domenica 17 febbraio 2013

Viva la libertà – Roberto Andò

quando c'è Toni Servillo, con l'aggiunta di Valerio Mastandrea, come non andare a vedere quel film?
non ne sapevo niente, mi ha fatto sorridere, e anche ridere, e poi pensi che se il segretario del partito che, forse, vincerà le elezioni, anziché citare Brecht cita le battute di un comico che, giustamente, lo prende in giro, io preferisco Toni Servillo.
non perdetelo, non è perfetto, ma è un bel film - Ismaele




…Si parla di politica, ma dentro il baule di Andò c’è molto altro: il cinema, la giovinezza, le donne, l’amore, la filosofia, la letteratura, solo per dire alcuni ingredienti. Il tutto, supportato da un cast impeccabile, anche per i personaggi secondari, tra cui spicca un Valerio Mastandrea sempre più versatile. La sceneggiatura di Andò e Angelo Pasquini ci propone una sorta di favola, come quando da piccoli si gioca iniziando con la formula “facciamo finta che…?”. Come in tutti le favole si ride e si riflette e si esce dal cinema soddisfatti a patto che ci sia lasciati un po’ sorprendere e che si sia stati al gioco.

… questo è un film chiaramente zavorrato dal suo programmatico impianto allegorico; che forza spazi e tempi scenici per (di)mostrare un pensiero; dominato da un Servillo scisso nel doppio ruolo che intasa un po’ troppo lo schermo con la sua istrionica presenza. Ma, nonostante tutto, Viva la libertà (grido di pasolinana memoria) è un film che vive di una sua intima e bizzarra energia: la riscoperta del valore etico delle parole, del potere insito in esse quando sono connesse a un sentire. “Le parole sono importanti” diceva Michele Apicella qualche anno fa… Ecco, in fondo non è nient’altro che un auspicio il film di Roberto Andò. Una sincera speranza al di là di qualsiasi strumentalizzazione...: riscoprire un passato condiviso, riattivare passioni sopite, accettare le (proprie) tante identità per raggiungere la leggerezza. Quella paradossale leggerezza del guardare dritto in faccia la catastrofe.

…Il doppio si presta benissimo e in maniera funzionale ai molti parallelismi che il film crea tra i suoi vari mondi a confronto, quello di Oliveri e di Ernani, quello del cinema e della politica, quello di Roma e di Parigi, quello tra il registro ironico e quello esistenzialista ed eminentemente drammatico, servendo a dovere un film ottimamente scritto e ulteriormente impreziosito dal ‘fattore Servillo'. Eh già perché che piaccia o meno, la capacità di Servillo di accentrare film e strutture narrative attorno alla sua formidabile presenza drammaturgica rende ogni cosa più chiara, essenziale, intuitiva…

… Complessivamente invece, pur riconoscendo il livello della confezione, e l'impegno profuso tanto nella qualità della componente attoriale, quanto nella precisione della messinscena, non si può non notare una semplificazione eccessiva nelle psicologie dei personaggi, e più in generale nell'apparato teorico della storia, presente in maniera esaustiva nel libro, ed invece carente nella trasposizione filmica. Una riduzione che conferisce all'opera un senso d'approssimazione ed una consequenzialità aprioristica, calcolata invece che spontanea. In questo senso è illuminante la decisione finale di Olivieri, quella che decide le sorti della vicenda, la cui resa oltre alla sensazione di non essere supportata dal necessario bagaglio emotivo, sembra sciogliersi con un fare nebuloso, e con una motivazione figlia più del desiderio di chiudere il cerchio che di spiegarlo. Da questo punto di vista risulta migliore, anche se un po' troppo compiaciuta (ci riferiamo ai vezzi ed ai tic rivelatori di una latente follia) , la figura di Ernani, almeno lui, estrinsecato come si conviene ad un fool della sua portata. Favola filosofica che indaga sui mali di un paese in agonia, "Viva la libertà" non mancherà di stupire per l'irridente scherzosità di certi passaggi, fatti ad arte per ironizzare su una classe politica che si copre di ridicolo (anche il presidente della repubblica non viene risparmiato) ma rimane forte l'impressione dell'ennesima occasione mancata.

