venerdì 27 febbraio 2026

Domani interrogo - Umberto Carteni

Anna Ferzetti è la professoressa di una classe nell'anno della maturità, una classe di ragazzi e ragazze in un mondo difficile, come sempre a quell'età.

la professoressa d'inglese è una donna sola, ha solo quegli alunni e alunne, a cui si affeziona senza se e senza ma.

chi ha fatto quel mestiere (l'insegnante intendo, non lo spacciatore) riconosce quelle studentesse e studenti, li abbiamo conosciuti, ci abbiamo parlato, ci hanno fatto star male, ma anche bene, a volte.

dice Paul Nizan: Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita.

buona (scolastica) visione, in non molte sale.

  

 

La regia di Umberto Carteni è nervosa e mobile come s'addice a un film che ha in mente un pubblico di giovani ma alterna anche momenti più statici e riflessivi grazie ai quali studia i personaggi a cui si avvicina con i primi piani. C'è a questo punto uno stupefacente meccanismo narrativo, con una adeguata soluzione linguistica che è meglio non svelare, che emoziona e che consente allo spettatore di empatizzare con ognuno degli studenti di questa classe.
C'è amore per loro, per ognuno di loro, nella scrittura di Gaja Cenciarelli e nei movimenti della regia di Umberto Carteni. E vengono in mente i versi del grande sociologo, poeta e educatore Danilo Dolci: «C'è pure chi educa, senza nascondere l'assurdo ch'è nel mondo, aperto ad ogni sviluppo ma cercando d'essere franco all'altro come a sé, sognando gli altri come ora non sono: ciascuno cresce solo se sognato».
Che è esattamente il punto di Domani interrogo in cui la professoressa ripone fiducia e speranza negli studenti, loro piano piano sentono tutto questo e si predispongono, quasi miracolosamente, per non deludere quella attesa. Sembra facile - invece naturalmente ci vuole un'intera vita dedicata - mentre rischia di essere ancora un'utopia nelle nostre scuole di ogni ordine e grado.

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Nell’ottavo film di Umberto Carteni l’attrice – che di recente ha interpretato la figlia del Presidente della Repubblica in La grazia – incarna infatti il prototipo di quegli insegnanti. È una figura quasi mitologica, un simbolo più che un personaggio vero e proprio, non a caso senza nome. O meglio, un nome ce l’ha, ed è l’unico termine per lei possibile: “Professoressa” (anzi, “Pressoré”: siamo pur sempre a Roma). Donna solitaria, senza partner, senza amici, senza nemmeno un animale domestico, Ferzetti vive e respira nelle mura scolastiche. Per lei esistono solo i suoi studenti: Alessandra, Daniele, Sofia, Flavio, Rabhil, Margherita, Tarek, Francesco, Er Faso e Marco, i figli che non ha mai avuto e che sente di dover condurre nelle loro difficoltà, aspirazioni e ansie quotidiane…

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…l’operazione di Carteni non rivendica alcuna originalità discorsiva, ma conserva la sincerità del testo da cui prende le mosse. Tuttavia l’ottavo lungometraggio diretto dal cinquacinquenne regista romano è un testo attraversato da luci e ombre, animato da un’intenzione nobile e sostenuto da alcune scelte espressive convincenti, ma non privo di difetti che ne indeboliscono l’esito complessivo.

Tra i punti di forza c’è sicuramente il livello generale delle interpretazioni, guidato dalla rimarchevole prova di Anna Ferzetti, al suo primo ruolo da protagonista. Ma ben assortito è anche il cast dei ventiquattro ragazzi che compongono la classe, capaci di restituire la ruvidezza e la fragilità, la vulnerabilità e la rabbia dei loro coetanei senza che il film scivoli mai nel bozzetto caricaturale. Di assoluto rilievo anche  la fotografia di Vladan Radovic, che contribuisce in modo decisivo alla qualità atmosferica del film, trasformando le aule e i corridoi del liceo di Rebibbia in spazi claustrofobici, attraversati da una luce naturale che filtra come promessa di apertura. Un’ambientazione che riesce così a farsi specchio di uno stato d’animo collettivo, sospeso tra attesa e timore.

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giovedì 26 febbraio 2026

Berlinale, Il cinema parla di Gaza e la Germania licenzia la direttrice


Il festival del cinema di Berlino si è chiuso su uno scontro politico-culturale destinato a lasciare il segno. Il regista siriano-palestinese Abdallah Al-Khatib ha ritirato il premio per la Miglior Opera Prima con Chronicles From the Siege — opera che racconta l’assedio del campo profughi di Yarmouk, in Siria — trasformando il palco della Berlinale in un atto d’accusa diretto al governo tedesco. Davanti alla platea del festival più politico del mondo Al-Khatib ha pronunciato parole che non lasciano spazio all’equivoco: «Siete complici del genocidio di Gaza da parte di Israele. Credo che siate abbastanza intelligenti da riconoscere questa verità. Ma avete scelto di non curarvene. Palestina libera, da ora fino alla fine del mondo.» Il Ministro dell’Ambiente Carsten Schneider (SPD) ha abbandonato la sala durante il discorso. Il Borgomastro di Berlino Kai Wegner ha parlato di “odio verso Israele”. Il cinema e la c ultura  avevano detto la sua. La politica non ha retto all’urto.

A pagare il conto è stata Tricia Tuttle, direttrice artistica della Berlinale. Il Ministro della Cultura Wolfram Weimer — esponente conservatore già noto per le sue posizioni securitarie sulla libertà di espressione — ha convocato d’urgenza il consiglio d’amministrazione del KBB per discuterne la rimozione. Secondo BildStern e Tagesspiegel, Weimer e Tuttle sarebbero già d’accordo sul fatto che la loro collaborazione non possa continuare. Una fotografia in cui la direttrice appare con lo staff del film — alcuni con keffiyeh, uno con bandiera palestinese — è diventata il pretesto mediatico per accelerare la sua uscita. Tuttle non aveva indossato alcun simbolo, né commentato il discorso dal palco. Il suo unico torto, evidentemente, è stato quello di fare il suo lavoro: scegliere il cinema migliore, anche quando fa scomodo.

