con Federico Frusciante, Terry Gilliam, Misischia e Ciccotti
Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
venerdì 20 febbraio 2026
giovedì 19 febbraio 2026
Due procuratori - Sergei Loznitsa
un tuffo nella Storia, nella quale il Potere schiacchia gli oppositori e i dissenzienti.
il film è ambientato in Unione Sovietica, al tempo di Stalin, ma nello stesso periodo storico succedevano le stesse cose nell'Italia fascista, nella Germania nazista, ma anche negli Usa, paese democratico, dicono, che giustiziava gli anarchici Sacco e Vanzetti.
un vecchio professore universitario di giurisprudenza marcisce in galera, torturato lentamente fino a morire.
per caso una sua istanza di intervento arriva al tribunale, e un giovane magistrato idealista prende a cuore il caso.
in un clima di corruzione e soprusi il giovane procuratore riesce a parlare col morituro, e per lui niente sarà come prima.
un film inquietante e terribile, da non perdere.
buona (drammatica) visione - Ismaele
ps: sarebbe interessante vederlo in tv in prima serata, la settimana prima del referendum, a proposito dell'indipendenza della magistratura
…La burocrazia è una delle armi che gli apparati
utilizzano per annacquare il dissenso, con inutili scartoffie e soprattutto
attese infinite, ritratte dal regista con ellissi chirurgiche, mirate a farne
percepire tutto il peso e il pretesto. L’immobilismo delle istituzioni è reso
attraverso l’espediente di continui campi fissi, che ricorrono sovente nel
cinema del regista ucraino (soprattutto nei documentari, con la significativa e
voluta eccezione di "Landscape").
La precisione e il rigore formale di
Loznitsa, mutuati dall'esperienza documentaristica di cui è acclamato maestro
(in particolare nell'ambito del direct cinema e della rielaborazione di
materiale d'archivio), contribuiscono a una confezione minuziosa, in cui la
fotografia desaturata di Oleg Mutu, fedelissimo del regista, e le scenografie
claustrofobiche permettono una totale immersione nel clima di forte oppressione
di quegli anni, esaltato altresì dall'aspect ratio in 1,33:1.
Il dialogo tra i due procuratori, scena
madre attesa e preparata da un climax di precisione matematica, è il momento
clou della pellicola, prima del finale amaro, diretto e inappellabile…
Merita un bel 7+ questo lavoro asciutto e accuratamente ambientato
negli anni ’30 del regime sovietico.
Credibile e misurato nelle descrizioni, leale sia con i
personaggi popolari che con i funzionari, conclude al momento giusto per mezzo
di un’efficace mossa finale. Forse si sarebbe potuto sfaccettare maggiormente
il profilo psicologico di Korneev, ma rappresentando l’archetipo di un giovane
idealista si accetta anche un tratteggio sintetico del personaggio.
In generale questo tipo di film evoca o si presta a forzati rimandi
all’attualità, su questo fronte lo attendevo al varco perché personalmente non
amo né la strumentalizzazione di eventi storici a fini politico-ideologici né
le scontate e superficiali letture attualizzanti del
passato, finalizzate a stimolare un presunto maggior interesse nel pubblico che
percepirebbe il soggetto in qualche - avventuroso - modo più legato al
presente. Diversamente da quanto temevo, la scrittura mi è sembrata concentrata
sul suo preciso contesto storico, senza rimandi scontati o pedanti, io lo
considero un punto di merito.
L’unica costante valida in ogni epoca storica è “homo homini lupus”.
…Due procuratori è una parabola sulle storture e gli orrori del
regime staliniano, a partire dalla cupa assurdità del sistema burocratico. Una
traccia che ha un autorevole tradizione nella letteratura russa, a partire da
Gogol. A cui si aggiunge, nella visione di Loznitsa, la suggestione kafkiana, come
era già evidente in A Gentle Creature.
Una materia, dunque, che rientra pienamente nelle corde del suo cinema. E che
viene irregimentata in una forma implacabile, fatta di inquadrature fisse e
spazi chiusi, di colori freddi e spenti, di lunghi dialoghi che sembrano
costantemente slittare dal dramma a una sorta di ironia allucinata, dai
contorni vagamente irreali. In cui la retorica del potere, la sua metodica
costruzione di una falsa immagine, si riconosce soprattutto nel trattamento
degli spazi. Di rappresentanza e di rappresentazione. Dalle stanze spoglie e
algide della prigione, agli uffici dei burocrati che diventano sempre più ampi
e imponenti, a mano a mano che si risale lungo la gerarchia. La ricostruzione
d’epoca scivola dal piano del realismo a quello della stilizzazione e della
metafora. E, soprattutto, si trasforma in una specie di viaggio straniante
nell’inferno ridicolo dei meccanismi amministrativi, com’è evidente in tutta la
lunga sequenza nel palazzo del procuratore generale.
…La messa in scena di Loznitsa è meravigliosamente teatrale:
gli spazi che i personaggi attraversano sono messi in scena come palcoscenico,
ma rimanendo comunque lontani e distaccati. I grandi attori di Due
Procuratori sono certamente Aleksandr Filippenko o Aleksandr
Kuznetsov, ma la loro performance è senza dubbio enfatizzata dai silenzi,
compagni di recitazione che donano i giusti accenti. Il prezzo finale che
Korneev dovrà pagare per aver alzato la voce è un eterno silenzio che
riecheggia in una cella. Una reclusione che spoglia della propria
identità, rimuovendo dall’oggi al domani la vita precedente.
