No – I giorni dell’arcobaleno, nel ruolo di Sandokan, un vagabondo che scompagina gli equilibri del club destabilizzando allo stesso tempo anche le coordinate interpretative con cui lo spettatore si aspetterebbe di poter interpretare il suo personaggio di vittima di abusi.

…da Santiago verrà mandato un ispettore, un giovane prete, un gesuita aspro, disincantato, affilato, e bello, con l’incarico di indagare sul quel covo di serpi e, se necessario, di bonificarlo e chiuderlo. Di eliminare quella cellula impazzita dal corpo della Chiesa. Sottoponendo tutti a un interrogatorio, molto apprenderà, ma molto gli resterà oscuro. Il gruppo cercherà di difendersi, di depistare. Ci saranno sviluppi da vero noir, in un crescendo che sfocerà in un finale spiazzante. Tutto nel clima livido e malato cui Larrain ci ha abituato con Tony Manero e Post Mortem (No è un’altra cosa). Confermando di essere un autore unico, assai personale, capace di prendere i materiali bruti dalla cronaca e dalla storia per trasformarli – ed è soprattutto il caso di El Club – in storie infernali e claustrofobiche, in cupi rituali controriformistici. Ballate barocche e insieme glaciali di morte. Danze di spettri. Con in El Club (almeno) una sequenza che ci lascia tramortiti, la confessione dell’uomo violentato da bambino dai preti il quale descrive quello che la sua mente infantile aveva elaborato. Un delirio in cui sesso e sacro, violenza e estasi si mescolano in un groviglio inestricabile. Ecco, son cose come queste a farci capire di che statura sia Larrain. Basti paragonare El Club a un film sullo stesso tema di qualche anno fa come Il dubbio per capire la distanza siderale. E please, diamoglielo un premio. Si rivedono gli attori feticcio del regista cileno, Alfredo Castro e Antonia Zegers.

…Portato dall’esterno e attento a non carbonizzare simbolicamente una materia già intrinsecamente incendiaria, lo sguardo di Larraín configura un microcosmo spaziale che riformula grottescamente e causticamente la retorica visiva dei reality show (non sembri fortuita la concomitanza della prima materializzazione di Sandokan con la visione del reality trasmesso dalla Televisión Nacional, così come la minaccia di Madre Monica a Padre García di chiamare la televisione nell’eventualità della chiusura della casa). Ma questa volta il Grande Fratello è nientemeno che Dio, l’onnisciente e onnipotente regista dello spettacolo che si svolge all’interno casa, spettacolo in cui i religiosi non sono altro che marionette, pupazzi eterodiretti, infantili e inconsapevoli agenti della sua volontà (“Dio è l’unico che sa. Lui sa. Noi siamo bambini, per questo non capiamo. Ma Lui è il Padre. Ed è il solo a sapere”, sussurra Madre Monica al singhiozzante Padre Vidal, disperato per la soppressione di Fulmine). Confessionali, dinamiche di alleanza e cospirazione, ostilità strisciante, sessualità vigilata ed esacerbata, sorveglianza permanente, ferree regole di condotta, infrazioni segrete, pasti collettivi nei quali si consumano chiassosi litigi: il repertorio narrativo e spettacolare del reality tintinna crudele in tutta la sua vitrea e narcotica trasparenza: “Todo modo para buscar la voluntad divina”.

…La visione apparecchiata da Larrain è schietta, fuor di metafora,  l’occhio resta fisso sul paesaggio dei volti e la tensione dei lineamenti, la pietà scolora in ironia, il cinismo attizza la suspense. Cinico, che in greco significa canino, proprio del cane, il levriero appunto, ennesima vittima sacrificale, innocente perché nei testi sacri dell’universo mondo si immolano innocenti, gli innocenti sono proprio un succulento pallino per gli dei, innocenti come l’orchetto verboso con la sindrome di Tourette, mandato alla mattanza  per mano dei fedeli catechizzati a dovere. Potrebbe finire tutto a schifìo, come un film danese, come un film di Vinterberg, invece questo è un film cileno, ed è di Larrain, la beffa ai perdonisti deve essere grandiosa, universale, serve quindi un nuovo equilibrio, un nuovo status quo, dove vittime e carnefici vivano insieme, dentro quattro mura accoglienti, lontano dal mondo e dal clamore dei media, tra tentazioni e psicofarmaci. Parola del Signore…