L’operazione contro Tuttle ha il sapore amaro di una ritorsione illiberale. Un ministro che convoca un CdA per rimuovere una direttrice artistica colpevole di aver ospitato voci scomode è un ministro che confonde la censura con la responsabilità istituzionale. La Berlinale è nata come spazio di libertà nell’Europa del dopoguerra: sopravvissuta alla Guerra Fredda, oggi rischia di soccombere all’intolleranza di chi non riesce a distinguere un discorso politico da un atto ostile. Come ha scritto la Frankfurter Rundschau, un’eventuale rimozione di Tuttle rappresenterebbe «un enorme danno d’immagine per una Berlinale che si è sempre posta come spazio di libertà artistica e di espressione».

Il vero scandalo non è che un regista palestinese abbia parlato di genocidio. Il vero scandalo è che qualcuno voglia fargliela pagare.

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lunedì 23 febbraio 2026

Il filo del ricatto (Dead man's wire) - Gus Van Sant

Gus Van Sant torna al cinema dopo qualche anno e ci regala un piccolo film, girato come si deve.

un disgraziato, che si sente (a ragione) truffato da una banca, per farsi giustizia prende in ostaggio il figlio del padrone della banca, un ragazzo un po' tonto, che era stato un suo amico da bambino.

usa un metodo artigianale, il fil di ferro (il wire del titolo), e un fucile, e sopratutto vuole una vendetta pubblica, le scuse per essere stato derubato.

il sogno americano produrrà un'altra vittima, l'incubo continua.

il film è accompagnato da una bella musica, e c'è un bravo dj che da una radio di Indianapolis diventa un personaggio importante delle negoziazioni per chiudere la storia.

un film che non delude, promesso.

buona (musicale) visione.

ps: non si può non ricordare, mutatis mutandis, Vanishing Point (Punto Zero), di Richard C. Sarafian (qui), un'uomo in fuga dalla polizia con un dj che da una radio racconta l'inseguimento per il pubblico.




La bellezza di questo film sta tutta nella sua sincerità, nella sua profonda ironia, anche nella chiusa, laddove gli esiti di un processo innescano comunque una reazione, quella singolare sentenza di assoluzione per incapacità di intendere e volere di Tony, anche se in verità il reale protagonista fu rinchiuso per anni in un istituto psichiatrico…

E comunque non è mancata una condivisione pubblica del malaffare, tanto che il caso ebbe risonanza e divise la popolazione con sostenitori di Tony, nonostante il ricatto…

E le immagini di repertorio nei titoli di coda, dimostrano anche che tra realtà e finzione del cinema non c’è poi tanta differenza, la realtà supera spesso l’immaginazione del cinema. Quelle immagini “reali” sono anche esse goffe, buffe, proprio come poi le ha ripensate Van Sant nella sua elegante rielaborazione surreale parossistica… Ma appunto, non c’è esagerazione, la realtà era proprio così…

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…Nella sua corsia drammatica, il film spinge apertamente a domandarsi chi sia più pazzo tra l'uomo che tiene un fucile puntato contro un altro uomo (e delle cariche di esplosivo lungo tutto il perimetro della stanza) e l'uomo che gli rifiuta le scuse, anteponendo i principi degli affari alla vita del suo stesso figlio. Nella corsia invece più scomoda e divertente, da commedia nera, mette in luce l'ironia involontaria nel rapporto che Toni intrattiene con la sua vittima e in generale con molti dei suoi interlocutori: una relazione amicale, ingenua, fatta di accortezze inaspettate e sincerità assoluta, totalmente fuori registro rispetto alle circostanze da lui stesso poste in essere. Nella visione del fattaccio secondo Van Sant, cioè, permane in Tony un nucleo irriducibile di umanità, per quanto disperata e folle (specie nella recitazione sopra le righe di Skarsgård), che nell'imprenditore strozzino, interpretato da Al Pacino, non esiste affatto.
Dead man's wire, infine, è anche il pretesto per raccontare un luogo e un tempo, il Midwest di fine Settanta, attraverso la musica, protagonista assoluta, che dà voce alla lotta e alla nostalgia.

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La società del 1977 raccontata da Van Sant però esiste ancora e non è quella atomizzata di oggi. Il fatto è che, anch’essa, risulta un bluff. In questo senso, beffardamente e altmanianamente, attorno al caso si muove una cronista d’assalto e soprattutto il mefitico dj Fred. Sia la giornalista, che finalmente può fare uno scoop trovandosi nel posto giusto al momento giusto, che il dj sono di colore: una scelta interessante perché se la giovane vede nell’andare in diretta televisiva, seguendo il sequestro, un’opportunità, Fred Temple, che ama la black music, parla con un profeta, ma non apprezza il punk, è il personaggio più ambiguo di tutti. Tony, che del resto vuole andare sui media perché li ritiene il cane da guardia delle ingiustizie, adora il dj che è il primo esponente dell’informazione cui si rivolge per denunciare l’abietta condotta della banca. Fred fa subito combutta invece con la polizia per mettere nel sacco il sequestratore squinternato e non ha alcun interesse o voglia di supportare la sua lotta: voce famosa della radio, Fred nonostante sia di colore è un borghese perfettamente integrato nel sistema e ben pacioso di esserlo. E così, in questo collettivo in via di sfaldamento dove l’apparenza inganna, Dead Man’s Wire individua il limite del protagonista nell’ingenuità di credere che ciò che è dentro al sistema possa anche essere puro o giusto: Tony (che comunque vorrebbe il suo pezzo di american dream) si abbatte sull’entità che lo ha ridotto sul lastrico, ma non comprende fino alla fine di essere circondato da un sistema che è, tutto, dominato dai più forti. O quasi: ci sarà infatti un insperabile, benché delirante, riscatto “dal basso” (il caso di Kiritsis portò a modificare il procedimento processuale per dimostrare l’infermità mentale, ragione per cui Tony venne assolto) e un crollo reputazionale della Meridian Mortgage. Tony, in fondo, vince. Così, tra grana dell’immagine che rifà gli anni ’70, una bella ricostruzione d’epoca, black music e tanta ironia, Dead Man’s Wire è un film umanista e gentile, come svariati altri di Van Sant, vicino per temi ad alcuni Lumet e Altman ma da loro lontano per modi e umore. Il regista mostra sui titoli di coda le riprese dell’epoca, ancora più comiche e folli di quelle di finzione, e alla fine della proiezione a Venezia è partito un grande applauso a dimostrazione che questa piccola storia dimenticata (uno scatto di Kiritsis col fucile puntato alla nuca di Richard Hall vinse comunque il Pulitzer) parli molto all’oggi e alle innumerevoli, forse incalcolabili, ingiustizie che le persone subiscono.