La maestria con cui questi meccanismi marci sono mostrati
dona un messaggio duro e critico su cosa significhi
affrontare l’autorità, e su quanto impegno ci voglia per distruggere un simile
apparato burocratico e giudiziario. Una volta che i
leader eletti hanno modo di esercitare il potere a
proprio piacimento, diventa troppo difficile, forse impossibile, revitalizzare
la parte sana del sistema. Loznitsa smonta il concetto di autorità e descrive
magistralmente, in tutte le sue sfumature, gli avvenimenti e la burocrazia
sotto la macchina di Stalin, una struttura di pensiero
che è stato mantenuta in silenzio e ben oliata per anni…
mercoledì 18 febbraio 2026
martedì 17 febbraio 2026
O som ao redor (Il suono intorno) - Kleber Mendonça Filho
già dal primo lungometraggio si capisce che Kleber Mendonça Filho è bravo.
in un film che all'inizio sembra una piccola cosa col passare dei minuti, come in una sinfonia, aumentano i personaggi e le storie di una piccola strada (quasi come una gabbia) diventano davvero interessanti.
e alla fine c'è un grande mistero, il passato non è passato e qualcosa succederà.
un'opera prima davvero buona, da non perdere.
buona (in crescendo) visione - Ismaele
…Le abitazioni in cui vivono i
protagonisti del film sono costruite per proteggere l'io: sbarre alle porte e
alle finestre, telecamere di sorveglianza per mettere al riparo da potenziali
attacchi esterni. L'intero lungometraggio è attraversato da un presentimento
costante di minaccia incombente, favorito dai suoni diegetici che fanno da
colonna sonora a un thriller che non è un thriller, perché la violenza che
ossessiona e funesta i sogni di questi nuovi ricchi non esplode mai sullo
schermo. L'intrusione e l'aggressione altrui si manifesta attraverso i suoni,
capaci di oltrepassare le costose barriere erette tra un'abitazione e l'altra e
insidiare la serena routine quotidiana. Ma la tranquillità è solo apparente, in
queste vite familiari lacerate da tensioni impercettibili, eppure sempre sul
punto di deflagrare. La minaccia, invisibile ma reale, è, dunque, più interna che
esterna, in questo microcosmo borghese che si affanna a difendere le proprie
recenti conquiste materiali, negando a se stesso il dovere di riconciliarsi con
un passato e un "diverso" tenuto a distanza, eppure necessario,
rappresentato dalla folta schiera di domestici chiamati a curare le proprietà
senza poterne godere.
Un film che racconta il Brasile meno raccontato, quello
lontano dalle storie di favelas o delle grande metropoli del paese
sudamericano. E' un Brasile, quello dell'esordiente (sulla lunga distanza)
Mendonça, in cui la violenza rimane sotto traccia, lambisce appena una strada
di Recife, in un quartiere per ricchi. Dentro questi enormi condomini, bianchi
e labirintici, si muove una civiltà fatta di esistenze impaurite e solitarie,
in cui quasi ogni rapporto sociale è allo sfascio e che affida la propria
sicurezza a delle guardie private. Scisso in tre archi temporali precisi, il
film si muove lentamente, scrutando nelle vite di queste persone,
intrecciandole e restituendo un quadro d'insieme che ha motivi di tenerezza,
soprattutto nei volti dei bambini, ancora più soli e perduti dei genitori, e ha
segni di una tremenda inquietudine, evocata, a volte, attraverso i sogni dei
protagonisti e dai suoni della natura o degli oggetti, come provenissero dal
ventre di un'enorme macchina di una fabbrica. Il regista, già pluripremiato per
i suoi lavori sui cortometraggi, muove la camera splendidamente, dando al film
una forza straordinaria, lasciando che la sua apparente immobilità in realtà
pulsi di parecchia vita, tensione, sensualità e paranoia. Tutto pare
ineluttabile e così, in fondo, sarà. Gli attori sono magnifici, tutto è molto
credibile e anche se necessiterebbe di conoscere a fondo la realtà del nord est
del Brasile, la visione regge per tutte le due ore e oltre. Un esordio molto
promettente e un film da recuperare.
…Le
immagini di Mendonça Filho sono bellissime quanto cariche di giudizio e sguardo
tagliente sulle contraddizioni che il benessere ha creato nel paese a scapito
della maggioranza della popolazione. Fortemente antiretorico e quasi
minimalista nella messa in scena, il film vive sul generare sulla percezione
dello spettatore un costante senso di pericolo, qualcosa di imminente che non
si verifica mai ma che sfianca i personaggi del film in un’attesa
dell’inevitabile fino a rendere la vita impossibile.
ll suono che
filtra all'interno dei loculi bianchi è quello della vita, testimone della
stessa infelicità e colonna sonora della società tumulata nel benessere.
Metafora
dell’uomo moderno che si crede libero solo perché si è costruito da sé una
gabbia a propria immagine e somiglianza, il film di Filho è una riuscita
commistione di fiction e solido sguardo documentaristico che ne eleva il valore
al rango di prezioso documento antropologico
La vita,
istruzioni per l’uso e il caseggiato di Perec diventa idealmente un quartiere
brasiliano in cui le storie dei personaggi s’intrecciano senza mai toccarsi
davvero, attraversate dalla paura di essere violate dall’incertezza, cifra del
quotidiano. Invéro qui la vita è la negazione di un’istruzione per l’uso:
individui in transito a disagio con la propria regolare mediocrità, a cui è
concesso un attimo di follia che quasi li bestializza per poi ravvedersi un
secondo dopo, e chi si sente straordinario non può che allontanarsi dalla pazza
folla.
L’ossessione
della protezione e del controllo è il fulcro de Il suono
intorno, dramma corale che racconta la classe media brasiliana senza
sfruttare facili stereotipi, lavorando sulla tensione di esistenze che
percepiscono il pericolo per identificarne un senso, sia una relazione
discontinua tra le pareti di una casa in cui nessuno interagisce o un rapporto
occasionale in un anonimo garage, l’isolamento di chi capisce la decadenza
sociale o la solitudine degli alienati alle feste…
lunedì 16 febbraio 2026
in pochi cinema, l'undici febbraio 2026
è stato proiettato Disunited Nations del regista francese Christophe Cotteret, con Francesca Albanese.
