sabato 21 agosto 2021

Nina - Elisa Fuksas

un film geometrico, visto che l'architettura è una protagonista.

Nina è una ragazza che attende, è indecisa, tutto può succedere, la spaventa l'amore, il futuro è un'incognita, la persona con cui si diverte di più ed è più sincera è un ragazzino di una decina d'anni, c'è anche un cane, ma lui parla poco.

un'opera prima interlocutoria, ma c'è stile.

buona visione - Ismaele

 

 

 

Le giornate di Nina sono cariche di desideri e di domande al cielo, e vuote di punti di riferimento stabili: non ha un lavoro e non sa che cosa vuole diventare da grande, prova tutto il giorno a fare qualcosa senza mai riuscirci fino in fondo. La sua condizione di vita sospesa trova il palcoscenico perfetto nelle quinte metafisiche del quartiere Eur, il tono surreale delle sue giornate è riecheggiato all'infinito dalle ambientazioni alla De Chirico e punteggiato da occasionali evocazioni felliniane, vedi la coppia di suore che scivola via senza lasciare traccia.
Purtroppo anche il lungometraggio di esordio di Elisa Fuksas, figlia dell'architetto Massimiliano (doveroso specificarlo, visto quanto l'impianto visivo del film è influenzato dalla costruzione urbanistica), scivola in superficie senza andare in profondità, collezionando immagini di grande cura compositiva ma di scarsa risonanza interiore.
L'originalità della regia consiste soprattutto nella temerarietà che spinge i personaggi di Nina a confrontarsi con i margini dell'inquadratura, rapportandosi allo spazio orizzontale come ai confini di una scatola magica. Anche nell'uso consapevole delle luci (mai scontato nel cinema contemporaneo italiano) Fuksas rivela una ricerca espressiva non causale. Ma l'eccessiva attenzione alle forme, alle linee, all'edificazione di ogni singolo frame si trasforma presto in un'ossessione estetizzante sempre più desaturata di significato

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Il film fallisce in ogni suo tentativo di astrarsi, di farsi racconto visivo, poema rarefatto e geometrico dell’animo. Un oggetto per forza di cose senza amore, che non si strugge nemmeno del suo non riuscire a farsi racconto dolente, ma anzi un po’ ne gioisce quasi: il suo fallimento sta proprio nel non voler affrontare mai sul serio questa distanza autodisciplinata, preferendo tentare invece di darle una forma asettica e il più possibile minimale…

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…Si parte dalla realtà per raccontare i desideri, le fantasie, la poesia. Delle cose e delle persone. Per scoprire che in un’estate divisa tra chi parte e chi resta, c’è chi non parte e non resta. Quelli come Nina, che vede la realtà per trasformarla in immaginazione. Il mondo di una storia che ha una geografia fantastica, fatta di cose piccole e semplici, di sudore, di ideogrammi, di determinazione e di indeterminatezza. Di buio denso e sole abbagliante. Ogni contrasto e contraddizione è un’opportunità di futuro in questo agosto. Dove tutto è davvero possibile, anche capire che l’unica cosa che davvero conta è quella a cui prima non avevamo mai pensato…

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Nina è la storia di una solitudine, quella della giovane del titolo che, in una Roma agostana mai così vuota – la capitale da alcuni anni a questa parte non vive più l’esodo estivo di un tempo – deve prendersi cura degli animali di un amico partito per le ferie e si ritrova così a gironzolare per l’EUR, il quartiere dove si trova l’appartamento. Questo suo viaggio in una Roma a lei sconosciuta le permetterà non solo di fare la conoscenza con un’umanità bizzarra almeno quanto le sue abitudini, ma anche di riscoprire qualcosa di se stessa che aveva smarrito con il passare degli anni.

Su questa trama quantomai basica, la Fuksas avrebbe potuto costruire miriadi di film, l’uno diverso dall’altro: la strada che intraprende, quella del congelamento della narrazione a favore di un accumulo di sequenze stralunate, esemplifica con una certa precisione l’indole della regista e le proprie pretese autoriali. Nina non ha trama (o per lo meno la riduce all’osso, asciugandola di ogni possibile approfondimento sottotraccia) perché, secondo la Fuksas, questa dovrebbe scaturire in maniera pressoché inevitabile dalla messa in scena e, in seconda battuta, dalla maestosità architettonica dell’Eur…

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… Al contrario di Nina, che compie un percorso interiore per affacciarsi alla vita, Elisa Fuksas resta ingabbiata nelle sue splendide inquadrature. Attenta a fare di ogni scena un'opera d'arte, se non un contraltare o una replica delle emozioni della sua protagonista, la regista non si sporca le mani, non respira l'odore del sangue come un lottatore nell'arena. Tradendo la sua matrice di studentessa di architettura passata al cinema, fatica un po' a imporre i suoi contenuti, raccontando la favola senza soffermarsi più di tanto sulla sua morale.

E allora il film arriva soprattutto grazie a 
Diane Fleri, fortemente in parte forse in virtù di una grande somiglianza con il personaggio.
Anche l'umanità sfiorata da Nina ha un fascino particolare: poche e semplici pennellate rese vivide dalla simpatia di 
Ernesto Mahieux e dalla verve di un Luca Marinelli che è sempre piacevolissimo rincontrare. Altalenante e sospeso come la ragazza dai capelli corti che tutto lo attraversa, Nina è comunque qualcosa di diverso e di nuovo: una rottura degli schemi narrativi e delle regole che sovente fanno dei nostri film prodotti fin troppo prevedibili e riconoscibili.

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