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…A diferencia de tantas películas semejantes que tienden al culto del secuestro en el lugar original del crimen o apuestan a la permanencia en la guarida de los facinerosos, lo que de inmediato traería a colación el misterio sobre el paradero del recluso, hoy el grueso del relato transcurre en la modesta morada del raptor y a la vista de todos, departamento con trampas explosivas en las puertas y ventanas desde el que desfilan llamadas telefónicas a Temple, los esbirros del Estado y el nefasto M.L., quien como buen psicópata capitalista/ narcisista se niega a ofrecerle una disculpa a Tony a pesar del peligro en el que se encuentra su hijo. En este sentido el respeto, vinculado al ansia de justicia y perdón por los atropellos financieros desde el desequilibrio de poder cual pugna entre David y Goliat, entre Kiritsis y Meridian, se transforma en una misión de impronta suicida pero también porfiada, capaz de gritar la verdad a través del DJ/ locutor de Domingo, en términos prácticos un intermediario entre el vengador de la escopeta y los alambres interconectados, por un lado, y el público más la mafia policial/ judicial/ represiva en general, por el otro lado. En pantalla la avaricia, el individualismo y la especulación aparecen como los pilares supremos del fluir capitalista, ese que apela al aparato de coerción para eliminar cualquier voz opositora y garantizar el libre flujo del dinero hacia los sectores más concentrados y poderosos de la economía, en suma una transferencia de recursos desde las mayorías populares hacia estas cúpulas de la neoaristocracia con la complicidad del Estado burgués. Jugando con un detalle paródico anticristiano, léase la aparición de un capellán que termina insultado por el raptor (Elliot Gross), con un ataque tácito al fascistoide John Wayne, cuyo discurso en una ceremonia honorífica es interrumpido por un boletín televisivo sobre los sucesos en Indianápolis, y con la infaltable presencia de La Revolución no Será Televisada (The Revolution Will Not Be Televised, 1971), obra maestra satírica de Gil Scott-Heron que ya había dicho presente en Una Batalla tras Otra (One Battle After Another, 2025), de Paul Thomas Anderson, y que aquí acompaña el epílogo y la secuencia de créditos finales

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Dead Man’s Wire porta avanti una duplice traccia. Quella dello scontro già segnato tra i singoli e le grandi compagnie, che pur agendo attraverso le scelte degli individui, diventano delle entità cinicamente impersonali. E quella della spettacolarizzazione, del potere generativo e trasformativo delle immagini e delle narrazioni sulla verità delle cose. Un potere di cui è ben conscio lo stesso Tony Kiritsis, che chiede a gran voce di far sentire la sua versione dei fatti. Innanzitutto attraverso il dj Fred, la “voce di Indianapolis”, di cui è grandissimo fan. E poi, addirittura, indicendo una conferenza stampa. Fascinazione dell’esposizione mediatica che fa parte dell’ambiguità del personaggio, sempre sospeso sul filo della follia e sulla linea d’ombra tra la rivendicazione di una dignità ferita e di un cospicuo risarcimento economico.

Consapevole di questa ambiguità, Gus Van Sant ha la sensibilità e l’intelligenza di non lanciare crociate. Anche perché non può venire meno all’umanità del suo sguardo, a quell’attenzione nei confronti delle persone e delle loro storie, alla sua particolare capacità di tracciare connessioni emotive profonde. Come nei dialoghi tra Bill Skarsgård e Dacre Montgomery, il sequestratore e la vittima, che sfiorano addirittura momenti di confessione e intimità, nonostante la frenesia della tensione. Un filo teso che va ben oltre le battute sulla sindrome di Stoccolma, di cui si compiace il padre padrone della Meridian Mortgage. E difatti il personaggio interpretato da Al Pacino è l’unico che sembra non aver diritto ad alcun’assoluzione. Ma anche nel suo caso, a salvarlo è il sorriso di Gus Van Sant. Un’ironia che domina su tutto. Amara, a volte anche sarcastica. Ma mai feroce, mai giudicante. Il resto è storia, storia vera… che riesplode sui titoli di coda, quando vediamo le immagini d’epoca del sequestro e del vero Tony Kiritsis. Intento a godersi il primo piano del suo incredibile spettacolo.

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domenica 22 febbraio 2026

Quando l’orrore diventa struttura: rileggere nel 2026 la nouvelle trouille francese - Ramona Ponzini

Rivedere oggi i film simbolo di quella che è stata definita la nouvelle trouille francese – Martyrs (2008) di Pascal Laugier, Frontière(s) (2007) di Xavier Gens e À l’intérieur (2007) di Alexandre Bustillo e Julien Maury – significa confrontarsi con un cinema che aveva già intuito, con estrema lucidità, una frattura profonda nel corpo sociale europeo. A distanza di quasi vent’anni, ciò che colpisce è, ancora e certamente, la violenza estrema che li ha resi celebri, ma anche e soprattutto la precisione con cui quei film mettevano in scena un mondo che stava perdendo i propri dispositivi di mediazione: politici, simbolici, etici. È un cinema che intercetta la paura come struttura diffusa, come atmosfera. In questo senso, le tre pellicole non parlano semplicemente di violenza, ma di soglie infrante, di spazi che smettono di proteggere, di corpi che non possono più essere garantiti da nessuna istituzione. In Martyrs l’orrore si configura come processo. Il film si apre come un thriller, con una ragazzina che fugge da un luogo di segregazione e violenza, le cui ferite psicologiche segnano la crescita sotto forma di allucinazione e paranoia. L’ingresso nello spazio borghese della famiglia apparentemente normale sembra promettere un racconto di vendetta, una traiettoria riconoscibile in cui il dolore trova un bersaglio. In apertura una immagine di Martyrs di Pascal Laugier.