Distribuito da Mescalito film, il lungometraggio Disunited Nations racconta il fallimento del diritto internazionale e delle Nazioni Unite partendo da un fatto: la denuncia del genocidio nella Striscia di Gaza fatta da Francesca Albanese nel marzo 2024.
Nel marzo 2024, Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Occupati, ha denunciato un genocidio a Gaza. Seguendo i suoi passi tra missioni, incontri istituzionali e pressioni politiche, questo documentario ci porta nel cuore della crisi delle Nazioni Unite, messa di fronte alla propria incapacità di impedire il massacro dei civili. Attraverso interviste, materiali d’archivio e il dietro le quinte del lavoro diplomatico, il film racconta il difficile equilibrio tra diritto internazionale, informazione e potere, mostrando come l’ONU e la comunità globale appaiano sempre più divise di fronte al conflitto. Le Nazioni Unite nacquero nel periodo in cui, nel 1947, venne deciso il Piano di Partizione della Palestina. Oggi la questione palestinese è la prova decisiva: l’Organizzazione saprà reggere, o ne uscirà irreversibilmente indebolita?
da quichi l'avesse perso può vederlo qui, su Artetv, fino al 15 marzo 2026.
domenica 15 febbraio 2026
La gioia - Nicolangelo Gelormini
un film che non ti aspetti.
un giovanotto "intercetta" una professoressa di francese della sua stessa scuola e la prende in "ostaggio", l'amore Gioia lo conosceva dalle parole degli scrittori francesi, Alessio era molto avanti, in tutte le possibili storie di sesso era lui l'insegnante.
il regista non presenta eventuali storie di sesso fra i due, a non rendere il film la solita caciara porno soft (o hard), Gelormini, architetto non praticante (al suo secondo film, già assistente di Paolo Sorrentino), è più che bravo, sceglie di mostrare un rapporto nel quale Gioia viene intrappolata in una ragnatela senza scampo.
i due protagonisti sono interpreti eccezionali, Valeria Golino si trasforma e si supera, e Saul Nanni è un demonio tormentato.
Gioia s'illude fino all'ultimo, neanche l'evidenza la fa ragionare, è la vittima di un sogno, di un'illusione impossibile (ma per noi è facile dirlo da fuori).
un film da non perdere, promesso.
buona (dolorosa) visione - Ismaele
ps: (solo per chi ha visto il film)
la scena finale, nella quale Alessio uccide Gioia, si impone lui (al complice) di assassinarla, e, se è possibile dirlo, lo fa con una certa tenerezza (so che è una bestemmia dirlo), addirittura le mette a posto gli occhiali.
…Un film sorprendente e struggente, che oscilla tra
ricostruzione attenta e libertà artistica, rigore formale e guizzo creativo,
dramma e genere. Sostenuto da un cast di attori generosi, tra cui spiccano (ça va sans dire) Valeria Golino e il giovanissimo Saul Nanni, La Gioia è uno specchio allo stesso tempo deformante
e limpidissimo della nostra società feroce e cannibale. Una società con un
disperato bisogno di un po’ di tenerezza.
…al centro c’è una straordinaria Valeria Golino (Gioia)
che, coraggiosamente, indossa i panni di una bruttina stagionata che si trova
suo malgrado al centro di una macchinazione più grande di lei. Irretita dentro
le lusinghe di Alessio (Saul Nanni) un giovane bello e disperato, bello e
dannato che vive in un ambiente in cui domina la corruzione dei sentimenti
rappresentata da Cosimo (Francesco Colella), parrucchiere senza scrupoli amante
di Alessio e amico e finanziatore di Carla (Jasmine Trinca) madre di Alessio.
Tutto si svolge in una credibile evoluzione tra un malaffare congenito di una
zona grigia del nostro Bel Paese e una ruffianeria che è propria di un certo
tipo di individui che prolifera in quell’humus ricco di desideri e di rivalsa,
che è di nuovo questa variegata e imprevedibile provincia che lambisce, sempre,
le nostre (poche) metropoli e che guarda con invidia, a volte malsana, ad un
benessere da acquisire velocemente non importa ai danni di chi capiterà.
Gelormini è attento, sa spiazzare lo spettatore e il film che comincia come una
commedia ambientata dentro l’istituzione scolastica, con le figure di contorno
del corpo insegnante ben definite e caratterizzate, poi con paziente gradualità
e intensità stringe l’obiettivo su Gioia e sul suo piccolo mondo gozzaniano
fatto di casa, chiesa, padre, madre e preghiere mandate a memoria e per
consolazione Flaubert per lei insegnante di francese che forse non ha mai avuto
un amore in vita sua…
…In
La gioia, nessun personaggio è davvero innocente: ogni figura appare
inadeguata e contribuisce, consapevolmente o meno, a rimodellare costantemente
gli equilibri di una vera e propria “diseducazione sentimentale”, intesa non
come mancanza individuale, ma come fallimento sistemico. Gioia e Alessio sono
prodotti di due modelli affettivi opposti e ugualmente tossici:
l’iperprotezione soffocante e l’abbandono emotivo.