…In un finale di perfezione assoluta lo psicologo va via.
Lascia ai lupi un agnello sacrificale, una tentazione, un lascito che porterà per forza a qualcosa.
Se i lupi mangeranno l'agnello saranno condannati per sempre.
Se lo lasceranno vivere e lo accudiranno, forse, la via verso la redenzione e il pentimento sarà finalmente intrapresa.
Ma come in una storia che parlava di una rana ed uno scorpione la sensazione è che la propria natura, alla fine, viene sempre fuori.
E un lupo è un lupo.
E non basta una suadente voce femminile, non basta un canto, non bastano parole di amore e pietà per togliergli dal naso l'odore della preda.

El buen rendimiento de un perro de carreras requiere un entrenamiento de disciplina inquebrantable. Palo y zanahoria. Así lo testimonian las escenas de El club en las que el padre Vidal ejercita a su galgo a base de hacerle perseguir sin descanso un reclamo atado al extremo de una vara. El cánido se emplea a fondo dando interminables vueltas en círculo alrededor del religioso, obcecado en atrapar de una dentellada el premio que nunca dejará de escapársele. Al servicio de un amo ambiguo entre lo amoroso en su relación con el animal y lo abusador en su forma de utilizarlo para su propio beneficio en el canódromo. Ahora bien, imaginen por un momento que ese perro deja de comportarse como un perro y se rebela contra el amo. Renuncia a su adiestramiento ciego y, quemado por años de abuso, se convierte en una mala bestia. Un ser de planta salvaje que parece dispuesto a soltar el mordisco rabioso en cualquier instante. El perro difícilmente terminará en eso, porque, como ya contó Bresson en El azar de Baltasar, se puede buscar en los animales domesticables una especie de santidad que los dispone a aguantar estoicamente los golpes. A asumir sin rechistar su condición de criaturas a merced de la mezquindad y la violencia humana y cerrar su existencia cuando es más útil acabar con ellos que aprovecharse de sus servicios. Pero si ahora hacen el esfuerzo de imaginar a un colega de profesión del padre Vidal que aplicó la estrategia del palo y la zanahoria con un monaguillo en lugar de con un galgo (y con intenciones más sórdidas), entenderán cuál es el cogollo de la nueva película de Pablo Larraín. La bestia humana (de la que cuesta imaginar que un día fue un niño inmaculado) que vuelve para pedir cuentas al causante de su condición degenerada. Al cura que le obligaba a dar vueltas en círculo en pos de una santidad quimérica atada a lo alto de un palo, siempre al son de la misma melodía: «Métetela en la boca. Trágate sus fluidos. No es pecado si son fluidos santificados por Dios»…

…La scabrosità da cui deriva l’enorme questione morale posta dal film non risiede nell’oggettività delle immagini, ma nella soggettività di discorsi che possono portare, alternativamente, l’essenza di verità irriferibili o la menzogna continua dell’auto-assoluzione. Ad essere messo in pesante discussione non è la tendenza dell’essere umano a commettere peccato, incontrovertibile e per questo trattata dal cineasta cileno persino con l’amarissima ironia scaturita da una consapevolezza intangibile, ma le sovrastrutture che dovrebbero controllare l’operato degli uomini e alle quali essi dovrebbero rispondere dei proprio errori. O, meglio, orrori. Sbaglierebbe infatti in maniera grossolana chi vedesse ne Il Club solo un lungometraggio visceralmente anticlericale: l’obiettivo di Larraín è in realtà assai più alto, riguardando in generale ogni forma degenerata di potere temporale. Dalle mostruosità generate dalla dittatura di Pinochet – esaminate con spaventosa capacità riflessiva e differenti sfumature nel trittico comprendente Tony Manero (2008), Post Mortem e No – I giorni dell’arcobaleno (2012) – alle atrocità della pedofilia in ambito cattolico, c’è un filo rosso evidente a collegare il tutto. E questo trait d’union si chiama degenerazione del Potere. Lo stesso che prevede, come per insopprimibile istinto, la prevaricazione del teoricamente forte sull’apparentemente debole…

