martedì 22 novembre 2022

Felicitè - Alain Gomis

Alain Gomis, francese, di madre senegalese, gira Felicitè a Kinshasa.

Felicitè è una cantante, senza marito, con un figlio in ospedale, sola, e con pochi soldi in un paese corrotto dove anche l'ospedale si paga, se no crepi (come qui fra breve, è il progresso)

un giorno appare Tabù, uno che si arrangia e prova ad aggiustare il frigorifero cadente di Felicitè.

Tabù c'è e si prende cura del ragazzo, e va ad ascoltare le canzoni di Felicité, la aspetta, sperando.

intanto Felicité vivacchia, segue il figlio, sogna spesso di essere dentro la natura, libera e in qualche modo felice.

tutto il resto lo guarderete voi, no?

c'è anche la Symphony Orchestra of Kinshasa che suona Arvo Pärt, e scusate se è poco.

un film di perdenti e perduti che provano a sorridere alla vita, che sembra un'utopia, ma è un'attitudine necessaria.

un film che merita, promesso.

buona (non disperata) visione - Ismaele


 


 

 

Félicité est une femme forte et indépendante qui gagne sa vie en chantant la nuit dans un cabaret. Elle fait vibrer de sa voie les spectateurs qui boivent à foison dans une ambiance électrique. Femme séparée, elle élève seule son fils, jeune adolescent qui va bouleverser son quotidien en ayant un accident. De là, va s’engager un compte à rebours pour elle dans la ville de Kinshasa, afin de trouver les moyens financiers de soigner son fils.

Un film puissant tant au niveau des images, de la musique, de l’histoire de cette femme qui a fait vibrer les spectateurs du dernier festival Fespaco à Ouagadougou. Le réalisateur sublime par ses prises de vue, son actrice Véronique Beya Mputu qui porte le film sur ces épaules avec une parfaite maîtrise.

Alain Gomis à raflé pour la deuxième fois l’étalon d’or de Yennenga au Fespaco 2017, juste après avoir reçu le grand prix du jury au festival de Berlin.

 

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L’interessante film di Alain Gomis trova il suo principale limite in un troppo netto scollamento tra le due metà del film, che sembrano esprimere, oltre a toni diversi, due modalità narrative divergenti. Da un lato il realismo figlio del cinema dei Dardenne, e di tutto il filone da essi incarnato (certo non estraneo a un cineasta come Gomis); dall’altro, un lirismo non privo di aperture oniriche, ricco di elementi simbolici (le peregrinazioni nella foresta, la zebra) che restano sospesi e mancanti di reale funzionalità narrativa. Non riuscendo ad amalgamare al meglio le due metà del film (l’unico filo conduttore resta incarnato, di fatto, dagli intermezzi musicali che vedono esibirsi la protagonista) Gomis ne stempera in parte l’impatto, trasmettendo la sensazione di un’opera incompiuta, pur nei suoi tanti elementi di interesse.

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Avec Félicité, Gomis a construit un film, noble, amoureux de la terre et des gens, tableau d’une Africanité en devenir dont on ne peut saisir l’âme que si on comprend sa dynamique. Originaire d’Afrique du Nord, je suis bien placé pour saisir les quelques rudiments de cette Afrique qui échappe au reste du monde. Ne serait-ce que ce secret qui se cache à l’intérieur de chaque individu, ce rapport inconditionnel et désintéressé à la terre. C’est déjà quelque chose d’acquis. Et puis, comment ne pas souligner la présence de Véro Tshanda Beya. Elle illumine l’écran, inspire par sa sagesse naturelle et nous fait la grâce d’une dernière séquence d’une puissante émotion.