Il loro legame nasce come tentativo disperato di colmare un
vuoto, ma si rivela presto incapace di reggere il peso delle aspettative che in
esso vengono riversate. Gelormini racconta un mondo in cui nessuno ha insegnato
a riconoscere l’amore, a distinguerlo dal bisogno, dal potere, dal ricatto
emotivo. La tragedia, dunque, non è semplicemente l’atto finale, ma quello
stesso percorso che la rende inevitabile…
"A cos'è che sei abituato? Al niente" risponde
Alessio (Saul Nanni), mentre Gioia (Valeria Golino) lo guarda un po'
meravigliata. Eppure, la donna, un'insegnante di francese al Liceo, dovrebbe
capire il ragazzo: se Alessio è stato abbandonato dal padre quando era piccolo
e ora è lui a badare alla madre, Gioia, nonostante la sua età, vive ancora coi
genitori, isolata anche lei nella sua stanza da adolescente, tra i pupazzi che
raddrizza sulle sedie e la sciarpa della Juventus, la squadra del cuore, appesa
sopra la testiera del letto. Ma "La gioia" vive proprio nella
discrasia intrinseca alla radice della parola solitudine: i due protagonisti
sono soli ad altezze differenti (il suffisso "-tudo", indica proprio
una differenza di posizione, di magnitudo), ma forse complementari. Ecco, la
storia noir di Nicolangelo Gelormini – vincitrice del Premio Franco Solinas
2021 e tratta dall'opera teatrale scritta di Giuliano Scarpinato e Gioia
Salvatori "Se non sporca il mio pavimento" -, è un incontro ad alta
quota, tra un'anima pascoliana, errante, e una apparentemente punk,
irriducibile, ma profondamente corrotta. Il risultato è una delle pellicole più
affascinanti viste a Venezia quest'anno…
…La
caratterizzazione del personaggio femminile è impeccabile: il suo sostrato
emotivo e familiare viene ricostruito grazie agli abiti, al trucco, alle scelte
musicali a lei associate, oltre che, naturalmente, ai dialoghi. Ma il merito
più grande va certamente a Valeria Golino, che in questo film
raggiunge vette drammatiche notevoli, impersonando con delicatezza e
credibilità un personaggio molto diverso da quelli di ruoli precedenti.
Saul Nanni, protagonista maschile, porta sullo
schermo una buona prova attoriale: il suo stile recitativo è più esteriorizzato
rispetto a quello della Golino, ciononostante riesce a rendere bene quanto
subdolo sia il personaggio.
Nella sua
totalità l’opera appare ben realizzata, dotata di un soggetto interessante e
una sceneggiatura realistica; molte scelte registiche legate a luci,
inquadrature, ambientazioni e colonna sonora possono essere definite raffinate,
sottolineando come il cinema possa raccontare l’oscurità più buia attraverso la
bellezza dell’immagine. In particolare la colonna sonora, composita ma armonica
– alto e basso si alternano senza cozzare -, appare quasi una partitura del
film, che si unisce a parole e immagini dando vita a un dramma unitario e
compiuto.
sabato 14 febbraio 2026
Il maestro che promise il mare - Patricia Font
una storia come tante, come troppe.
in Spagna i fascisti fecero un genocidio (solo parziale, per fortuna) degli uomini e donne libere, in Catalogna, sopratutto.
nel film vediamo bambini e bambine che finalmente hanno un maestro come si deve, non il prete fascista, vediamo la ricerca della memoria, vediamo che i bambini, tutti, hanno sempre amato il maestro.
gli spettatori vivi si commuoveranno, è sicuro.
Antoni è il maestro che avremmo voluto tutti.
buona (memorabile) visione - Ismaele
È un piccolo film Il maestro che promise il mare di Patricia Font. Piccolo quanto il borgo di
Bañuelos de Bureba, un villaggio della provincia di Burgos situato nel nord
della Spagna. Dove tutti conoscono tutti e anche l’arrivo di un nuovo maestro
di scuola può causare un certo scalpore. Del resto Antoni Benaiges (Enric
Auquer) ha qualcosa di diverso, di speciale. È ateo, di sinistra, non è severo.
È pieno di entusiasmo e predilige bizzarri metodi d’insegnamento. Con lui i
bambini si divertono, imparano, passeggiano nei boschi. Progettano persino di
partire per vedere il mare. Mentre sullo sfondo inizia a profilarsi lo spettro
della sanguinosa guerra civile spagnola – che di lì a pochi mesi spazzerà via
inesorabile ogni traccia di candore, seminando inquietudine…
…Antoni prende come riferimento
l’esperienza di Célestin Freinet, pilastro della pedagogia popolare: rivoluziona il sistema scolastico locale, aprendo le
porte della scuola a tutti i bambini, maschi e femmine, dando così vita alla classe mista. Egli, partendo dalle esperienze di vita quotidiana dei
bambini, insegna loro concetti nuovi e fonda il suo modo di lavorare sulla
laicità della scuola, rimuovendo il crocifisso dalla classe, perche la
religione non va imposta.I cardini principali del suo modo d’insegnare sono l’outdoor education, in quanto promuove spesso attività all’aperto, alla
scoperta del mondo circostante, e la cooperazione, in modo particolare utilizzando la tipografia a
scuola per la realizzazione di quaderni scritti e stampati dai bambini, nei
quali raccontano le loro esperienze, storie ed emozioni. È proprio attraverso
questa attività che il maestro viene a conoscere che molti dei suoi studenti
non hanno mai visto il mare: il quaderno, frutto dei racconti dei bambini, si
rivelerà cruciale per la conclusione della narrazione. Da vedere, per
insegnanti e non solo.
…Il maestro che promise il mare, con una regia quasi invisibile ma solida quanto
basta per catturare gli sguardi di Antoni e quelli dei suoi studenti in modo
raro ed empatico, esorta il pubblico a una prospettiva nostalgica, malinconica
e riflessiva verso il futuro. Non può esistere un futuro migliore di quello che
si dipana immaginandolo davanti agli occhi dello spettatore incredulo per le
vicende che animano e sconfortano la vita del piccolo paesino spagnolo. Un
futuro migliore può coesistere non dimenticando le radici: questo sembra il
consiglio più bello che Il maestro che promise il mare possa lasciare al suo spettatore con una dolce
sofferenza mai scontata.