… Non si può che elogiare per la sincerità e le emozioni che trasmette Valerio Mastandrea, che in Andrea Bottini,  il fibrillante “secondo” del segretario dell’opposizione  Enrico Oliveri, in fuga momentanea per i sondaggi negativi e poi del fratello gemello Giovanni Ernani, depresso bipolare, subisce una metamorfosi dal cinismo alla speranza, attraverso mille espressioni mimiche e  gestuali che lo accostano sempre più al secondo; lo stesso vale anche per i contributi di  Michela Cescon, solida moglie di Enrico e Valeria Bruni Tedeschi, recuperato, per l’occasione, ex amore di gioventù di ambedue i fratelli. Splendido cameo del grande Gianrico Tedeschi. E poi c’è Toni Servillo, in agio felice nel doppio ruolo dei gemelli, come tutti gli attori specie se grandi, dove esprime la cupa depressione ansiosa del politico in crisi e la contagiosa euforia del gemello filosofo pazzo che incute speranza con citazioni colte e indimenticabili per la loro bellezza, come i versi di Brecht, o balla felice più con i suoi amici della clinica psichiatrica, in cui è stato ricoverato e va a trovare, che con una simbolica cancelliera tedesca visto dal buco della serratura, con una maestria ormai mitica, che si esprime più che nelle differenze nelle affinità che li rendono indistinguibili e allora …al ritorno di Enrico, chi sarà dei due? Buona visione di un film notevole.

… La sua è un’operazione intellettuale (ovverosia snob) colma di vuoti, che non si possono riempire con raffinati e potenti contrappunti musicali insensati (perché paiono rivenienti da - e destinati a - altri lavori più consoni), con siparietti tutt’al più ingenui (il valzer con la cancelliera tedesca; le manie da rain man del Servillo versione gemello fuori di testa; Andrea Renzi che imita D’Alema), con elogi di follie, concetti "rivoluzionari" come la passione, ed elargizioni una tantum di simboliche figure storiche “giuste” (Fellini, Berlinguer).
La pretenziosità dilaga e obnubila; qualsiasi riflessione il film spera di suscitare (compreso il finale "enigmatico") viene affossata dall’evidente autocompiacimento e distacco. A guardare le cose dall’alto e da dietro i paraventi dell’autoreferenzialità e dell’intellettualismo chic non se ne percepisce la consistenza, la grandezza, la precarietà.
E gli attori non salvano la baracca, anzi: un Toni Servillo poco convinto (ed ancor meno convincente) anima due gemelli distinguibili solo dal cambio di ambientazione e partner; Valeria Bruni Tedeschi risulta oltremodo irritante e falsa; Anna Bonaiuto pare capitata sul set per sbaglio e comunque le viene dato un peso irrilevante; Mastandrea ha la solita espressione minimal-frustrata buona per ogni esigenza.
Quella dello spettatore, a seguito della visione di Viva la libertà, è di dimenticarsene quanto prima.

sabato 16 febbraio 2013

Iklimler (Il Piacere e l'Amore) - Nuri Bilge Ceylan

una coppia che tramonta, immagini bellissime che valgono mille parole, i  dolori di Isa e Serap li conosciamo benissimo, cose che capitano a noi o a qualcuno che conosciamo, Isa e Serap sono noi.
i film di Nuri Bilge Ceylan sono dei (piccoli e grandi) gioielli e anche questo è da non perdere - Ismaele



…La forma filmica è piena di senso: dal campo lungo al primissimo piano, passando per una varietà di stadi intermedi, Il Piacere e l'Amore ci racconta la posizione di un personaggio rispetto all'altro, senza bisogno di parole, con le sole armi del cinema. Esemplare, in questo senso, è la sequenza del brusco amplesso tra Isa e Serap, l'amante, che li spinge dal divano fino quasi ad uscire dallo schermo e ad urtare la macchina da presa o il momento in cui Bahar e Isa si fronteggiano dai lati opposti della strada, di nuovo insieme, nella stessa immagine, dopo aver cercato invano la separazione.
A questa profondità (di campo) si associa un racconto dilatato e persino leggero, senza angosce ma senza semplificazioni, a tratti venato di sottile comicità, come nella sequenza di Isa con i genitori. È l'ambiguità della vita, il cui senso spesso sfugge a chi c'è dentro, che Bilge Ceylan racconta, da osservatore più che da narratore…