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…Orgullosa de sí misma y arrogante, la mujer trabaja como cantante en un bar de Kinshasa donde se repite noche tras noche la misma dinámica: fluye la música en una progresión hacia el hedonismo hasta que los clientes se emborrachan y se parten la cara sin apenas poder tenerse en pie. La distancia y el paralelismo entre los dos niveles —el de la música con un sentido casi de divinidad griega, y la violencia en el terreno inferior, bajo el Olimpo— y la imagen de una mujer que abraza la noche y no opera a partir de una relación de dependencia hacia el hombre es de una gran potencia simbólica, muy necesaria en nuestros días. Por desgracia, su vida da un vuelco tremendo cuando le notifican del hospital que su hijo ha sufrido un complicado accidente de moto y necesita una intervención quirúrgica muy cara para poder conservar su integridad física. Resulta de una belleza ética enorme observar cómo la protagonista entonces decide hacer lo que sea, lo que haya que hacer para salvar a su hijo. No degrada la dignidad del muchacho, negándose siempre a pagar una habitación compartida, más barata; y sin embargo, sí que compromete la suya propia, buscando por las calles cobrar antiguas deudas de acompañada por un policía sobornado. Pone en juego sus principios más básicos yendo al encuentro del padre, por quien no siente más que un enorme desprecio y, aun así, consigue dejar en segundo plano, pues el sacrificio requiere esto y mucho más. Lo maravilloso de Félicité es comprobar cómo todo crece con el avance del metraje, en especial la propia actuación de Véro Tshanda Beya. A pesar de que, llegado a cierto punto, la discreta intensidad de la narración pierde altura, y de algún fragmento desconectado de la línea global, el resultado es más que satisfactorio. La violencia de la calle y la falsa indulgencia de los demás se retratan aquí como simples obstáculos más en el camino de alguien capaz de llegar hasta las últimas consecuencias, todo tratado, en términos generales, con una cámara sencilla naturalista —mención especial a las secuencias del canto— muy adecuada. Es agradable encontrarse con este tipo de propuestas.

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tutto sembra ripetersi come se la percezione fosse quella di un sonnambulo, Gomis introduce due elementi strettamente collegati. Dallo stato onirico di Felicité emerge quello di Tabú, l’uomo che si ubriaca durante le sue esibizioni e che fallisce sempre nel tentativo di ripararle il frigorifero.  Tabú, come Felicité non riesce ad uscire dalla ripetizione delle sue attitudini piú distruttive e allo stesso tempo vitalissime. É l’unico che guarda Felicité nella sua dimensione musicale, traendone un’ispirazione di vita che in qualche modo trasmetterá al figlio invalido della donna. Gomis individua quindi un interstizio possibile proprio in quella zona grigia dove si viene rifiutati dal contesto sociale. Felicité e Tabú sono due outsider, vivono ai margini e scelgono la possessione per attraversare la realtá chiusa e compressa delle baraccopoli. Entrambi infatti osservano l’umanitá che li circonda diversamente da tutti gli altri, interpretando a modo loro un suono e un ritmo che é quello sotteso dalla vita stessa. Gomis non giudica, li segue da vicino, ma con uno sguardo che non valuta la sostanza di una scelta. A interessarlo é l’intensitá, i suoni e i colori di una cittá che prendono vita dai corpi dei suoi abitanti.

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A rendere Félicité una pellicola comunque interessante, oltre al percorso e al discorso portato avanti dal cinema di Gomis, sono soprattutto le performance attoriali e la fisicità della protagonista Véro Tshanda Beya Mputu (Félicité), che trova nel corpulento Papi Mpaka (Tabu), più pacioso che imponente, un adeguato contraltare. Attraverso le disavventure e le peregrinazioni di questa donna e madre orgogliosa e combattiva, Gomis cerca di tracciare un affresco collettivo, mettendo ancora una volta in scena la disgregazione di un paese privo di appigli. Félicité è l’eroina di una resistenza individuale, di un’arte di arrangiarsi tragicamente forzata, di una vita che si ritaglia piccoli spiragli di libertà (il legame con Tabu, la musica, il suo stesso orgoglio). A testa alta o bassa, Félicité avanza, cade e si rialza. È l’unico modo per sopravvivere in quella scheggia impazzita che è Kinshasa, che è il Congo, sembra volerci dire Gomis.

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