…Con una cornice storica che richiama quella
dell’almodovariano Madres paralelas e una trama che contiene evidenti rimandi a La lengua de las mariposas di José Luis Cuerda (bella opera del 1999,
ispirata da un romanzo che si focalizzava su una vicenda simile, che non ha mai
avuto una distribuzione italiana nelle sale), la regista catalana Patricia Font
ha costruito una storia commovente e dolorosa, dal tratto garbato, incentrata
sulla (vera) vicenda umana di Benaiges, che nell’insegnamento applicava il
“metodo naturale” – agile, cooperativo e imperniato sui bisogni degli alunni –
elaborato dal pedagogista Célestin Freinet, che era assolutamente contrario a
qualunque forma di castigo e repressione nei confronti dei bambini, accessori
ritenuti per contro imprescindibili nelle rigide procedure di formazione
scolastica del tempo. Baciato da un successo inatteso in Spagna, Il maestro che promise il mare è latore di un messaggio universale sul
versante didattico e mostra un’esposizione nitida, che esplicita la propria
voglia di testimonianza saldando passato e presente attraverso il collante della
tolleranza e del rispetto delle idee, contrapposte alla brutalità del sopruso.
Un racconto di formazione che funziona bene proprio per la sua immediatezza e
che in patria ha intercettato l’urgenza diffusa di far luce su un periodo la
cui memoria venne seppellita insieme ai corpi di chi dissentiva. Ciò che non
pare all’altezza della “missione” è invece l’estetica del film, sebbene abbia
senz’altro contribuito alla sua popolarità in virtù di un’ammiccante
gradevolezza.
venerdì 13 febbraio 2026
Hamnet – Nel nome del figlio - Chloé Zhao
Agnes (interpretata da Jessie Buckley) è la moglie di William (interpretato da Paul Mescal) e tiene il centro della scena per tutto il film, Paul Mescal si sacrifica, sparisce dalla loro casa per andare a lavorare a Londra.
e però, quando Agnes col fratello va a Londra, dopo la morte di Hamnet, per vedere cosa fa William, capita, per coincidenza, quando a teatro appare Amleto.
e allora Agnes e William, senza dire una parola, si ritrovano nelle parole di Amleto, entrambi sanno che Amleto non è altro che Hamnet, e le parole di Amleto non sono altro, finalmente, che l'elaborazione del lutto di Agnes e William per la morte del bambino.
tutti i dubbi sul film sono compensati dalla prova maiuscola di Jessie Buckley.
buona (Agnes) visione - Ismaele
…Chloé Zhao accetta così di rileggere
il mito shakespeariano al cinema concentrandosi su come l’elaborazione del
lutto più indicibile abbia portato alla nascita della prima grande tragedia del
Bardo. Lo fa adottando un punto di vista femminile e inserendo nella narrazione
la propria idea dell’essere umano come parte integrante della natura. La sua
Agnes, crocevia di vita e di morte, è sorella del falco che guida e delle
foglie che crescono sugli alberi, tra le cui radici ritrova una versione fetale
di se stessa: una ninfa che attrae un uomo con la testa rivolta a un altrove
fatto di parole e di immaginazione.
I punti di
connessione in cui si gioca il destino del loro rapporto risiedono nella
dimensione spirituale e intimista che condividono e che i figli incarnano.
Soprattutto Hamnet, aspirante commediante che agita il bastone tra l’erba alta
tanto amata dalla madre. La sua scomparsa – anticipata da cattivi auspici e
ombrosi presagi – sancisce il crollo di un apparato tanto potente quanto
fragile, con i piedi che affondano nell’umido (ultra)terriccio del bosco e il
capo sospeso tra le infinite combinazioni delle parole e dei loro significati…
…il film compie un vero miracolo
narrativo e cinematografico. Agnes si reca al Globe e, tra la folla, assiste
alla rappresentazione. Sul palcoscenico c’è un giovane principe Amleto
interpretato da un attore che evoca il figlio perduto (nel film è Noah Jupe,
nella vita il fratello di Jacobi Jupe-Hamnet) e Agnes comprende: l’opera è il
grido di dolore di William, la sua personale elaborazione del lutto. È una
scena di incredibile intensità e Jessie Buckley – straordinaria in tutto il
film – qui offre una interpretazione superba rivelando una gamma di emozioni
che passano dallo stupore alla consapevolezza, dalla rivelazione alla catarsi,
senza proferire una parola…
…Si parte da un
contre-plongée malickiano sulle cime degli alberi, poi vediamo il romance tra
il riflessivo William e la sciamanica Agnes svilupparsi tra gli uccelli della
frasca e le purpuree more, poi tra le buie stanze e i lumi di candela, in un
crescendo di primi piani e continue urla di rabbia e dolore che nemmeno
in Dragon Ball. Agnes – sempre rossovestita – incarna il female
gaze che dovrebbe illuminare le stanze segrete del drammaturgo più
influente dell'Ovesturia, rivelandone gli affetti e i drammi familiari. Stanze
che funzionano come palchi per le interpretazioni cangianti e sofferte di
Mescal e Buckley, anche perché i personaggi secondari diventano anche terziari
o quaternari, e la città di Stratford appare spoglia o spopolata come un set a
fine riprese.
La fotografia di Żal ("La zona di interesse"),
lugubre e punteggiata di vividi colori, accompagna una regia che alterna
frequenti primi piani a campi lunghi e paesaggi che fungono da correlativi
oggettivi, espressioni impersonali di emozioni personali. Carini, ma inutili:
di solito è qui che la regia di Zhao funziona meglio, ma l'emotività viene
letteralmente urlata in faccia al pubblico, e tutto il comparto tecnico –
sceneggiatura, scenografia, fotografia, dialoghi – lavora per accumulo e
pressione, non va a osservare i personaggi ma piuttosto a spremerli per
condensare tutta l'emotività che è possibile raccogliere in un concentrato di
scene madri…
…lo "Hamnet" di Zhao ha il tono
compunto e solenne di una messa e purtroppo anche lo stesso effetto. Per
carità, l'Oscar val bene una messa e qui ci sono i requisiti per vincerne più
d'uno – il femminismo di mestiere, la nazionalpopolarizzazione del Bardo e un
arsenale di urla pianti sospiri che però, piuttosto che ad Amleto,
fa pensare al Macbeth: una storia piena di rumore e furia/che non
significa nulla.