…El mayor acierto de El club es su capacidad para incomodar, no solo a los que se puedan sentir partícipes o compañeros de estos personajes, sino también a cualquier persona que alcance a asimilar la auténtica gravedad de lo aquí reseñado. Nunca había sonado el canto religioso ¡Perdón, oh Dios mío! de forma tan perturbadora. Sin pelos en la lengua, el director chileno firma su apoteosis cinematográfica, que contiene el estilo ácido e hiriente, de espíritu combativo, que nunca decepciona en el cineasta. Con todo, lo más fascinante de este film no es lo tremendamente escalofriante que es (que lo es), sino cómo entrará por las retinas de los espectadores. Cuál será la reacción ante lo infrahumano. Si se preguntarán ¿por qué? y cómo recibirán que el film conteste con el más inquietante silencio.




venerdì 10 febbraio 2017

Un Re Allo Sbando (King of the Belgians, 2016) - Peter Bronsen e Jessica Woodworth

ho già visto qualche film di Peter Bronsen e Jessica Woodworth, come Khadak, Altiplano e La quinta stagione, nessuno dei quali è uguale al precedente, sempre diversi e sempre originali.
Un Re Allo Sbando (traduzione italiana non proprio letterale, era meglio l'originale) è sempre originale, questo sì, ma sembra perdersi quello stile documentaristico precedente.
alla fine del film non sai bene cosa pensare, non è un documentario, non è un film comico, e neanche tragico, quel re (interpretato da un bravissimo Peter Van den Begin) sembra un re da operetta, uscito da un film dei fratelli Marx.
forse è solo un film di un re che diventa uomo, lascia il protocollo e vive una forma di libertà, i suoi compagni di viaggio sono solo dei dipendenti, non diventano liberi, prigionieri di schemi precedenti, solo Nicolas diventa un altro, di sicuro migliore.
non è un film che convince subito, il giorno dopo si apprezza di più - Ismaele




…Ciò che impedisce a Un Re Allo Sbando di decollare è sempre l’impressione di essere più vicini all’animazione (ma senza il suo ritmo indiavolato) che alla commedia, il totale disinteresse per la coerenza dei personaggi, presentati come giustamente ingessati dal protocollo e poi pronti a dimenticare tutto troppo in fretta. Anche l’idea di scegliere un formato da found footage, usando solo ciò che in teoria il documentarista sta girando è usato al minimo delle potenzialità, mancando di continuo il punto e l’umorismo delle situazioni che mette in piedi. Sorvolando sugli assurdi turchi che inseguono il re come se dessero la caccia ad un criminale, l’esigenza di mettere in moto un gruppetto disperato e braccato passa sopra qualsiasi costruzione raffinata e rende il film una sequenza di gag slegate, a tratti nemmeno sufficientemente divertenti.

…"Un re allo sbando", infatti, non presenta traccia del cinismo apocalittico, delle atmosfere livide e grottesche, dello sperimentalismo stilistico che aveva infiammato la visione del film precedente. Al contrario, questo road movie lieve e simpaticamente surreale si propone come parabola spensieratamente ottimista delle diverse anime che contraddistinguono l'Europa di oggi e le sue contraddizioni, divisioni, differenze. Ma proprio tra una folkloristica cantante bulgara, con tanto di costume caratteristico, e un bracciante serbo propenso agli scatti d'ira, dal grilletto e dal bicchiere facile, risiede il più grave e paradossale difetto del film: cavalcare, con intento comico, quegli stessi stereotipi e cliché che si vorrebbero stigmatizzare e demistificare. Troppo spesso e troppo facilmente, la satira politica cede il passo alla battuta ridanciana.

Gli autori sembrano infatti andare in cerca di una consacrazione commerciale, del loro primo grande successo di pubblico, smorzando la (potenziale) carica eversiva della pellicola attraverso una serie di gag irriverentemente scanzonate, forse, ma mai graffianti, blasfeme o corrosive. Il valore iconoclasta de "La quinta stagione" sembra così irrimediabilmente stemperato in una parabola narrativa risaputa e francamente poco appassionante, in cui il potente può riscoprire la propria umanità solo a contatto con gli ultimi, spogliandosi del proprio ruolo e delle proprie maschere.