È una promessa che il film formula per poi lasciarla collassare sotto il peso di ciò che seguirà. Dopo queste prime fasi, Martyrs entra, infatti, in un territorio che sfugge a ogni genere stabile: la violenza si organizza, assume una forma sistemica, diventa metodo. Il corpo della protagonista viene progressivamente privato di funzione narrativa, ridotto a superficie, a materia sottoposta a una procedura ripetitiva e clinica. È qui che il film sposta definitivamente il proprio asse: la violenza diventa esperienza estrema in quanto fatto ideologico. L’organizzazione che orchestra il supplizio è un’élite razionale, convinta che il sacrificio (altrui) consenta l’accesso a un sapere capace di giustificare ogni atrocità. Rivedere oggi Martyrs significa confrontarsi con un’opera che ha intercettato una deriva profondamente contemporanea: la legittimazione istituzionalizzata della violenza.

In Frontière(s) l’orrore si inscrive fin dall’inizio in una geografia precisa. Il film si apre su una Parigi attraversata da rivolte che fanno da sfondo a una fuga precipitosa. Un gruppo di giovani tenta di allontanarsi dalla città, di attraversare un confine, di guadagnare un fuori. Questo movimento iniziale è carico di ambiguità: il margine appare come spazio residuale in cui sottrarsi al caos del centro. La frontiera evocata dal titolo è una soglia simbolica e politica. Il luogo in cui i protagonisti si rifugiano è abitato da una famiglia che incarna la genealogia stessa della violenza. L’orrore è incorporato negli spazi, nelle pratiche quotidiane, nella trasmissione dei ruoli; la casa diventa un archivio vivente, un deposito di ideologia. Il riferimento a Non aprite quella porta (1974) emerge nella centralità della famiglia come luogo di trasmissione della disfunzionalità, ma in Frontière(s) questa dinamica si innesta in un contesto europeo riconoscibile, trasformando il rural horror in una riflessione sulla persistenza di un pensiero identitario che si trasmette per via domestica. L’estrema destra che il film mette in scena è incarnata, quotidiana, organizzata attorno a una gestione dei corpi come risorsa da selezionare, eliminare e preservare. Nel finale questa logica si espande: la fuga della sopravvissuta dal microcosmo familiare si riversa immediatamente in un ordine più ampio. L’orrore rientra nel corpo sociale attraverso figure che incarnano continuità e legittimazione, mostrando come la violenza ideologica possa adattarsi e riprodursi (e arrivare fino a noi – oggi).

In À l’intérieur l’orrore si condensa in uno spazio unico e in un tempo quasi continuo. La vicenda si svolge interamente all’interno di una casa (civico 666), durante una notte, attorno a un corpo femminile in stato di vulnerabilità estrema: una donna incinta, sola, isolata. Lo spazio domestico viene progressivamente svuotato della sua funzione simbolica. Porte, finestre, stanze non offrono riparo né controllo; la casa si trasforma in un campo di assedio. Il corpo femminile diventa territorio conteso, superficie su cui si esercita una forma di appropriazione ossessiva. La messa in scena rifiuta qualsiasi alleggerimento, insistendo su una violenza ravvicinata e insostenibile. La visione di À l’intérieur intercetta una paura ancora (e sempre più) attiva: quella legata al controllo dei corpi e alla fragilità delle strutture che dovrebbero garantire rispetto e protezione. In un contesto come quello contemporaneo segnato dall’erosione progressiva dei diritti, dalla riemersione e consolidamento di forme di autoritarismo e dalla normalizzazione di pratiche violente nel discorso pubblico, questi film mostrano come l’orrore non abbia bisogno di irrompere dall’esterno, ma trovi terreno fertile nelle strutture stesse che organizzano la vita sociale. La famiglia, la casa, l’istituzione, il sapere: ciò che dovrebbe garantire tutela diventa dispositivo di esclusione e controllo. MartyrsFrontière(s) e À l’intérieur sono pellicole che continuano a parlarci perché mettono in forma una condizione in cui la violenza smette di apparire come eccezione e si stabilizza come possibilità permanente, amministrata e legittimata. Un cinema che non consola e non offre soluzioni, ma restituisce, con acutezza disturbante, la sensazione di vivere dentro un ordine fragile, trasformatosi in un sistema di sopraffazione.

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O Acidente (L’incidente) - Bruno Carboni

Joana, una ragazza in bicicletta, di notte, senza casco, nel traffico di una grande città brasiliana, viene investita (e trascinata) di proposito da una macchina, guidata da un donna, col figlio affianco, Maicon, che filma l'accaduto e lo mette in rete.

Joana (incinta, vvie con la compagna, Cecilia) poi trova quella donna (o il contrario) e si crea un rapporto forte fra Joana e Maicon, ma anche, in qualche modo strano , con la madre del bambino.

non succede molto, c'è molto di non detto e un'ultima scena sorprendente.

opera prima convincente di Bruno Carboni.

buona (misteriosa) visione - Ismaele


 

Joana viene investita da un’auto mentre va in bici. Dall’abitacolo un ragazzino, Maicon, ha filmato tutto mentre la madre era alla guida. L’evento innesca una serie di reazioni e legami imprevisti tra Joana, la sua compagna Cecilia e la famiglia responsabile dell’incidente. Partendo da un’esperienza autobiografica, il primo lungometraggio di Bruno Carboni sfrutta l’intreccio fortuito di due esistenze per indagare le possibilità di cambiamento generate dall’empatia; sullo sfondo, differenze di classe da decostruire per permettere la libera esplorazione della propria identità.

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O que o filme parece dar a entender é que, após o atropelamento, o cotidiano de Joana, antes completamente letárgico, ganhou, no mínimo, certa dinamicidade. Um evento, uma imagem, uma gravação, deu novos contornos à vida dela. Não é mistério, tampouco drama: apenas algo a mais, uma nova relação. Em dados momentos, Joana aparenta buscar drama para sua vida – principalmente quando tenta confrontar os pais do menino. É perceptível que a aproximação com Maicon se dá por sentir que os dois são parecidos: quietos, vulneráveis e curiosos. Suas ações, muitas vezes paradoxais, são um modo de dizer que muitas vezes a vida não possui explicações: há apenas uma zona cinzenta que nosso entendimento comum não é capaz de compreender, como diria Friedrich Durrenmatt. Nos últimos minutos do filme, quando Elaine busca dar um ponto final à relação de Joana com Maicon, a jovem a abraça e chora copiosamente. Como se uma parte de si tivesse morrido. E, de certa forma, isso aconteceu. Ela há de deixar Maicon e, com ele, seus segredos e suas partes mais frágeis.