…La pellicola soffre di
un’eccessiva solennità. Si percepisce chiaramente l’ambizione da “film
prestige”: l’estetica è così impeccabile e curata da sembrare, a tratti,
costruita appositamente per sedurre le giurie dei festival, un fattore che
rischia di generare un certo distacco emotivo.
L’opera si
trova costantemente in bilico tra la capacità di commuovere profondamente e il
limite di sembrare un prodotto troppo rifinito a tavolino per risultare davvero
viscerale. La prova attoriale del duo protagonista è però salvifica: talmente
intensa da catalizzare l’attenzione dello spettatore anche nei momenti in cui
il ritmo rallenta e la narrazione rischia di farsi un po’ statica.
In
conclusione, Hamnet è oggettivamente
un’opera di alto livello, un film godibile che regala momenti di autentica
commozione e una riflessione preziosa sul potere catartico dell’arte. La
capacità della Zhao di ribaltare la prospettiva, mettendo al centro la figura
di Agnes anziché quella del Bardo, è un’operazione intelligente. Sebbene questa
estrema cura formale possa a tratti far apparire il film più simile a un
prezioso oggetto d’arte che a un racconto viscerale, l’opera resta un titolo
caldamente consigliato, capace di lasciare un segno duraturo nello spettatore.
È un viaggio visivo che merita di essere vissuto, pur accettando quei momenti
di stasi in cui la bellezza dell’immagine sembra prevalere sulla fluidità del
racconto.
mercoledì 11 febbraio 2026
Nella colonia penale - Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia, Alberto Diana
nella Sardegna delle basi militari, delle pale eoliche, dell'emigrazione dei giovani (e non solo), delle prigioni per i galeotti del 41bis, fra le altre cose, ci sono anche le colonie penali, prigioni a misura di detenuto.
i quattro registi (Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia, Alberto Diana) seguono ciascuno una delle colonie penali, Isili, Mamone e Is Arenas, che sono colonie penali attive, e l'Asinara, una ex colonia penale, ormai diventata un parco naturale.
vediamo il funzionamento della colonia, conosciamo qualche detenuto, spesso africani, un giorno usciranno, tornando alla vita libera.
ci sono altri condannati, nelle colonie penali (ed ex), pecore, capre e agnelli.
un documentario diverso dal solito, che merita di essere visto, se qualche cinema lo presenta.
buona (penale) visione - Ismaele
Note di regia
Fin dal primo momento, quando abbiamo cominciato a
lavorare sul progetto, abbiamo considerato le colonie penali non soltanto uno
spazio di privazione della libertà, ma anche come la rappresentazione di uno
stato di eccezione.
La fase di scrittura de Nella colonia penale è iniziata in piena pandemia. La
riduzione delle attività in pubblico legata al distanziamento fisico e la
limitazione della libertà di movimento ci hanno fatto interrogare sulla natura
di quei luoghi. Ricordiamo, all’inizio del primo lockdown, le rivolte
carcerarie. Nelle colonie penali sarde, invece, sembrava
tutto sospeso. La condizione dei detenuti come lavoratori all’aperto rendeva il
loro stato di prigionia ancora più inusuale, quasi fosse un privilegio rispetto
a chi trascorre 24 ore chiuso in cella.
È da questa osservazione che è nata una rivelazione importante per noi: la
parziale sovrapposizione tra il detenuto della colonia penale (oggi casa di
lavoro all’aperto) e il lavoratore salariato, inserito all’interno di
meccaniche di discipline, controllo e violenza.
Questo assunto kafkiano è stato fondamentale per riscrivere il film in fase di
montaggio. Il film a episodi, girato da quattro registi diversi in altrettanti
luoghi, è stato scritto, diretto e montato con l’obiettivo di costruire un
discorso unitario sulla natura intrinseca dello sfruttamento, che parte
dall’umano fino all’animale, svelandone la normalità codificata e la ritualità,
in uno spazio altro da noi, fuori dalla società, ma in cui siamo pienamente
addentro, poiché ne è diretta espressione.
In
Sardegna, nascoste in luoghi quasi inaccessibili, esistono ancora oggi tre
delle ultime colonie penali attive in Europa. In queste case di lavoro
all’aperto, i detenuti scontano la pena dividendo il loro tempo tra le mura
della cella e il lavoro: coltivano la terra, allevano animali da pascolo,
svolgono compiti di manutenzione della stessa struttura in cui sono rinchiusi.
A
Isili, Mamone, e Is Arenas i detenuti sono perlopiù persone migranti. Ignoriamo
la loro provenienza, il reato per cui sono stati rinchiusi, per quanto tempo
ancora dovranno stare lontani dal mondo. Il lavoro scandisce il tempo fermo e
dilatato della prigionia, in cui l’uomo e animale vivono a stretto contatto. Il
dispositivo di sorveglianza e repressione sembra ripetersi immutato di fronte
alla macchina da presa, di colonia in colonia. Cambiano i volti, le guardie e i
condannati, ma il sistema di controllo rimane il medesimo.
Nell’ex
colonia penale dell’Asinara, quando il rapporto tra carceriere e carcerato
viene meno, tra le rovine delle prigioni abbandonate emerge una nuova
dialettica di sopraffazione, che vede a confronto l’animale in libertà di fronte
all’essere umano.
Nella
colonia penale è un film che si immerge in uno spazio di eccezione: un regime
carcerario retaggio del passato, sul punto di scomparire, lontano dalla nostra
società, ma di cui è allo stesso tempo una diretta emanazione della stessa.