Anche sul fronte stilistico, sorprendentemente, Brosens e Woodworth sembrano rinunciare a qualsiasi estro avanguardistico e arditezza linguistica, finendo così per tradire una certa medietà di sguardo che confina pericolosamente con la sciatteria e la pigrizia intellettuale. Conduttore e voce narrante di "Un re allo sbando", infatti, è l'enigmatico reporter Duncan Lloyd, che con la sua telecamera a spalla registra ogni tappa del viaggio, catturando i momenti più intimi e le immagini più spontanee. Eppure i registi sembrano alternare indifferentemente mockumentary e messinscena tradizionale, senza approfittare delle potenzialità metalinguistiche di questo espediente narrativo né riflettere sul ruolo etico del documentarista in quanto, contemporaneamente, testimone e agente della storia. Un'occasione mancata, che avrebbe regalato una nuova dignità al lavoro di Brosens e Woodworth, a loro volta apprezzati documentaristi.
Invece, "Un re allo sbando" si accontenta di rimanere un'operina elegante e garbata, sì, ma sconfortantemente inerme e vuota. Una piccola delusione nella filmografia cangiante di due autori da cui sarebbe lecito aspettarsi di più.

…La recitazione essenziale di Van den Begin ha infine reso credibile ed efficace la forte carica interiore che doveva appartenere a un re silenzioso e solitario come Nicolas. 
Il Re dei Belgi sembra scoprire un mondo fino a quel momento sconosciuto, che gli insegna ad assaporare il piacere del contatto umano senza pregiudizi, con una saggezza che appartiene più a un sacerdote che a un re. Ogni nuova avventura sembra arricchire il suo viaggio verso una nuova coscienza di sé, e quando tenta di raggiungere l’Italia per mare, mentre tutti sembrano stremati, lui con orgoglio mantiene il comando del barchino nelle acque blu del Mediterraneo, consapevole finalmente del valore della sua identità e della libertà. 
È attraverso la parabola del Re che si rivela l’intenzione allegorica dei registi, che va oltre la commedia, e diventa quella di una riflessione su un’Europa in contraddizione con le proprie ambizioni, incapace di parlare al proprio popolo, che si domanda e attende risposte sul concetto di destino e di libertà, con un bisogno urgente di tornare alla riflessione e alla filosofia.
…Con los rostros de los actores en permanente presencia, el reflejo de la sorpresa, del hecho inesperado, de la situación imposible de prever, se manifiesta de manera realista y comprensible. La absoluta soledad de ese rey taciturno, desgarbado, solemnemente sobrepasado por los acontecimientos, va relajando su postura cuanto más humano y normal se convierte su comportamiento. El grupo ha de vivir del disimulo para conseguir atravesar el continente, algo más complicado de lo que la propaganda oficial nos vende, y de paso, evitar ser descubiertos y añadir un problema diplomático con todos los países afectados por esta huida hacia, realmente, ninguna parte. En ese camino, Nicolás III asume la innecesaridad de su figura, cuando semanas después consiga llegar a su trono, el país habrá deambulado por el rumbo marcado por las circunstancias, sin que nadie esperara la palabra de una institución medieval para decidir dar un paso u otro. Cuando el rey interroga a todos sus colaboradores sobre si creen en la monarquía y en su necesidad, ninguno de ellos secunda la propuesta, con mayor o menor honradez, harán ver a su rey que se trata de trabajo, no de convencimiento sobre la necesidad de su permanencia como institución incapaz de representar nada que importe a los ciudadanos realmente. El hieratismo, los silencios, los golpes cómicos, la banda sonora llena de referencias clásicas de nuestro patrimonio musical común, no consigue evitar trasladar ese poso de amargura hacia lo bueno que se acaba, y no precisamente la monarquía, sino esa vieja idea de una Europa unida, libre de fronteras y de restricciones, una Europa de ciudadanos y no de mercaderes, una Europa que nos ha sido secuestrada y devastada por los mismos que han continuado machacando nuestros derechos, nuestras leyes, nuestro futuro. Una comedia notable que no busca el lado amable sino el retrato feroz de un continente machacado y hundido. Una sonrisa que se nos queda helada en la boca cuando pensamos en la realidad que existe detrás del gag, que Brossens y Woodworth no ocultan gracias a su ingenio, a su guion estupendo y a la labor formidable de su camarógrafo. 
…per quanto guardi dalle parti di Omero e dell’Odissea, Un re allo sbando non riesce a elevarsi al di sopra della barzelletta. Tra uno sguardo al Kusturica meno ispirato e prevedibile e un occhio alla battuta salace – sulla carta –, il film finisce per accumulare per lo più una lunga serie di luoghi comuni, dalla rigidità ai limiti dell’autoritarismo dei turchi al serbo metà criminale metà compagno di bevute.
Potrebbe ergersi a viaggio a ritroso nell’Europa mai più unita, Un re allo sbando, ma Brosens e Woodworth non hanno alcuna intenzione di prendersi sul serio, e sembrano più che altro interessati al già citato romanzo di formazione. Nicola III è un uomo buono, amico del popolo, che soffre le ingerenze di un’istituzione che lo vorrebbe standardizzare. Tutti gli uomini che lavorano per lui fingono di credere in qualcosa – nello specifico il Belgio e la monarchia – solo per potersi adeguare a questo standard. Costruito visivamente come un finto documentario, con tanto di voce narrante del fantomatico regista inglese, Un re allo sbando conferma l’impressione lasciata anche dai precedenti lavori di Brosens e Woodworth, quella di un cinema pulito, mai compiutamente sincero, imbellettato al meglio per nascondere la fragilità del proprio racconto; senza le pretese intellettuali del precedente La quinta stagione, per fortuna, ma forse ancor per questo più evidente nella sua vacuità. Si ride a sprazzi, e senza la necessaria continuità per poter reggere senza fatica il ritmo, e si partecipa ancor meno alle disavventure di questi personaggi della politica, che devono riscoprire il contatto con la terra per poter tornare a esercitare il loro ruolo. Resta solo lo scherzo, adornato dalla colonna sonora che mette in fila Ravel, Beethoven, Grieg, Vivaldi e Bach. Ma è davvero innocuo, e finisce ben presto per stremare lo spettatore.