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O Acidente, assim, consegue escapar de uma suposta condição genérica – como, por vezes, o título reducionista pode dar a entender – justamente pelo cuidadoso trabalho que desenvolve tendo o episódio ao qual faz referência no batismo como início da conversa, mas também pelo delicado estudo dos personagens aqui reunidos. Seco, em algumas passagens até mesmo bruto e cortante, mas indo direto ao ponto, Bruno Carboni deixa claro saber o que procura alcançar com esse discurso, ainda mais quando tudo deságua em uma explosão singela, mas poderosa o bastante para eliminar dúvidas e fortalecer aquilo que realmente importa. Um gesto até mesmo simples, mas dono de uma energia tão singular frente a qual se mostra ser impossível manter-se indiferente. Quando pontes são construídas não por iniciativas solitárias, mas pela união de forças, muito mais difícil será derrubá-las. Trata-se de um exercício raro, mas cujo valor não pode – nem merece – ser desprezado. Eis a lição que fica.

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giovedì 19 febbraio 2026

Due procuratori - Sergei Loznitsa

un tuffo nella Storia, nella quale il Potere schiacchia gli oppositori e i dissenzienti.

il film è ambientato in Unione Sovietica, al tempo di Stalin, ma nello stesso periodo storico succedevano le stesse cose nell'Italia fascista, nella Germania nazista, ma anche negli Usa, paese democratico, dicono, che giustiziava gli anarchici Sacco e Vanzetti.

un vecchio professore universitario di giurisprudenza marcisce in galera, torturato lentamente fino a morire.

per caso una sua istanza di intervento arriva al tribunale, e un giovane magistrato idealista prende a cuore il caso.

in un clima di corruzione e soprusi il giovane procuratore riesce a parlare col morituro, e per lui niente sarà come prima.

un film inquietante e terribile, da non perdere.

buona (drammatica) visione - Ismaele

ps: sarebbe interessante vederlo in tv in prima serata, la settimana prima del referendum, a proposito dell'indipendenza della magistratura

 

 

La burocrazia è una delle armi che gli apparati utilizzano per annacquare il dissenso, con inutili scartoffie e soprattutto attese infinite, ritratte dal regista con ellissi chirurgiche, mirate a farne percepire tutto il peso e il pretesto. L’immobilismo delle istituzioni è reso attraverso l’espediente di continui campi fissi, che ricorrono sovente nel cinema del regista ucraino (soprattutto nei documentari, con la significativa e voluta eccezione di "Landscape").
La precisione e il rigore formale di Loznitsa, mutuati dall'esperienza documentaristica di cui è acclamato maestro (in particolare nell'ambito del direct cinema e della rielaborazione di materiale d'archivio), contribuiscono a una confezione minuziosa, in cui la fotografia desaturata di Oleg Mutu, fedelissimo del regista, e le scenografie claustrofobiche permettono una totale immersione nel clima di forte oppressione di quegli anni, esaltato altresì dall'aspect ratio in 1,33:1.
Il dialogo tra i due procuratori, scena madre attesa e preparata da un climax di precisione matematica, è il momento clou della pellicola, prima del finale amaro, diretto e inappellabile…

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Merita un bel 7+ questo lavoro asciutto e accuratamente ambientato negli anni ’30 del regime sovietico.

Credibile e misurato nelle descrizioni, leale sia con i personaggi popolari che con i funzionari, conclude al momento giusto per mezzo di un’efficace mossa finale. Forse si sarebbe potuto sfaccettare maggiormente il profilo psicologico di Korneev, ma rappresentando l’archetipo di un giovane idealista si accetta anche un tratteggio sintetico del personaggio.

In generale questo tipo di film evoca o si presta a forzati rimandi all’attualità, su questo fronte lo attendevo al varco perché personalmente non amo né la strumentalizzazione di eventi storici a fini politico-ideologici né le scontate e superficiali letture attualizzanti del passato, finalizzate a stimolare un presunto maggior interesse nel pubblico che percepirebbe il soggetto in qualche - avventuroso - modo più legato al presente. Diversamente da quanto temevo, la scrittura mi è sembrata concentrata sul suo preciso contesto storico, senza rimandi scontati o pedanti, io lo considero un punto di merito.

L’unica costante valida in ogni epoca storica è “homo homini lupus”.  

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Due procuratori è una parabola sulle storture e gli orrori del regime staliniano, a partire dalla cupa assurdità del sistema burocratico. Una traccia che ha un autorevole tradizione nella letteratura russa, a partire da Gogol. A cui si aggiunge, nella visione di Loznitsa, la suggestione kafkiana, come era già evidente in A Gentle Creature. Una materia, dunque, che rientra pienamente nelle corde del suo cinema. E che viene irregimentata in una forma implacabile, fatta di inquadrature fisse e spazi chiusi, di colori freddi e spenti, di lunghi dialoghi che sembrano costantemente slittare dal dramma a una sorta di ironia allucinata, dai contorni vagamente irreali. In cui la retorica del potere, la sua metodica costruzione di una falsa immagine, si riconosce soprattutto nel trattamento degli spazi. Di rappresentanza e di rappresentazione. Dalle stanze spoglie e algide della prigione, agli uffici dei burocrati che diventano sempre più ampi e imponenti, a mano a mano che si risale lungo la gerarchia. La ricostruzione d’epoca scivola dal piano del realismo a quello della stilizzazione e della metafora. E, soprattutto, si trasforma in una specie di viaggio straniante nell’inferno ridicolo dei meccanismi amministrativi, com’è evidente in tutta la lunga sequenza nel palazzo del procuratore generale.

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La messa in scena di Loznitsa è meravigliosamente teatrale: gli spazi che i personaggi attraversano sono messi in scena come palcoscenico, ma rimanendo comunque lontani e distaccati. I grandi attori di Due Procuratori sono certamente Aleksandr Filippenko o Aleksandr Kuznetsov, ma la loro performance è senza dubbio enfatizzata dai silenzi, compagni di recitazione che donano i giusti accenti. Il prezzo finale che Korneev dovrà pagare per aver alzato la voce è un eterno silenzio che riecheggia in una cella. Una reclusione che spoglia della propria identità, rimuovendo dall’oggi al domani la vita precedente.

