Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
martedì 18 febbraio 2020
lunedì 17 febbraio 2020
Memorie di un assassino - Memories of Murder - Bong Joon-ho
è miracolosamente riapparso in sala un film del 2003, che avevo già visto a casa 8-9 anni fa.
si tratta di Memories of Murder, di un regista coreano che aveva allora 34 anni.
avevo scritto :"inizia un po' come una commedia con due scemotti che fanno i poliziotti incapaci e torturatori, poi prende quota e riesce ad essere un film che non ti fa alzare dalla poltrona fino alla fine".
nel film c'è il riferimento al sistema politico corrotto coreano di quegli anni, che produceva quei poliziotti.
il poliziotto Park, quello che riconosce un colpevole senza problemi, è l'attore preferito del regista, apparirà in tutti i suoi film.
la serie di omicidi senza colpevole fa uscire di testa lui e i suoi colleghi, non c'è il presunto colpevole di turno da sbattere in galera, buttando la chiave, tanto nessuno si lamenterà, come avviene negli omicidi "singoli", gli assassini seriali sono un'altra cosa.
il Male prende corpo, come un fantasma, e intossica tutti.
la fine del film è un capolavoro nel capolavoro, mi ha ricordato la storia de La promessa, romanzo straordinario di Friedrich Dürrenmatt, il poliziotto è stato interpretato da Jack Nicholson (nel film di Sean Penn). e per un attimo la faccia di Park si è sovrapposta a quella di Jack, speriamo che non sia impazzito.
il Male è lì fuori, è inafferrabile, ha una faccia banale, come dice Hannah Arendt.
cercate il film in sala, non ve ne pentirete.
si tratta di Memories of Murder, di un regista coreano che aveva allora 34 anni.
avevo scritto :"inizia un po' come una commedia con due scemotti che fanno i poliziotti incapaci e torturatori, poi prende quota e riesce ad essere un film che non ti fa alzare dalla poltrona fino alla fine".
nel film c'è il riferimento al sistema politico corrotto coreano di quegli anni, che produceva quei poliziotti.
il poliziotto Park, quello che riconosce un colpevole senza problemi, è l'attore preferito del regista, apparirà in tutti i suoi film.
la serie di omicidi senza colpevole fa uscire di testa lui e i suoi colleghi, non c'è il presunto colpevole di turno da sbattere in galera, buttando la chiave, tanto nessuno si lamenterà, come avviene negli omicidi "singoli", gli assassini seriali sono un'altra cosa.
il Male prende corpo, come un fantasma, e intossica tutti.
la fine del film è un capolavoro nel capolavoro, mi ha ricordato la storia de La promessa, romanzo straordinario di Friedrich Dürrenmatt, il poliziotto è stato interpretato da Jack Nicholson (nel film di Sean Penn). e per un attimo la faccia di Park si è sovrapposta a quella di Jack, speriamo che non sia impazzito.
il Male è lì fuori, è inafferrabile, ha una faccia banale, come dice Hannah Arendt.
cercate il film in sala, non ve ne pentirete.
tenete d'occhio Bong Joon-ho, dopo questo film del 2003 potrebbe in futuro anche vincere un premio Oscar.
diceva Niels Bohr che Le previsioni sono estremamente difficili. Specialmente sul futuro. - Ismaele
diceva Niels Bohr che Le previsioni sono estremamente difficili. Specialmente sul futuro. - Ismaele
Capolavoro indelebile della storia del cinema!
Tanto la politica è nei
gesti, nelle scelte, nel coprifuoco, nella paura della gente, ormai priva di
fiducia nei confronti della polizia e dei suoi abusi; sfiducia guadagnata sul
campo dai tutori della legge, che nel proprio modus operandi prevedono
prove falsificate e confessioni estorte a suon di calci e pugni. Anche nei
confronti di ritardati come Kwang-ho o di innocui pervertiti, evidentemente
innocenti sin da subito. La narrazione del talentuoso Bong Joon-ho adotta un
registro quasi comico per sottolineare il clima farsesco della polizia di
regime, ma non ne nasconde incompetenza e brutalità; l'autorità come manganello
del potere, che manca degli uomini necessari per impedire un omicidio perché
sono tutti impegnati a reprimere una rivolta studentesca…
…Proprio come Parasite, anche Memorie Di Un Assassino fa del mix equilibrato tra dramma e
commedia il segreto del suo successo: prendendo spunto dalla vicenda del primo
serial killer coreano conosciuto (attivo tra gli anni Ottanta e Novanta), Bong
Joon-ho riesce con originalità a delineare uno spaccato socio-culturale
realistico della Corea del Sud.