…Il faut parler de l'esthétique du film : les différents lieux sont magnifiquement photographiés, aux couleurs chaudes ou froides selon les saisons, selon le temps. Il faut dire que N.B.C. pratique la photographie, à l'image des personnages qu'il incarne à l'écran depuis 'nuages de mai'. Les scènes sont posées avec une minutie que l'on retrouve chez d'autres réalisateurs photographes (comme Abbas Kiarostami). Le réalisateur turc ne néglige pas le son, comme la dernière scène où tout s'estompe sous la neige sauf les aboiements de chiens au loin. 
   On pourrait trouver quelques parentés avec 
Nanni Moretti pour la manière de se mettre en scène à l'écran (voir Woody Allen, naviguant sur une large palette du dramatique au comique, ce dernier étant plus tragique que 'Uzak'), Ingmar Bergman pour la matière psychologique ou encore avec Théo Angelopoulos pour le travail sur la matière du temps. Mais l'oeuvre de Nuri Bilge Ceylan est unique, qui se construit au fil de ses films ('les climats' est le 4e.), à vous désormais de lui consacrer un peu de temps.

Avec « Les climats », Nuri Bilge Ceylan, réalisateur du remarqué « Uzak » nous donne à voir les dernières heures d’un couple, tout aussi émouvantes que douloureuses. Partis en vacances pour se ressourcer, l'homme et la femme peinent à communiquer et finissent par se déchirer. Mais alors qu'elle se détache, lui tente de revenir sur les traces de leur amour passé. Ainsi, après avoir opposé dans un premier temps, vacances ensoleillées et pourtant signes de malheur, contre voyage dans des contrées glacées et sentiments en état d'hibernation, l'auteur pose surtout la question de la possibilité d’une relance d’une relation amoureuse, pour de bonnes ou parfois mauvaises raisons. Il questionne l'amour et le regret…

… A lot of the reason for the story and characterisation being so strong and involving, is again through Ceylan’s strong sense of pacing and his impeccable use of locations to draw out other unspoken elements. There are many scenes where the characters barely exchange a word, and even when they do speak, they do not always express their true feelings or motives. Through the use of lighting, props, locations, weather and numerous other little details however, the history and tension between each of the characters is fully understood…

giovedì 14 febbraio 2013

The mighty (Basta guardare il cielo) – Peter Chelsom

ci sono film magari imperfetti, ma che riescono a smuoverti qualcosa dentro,
cose come l'ingiustizia e l'amicizia, le capiscono meglio i bambini, ma se qualcosa, di quello, ti è rimasto vivo, questo film riesce a riportarlo a galla.
altrimenti condoglianze.
un piccolo grande film ti aspetta, se ancora non l'hai visto - Ismaele



…Max è uno di quei ragazzi grandi e grossi, molto timidi e perennemente impacciati. Vive con i due nonni perché sua mamma è stata uccisa da suo padre, ora in galera. Kevin invece è uno di quei ragazzi che parlano molto, con un'intelligenza acuta e un buon senso dell'umorismo. Vive con la madre, suo padre un giorno è andato via e non è più tornato. Kevin è malato gravemente, può muoversi solamente con l'aiuto di stampelle. I due faranno amicizia, scoprendo la bellezza della vita e il dolore della morte.
"Basta guardare il cielo" è uno dei migliori film per ragazzi mai realizzati. Malinconico e divertente, triste e spensierato allo stesso tempo. Una sceneggiatura davvero bella è la colonna portante del film che pecca un po' in ingenuità nella regia, sebbene queste pecche non si facciano troppo notare. Il film procede in modo lineare, senza virtuosismi e affini, mantenendo uno stile sobrio e misurato, senza eccessi. Quello che però fa di questo film un piccolo capolavoro del suo genere, sono certamente le interpretazioni…

… non si dimostrerà verosimile in ogni suo aspetto, però è innegabile come tale eventuale difetto sia in realtà dovuto alle squisite citazioni (ad esempio il nome Gwendella madre di Kevin, associato a Ginevra) del ciclo arturiano, che dunque sono certamente perdonabili ed anzi costituiscono un valore aggiunto.
Un film grazioso, con una storia accattivante e dei protagonisti memorabili. Riesce nel suo scopo formativo, scegliendo il giusto approccio per affrontare tematiche altrimenti risapute. Vanta diversi momenti simpatici ed altri sinceramente commoventi. Una riflessione sempre attuale, che andrebbe mostrata senza dubbio ad ogni individuo nell'età fra l'infanzia e l'adolescenza, ma che saprà conquistare pure un cuore più maturo…