La maestria con cui questi meccanismi marci sono mostrati dona un messaggio duro e critico su cosa significhi affrontare l’autorità, e su quanto impegno ci voglia per distruggere un simile apparato burocratico e giudiziario. Una volta che i leader eletti hanno modo di esercitare il potere a proprio piacimento, diventa troppo difficile, forse impossibile, revitalizzare la parte sana del sistema. Loznitsa smonta il concetto di autorità e descrive magistralmente, in tutte le sue sfumature, gli avvenimenti e la burocrazia sotto la macchina di Stalin, una struttura di pensiero che è stato mantenuta in silenzio e ben oliata per anni…

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martedì 17 febbraio 2026

O som ao redor (Il suono intorno) - Kleber Mendonça Filho

già dal primo lungometraggio si capisce che Kleber Mendonça Filho è bravo.

in un film che all'inizio sembra una piccola cosa col passare dei minuti, come in una sinfonia, aumentano i personaggi e le storie di una piccola strada (quasi come una gabbia) diventano davvero interessanti.

e alla fine c'è un grande mistero, il passato non è passato e qualcosa succederà.

un'opera prima davvero buona, da non perdere.

buona (in crescendo) visione - Ismaele

 

 

 

Le abitazioni in cui vivono i protagonisti del film sono costruite per proteggere l'io: sbarre alle porte e alle finestre, telecamere di sorveglianza per mettere al riparo da potenziali attacchi esterni. L'intero lungometraggio è attraversato da un presentimento costante di minaccia incombente, favorito dai suoni diegetici che fanno da colonna sonora a un thriller che non è un thriller, perché la violenza che ossessiona e funesta i sogni di questi nuovi ricchi non esplode mai sullo schermo. L'intrusione e l'aggressione altrui si manifesta attraverso i suoni, capaci di oltrepassare le costose barriere erette tra un'abitazione e l'altra e insidiare la serena routine quotidiana. Ma la tranquillità è solo apparente, in queste vite familiari lacerate da tensioni impercettibili, eppure sempre sul punto di deflagrare. La minaccia, invisibile ma reale, è, dunque, più interna che esterna, in questo microcosmo borghese che si affanna a difendere le proprie recenti conquiste materiali, negando a se stesso il dovere di riconciliarsi con un passato e un "diverso" tenuto a distanza, eppure necessario, rappresentato dalla folta schiera di domestici chiamati a curare le proprietà senza poterne godere.

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Un film che racconta il Brasile meno raccontato, quello lontano dalle storie di favelas o delle grande metropoli del paese sudamericano. E' un Brasile, quello dell'esordiente (sulla lunga distanza) Mendonça, in cui la violenza rimane sotto traccia, lambisce appena una strada di Recife, in un quartiere per ricchi. Dentro questi enormi condomini, bianchi e labirintici, si muove una civiltà fatta di esistenze impaurite e solitarie, in cui quasi ogni rapporto sociale è allo sfascio e che affida la propria sicurezza a delle guardie private. Scisso in tre archi temporali precisi, il film si muove lentamente, scrutando nelle vite di queste persone, intrecciandole e restituendo un quadro d'insieme che ha motivi di tenerezza, soprattutto nei volti dei bambini, ancora più soli e perduti dei genitori, e ha segni di una tremenda inquietudine, evocata, a volte, attraverso i sogni dei protagonisti e dai suoni della natura o degli oggetti, come provenissero dal ventre di un'enorme macchina di una fabbrica. Il regista, già pluripremiato per i suoi lavori sui cortometraggi, muove la camera splendidamente, dando al film una forza straordinaria, lasciando che la sua apparente immobilità in realtà pulsi di parecchia vita, tensione, sensualità e paranoia. Tutto pare ineluttabile e così, in fondo, sarà. Gli attori sono magnifici, tutto è molto credibile e anche se necessiterebbe di conoscere a fondo la realtà del nord est del Brasile, la visione regge per tutte le due ore e oltre. Un esordio molto promettente e un film da recuperare.

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…Le immagini di Mendonça Filho sono bellissime quanto cariche di giudizio e sguardo tagliente sulle contraddizioni che il benessere ha creato nel paese a scapito della maggioranza della popolazione. Fortemente antiretorico e quasi minimalista nella messa in scena, il film vive sul generare sulla percezione dello spettatore un costante senso di pericolo, qualcosa di imminente che non si verifica mai ma che sfianca i personaggi del film in un’attesa dell’inevitabile fino a rendere la vita impossibile.

ll suono che filtra all'interno dei loculi bianchi è quello della vita, testimone della stessa infelicità e colonna sonora della società tumulata nel benessere.

Metafora dell’uomo moderno che si crede libero solo perché si è costruito da sé una gabbia a propria immagine e somiglianza, il film di Filho è una riuscita commistione di fiction e solido sguardo documentaristico che ne eleva il valore al rango di prezioso documento antropologico

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La vita, istruzioni per l’uso e il caseggiato di Perec diventa idealmente un quartiere brasiliano in cui le storie dei personaggi s’intrecciano senza mai toccarsi davvero, attraversate dalla paura di essere violate dall’incertezza, cifra del quotidiano. Invéro qui la vita è la negazione di un’istruzione per l’uso: individui in transito a disagio con la propria regolare mediocrità, a cui è concesso un attimo di follia che quasi li bestializza per poi ravvedersi un secondo dopo, e chi si sente straordinario non può che allontanarsi dalla pazza folla.

L’ossessione della protezione e del controllo è il fulcro de Il suono intorno, dramma corale che racconta la classe media brasiliana senza sfruttare facili stereotipi, lavorando sulla tensione di esistenze che percepiscono il pericolo per identificarne un senso, sia una relazione discontinua tra le pareti di una casa in cui nessuno interagisce o un rapporto occasionale in un anonimo garage, l’isolamento di chi capisce la decadenza sociale o la solitudine degli alienati alle feste…

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lunedì 16 febbraio 2026

in pochi cinema, l'undici febbraio 2026

è stato proiettato Disunited Nations del regista francese Christophe Cotteret, con Francesca Albanese.

Distribuito da Mescalito film, il lungometraggio Disunited Nations racconta il fallimento del diritto internazionale e delle Nazioni Unite partendo da un fatto: la denuncia del genocidio nella Striscia di Gaza fatta da Francesca Albanese nel marzo 2024.