L’opera
seconda del filmmaker premio Oscar mostra la precoce maturità di uno
storyteller che, grazie ad una sceneggiatura di ferro, mette in scena in
maniera straordinaria un crime atipico (l’elemento che più emerge nel film è il
concetto della bestialità dell’uomo comune); attraverso una regia raffinata ma
essenziale allo stesso tempo e una gestione del ritmo da manuale, il cineasta
trascina lo spettatore in un viaggio, lungo più di due ore, all’interno dei
meandri più oscuri della psiche umana…
…non si può non far riferimento anche alla
successiva sequenza del film: un epilogo collocato nel presente (vale a dire
diciassette anni più tardi) che funge da ideale postfazione e, al contempo,
sancisce la chiusura di un percorso circolare, e destinato pertanto ad avvitarsi
su se stesso, senza possibilità alternative. Il ritorno sulla “scena del
delitto”, fra le spighe di grano, l’incontro con un’altra bambina e quella
casuale, scioccante rivelazione: che il Male possiede “una faccia comune… una faccia normale”.
Stupendo. Un film su un serial killer che punta
tutto sulle indagini e sugli effetti psicologici che esse provocano,
soprattutto sul povero Seo Tae-Yoon. E' presente anche molta ironia, soprattutto
negli scontri (verbali e fisici) tra i due protagonisti tanto diversi tra loro,
ma questo solo nella prima parte. Infatti, man mano che si va avanti e si
moltiplicano gli omicidi, il film rivela la sua vera natura, trasformandosi in
un dramma cupissimo e devastante, che fa quasi sentire sulla propria pelle la
frustrazione e l'impotenza dei poliziotti, il tutto supportato da una colonna
sonora magnifica. Finale di una tristezza incredibile.
…Bong "svela"
ma non "scopre",ci mostra nel frammento d'un secondo il volto
dell'assassino,le sue delicate mani.Ci consegna
una marea di "sospetti" con requisiti pari a quelli del killer.Ma tutto rimane sospeso nel limbo
caotico di eventi intricati,contrapposti da leggende o fiabe metropolitane.Park si rivolge ad una
sorta di maga "Circe",Seo al contrario da adito ai racconti di
ragazzine su uomini da sottosuolo,o ad una canzone romantica trasmessa in
radio,quasi un filo conduttore degli omicidi.
Tutto è parte d' un
ambientazione grigia,umida e costituita da industrie quella di Bong dove
avvengono azioni che rimaranno archiviate nei recessi del ricordo.
Perchè sara' solo il ricordo a
mantenere vive le immagini cruente di donne violate,straziate e inghiottite
dalla follia violenta.
Ci saranno tanti
"colpevoli" ma nessuno la paghera',perchè alla fine non esistono
innocenti, si è tutti "colpevoli" nuotando nel mare
dell'abbrutimento.
Dopo 20 anni la vita cambia,ma
le memorie rimangono incollate sul canale di scolo,splendida la parte finale,un
manuale di cinema e un dialogo semplice e "innocente",dove killer e
giustizia si sono sfiorati,ma l'aria dura rendeva le colpe
"Invisibili".......
Capolavoro imperdibile,da
vedere e rivedere,per poterlo stampare per sempre nelle proprie
"memorie"........