…Un re allo sbando ha il pregio di rappresentare il grottesco nella meccanica di potere. Un re senza regno, incapace di scrivere un discorso riappacificatorio, allampanato e impotente di fronte agli eventi è la perfetta espressione di un sovrano “ubuesco”, ridicolo e apparentemente ignobile. Eppure, proprio la sua volontaria natura grottesca finisce col riattivare la sua posizione istituzionale e moltiplicare gli effetti di potere. Nicolas III è sì un re, ma un re della derisione che agisce indossando una maschera clownesca e mostra come l’indegnità del potere non finisca con l’annullarne gli effetti, bensì con l’accentuarli.

Per questo Un re allo sbando è un film importante. In un mondo dove il potere politico si prende troppo sul serio, Brosens e Woodworth mostrano la potenza del ridicolo poiché, dopotutto, la più grande instabilità è sempre la conseguenza di qualcosa un poco fuori asse.

giovedì 9 febbraio 2017

Luis - Niles Atallah, Cristobal Leon, Joaquin Cociña

Which Way Home - Rebecca Cammisa






candidato all’Oscar nel 2010 per la categoria miglior documentario, il film non è arrivato al cinema.
ma in rete si trova con sottotitoli in spagnolo, e allora sembra male non recuperarlo.
la cinepresa segue i viaggi dell'esodo e della speranza di quegli esseri umani che dai paesi del Centro America e dal Messico salgono su un treno merci chiamato la Bestia, che arriva negli Stati Uniti d'America, sogno per milioni di persone.
solo che il sogno è per tutti, ma la sua realizzazione è per pochi, pochissimi, a rischio della vita.
quello che rende il film straordinario è che la regista segue dei ragazzini, anche di meno di 10 anni, che sono fuggiti da casa per andare negli Usa, magari solo per raggiungere un genitore che lavora su al nord.
e quei ragazzini ci sembra di (ri)conoscerli, Olga, Freddy, Josè, Kevin, fra gli altri.
molti non arriveranno da nessuna parte, alcuni tornano a casa in una bara, qualcuno torna vivo, ma è solo per riprovare qualche mese dopo ad entrare nel sogno americano.
un film da non perdere assolutamente, nessuno se ne pentirà - Ismaele





Un gruppo di bambini è in viaggio attraverso il Messico a bordo di un treno merci che chiamano "La Bestia". La loro meta è l'America. Ci sono Olga e Freddy, due ragazzini hondureñi, che stanno cercando di raggiungere le loro famiglie emigrate in Minnesota; Jose, un bambino di dieci anni di El Salvador, che è stato abbandonato dai contrabbandieri e che finirà in un riformatorio messicano; e infine il più grande del gruppo, Kevin, un 14enne anche lui hondureño, guardingo e abituato a cavarsela da solo, che sogna di arrivare a New York e trovare un lavoro per mandare soldi a sua madre. Sono storie di speranza e coraggio, rimpianto e delusione. Storie che il mondo non vuole vedere, pezzi di vita di persone "invisibili"

