domenica 1 febbraio 2026

L’ultimo turno – Petra Volpe

Floria è un'infermiera in un ospedale, la regista la segue nell'ultimo turno, prima di tornare a casa.

lavora senza pause, assistendo tanti pazienti, malati, rassegnati o arroganti, a volte qualcuno muore.

è un lavoro d'equipe, ma è anche un lavoro in solitudine, con un peso e uno stress senza fine.

Leonie Benesch è così brava che sembra proprio un'infermiera, lavora come uninermiera, soffre come un'infermiera, e il film sembra un (drammatico) documentario.

un film da non perdere,

buona (stressante) visione - Ismaele 

 

 

...A livello superficiale L’ultimo turno può sembrare un thriller in cui non accade nulla di straordinario; tuttavia, nella sua estrema semplicità, riesce a creare tensione in ogni gesto quotidiano, tenendo il pubblico incollato allo schermo per tutti i suoi novanta minuti. Ogni respiro, sguardo e movimento diventa azione. Il semplice spacchettamento di una siringa, l’attaccare un’etichetta su una fiala, il controllo della pressione, le porte che si aprono e chiudono ad ogni spostamento e il telefono che squilla continuamente diventano scene d’azione perfettamente coreografate, mentre il parente di una paziente che ci osserva in attesa dal fondo del corridoio riesce a instillarci tanta ansia e suspence quanto una bomba sul punto di esplodere. Mantenendo un ritmo forsennato per l’intera durata della pellicola, la meticolosa penna e lente di Petra Volpe ha saputo organizzare il suo tempo ed utilizzarne ogni momento con precisione chirurgica, donandoci finalmente un film durante il quale è impossibile distrarsi. L’ultimo turno ha provato ancora una volta che un’opera indipendente di medio o basso budget sapientemente costruita è in grado di creare un’atmosfera angosciosa e tesa senza che vi sia bisogno di esplosioni e inseguimenti, e può suscitare emozioni senza necessitare di commoventi monologhi ad effetto né grandi lacrimoni.

da qui

 

…assistiamo a una lezione di cinema di alta scuola, in cui l’arena ospedaliera è vividissima e super realistica grazie anche alla consulenza di una vera infermiera tedesca, Madeline Calvelage, autrice del bestseller Il problema non è la nostra professione. Sono le circostanze. Un vero e proprio meccanismo a orologeria in cui la miccia è lunghissima e le cose che possono esplodere sono tante, troppe (non a caso c’è una scena in cui Floria bacchetta una paziente che fuma vicino a una bombola piena di ossigeno puro). Quando poi l’esplosione (figurata) arriva, la tragica ironia è che niente davvero è destinato a cambiare ma che ci si dovrà preparare soltanto per un’altra giornata. L’ennesima.

Qui siamo lontani dalla patina di tanti medical drama televisivi; a Petra Volpe interessa il realismo, interessa la fotografia di un apparato che man mano crolla dalle sue stesse fondamenta, di un orrore che negli anni si farà sempre più insostenibile a meno che non si prendano le necessarie e tempestive precauzioni. L’ultimo turno è quindi cinema capace di scuotere, persino sconvolgere, e non solo perché si muove tra piscio, sangue e fluidi corporei o perché razionalizza e abbatte il mito dell’ospedale come luogo salvifico; lo è soprattutto per come ci ricorda che gli eroi hanno bisogno di spade per uccidere i draghi, e magari di altri eroi ben formati e non buttati nella mischia senza strumenti.

da qui/

 

…La protagonista Leonie Benesch, già apprezzata ne “La sala professori”, affronta un personaggio complesso con grande sicurezza: in poco più di un’ora e mezza lo sviluppo emotivo e psicologico è evidente, e lo spettatore sente crescere con lei empatia e coinvolgimento…

da qui

 