…Scritto e diretto da Gaetano Crivaro, Silvia
Perra, Ferruccio Goia e Alberto Diana, accompagna lo sguardo nella quotidianità
assorbita dai rumori di fondo agresti e lo stridio delle gabbie, ed in quello
scrutare finisce di abbattere il muro tra interno ed esterno. Lasciato da parte
l’archivio, terreno d’elezione di Gaetano Crivaro e soci, il progetto stavolta
usa dei materiali inediti con il medesimo grande lavoro di montaggio visivo e
sonoro. Non di conflitto si può parlare per la sceneggiatura quanto piuttosto
di una raccolta discreta di atmosfere e respiri, di momenti unici che poi vanno
a comporre un puzzle più grande e rivendicano un tesi nella quiete di una
comunità unita dagli eventi e dalle necessità. Nelle note di copertina
dell’album We’re Only in It for the Money Frank
Zappa consigliava di leggere Nella colonia penale di
Franz Kafka prima di ascoltare il brano The Chrome Plated Megaphone of
Destiny. Sarebbe utile guardare questo lavoro invece per riflettere
su modi alternativi di considerare il regime carcerario, fatto di privazione e
sovraffollamento, e scoprire quanto possa essere leggera la linea di contrasto
tra i buoni ed i cattivi. E quanto l’aspetto ambientale possa risultare
terapeutico e non soffocante se inquadrato nel contesto giusto.
…Un elemento
costante che accompagna il film e i detenuti è la presenza degli animali che
nell’episodio finale, l’Asinara, diventano centrali.
A: L’animale
è un elemento costante perché è uno strumento di lavoro inserito in una
dinamica di sfruttamento che si evolve e si trasforma anche quando il carcere
scompare. All’Asinara la struttura è diventata un parco, ma di fatto resta un
carcere: persistono gli stessi meccanismi di detenzione, monitoraggio e
repressione. Avviene una sorta di metamorfosi in cui i prigionieri diventano
gli animali e l’essere umano è nuovamente carceriere. Gli animali che vivono e
che popolano questi luoghi considerati selvaggi, sono in realtà animali da
lavoro che, con la chiusura del carcere, si sono ritrovati a vivere nella
riserva.
…Nella colonia
penale, come si è detto, è un puro e rigoroso
documentario osservazionale, che lascia parlare le immagini. Non ci sono
passaggi didascalici che per esempio descrivano i detenuti e i reati per cui
sono stati condannati. Non è un pamphlet di denuncia, almeno non lo è
direttamente, sul rispetto o meno dei principi della giusta detenzione secondo
i nostri principi costituzionali. Qualcosa trapela, come l’abbondanza di nomi
arabi, come Mustafa, o alcune frasi nell’ora d’aria a Isili: «Siamo
sequestrati», «Sono qui per nulla». Nello stesso segmento c’è l’immagine dei
“mille occhi”, degli schermi delle telecamere di sorveglianza che tutto
controllano. Nel secondo episodio, quello di Mamone, c’è la ricorrenza di
un’immagine della Madonna. Si segnala un scena dove in campo lungo, nel
carcere, sembra di assistere a una scena di rissa che si rivela poi un gioco
tra detenuti, un momento di ambiguità rispetto alla cifra da documentario del
film. Alcuni elementi tornano tra gli episodi, come i canti dei detenuti, a
Mamone e Is Arenas, come fossero dei gospel. E torna soprattutto la presenza
della natura, la nebbia e la neve a Mamone, il cervo a Is Arenas, e il tripudio
paesaggistico dell’Asinara, dove si chiude il film con l’immagine dei cavalli
allo stato brado. Un finale di libertà e speranza per quell’isola che è un
gioiello naturalistico e che ha avuto una parte importante nella storia della
lotta alla criminalità organizzata.
martedì 10 febbraio 2026
lunedì 9 febbraio 2026
Society – The Horror (1989) – Brian Yuzna
in questi tempi di Epstein files, Society aveva già fatto vedere tutto, non su un'isola delle Virgin Islands, ma in una bella villa da ricchissimi.
s'inizia ridendo e scherzando, poi il film vira verso il dramma e l'horror (ma per questo film il genere è riduttivo).
e sopratutto è un film politico, che non fa sconti alle squallide elites che governano quella città (e il mondo).
col tempo il film (che è un piccolo capolavoro) non ha perso un briciolo della sua potenza.
buona (indimenticabile) visione - Ismaele
QUI si può vedere il film completo, in italiano
"Cosa
fai questo weekend?"
"Ma, io vado al mare e te?"
"Io penso di andare a Sarajevo!"
Dal caso Epstein a i "cecchini del weekend" sembra sempre di più di assistere a un film horror di quelli estremi, dove il villan non è quello che ti aspetti sudicio, malvestito isolato dal mondo come i redneck, i reietti e bifolchi, ma quelli che meno ti aspetti, i ricchi coloro che con il denaro e pure tanto, possono comprare vite umane non propriamente disponibili a essere stuprate e uccise in modo barbaro.
E pensare che si è sempre detto "ma sono solo film! la realtà è ben diversa".
Yuzna dirige questo horror con atmosfere ed anche tematiche(complotto
sì complotto no e borghesia) a tinte polanskia ma con una regia originale(non
c'è la camera a spalla a seguire la Farrow come in Rosemary'sbaby), ma ed
esempio il film inizia con dinamiche simile allo slasher ma per poi puntare su
tutt'altro.Ed' notevole come Yuzna caratterizza molto bene tutti i personaggi e
allo stempo tempo mette questo alone di mistero alla storia senza far mancare
colpi di scena e momenti horror.
Fotografia bellissima che ricorda il primo Cronenberg con questi rossi e verdi
e grande utilizzo del neon per illuminare i personaggi a seconda della
situazione(caratteristica tipica di Yuzna).Non manca lo huomor nero e la grande
critica sociale alla borghesia che vuole essere la classe dominante sovrastando
gli altri,e notevoli gli effetti artigianli che resistono anche oggi.
Per me capolavoro.
Sicuramente talento registico e immaginazione non mancano al
bravo Yuzna.Qui mette in scena il mondo edulcorato di Beverly Hills,quello che
trovi nelle fiction giovanilistiche e lo abbatte a colpi di macete con una
visualizzazione alquanto macabra dei mostri che sono dentro i personaggi,un
incrocio malefico tra La cosa di Carpenter e l'Invasione degli ultracorpi e
relativi remakes.L'inizio non è brillantissimo ma la progressione è
inarrestabile,visivamente potentissima fino ad arrivare ad un finale abbastanza
raccapricciante con una serie di creature veramente mostruose,molto ben
realizzate dal team dei trucchi visivi.E l'ultima scena non è affatto
rassicurante....