…Noir abissale, lo humor che in un primo momento
accompagna le dinamiche dell’indagine e degli investigatori, gruppo di maschi
in competizione che dalla rivalità naufragano in una ossessione al limite della
follia, lascia progressivamente spazio a una disperazione senza catarsi. Il
bene e il male, entrambi, esistono ma spesso si confondono e finiscono
risucchiati nell’oscurità (il tunnel, il canale di scolo dove viene trovata la
prima vittima). A prevalere su tutto è l’illusione, cieca, che porta sempre al
fallimento e all’incapacità di accettarlo.
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domenica 16 febbraio 2020
Walk Run Cha-Cha - Laura Nix
candidato al premio Oscar 2020
venerdì 14 febbraio 2020
In the Absence - Yi Seung-Jun
candidato al premio Oscar 2020
(tra i produttori c'è Laura Poitras, già premio Oscar nel 2015 per Citizenfour)
Il discorso di Joaquin Phoenix agli Oscar 2020
Nietzsche scriveva che “Bisogna avere un caos dentro di sé per partorire
una stella danzante”. Ecco, Joaquin Phoenix nella sua vita ha avuto di
sicuro il caos dentro - a cominciare dalla tragica e precoce morte del fratello
River - ma ... che stella che ha partorito!
Alla notte degli Oscar 2020, dove si è guadagnato l'Oscar come miglior
attore, ha fatto uno scherzo degno del Joker: nel suo discorso di
ringraziamento, infatti, ha chiamato "baby" (bambino)
il vitellino appena nato della vacca - proprio quella che gli umani considerano
solamente 'da latte' - sfanculando con grande chiarezza e onestà anche le
'parole per (non) dirlo' - quelle speciste (e ti immagini le risate degli
specisti allevatori che (si/ci) raccontano favole su come sono trattate tanto
bene le loro mucche, così bene che offrono addirittura le mammelle
spontaneamente alla mungitrice (sic!).
Ovviamente oggi il discorso rimbalza su tutti i social e siti internettiani
ovunque nel mondo. Le cronache, quando citano i suoi argomento, parlano
genericamente di 'ambientalismo', ma le cose non sono andate proprio così.
Questo post ti è venuto spontaneo, entusiasta - proprio dal cuore, perché la
notizia ti ha reso di grande buon umore - senza pretendere di essere originale,
ma solo di festeggiare un evento positivo.
Aggiungi poco altro, lasci spazio al discorso. Noti che Phoenix ha parlato
con grande semplicità anche di che cosa accomuna le tante diverse persone
oppresse - e quindi ha indicato un motivo comune per lottare insieme. Joaquin
Phoenix è realmente convinto della causa animalista, che persegue con impegno e
concretezza e non ha esitato a usare un palco mondiale per esprimere il suo
parere - soprattutto, lo ha fatto senza giri di parole, eufemismi, senza
edulcorare la forza sgradevole di certi racconti sulla realtà subita dagli
animali.
Godetevi il discorso.
ricordo di Kirk Douglas
Quando Kirk Douglas-Spartacus pretese la riabilitazione del comunista Trumbo - Alberto Crespi
“Amore: la prossima volta che ti dico di voler girare
un kolossal in costume, per favore, mi spari?”. Era finita la grande
avventura di Spartacus, e Kirk Douglas era talmente esausto che chiese questo
favore a sua moglie Anne. Lei rispose: “Se ne fai un altro me ne vado”. E lui:
“Se te ne vai vengo con te”. Era il 1960. Sessant’anni fa. Kirk Douglas non ha
più fatto kolossal e Anne è rimasta sempre con lui. Per la cronaca, lei è
ancora viva: il 23 aprile compirà 101 anni. Che coppia! Lui, invece, se n’è andato
a 103 anni compiuti: era nato il 9 dicembre 1916.
Un uomo con un coraggio da leone
Kirk Douglas è stato un grande di Hollywood. E non
solo perché era un grande attore, più di presenza e di spavalderia che di
tecnica; ma perché è stato per anni un produttore intelligente, uno dei primi
divi della vecchia Hollywood a prendere in mano la propria carriera e a
produrre i propri film al di fuori delle majors (alle quali poi si affidava per
la distribuzione: Spartacus, ad esempio, era un film Universal). E come
produttore, aveva un coraggio da leone. Spartacus fu un’avventura incredibile
non solo da un punto di vista finanziario e logistico, ma anche da quello
politico.
