mercoledì 23 novembre 2022

Gocce d'acqua su pietre roventi - François Ozon

un film sorprendente, una storia si sesso e non solo, omosessuale e non solo.

la sceneggiatura è stata scritta da Fassbinder, e, a parte il gigante tedesco, solo François Ozon poteva fare un film alla Fassbinder.

attori bravi, Bernard Giraudeau sopra tutti, in un film, tutto in interni, nell'appartamento di Leopold, sui ruoli all'interno della coppia, sull'attrazione, sulla noia, sulla stanchezza dei rapporti, sulla libertà di scegliere, ma anche no.

il film è datato, ma sempre fresco.

bello.

buona (musicale) visione - Ismaele




…Ozon non si limita a rievocare Fassbinder e la feroce lucidità nel mettere in scena le "roulette cinesi" e i travagli dei rapporti, non gli basta mostrare il bisogno di sperimentare sempre la novità, di "farsela" carnalmente, facendola passare attraverso il corpo e il sesso dirigendo un ottimo Leopold (Bernard Giraudeau) attorno alla cui libido tutto ruota, fino a svelare la necessità più volte ribadita degli altri irretiti dal suo adrenalinico bisogno di perseguire ogni passione con un ardore che si estende alle sue ‘vittime´; Ozon ci imbandisce un insieme di ricordi filtrati da una particolare pellicola fassbinderiana che deforma il reale e trasforma gli oggetti (l´enorme asciugacapelli per tutti) e gli ambienti (la camera da letto più volte penetrata a conclusione dei 4 quadri e un epilogo, a scombinare il finale dell´atto precedente con bellissimi corpi aperti in attesa trepidante di fremere per carezze di "sogni" solo immaginati) in simulacri di un´epoca, o meglio in tasselli utili per ricostruire la propria memoria di quello che erano i temi, le emozioni, i contrasti, sempre duplici e perciò – allora come nel film di Ozon – danno luogo a una profusione di specchi e doppie immagini compresenti sullo schermo. Ed è proprio durante queste inquadrature dall´esterno della casa – uniche uscite dello sguardo, sempre comunque centrate verso l´interno su personaggi che non possono esistere al di fuori – che le figure sono tristemente sfumate dal cambio di focale che evidenzia le gocce del titolo, rilevando l´impossibilità di abbracciare simpateticamente i personaggi pur avendo la percezione di vedere rappresentata la propria condizione umana, solitaria e disperata per la momentanea felicità esperita e perduta, non ricostruibile al di là della cortina di gocce sui vetri. Il diaframma più evidente è quello dello studio, quando Franz prende per la prima volta la decisione di andarsene: Leopold è al di là della porta, lo vediamo deformato dal vetro, lontano, irraggiungibile…

da qui

 

Ozon non riprende solo il testo fassbinderiano, ma sembra mutuare dal regista tedesco diversi espedienti di messinscena, nell’utilizzo degli spazi claustrofobici e in quello, ad esempio, delle canzoni, la cui irruzione può sottolineare la drammaticità di un momento (la straordinaria “Traum”) o provocare un improvviso straniamento, come nel caso del balletto corale a ritmo di disco music. Il procedimento di base che Ozon tenta di ricreare è infatti soprattutto quello dell’alternanza, tipicamente fassbinderiana, di coinvolgimento e straniamento. Picchi di partecipazione che vengono raffreddati un attimo dopo: questa declinazione del melodramma è forse l’eredità più evidente che il regista francese vuole mettere in atto, anche se poi tutta l’operazione, che ha un’innegabile componente di archeologia cinefilo-sentimentale, presuppone una sorta di distanza di sicurezza, attiva per tutto il film. In fondo Ozon porta sullo schermo una pièce di Fassbinder nel modo in cui crede l’avrebbe messa in scena il suo autore, ricalcandone gli stilemi della messinscena e caricandosi mentalmente delle sue ossessioni (basti pensare che il passato di Vera, transessuale operato per amore, era assente nel testo originale e viene ripreso da Ozon dall’idea centrale di Un anno con tredici lune), con il risultato che si può avvertire costantemente un inevitabile, sottile distacco dalla materia narrata, accresciuto dall’impianto consapevolmente teatrale…

da qui

 

Il film è tutto fuorché un gelido e compiaciuto esercizio di stile, Ozon costruisce sullo “scheletro” del testo teatrale un’opera pregna degli elementi più personali del suo cinema riuscendo nel contempo a evidenziare e enfatizzare i tratti tipici del cinema fassbinderiano, scegliendo inoltre di prendere a prestito situazioni e idee dalla filmografia del regista tedesco per colmare alcune lacune del testo originale nella trasposizione filmica.
Gouttes d’eau sur pierres brûlantes rispetta uno stampo fortemente teatrale, con gli attori che, man mano che la storia prosegue, riducono sempre più i movimenti e i gesti, con la reiterazione delle situazioni, e il crescente senso di tragedia che pervade la claustrofobica situazione…

da qui

 


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