…Il film, un tempo severamente vietato ai minorenni,
cosa che ne affossò gli incassi, può essere rivisto con il medesimo entusiasmo
sia circa per la rappresentazione, sia per la lettura sociale ribadibile ieri
come oggi; anzi, oggi ancor più ficcante se s'intende non tanto la cerchia
plutocratica ma un ceto medio borghesizzato benpensante e colloso dal volto
benigno ma capace di intolleranza demolitiva, perciò abile a fagocitare tutti
coloro che, intimoriti dall'essere additati come "cattivi", non
dicono o, più sovente, dicono quello che ti dicono sia meglio dire. Questo film
di lotta di classe che diventa una questione di sopravvivenza biologica, certo
non è perfetto in scrittura, ma è stato comunque ingiustamente marginalizzato
e, poi, dimenticato a vantaggio di altre pellicole più riccamente distribuite
ma assolutamente meno meritevoli. I giovani appassionati di horror lo
recuperino assolutamente.
…In un’epoca storica in cui le
mutazioni del corpo sono la scaturigine principale delle riflessioni sulla
degenerazione etica, morale e psicologica della società dei consumi – la
lezione impartita per lo più da David Cronenberg ha trovato adepti anche in
Oriente, come testimonia il canto del corpo elettrico di Shinya
Tsukamoto e del suo Tetsuo – Yuzna materializza gli incubi, trasformando
l’angosciante timore di un’alta borghesia dedita alle peggiori turpitudini in
pura e semplice realtà. I Whitney e tutti i loro amici e vicini sono
incestuosi, mostruosi, cannibali. La loro orgia è la fusione di un corpo
sociale che si pretende perfetto, e di diritto prioritario. In questa fusione
Yuzna si libera di ogni legaccio di realismo per sprofondare in
un’allucinazione perversa – rubando il titolo a un film che ha non poche
similitudini con questo, e che Adrian Lyne dirigerà un anno più tardi –,
permettendo alla sua creatura di volare altissimo, in una sorta di Salò del grottesco. Quasi venti minuti di
immersione in un universo altro, doppio satanico e putrescente del mondo in cui
viviamo, specchio che deforma pur contenendo nel riflesso la verità più intima.
Quello di un mondo di sopraffazione di fronte al quale si può anche fuggire, ma
che non può essere sconfitto. Strepitoso inno al kitsch putriscente, sarabanda
sarcastica sull’american way of life, smembramento chirurgico del teen-movie e
dell’horror, Society è un film a suo modo miracoloso, in grado
più di molti altri progetti ambiziosi – ed economicamente più solidi – di
cogliere lo stridore assordante sotto la falsa armonia della cosiddetta
democrazia.
…Society – The horror è
indubbiamente un film politico. Come molti altri film del periodo, cito ad
esempio Essi vivono (John Carpenter, 1988) o tutti i film sugli zombie
di George A. Romero,
anche Society utilizza
il genere per fare una riflessione politica sulla nostra società e sulle
ridicole e assurde leggi che la regolano.
La critica di Yuzna in questo caso è alle classi sociali che, nonostante
decenni di lotte e di conquiste, sono li nell’ombra, pronte a emergere non
appena che ne sia il bisogno. La famiglia del nostro protagonista, il giovane
Billy, è una famiglia potente e influenza governi e istituzioni solamente
grazie alla propria elevatissima ricchezza.
La metafora politica, rappresentata letteralmente negli assurdi ma
incredibilmente eccezionali ultimi 20 minuti del film, è proprio quella delle
classi agiate che, letteralmente, succhiano la vita e l’energia dai corpi dei
più poveri. In questo modo loro prosperano e vivono nel lusso più estremo ma
solamente grazie alle fatiche del popolo, il cui lavoro viene sfruttato e
utilizzato dai più ricchi per fare la bella vita. Non appena dovesse rompersi
questo rapporto classe dominante-classe dominata, anche la vita delle persone
più benestanti non potrebbe più funzionare come lo è stato fino ad ora…
…È così che Society si trasforma presto in una manifestazione
esplicita degli orrori apparentemente celati nel tessuto sociale (orrori in
realtà ben presenti e radicati), esasperandoli e portandoli all’estremo. Grazie
anche al ricorso ai magistrali effetti speciali curati dal talento visionario
di Screaming Mad George, la
spirale di dubbi e di paranoie di Bill finisce progressivamente per mutare in
un vero e proprio banchetto del terrore, uno shunting (la
suzione, nella versione italiana) che esibisce concretamente la corruzione
libidinosa della borghesia statunitense – le affinità con Buñuel sono evidenti – nonché
l’avidità di potere e la mortificazione di un’alterità considerata indegna.
Con un fascino quasi cronenberghiano, Yuzna mette in scena
una poetica della carne mutata che racchiude in sé, nella sua massa informe
sudicia e putrida, il degrado delle apparenze tipico della società capitalista,
dove i ricchi non possono che finire – appunto – per cibarsi dei poveri,
risucchiandone la linfa vitale, sia metaforicamente sia letteralmente. L’orgia
di puro disgusto che ne consegue (il completo opposto dell’abbuffata
anarco-liberatoria de Le margheritine di Věra Chytilová, se vogliamo azzardare un
paragone), inaspettatamente, riesce anche a divertire con le sue cadute kitsch – pensiamo ad esempio alla celebre
sequenza della “faccia da culo” – unendo alla sua tagliente critica sociale
quel gusto camp frivolo e da b-movie che ne
smussa, con successo, la “pesantezza” tematica, ponendosi a cavallo tra il
cinema di denuncia e la goliardia del divertissement.