È una storia che lo stesso Douglas ha magnificamente
raccontato in un libro bellissimo, Io sono Spartaco!, pubblicato in Italia dal
Saggiatore nel 2013. Una storia che ha vari protagonisti, uno dei quali si
chiama nientemeno che Stanley Kubrick – ma non è il protagonista principale! La
vera storia dietro Spartacus è quella di Dalton Trumbo, lo sceneggiatore
comunista che da anni era sulla lista nera del maccartismo e firmava sceneggiature
(quando gliele chiedevano) sotto falso nome. Trumbo era uno dei “10 di
Hollywood”, i dieci sceneggiatori e registi che rifiutarono di testimoniare
davanti alla commissione McCarthy e furono arrestati e messi al bando
dall’industria. Uno di loro, Edward Dmytryk, se la cavò denunciando alcuni
compagni e passò il resto della sua vita a espiare raccontando nei suoi film
storie di amicizie tradite e di amori tormentati (Dmytryk, diciamolo una volta
per sempre, era un fior di regista). Altri emigrarono in Europa. Altri ancora,
come Trumbo, continuarono a lavorare senza apparire, o firmando con nomi falsi.
La cosa incredibile è che Trumbo vinse due Oscar mentre era “persona non
grata”: uno per Vacanze romane, assegnato a Ian McLellan Hunter che si era prestato
a fargli da “front”, da prestanome; l’altro per La più grande corrida (film
francamente non indimenticabile) con lo pseudonimo ironico di Robert Rich
(“rich” significa “ricco”).
La parabola del gladiatore schiavo
Quando Douglas decide di fare Spartacus, e di farlo
scrivere a Trumbo costi quel che costi, sa di andare incontro a un mare di
guai. Tanto per cominciare, è comunista anche l’autore del romanzo al quale ci
si ispira, Howard Fast; e poi è profondamente “comunista” anche la storia,
quella del gladiatore schiavo che si ribella all’impero romano, sfida gli
eserciti di Crasso e finisce crocifisso sulla via Appia con tutti i suoi
compagni. Talmente comunista che dal 1928, in Urss e poi nei paesi del Patto di
Varsavia, si svolgono le Spartachiadi, la risposta bolscevica alle Olimpiadi; e
la squadra di calcio più amata e famosa di Mosca si chiama Spartak. Ma Douglas
è un attore di enorme successo, e va avanti come un treno: mette insieme un
cast pazzesco, con i romani interpretati da attori britannici (Laurence
Olivier, Peter Ustinov, Charles Laughton) e gli schiavi da americani di varia
etnìa (l’ebreo Tony Curtis, l’afroamericano Woody Strode… e naturalmente
l’ebreo bielorusso Kirk Douglas!). Inventa per Spartaco una storia d’amore, nel
nome del box-office, e chiama la bellissima inglese Jean Simmons a interpretare
la schiava Varinia. E alla regia convoca un veterano, Anthony Mann, autore di
alcuni tra i più bei western degli anni ’50.
Dopo poche settimane di lavorazione, Douglas capisce
che Mann non funziona. Girando le scene della scuola dei gladiatori dà troppo
spago a Peter Ustinov, che si riscrive le battute e tenta di dirigere il film
in prima persona. Il veterano viene gentilmente cacciato e Douglas si ricorda
di un regista poco più che trentenne, con il quale ha lavorato tre anni prima
per un filmetto sulla prima guerra mondiale intitolato Orizzonti di gloria.
Avevano litigato non poco, ma il film era venuto fuori bene, un capolavoro. Nel
libro suddetto, Douglas racconta di aver raggiunto Kubrick al telefono mentre
gioca a poker, offrendogli 150.000 dollari per subentrare a Mann nel giro di 24
ore. “Avevo due certezze. Primo, a soli trent’anni Stanley aveva il talento e
la fiducia in se stesso indispensabile per portare avanti un’impresa così
ambiziosa. Secondo, a volte la sua sicurezza rasentava l’arroganza. Il che
poteva esserci sia d’aiuto che di ostacolo, lavorando con attori come Olivier,
Laughton e Ustinov, personaggi di prim’ordine ma talvolta difficili da tenere a
bada”.