…Particolarmente toccante nei loro racconti, fatti di speranza, coraggio, rabbia, dolore, è quello che i ragazzini dicono con struggente nostalgia della madre che hanno lasciato, a cui sperano di poter mandare i soldi che guadagneranno, chissà con quali lavori.
Ma quel che si avverte è che hanno ancora bisogno di carezze, di accudimento, di calore. E quel che sperano, se mai riusciranno ad arrivare negli States, è che una famiglia li adotti per poter sopravvivere, dal punto di vista delle leggi e non solo.
Ma succede che prima di arrivare alle frontiere, alcuni di loro vengano arrestati e portati nei Centri di detenzione: anche qui la descrizione dei luoghi è cruda e mette in risalto la tristezza della loro condizione. Molti non ce la faranno, moriranno o sul tetto del treno, o in altri modi crudeli. Alcuni torneranno indietro nelle loro case, da sconfitti.
Il modo in cui la regista avvicina questi ragazzini è particolare: è un incontro molto ravvicinato fatto di mille domande che, trattandosi di minori (Olga e Freddy dell’Honduras hanno 9 anni), a tratti sembra quasi inopportuno. Efficacia del messaggio, effetti drammaturgici e rispetto del minore, in più di una scena ci sembrano in bilico. Qualcosa ci ricorda le problematiche del cinema antropologico che sfiora sempre il limite oltre il quale c’è la sottile violenza che il regista opera sull’intimità e il privato dei suoi personaggi. Alla fine il sentimento che prevale però è che se il film non fosse fatto in questo modo la forza della denuncia che in esso è contenuta sarebbe di molto impoverita.
E siccome alle nostre generazioni tocca di assistere e in qualche modo essere complici di tante iniquità che avvengono sotto gli occhi di tutti e ci sembra vergognoso tacere (come per quello che avviene nel Mediterraneo), le testimonianze che può dare il cinema diventano un gesto di politica attiva e non solo di espressione artistica. Per questo, benvenute…

The United States and the American Dream have a strong pull on lots of people. The stories of a nobody becoming a somebody is fascinating and it’s one of the reasons why so many people are trying to get into the country illegally, hoping to start a new life. Thousands of South American immigrants try escape their current existence by travelling to the U.S. on top of freight trains of which about 5 percent are children travelling alone. It’s a very dangerous journey with smugglers who will leave people behind, trains that can throw you off, rivers with strong currents or vast deserts…


Children who live in poverty and wretched conditions climb on to freight trains bound for the U.S. in hopes of a better life. When they talk of the U.S. they dream of television realities, tall buildings, beautiful people, the land of plenty, smiles all the while on their faces. But on the inside these kids are filled with pain. To reach that dream, they go through hell. Burglarized and beaten all the while hungry with the potential of being raped and murdered, all for the sake of trying to get a job in the U.S. to feed their family or go to school. This 16 year old boy talks about witnessing a mother and daughter being raped by 15 men and there's this tear in his eye that can't quite drop. His pain is suppressed. All these children attempt to drown their pain, to bury it, all the while hoping, praying, for that one chance that they may have a better life. It's hard to review this movie and not want to talk about immigration policy. But I won't, I'll let the movie do that for me and hopefully people will begin to open their eyes to some of the harsh realities the U.S. immigration policy creates. Here's hoping for a better tomorrow.


mercoledì 8 febbraio 2017

Un día sin mexicanos (Un giorno senza messicani) - Sergio Arau


in questi tempi trumpiani qualcuno potrebbe proiettare questo piccolo grande film, inizia come un giallo fantascientifico, poi diventa cronaca possibile (come lo era La guerra dei mondi, di H.G Wells, interpretato da Orson Welles, trasmessa il 30 ottobre 1938).
sarebbe bello che si facesse un film così in Italia, magari trasmesso in tv in prima serata, e a scuola; intanto accontentiamoci di questo, del 2004, un film che fa pensare e diverte insieme, cosa volere di più?
i sottotitoli del film (completo) sono in spagnolo, buona visione - Ismaele