…E' una favola "nera" commovente e liberatoria, insegna come "fuggire" dalla dura realtà per poi affrontarla a viso aperto con l'ingegno e la prodezza, superando i traumi ed i complessi che la crudeltà degli altri costringe a subire. I limiti possono trasformarsi in pregi nel momento in cui si uniscono le forze, quelle del cuore e del cervello, in sincrono. Senza retorica e facili meccanismi, Chelsom ci fa eccitare, gioire e piangere in simbiosi con i due simpatici protagonisti: anche noi, nel finale, corriamo disperati e proviamo un misto di ira e ammirazione davanti ad una beffarda sorpresa…

Lake Mungo - Joel Anderson

mi ha ricordato molto "The Blair Witch Project", la differenza è che qui si "vede" qualcosa, l'immagine di Alice (morta?), la tensione cresce e un paio di sobbalzi li fai, il film è quasi tutto sottovoce, non si strepita, "The Blair Witch Project" mi aveva preso (e spaventato) di più.
comunque una buona opera prima (magari troppo sopravalutata, per i miei gusti) - Ismaele



…Il regista ci tiene attaccati al video con un modo aggraziato e delicato di affrontare la morte di una persona cara. Persino quando la vicenda si sporca e sembra trascinare i protagonisti in una spirale discendente, non si perde mai il controllo della situazione e non si cade in una bieca retorica.

Il finale capolavoro chiude il cerchio in un modo così perturbante che allo spegnimento del lettore ho dovuto trattenermi dal fare un piccolo salto di gioia per avermi fatto provare quella sana paura che un buon horror dovrebbe riuscire a suscitare. Un GRAZIE ad Anderson per aver partorito questo piccolo gioiello che non lascia indifferenti…


…Si entra quindi lentamente, molto lentamente nel cuore della pellicola e della vicenda raccontata: il fulcro orrorifico legato alla povera Alice, scomparsa improvvisamente mentre era in gita con la famiglia, fuoriesce per mezzo delle pacate parole dei genitori e del fratello, persone che hanno vissuto con la sofferenza di tale perdita ma che hanno accettato il dolore e riescono a guardare avanti. C’è molto realismo nella costruzione dialogica, le domande poste e soprattutto le risposte sono credibili e intense, così come le recitazioni, tanto che, quando la storia inizia a prendere una piega soprannaturale, basta anche solo che il padre racconti di aver visto il fantasma della figlia per creare una notevole cappa d’inquietudine…


…Lake Mungo è un signor film.
Nonchè il primo titolo "di genere" da parecchio tempo a questa parte in grado di lasciarmi addosso una profonda sensazione d'inquietudine amplificata senza dubbio dall'atmosfera che ha fatto da cornice alla visione - casa Ford tutta nel mondo dei sogni, orario tra sera e notte, luci spente, solo il Bushmills a tenermi compagnia - ma ugualmente in grado di ricordarmi momenti di turbamento che solo il vecchio Lynch, normalmente, riesce a trasmettermi…


…Lake Mungo dal punto di vista estetico è un vero mockumentary, cioè la simulazione di un vero documentario, non uno di quei soliti film in cui uno dei protagonisti maneggia la telecamerina simulando la visione in prima persona.
Anche qui si moltiplicano le fonti attraverso cui vengono catturate le immagini ( videofonini, macchine fotografiche, telecamere) ma servono solo per rafforzare le affermazioni di questa sorta di documentario.
Siamo quindi al livello della riproduzione di una storia inventata facendola passare per vera ( c'è una scritta all'inizio del film in cui si afferma che il film è ispirato a eventi realmente accaduti) e cercando di provocare nello spettatore la sensazione di assistere a qualcosa che è veramente successo.
Se si vede il film senza essere informati sulla sua natura non si capisce che è tutta fiction.
Quindi si tratta di un'operazione di adulterazione più sofisticata di quella a cui ci ha abituato il genere tanto di moda oggi…

giovedì 7 febbraio 2013

Recordações da casa amarela – (Ricordi della casa gialla) - João César Monteiro


João César Monteiro lo vedi e già sai che è vero, non finge.
Joao de deus è uguale, è di un altro pianeta, meno male è venuto a visitarci.
attraversa la vita di un Portogallo che è il mondo, con la sua dignità e la sua (sov)versione della "normalità".
non per tutti, purtroppo per i tutti, imperdibile - Ismaele