Lo scontro sul set con Stanley Kubrick
La più famosa litigata sul set fra Douglas e Kubrick
riguarda proprio la scena che dà il titolo al libro: quella in cui gli schiavi,
sconfitti dai romani, vengono arringati da Crasso. Avranno salva la vita se
indicheranno chi di loro è Spartaco, altrimenti verranno tutti crocifissi. E
tutti, uno dopo l’altro, si alzano a dire “Io sono Spartaco!”. È una scena
fortissima, un’incredibile metafora dell’uguaglianza e… sì, del comunismo: e Kubrick
non vuole girarla. La trova stupida! Douglas lo affronta sul set, rimanendo a
cavallo, sovrastandolo e apostrofandolo “Ehi, Eisenstein!”. La vince lui.
Kubrick gira la scena, che diventerà la più famosa del film. Nel frattempo
quasi tutti, sul set e in produzione, sono convinti che la sceneggiatura che
stanno girando sia firmata da “Sam Jackson”. Ma Douglas si è stufato della
finzione, e a film finito decide di forzare la mano. In un drammatico e buffo
showdown con Trumbo, decide di “uccidere” Sam Jackson e di resuscitare Dalton
Trumbo. Alla fine tutta Hollywood accetta, chi con gioia, chi obtorto collo,
che la lista nera sia finita.
Kirk Douglas non è stato solo un grande attore e un
produttore coraggioso. È stato anche un bravo scrittore. Ha pubblicato libri di
poesie, una notevole autobiografia, e il libro suddetto: scritti da lui, niente
ghost writers. Ha lavorato anche in Italia, nell’Ulisse di Camerini, voluto da
De Laurentiis (Silvana Mangano, in quel film, interpreta sia Penelope sia la
maga Circe: scelta intrigante). Ha girato decine di film, è stato tre volte
candidato all’Oscar senza vincerlo (l’ha vinto suo figlio, Michael, che lo
adorava). Ha avuto una vita lunga e splendida: non bisogna essere tristi per
lui. E uno dei modi migliori di ricordarlo è rivedere Spartacus e leggere lo
splendido libro di cui vi abbiamo parlato.
“Come attore è
facile fare l’eroe; lottiamo contro i cattivi e ci battiamo per la giustizia.
Nella vita reale le scelte non sono sempre così semplici. Le liste nere di
Hollywood, che sono state ricreate in maniera potente nel film “L’ultima parola
– La vera storia di Dalton Trumbo”, fanno parte di un’epoca che ricordo
molto bene. Le scelte erano difficili, le conseguenze dolorose e molto reali.
Nel periodo delle liste nere ho avuto amici che sono stati costretti ad
esiliare, perché nessuno li faceva lavorare; attori che si sono suicidati dalla
disperazione. Lee Grant, mia giovane co-protagonista nel film “Detective Story”
(1951), non ha potuto lavorare per quasi dodici anni, dopo essersi rifiutata di
testimoniare contro il marito di fronte al Comitato per le Attività
Antiamericane.
Fui minacciato di essere additato come comunista e rovinare
così la mia carriera, se avessi fatto lavorare in “Spartacus”, il mio
amico Dalton Trumbo, sceneggiatore proscritto nelle liste nere. Ci sono momenti in cui bisogna lottare per i proprio principi. Sono davvero
orgoglioso dei miei colleghi attori che usano la loro influenza pubblica per
lottare contro le ingiustizie. A 98 anni ho imparato una lezione dalla storia:
spesso si ripete. Spero che “L’ultima parola – La vera storia di Dalton
Trumbo”, importante pellicola, ricordi a tutti noi che le liste nere sono state
un periodo terribile per la nostra nazione, ma che possiamo trarne insegnamento
in modo che fatti del genere non si ripetano mai più”.
giovedì 13 febbraio 2020
Maltese - Il romanzo del commissario - Gianluca Maria Tavarelli
un film che non t'immagini, alla Rai, su Raiplay, grande protagonosta e grande regista (nel 2000 aveva girato Qui non è il Paradiso, un film grandissimo, protagonista Fabrizio Gifuni).