… Ci si affeziona tanto alla protagonista quanto ai singoli ricoverati, tanto da provare quanta più gioia e soddisfazione possibile per un intervento riuscito, per un grazie – per il più grande come per il più piccolo dei favori ricevuti – detto o sussurrato a poco fiato nei vari idiomi che animano stanze corridoi; o per un partita a scacchi tra due ospiti della stanza che non sanno comunicare o interagire diversamente. Allo stesso modo si avverte lo stress di ogni cambio di programma, il passo sempre più pesante della protagonista, così come sempre più incerte e tremanti si fanno le sue mani per un semplice prelievo con una siringa da una fiala. Ci si commuove con lei come estremo sfogo – un fisiologico scarico di tensione in un breve momento di apparente calma – ,così come quasi si condivide la colpa di una morte sopraggiunta all’improvviso, senza che ci si potesse far nulla… O magari sì. Peccato quindi per quei pochi momenti in cui in cui l’incedere sempre più forsennato degli eventi e delle evenienze rischia di risultare più artefatto, evidentemente costruito ad hoc per esacerbare una tensione umana già ben evidente; o per qualche ricamo musicale di troppo, qualche primo piano insistito che evade l’aderenza all’azione e si sofferma su quadri di un pietismo coerente, certo, ma forse evitabili – ne è un esempio l’inquadratura finale, in cui l’unica svolta simbolica, astratta del film, richiama l’attenzione sul peso di un avvenimento già ampiamente e funzionalmente rimarcato in precedenza. Ma non parliamo che di piccole imprecisioni, brevi istanti di deragliamento su di un percorso netto, su di una struttura canonicamente circolare (dal viaggio verso il posto di lavoro sino al viaggio di ritorno) – se si fa eccezione per la prima inquadratura nella tintoria dell’ospedale, utile a introdurre il gioco semantico tra la cura come industria e moltitudine rispetto all’emozionalità del singolo –, in cui il presupposto di utilità sociale emerge, l’identificazione rimane attiva così come – per chi non fosse troppo suscettibile a certi tipi di esperienze umane – non è esclusa una discreta dose di intrattenimento.

Con L’ultimo turno Petra Volpe racconta una necessità universale, un mondo nascosto e una donna forte, complessa e stratificata nelle modalità del sentire e dell’agire, per sé e per l’altro, dando tangibile e vibrante vita ad un meccanismo ritmico di pathos e dolcezza, rabbia e frustrazione, morte e vita. Nella distruttiva routine di un reparto oncologico, dove lo scambio medio spesso non ha tempo di andare oltre i «come si sente oggi?», «ora le misuro i parametri vitali», «in una scala da uno a dieci, quanto le fa male?», la cura del personale sanitario è anche la cura degli ospiti, la certezza che, si guarisca o si muoia, lo si faccia potendo permettersi di essere anche altro dal dolore, potendo guardare il tempo fuori dalla finestra e, seppur in un momento di passaggio, ricordare a quale mondo si appartiene davvero.

da qui

 

…È un film di rara umanità, questo di Petra Volpe, che non si vergogna di prendere le parti della sua eroina (dalla quale si pretende infallibilità, seppur pedina dentro un sistema moribondo) ma che al tempo stesso sa restituire con credibilità e naturalezza le molteplici sfumature dei vari caratteri che popolano il reparto dove si muove, come una pallina da ping-pong, la protagonista: una giovane madre gravemente malata, un anziano signore che attende con apprensione la sua diagnosi, un uomo che dall’alto della sua assicurazione privata pretenderebbe un trattamento privilegiato, e tanti altri ancora. Oltre, naturalmente, ai familiari dei pazienti, chi sul luogo, chi da remoto (al telefono), chi più educato, e rispettoso, chi meno. 

È quindi anche un film di resistenza, fisica, psicologica, paragonabile alla performance sportiva, un tour de force dove l’infermiera è l’unico soldato in prima linea, trait d’union tra il malato e il medico (che, chissà quando, tornerà per fornire delucidazioni su referti o quant’altro), dove l’imprevisto è sempre lì, in agguato, dietro l’angolo, e dove la morte può arrivare così, dall’altra stanza, senza particolari preavvisi.

Anche lì, in un’altra sequenza che non ha bisogno di chissà quali ulteriori fronzoli, l’empatia di una donna come Floria ci ricorda che può bastare un piccolo gesto per continuare a prendersi cura. Proprio come vuole fare questo film, gesto artistico capace di ricordarci l’importanza di figure – professionali, umane – troppo spesso date per scontate.

da qui