Monteiro l'autonomo, Monteiro che se ne fotte un po di tutto l'andazzo sconfortante dell'essere cittadino inserito in società, Monteiro il maestro. Monteiro il borghese annoiato che non crede nell'io sociale, mentre gli altri autori fagocitano e assimilano un loro personaggio per approvazione, Monteiro segue la strada più tortuosa, o forse non segue nessuna strada, era malato ed è morto da malato, quale era il suo genio , senza ingrassare il suo curriculum vitae da alternativo come fanno invece i c.o.g.l.i.o.n.a.z.z.i finto borderline. Ma quanto c'è in tanti esuli dal modello sociale impostoci del personaggio Joao de deus?, c'è tantissimo, ogni pensiero mentale è perversione, questo appare ad ogni atto, ogni atto è finalizzato alla soddisfazione sessuale, non importa se urticante alla morale comune, e non mi riferisco certo alla raccolta dei peli pubici femminili di Joao, intendo anche nell'azione più normale durante un quotidiano che manca, quello che può tener in vita un soggetto individualista e autonomo può essere anche toccare un pelo pubico femminile.
Monteiro si fa beffe della patria e dei suoi alti ufficiali in comando, quando Joao si traveste da essi e mima comportamenti tra i più dementi che un uomo possa compiere, il fatto è che per la maggior parte della gente essere soldati o ufficiali e la normalità, anzi è un vanto, non per Monteiro. Il suo Joao travestito da guardia nazionale è un corpo sarcastico e immemore delle convenzioni mondane. Questo film capolavoro è uno schiaffo in faccia alle imposizioni dequalificanti del vivere in comune sotto regime nell'europa odierna, Monteiro ci dice abbasso la collettività e le leggi della massa informe. Viva il far west, abbasso la zombificazione matematica dell' individuo attraverso il lavoro e il sociale. Viva le belle erotiche carni delle giovani ragazze quattordicenni in erba , viva il guizzo istintivo, lo smemoramento di sè, il coito antisociale, il disimparare, il destrutturare, lo smembrare la lezioncina che ti hanno insegnato. Monteiro autore Inimitabile e inimitato.





…Se l'azione è poca e i dialoghi talvolta latitano, comunque il gusto per la composizione della scena è molto valido e nei momenti in cui è da solo (spesso) Monteiro riesce a colmare qualsiasi assenza - di parole o di interlocutori - con quello sguardo laconico e quell'aria perennemente assorta che ne fanno una figura profondamente comica soltanto allo sguardo. Ma di una comicità appunto profonda, esistenziale, malinconica all'ennesima potenza e dal retrogusto nauseabondo: perché il sarcasmo di Monteiro genera più mal di stomaco che risate aperte. Sebbene all'epoca venisse premiato col Leone d'argento a Venezia, questa pellicola non ebbe una grande distribuzione in Italia: e difficilmente i film di Monteiro diventeranno mai celebri in una nazione in cui non c'è spazio per uno spirito iconoclasta e anticlericale (qui meno del solito, va riconosciuto, ma sempre presente in sottofondo) come il suo…

… Monteiro è un cineasta del quale si vorrebbe vedere di più (ha girato una ventina di film ed almeno "A comédia de Deus" è un cult), perché di cineasti come lui ce ne sono pochi, e purtroppo anche lui ci ha lasciato. In questo "Ricordi della casa gialla" ha dato il meglio di sé, intessendo il film di umori (e, verrebbe da dire, odori) anche schifosi, doppi sensi (quello del clarinetto è lampante, ma ve ne sono altri) ed un linguaggio talvolta apertamente scurrile ma, si badi bene, mai volgare. E non è facile. L'allampanato regista è molto bravo anche nei panni d'attore, così come reggono benissimo la parte altri interpreti sconosciuti alle grandi platee, ma di grande valore, come Ruy Furtado nella parte del signor Armando, Luìs Miguel Cintra, un Messia da manicomio criminale, e Manuela De Freitas, una Violeta di inaudita rapacità…

mercoledì 6 febbraio 2013

Su su per la seconda volta vergine - Koji Wakamatsu

è il terzo film di Wakamatsu che vedo, e anche qui è davvero di un altro mondo, ti cattura nelle sue storie e non puoi scappare, anche qui c'è un crescendo di interesse, i giovani del tempo, amore, poco, e sesso e morte, molto, musica, bianco e nero e colore nello stesso film, pianto e riso, un film davvero intenso.
da non perdere - Ismaele