Maltese è un poliziotto di quelli pronti a essere ucciso dalla mafia, che ancora non si poteva nominare in tribunale, per evitare querele.
era il 1976, a Trapani, terra di frontiera, quando l'eroina iniziava a essere esportata negli Usa.
il film (si dice fiction, in quattro puntate da quasi due ore ciascuna) non ha una seconda parte, o seconda stagione, come dicono, non ne ha nessun bisogno.
non perdetevi Maltese, merita moltissimo - Ismaele
QUI si può vedere (o guardare, a scelta).
Siamo nel 1976, a Trapani. La mafia è ancora
considerata da molti come un'invenzione di scrittori e giornalisti, ma è
proprio in questo periodo che si sta invece trasformando, grazie all'enorme
quantità di denaro che le arriva dal traffico di eroina. Questo cambiamento dà
inizio a una lunga guerra che insanguinerà il nostro Paese negli anni a venire.
Dario Maltese è fuggito dalla Sicilia molti anni prima, portando con sè un
dolore lacerante. Quando decide di tornare nella sua città, il suo migliore
amico viene ucciso, e in quel momento Maltese si rende conto che non è più
disposto a chiudere gli occhi sul suo passato e sul futuro della sua terra.
Diventa il commissario capo della questura di Trapani, prendendo quello che era
il posto dell'amico fraterno scomparso. Inizia per lui un lavoro estenuante.
L'unica gioia della sua vita è Noa, la figlia, con la quale, dopo un periodo di
dolorosa lontananza, si ritroverà. Maltese sa che le vicende di ieri e di oggi
sono collegate e vuole trovare i fili che le hanno tenute insieme e portarli
alla luce, anche a costo della vita. Anche a costo di fare i conti con il suo
passato e di scoprire ciò che non avrebbe mai immaginato su di sè e la sua
famiglia. Quel buio che in tutti questi anni lo aveva tenuto lontano dalla sua
Sicilia e lo aveva lentamente divorato, comincia a dissolversi…
…aldilà del
cast e dell’ambientazione, è l’approccio narrativo che funziona, ovvero un
approccio “positivo”, che porta il pubblico per mano in un mondo
violento ed ingiusto, a stretto contatto con omicidi e sparatorie che però
non creano un clima respingente: Maltese non è uno “sbirro” duro, è un
uomo dolce, che viene accolto bene al suo ritorno in Sicilia e non
visto con sospetto, che non deve combattere con i sottoposti e che ritrova
parti del suo passato nel percorso che intraprende, mischiandosi alla nuova
realtà e diventandone parte.
Nonostante
il commissario indaghi sulla morte del suo più caro amico, con tutto ciò che
emotivamente questo può comportare, a sorpresa riesce poi a distaccarsi durante
le indagini, il che spiazza ma è utile a non creare un clima troppo cupo e
pesante. Anzi, alleggerisce il tutto rendendo godibile un racconto così
duro e drammatico come può essere a prescindere quello legato alla
Mafia.
Maltese è, in conclusione, un ottimo
esempio di sperimentazione ed innovazione linguistica che si mischiano con la
tradizione Rai, quella di intenti e contenuti che mira a rendere più che mai
attuale la storia italiana.
…Oltre a Kim Rossi Stuart, il cast comprende Francesco Scianna, nel
ruolo del coraggioso giornalista Mauro Licata, e Rike Schmid, nei
panni di Elisa Ripstein, fotografa e fidanzata di Licata.
Nonostante il titolo definisca la vicenda "romanzo", la
sceneggiatura è originale: non è tratta da opere letterarie, come è avvenuto
(ad esempio) per la serie dedicata a Montalbano.