Nel marzo 2024Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Occupati, ha denunciato un genocidio a Gaza. Seguendo i suoi passi tra missioni, incontri istituzionali e pressioni politiche, questo documentario ci porta nel cuore della crisi delle Nazioni Unite, messa di fronte alla propria incapacità di impedire il massacro dei civili. Attraverso intervistemateriali d’archivio e il dietro le quinte del lavoro diplomatico, il film racconta il difficile equilibrio tra diritto internazionaleinformazione e potere, mostrando come l’ONU e la comunità globale appaiano sempre più divise di fronte al conflitto. Le Nazioni Unite nacquero nel periodo in cui, nel 1947, venne deciso il Piano di Partizione della Palestina. Oggi la questione palestinese è la prova decisiva: l’Organizzazione saprà reggere, o ne uscirà irreversibilmente indebolita?

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chi l'avesse perso può vederlo qui, su Artetv, fino al 15 marzo 2026.

domenica 15 febbraio 2026

La gioia - Nicolangelo Gelormini

un film che non ti aspetti.

un giovanotto "intercetta" una professoressa di francese della sua stessa scuola e la prende in "ostaggio", l'amore Gioia lo conosceva dalle parole degli scrittori francesi, Alessio era molto avanti, in tutte le possibili storie di sesso era lui l'insegnante.

il regista non presenta eventuali storie di sesso fra i due, a non rendere il film la solita caciara porno soft (o hard), Gelormini, architetto non praticante (al suo secondo film, già assistente di Paolo Sorrentino), è più che bravo, sceglie di mostrare un rapporto nel quale Gioia viene intrappolata in una ragnatela senza scampo.

i due protagonisti sono interpreti eccezionali, Valeria Golino si trasforma e si supera, e Saul Nanni è un demonio tormentato.

Gioia s'illude fino all'ultimo, neanche l'evidenza la fa ragionare, è la vittima di un sogno, di un'illusione impossibile (ma per noi è facile dirlo da fuori).

un film da non perdere, promesso.

buona (dolorosa) visione - Ismaele

ps: (solo per chi ha visto il film)

la scena finale, nella quale Alessio uccide Gioia, si impone lui (al complice) di assassinarla, e, se è possibile dirlo, lo fa con una certa tenerezza (so che è una bestemmia dirlo), addirittura le mette a posto gli occhiali.


 

 

 

 

Un film sorprendente e struggente, che oscilla tra ricostruzione attenta e libertà artistica, rigore formale e guizzo creativo, dramma e genere. Sostenuto da un cast di attori generosi, tra cui spiccano (ça va sans dire) Valeria Golino e il giovanissimo Saul Nanni, La Gioia è uno specchio allo stesso tempo deformante e limpidissimo della nostra società feroce e cannibale. Una società con un disperato bisogno di un po’ di tenerezza.

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al centro c’è una straordinaria Valeria Golino (Gioia) che, coraggiosamente, indossa i panni di una bruttina stagionata che si trova suo malgrado al centro di una macchinazione più grande di lei. Irretita dentro le lusinghe di Alessio (Saul Nanni) un giovane bello e disperato, bello e dannato che vive in un ambiente in cui domina la corruzione dei sentimenti rappresentata da Cosimo (Francesco Colella), parrucchiere senza scrupoli amante di Alessio e amico e finanziatore di Carla (Jasmine Trinca) madre di Alessio. Tutto si svolge in una credibile evoluzione tra un malaffare congenito di una zona grigia del nostro Bel Paese e una ruffianeria che è propria di un certo tipo di individui che prolifera in quell’humus ricco di desideri e di rivalsa, che è di nuovo questa variegata e imprevedibile provincia che lambisce, sempre, le nostre (poche) metropoli e che guarda con invidia, a volte malsana, ad un benessere da acquisire velocemente non importa ai danni di chi capiterà. Gelormini è attento, sa spiazzare lo spettatore e il film che comincia come una commedia ambientata dentro l’istituzione scolastica, con le figure di contorno del corpo insegnante ben definite e caratterizzate, poi con paziente gradualità e intensità stringe l’obiettivo su Gioia e sul suo piccolo mondo gozzaniano fatto di casa, chiesa, padre, madre e preghiere mandate a memoria e per consolazione Flaubert per lei insegnante di francese che forse non ha mai avuto un amore in vita sua…

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…In La gioia, nessun personaggio è davvero innocente: ogni figura appare inadeguata e contribuisce, consapevolmente o meno, a rimodellare costantemente gli equilibri di una vera e propria “diseducazione sentimentale”, intesa non come mancanza individuale, ma come fallimento sistemico. Gioia e Alessio sono prodotti di due modelli affettivi opposti e ugualmente tossici: l’iperprotezione soffocante e l’abbandono emotivo.

Il loro legame nasce come tentativo disperato di colmare un vuoto, ma si rivela presto incapace di reggere il peso delle aspettative che in esso vengono riversate. Gelormini racconta un mondo in cui nessuno ha insegnato a riconoscere l’amore, a distinguerlo dal bisogno, dal potere, dal ricatto emotivo. La tragedia, dunque, non è semplicemente l’atto finale, ma quello stesso percorso che la rende inevitabile…

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"A cos'è che sei abituato? Al niente" risponde Alessio (Saul Nanni), mentre Gioia (Valeria Golino) lo guarda un po' meravigliata. Eppure, la donna, un'insegnante di francese al Liceo, dovrebbe capire il ragazzo: se Alessio è stato abbandonato dal padre quando era piccolo e ora è lui a badare alla madre, Gioia, nonostante la sua età, vive ancora coi genitori, isolata anche lei nella sua stanza da adolescente, tra i pupazzi che raddrizza sulle sedie e la sciarpa della Juventus, la squadra del cuore, appesa sopra la testiera del letto. Ma "La gioia" vive proprio nella discrasia intrinseca alla radice della parola solitudine: i due protagonisti sono soli ad altezze differenti (il suffisso "-tudo", indica proprio una differenza di posizione, di magnitudo), ma forse complementari. Ecco, la storia noir di Nicolangelo Gelormini – vincitrice del Premio Franco Solinas 2021 e tratta dall'opera teatrale scritta di Giuliano Scarpinato e Gioia Salvatori "Se non sporca il mio pavimento" -, è un incontro ad alta quota, tra un'anima pascoliana, errante, e una apparentemente punk, irriducibile, ma profondamente corrotta. Il risultato è una delle pellicole più affascinanti viste a Venezia quest'anno…

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…La caratterizzazione del personaggio femminile è impeccabile: il suo sostrato emotivo e familiare viene ricostruito grazie agli abiti, al trucco, alle scelte musicali a lei associate, oltre che, naturalmente, ai dialoghi. Ma il merito più grande va certamente a Valeria Golino, che in questo film raggiunge vette drammatiche notevoli, impersonando con delicatezza e credibilità un personaggio molto diverso da quelli di ruoli precedenti.