…Se avete un'ora e mezza da impiegare, date un'occhiata a Un giorno senza messicani, forse lo troverete sconclusionato, forse lo troverete folle e povero di mezzi, ma sono sicuro che se saprete apprezzarne le intenzioni allora non solo vi divertirete ma addirittura riuscirete a perdonargli limiti e difetti. In mezzo alle innumerevoli trovate affastellate dal regista si staglia un uomo, un barbone, un pazzo che borbotta in modo incomprensibile una frase: "loro (i messicani) erano gli unici che ancora credevano al sogno americano, gli unici che speravano di poter ancora cambiare la propria vita venendo a vivere in un posto migliore...." Fa riflettere.
da qui


…Immaginate un giorno che tutte le persone di un’etnia diversa dalla vostra o diversa dalle etnie "approvate" spariscano. Un giorno solo. Quelle persone di cui tutti si lamentano (sono ladri, vengono a prendersi il nostro lavoro), un giorno spariscono come misteriosamente inghiottiti da una nebbia che circonda l’Italia.
Solo che nel documentario la terra e’ la California, e l’etnia di cui tutti si lamentano (sono ladri, rubano, portano droga, violenza, e ci rubano il lavoro) e’ quella messicana. Il documentario, molto intelligentemente, fa notare che nella parola messicano sono racchiuse tutte le popolazioni di lingua spagnola. Un po’ come se hai gli occhi a mandorla sei cinese (e non coreano, giapponese eccetera).
Una strana nebbia circonda la California, isolandola da tutti i contatti con gli altri stati americani. E tutti i "messicani" quel giorno spariscono nel nulla. Spariscono quelli che sono li’ legalmente, e colo che sono li’ illegalmente. Non c’e’ differenza. Spariscono giornalisti famosi, attori famosi, ma anche persone che si guadagnano da vivere raccogliendo pomodori. Ovviamente quel giorno nessuno raccogliera’ pomodori, nessuno pulira’ le strade, nessuno lavera’ i piatti nei ristoranti. E i proprietari delle compagnie non si mettono a fare il lavoro che questi "messicani" sono venuti a rubare…
da qui


La peculiarità di Sergio Arau è dunque quella di affidarsi a una sola situazione drammatica, che è davvero basica, per parlare della questione degli immigrati negli Usa, dei pregiudizi comuni, in particolare sui messicani e sugli ispanici in California…
…Ce n’è abbastanza di carne al fuoco per il poliedrico Arau, finora attivo per alcuni videoclip, ma anche come musicista, pittore e cartoonist, oltre ad aver collaborato con Jodorowski, e nell’insieme la satira, seppur con lievi eccessi didascalici, risulta intelligente e moderatamente divertente, sia per l’argomento trattato, sia per il come, che per l’appunto sfrutta il surreale per analizzare meglio il quotidiano. L’unica cosa che è mancata a questo film, tra l’altro presente in molti festival, è stata una buona distribuzione in sala (in Italia). D’altronde, grazie alla 01, si può sì recuperare il dvd, ma con un ritardo di ben cinque anni dalla sua uscita, e senza l’abbinamento di contenuti extra, che non avrebbero guastato visto anche l’interessante tema trattato. Tema che è ancora attualissimo, specie per noi e di questi tempi; e sarebbe certo curioso pensare a “un giorno senza rumeni” immaginando un disperato Berlusconi che chiede a gran voce il loro ritorno, e insieme a lui le famiglie senza badanti, per non parlare poi dell’edilizia.
da qui


…Sergio Arau, figlio del più famoso Alfonso, colpisce al centro con questo divertente e intelligente film a tesi che si svolge in California ma potrebbe essere ambientato ovunque esista un’immigrazione rilevante.
Grazie a una nebbia carpenteriana che isola lo Stato Arau costruisce un film in cui la scomparsa dei messicani fa emergere tutte le contraddizioni di una società che ha ormai un bisogno ineludibile degli immigrati anche se poi, in alcune sue manifestazioni, li ritiene solo presenze dannose e parassitarie.
Lo stile adottato riporta alla memoria il caustico La seconda guerra civile americana, di Joe Dante, con una particolare attenzione alla ‘narrazione’ televisiva. Arau costruisce un saggio per immagini assolutamente godibile su come sia ormai il piccolo schermo a gestire l'immaginario collettivo indirizzandone l'attenzione e ri-costruendo gli accadimenti. Un gran numero di situazioni (così come le didascalie che vengono spesso sovrapposte alle immagini) spesso amaramente divertenti potrebbero essere trasferite, con le debite ma non sostanziali varianti, alle nostre
latitudini. Il pregiudizio non ha confini.
da qui

Stand by me - Giuseppe Marco Albano