Una storia vera? Quasi
Quella del commissario Maltese è una storia vera? Quasi. I
personaggi hanno nomi e vite sostanzialmente "di fantasia". Ma la
fiction è stata girata in luoghi reali: a Trapani innanzitutto,
poi a Palermo, Mozia e Castellammare del Golfo.
Per scegliere il cast, la produzione ha analizzato sul settimanale "L'Europeo" dell'epoca
i volti dei poliziotti siciliani.
Anche i personaggi sono ispirati a figure realmente esistite. Kim Rossi
Stuart, per incarnare Maltese, ha preso spunto da Ninni Cassarà (Palermo,
1947 - 1985), poliziotto assassinato da Cosa Nostra. Nel 1982,
infatti, conduceva indagini in merito e riconobbe i due killer latitanti Pino
Greco e Mario Prestifilippo. E' ricordato soprattutto come stretto
collaboratore di Giovanni Falcone e del "pool
antimafia" della Procura di Palermo.
Licata, invece, prende a modello Mauro Rostagno (Torino,
1942 - Lenzi di Valderice, 1988).
Fu giornalista, ma anche uno dei fondatori del movimento politico "Lotta
Continua" e della comunità terapeutica Saman,
inizialmente ispirata al movimento di Osho Rajneesh. Intervistò Paolo
Borsellino e Leonardo Sciascia; indagò su Cosa
Nostra. Per mezzo della TV, denunciò le collusioni fra mafia e politica
locale. Fu assassinato in un agguato.
Elisa Ripstein ricalca la fotografa Letizia Battaglia (Palermo,
1935 -). Documentò gli anni di piombo, in particolare i delitti
di mafia. Famosi sono i suoi scatti all'hotel Zagarella, che
ritrassero Giulio Andreotti insieme ad esattori mafiosi, i
cugini Salvo.
Ma Letizia Battaglia fu anche colei che raccontò Palermo in immagini:
bambini, donne, quartieri, strade, feste, lutti, quotidianità e potere.
…la série policière Maltese est une bonne
surprise venue d’Italie à découvrir. A noter que si la série a été diffusée
sous la forme de quatre épisodes de 90 minutes dans son pays d’origine, elle a
été redécoupée en huit épisodes pour sa diffusion en France.
Valutare negativamente la
serie per un colpo di scena telefonato o per la prevedibilità della vicenda mi
sembra ingiusto. Dovremmo smettere di andare al cinema o collegarci a Netflix e
guardare solo documentari. Dal mio punto di vista la suspance è ben bilanciata
sulla vita del protagonista e sul suo passato; la caccia all'uomo è un pretesto
per rivelare gli effetti della mafia quando nessuno aveva il coraggio di
chiamarla per nome, contrapposta alla bellezza del territorio. Fotografia e
ricostruzione storica al top, almeno su questo aspetto siamo d'accordo.
Aggiungerei anche regia e sceneggiatura alla lista. Se fossi un nerd direi che
Maltese sta a Montalbano come la DC sta alla Marvel: sono complementari ma al
tempo stesso differenti. Uno si prende molto sul serio, è più riflessivo e
"dark", l'altro più autoironico e celebrativo, ma entrambi parlano la
stessa lingua e affrontano (quasi) i medesimi temi. Nel romanzo del commissario
non esiste un vero cattivo, persona fisica sulla quale accanirsi; anche per
questa ragione ho trovato il finale veritiero, in forte controtendenza rispetto
al genere che prevede la solita resa dei conti. Contrariamente alla tua
analisi, ho trovato la sceneggiatura efficace e ricca di spunti interessanti.
Maltese parla di Mafia senza riferimento a fatti o personale reali ma gli echi
alla realtà arrivano con forza dissonante. Maltese è chiaramente metafora di
un'epoca, uno sceneggiato televisivo - dal taglio cinematografico - che
attraverso la fiction racconta il territorio e i protagonisti che nei decenni
scorsi l'hanno abitato, con grande lucidità e sensibilità. Tecnicamente mi ha
impressionato; i 4 episodi li ho letteralmente divorati su RaiPlay, altro che
lenti e banali. Spero vivamente in una seconda stagione.
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