Saul Nanni, protagonista maschile, porta sullo schermo una buona prova attoriale: il suo stile recitativo è più esteriorizzato rispetto a quello della Golino, ciononostante riesce a rendere bene quanto subdolo sia il personaggio.

Nella sua totalità l’opera appare ben realizzata, dotata di un soggetto interessante e una sceneggiatura realistica; molte scelte registiche legate a luci, inquadrature, ambientazioni e colonna sonora possono essere definite raffinate, sottolineando come il cinema possa raccontare l’oscurità più buia attraverso la bellezza dell’immagine. In particolare la colonna sonora, composita ma armonica – alto e basso si alternano senza cozzare -, appare quasi una partitura del film, che si unisce a parole e immagini dando vita a un dramma unitario e compiuto.

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sabato 14 febbraio 2026

Il maestro che promise il mare - Patricia Font

una storia come tante, come troppe.

in Spagna i fascisti fecero un genocidio (solo parziale, per fortuna) degli uomini e donne libere, in Catalogna, sopratutto.

nel film vediamo bambini e bambine che finalmente hanno un maestro come si deve, non il prete fascista, vediamo la ricerca della memoria, vediamo che i bambini, tutti, hanno sempre amato il maestro.

gli spettatori vivi si commuoveranno, è sicuro.

Antoni è il maestro che avremmo voluto tutti.

buona (memorabile) visione - Ismaele

  

 

È un piccolo film Il maestro che promise il mare di Patricia Font. Piccolo quanto il borgo di Bañuelos de Bureba, un villaggio della provincia di Burgos situato nel nord della Spagna. Dove tutti conoscono tutti e anche l’arrivo di un nuovo maestro di scuola può causare un certo scalpore. Del resto Antoni Benaiges (Enric Auquer) ha qualcosa di diverso, di speciale. È ateo, di sinistra, non è severo. È pieno di entusiasmo e predilige bizzarri metodi d’insegnamento. Con lui i bambini si divertono, imparano, passeggiano nei boschi. Progettano persino di partire per vedere il mare. Mentre sullo sfondo inizia a profilarsi lo spettro della sanguinosa guerra civile spagnola – che di lì a pochi mesi spazzerà via inesorabile ogni traccia di candore, seminando inquietudine…

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Antoni prende come riferimento l’esperienza  di Célestin Freinet, pilastro della pedagogia popolare: rivoluziona il sistema scolastico locale, aprendo le porte della scuola a tutti i bambini, maschi e femmine, dando così vita alla classe mista. Egli, partendo dalle esperienze di vita quotidiana dei bambini, insegna loro concetti nuovi e fonda il suo modo di lavorare sulla laicità della scuola, rimuovendo il crocifisso dalla classe, perche la religione non va imposta.I cardini principali del suo modo d’insegnare sono l’outdoor education, in quanto promuove spesso attività all’aperto, alla scoperta del mondo circostante, e la cooperazione, in modo particolare utilizzando la tipografia a scuola per la realizzazione di quaderni scritti e stampati dai bambini, nei quali raccontano le loro esperienze, storie ed emozioni. È proprio attraverso questa attività che il maestro viene a conoscere che molti dei suoi studenti non hanno mai visto il mare: il quaderno, frutto dei racconti dei bambini, si rivelerà cruciale per la conclusione della narrazione. Da vedere, per insegnanti e non solo.

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Il maestro che promise il mare, con una regia quasi invisibile ma solida quanto basta per catturare gli sguardi di Antoni e quelli dei suoi studenti in modo raro ed empatico, esorta il pubblico a una prospettiva nostalgica, malinconica e riflessiva verso il futuro. Non può esistere un futuro migliore di quello che si dipana immaginandolo davanti agli occhi dello spettatore incredulo per le vicende che animano e sconfortano la vita del piccolo paesino spagnolo. Un futuro migliore può coesistere non dimenticando le radici: questo sembra il consiglio più bello che Il maestro che promise il mare possa lasciare al suo spettatore con una dolce sofferenza mai scontata.

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Con una cornice storica che richiama quella dell’almodovariano Madres paralelas e una trama che contiene evidenti rimandi a La lengua de las mariposas di José Luis Cuerda (bella opera del 1999, ispirata da un romanzo che si focalizzava su una vicenda simile, che non ha mai avuto una distribuzione italiana nelle sale), la regista catalana Patricia Font ha costruito una storia commovente e dolorosa, dal tratto garbato, incentrata sulla (vera) vicenda umana di Benaiges, che nell’insegnamento applicava il “metodo naturale” – agile, cooperativo e imperniato sui bisogni degli alunni – elaborato dal pedagogista Célestin Freinet, che era assolutamente contrario a qualunque forma di castigo e repressione nei confronti dei bambini, accessori ritenuti per contro imprescindibili nelle rigide procedure di formazione scolastica del tempo. Baciato da un successo inatteso in Spagna, Il maestro che promise il mare è latore di un messaggio universale sul versante didattico e mostra un’esposizione nitida, che esplicita la propria voglia di testimonianza saldando passato e presente attraverso il collante della tolleranza e del rispetto delle idee, contrapposte alla brutalità del sopruso. Un racconto di formazione che funziona bene proprio per la sua immediatezza e che in patria ha intercettato l’urgenza diffusa di far luce su un periodo la cui memoria venne seppellita insieme ai corpi di chi dissentiva. Ciò che non pare all’altezza della “missione” è invece l’estetica del film, sebbene abbia senz’altro contribuito alla sua popolarità in virtù di un’ammiccante gradevolezza.

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