QUI il film completo (con sottotitoli in inglese)

Nel cinema di Koji Wakamatsu, il ritratto del male è sempre ridotto all'osso, alla sua scarna essenza di squallore e sofferenza. La sua arte è una poesia sbiadita e rassegnata, diluita nell'inchiostro annacquato del dolore; ma la reticenza e l’apparente distacco sono solo l’effetto della lontananza, del dislivello che separa la superficie della realtà dal fondo dell’anima, in cui si trovano le ferite più gravi ed insanabili.  Il nichilismo dei personaggi di questa storia deriva dall'impossibilità di arrivare con la mente e con il cuore fino a toccare quell'abisso, per comprendere l’origine della loro mortale disperazione.  La loro ricerca di un perché si esaurisce nel loro inutile vagabondare su e giù per le scale di un palazzo, dalla terrazza fino alla cantina: un viaggio astratto e inconcludente tra i  gironi di un inferno interiore, in cui l’unica certezza raccolta a metà strada è la banale logica della vendetta. Ad avere senso è solamente un freddo meccanismo assassino, come risposta naturale ed automatica al cinismo dell’offesa subita, o come radicale rimedio ad un madornale errore commesso…
da qui


…Ha il difetto di essere parecchio intellettualistico e francamente non sempre comprensibile, ma è riscattato da un talento visivo innegabile e da un sapiente utilizzo dell'unità di luogo (la terrazza). Certamente si tratta di un film intenso, le cui immagini restano negli occhi degli spettatori: possono respingere, ma non certo lasciare indifferenti…

… Pochi giorni di lavorazione e un budget all’osso raramente hanno prodotto qualcosa di memorabile al livello di Su su, per la seconda volta vergine, il film-manifesto del primo Wakamatsu, in cui il regista condensa, in un'ora abbondante di disagio palpabile, il sottile mix di esistenzialismo avant e fascinazione per le tematiche di sesso brutale e violenza efferata. L'amore è lontano mille miglia, un miraggio che per un attimo sembra concretizzarsi negli sguardi dei due protagonisti, martiri e carnefici, emblema dell'impossibilità di un rapporto tra i sessi che sia paritario e basato sulla reciproca soddisfazione. Rabbia e nichilismo che esplodono in sete di vendetta di fronte alla bestialità del (resto del)l'umanità, preda di un istinto sessuale insaziabile e perverso tanto nelle giovani generazioni (i teppisti tossici che si aggirano per il condominio in cui il film è ambientato) che nelle precedenti (gli scambisti bestiali che abusano di Tsukio). Violenza chiama violenza in un anno zero post-apocalittico che in fondo poco ha a che fare con la sua epoca di speranze (il '68 appena trascorso), mentre molto strettamente si lega al dna post-atomico giapponese o al declino amaro dell’utopia hippie: tutt'altro che casuale, in questo senso, il legame con il lato più oscuro evidenziato dall'apparizione sulfurea di Roman Polanski e Sharon Tate tra le pagine di un manga.

…Though running barely over an hour, Go, Go Second Time Virgin packs a tremendous amount of artistry into every scene. The relentless, downbeat atmosphere will prove tough going for many viewers, as will such bizarre flourishes as alternating the predominantly black and white footage with startling colour inserts (usually for violent moments). Despite the casual, frequent displays of nudity, the film's depiction of sex could hardly be described as erotic; instead, physical contact is presented as a temporary balm to relieve the agony of day to day existence in the big city with families insensitive to the needs of their children. Teen rebellion has never looked so grim. The elements used for this DVD, another in the impressive line of Japanese cult releases from Image and the American Cinematheque, appear to be in excellent shape and boast a nicely detailed, clean image. The scope photography is well preserved with anamorphic enhancement to wring every last detail out of the print, while the burned in subtitles are easy to read. The disc also includes a shot-on-video interview with Wakamatsu, introduced with some on-the-fly artsy tracking shots, in which he discusses his career and offers some concise remarks about the state of Japanese cinema both past and present. Not for everyone, obviously, but this is a good place to start to learn more about a director who remains almost entirely unknown in the West.