il film potrebbe avere come sottotitolo "Le giornate di Niko Perdigiorno, un antieroe dei nostri tempi". Berlino è una protagonista del film, in un bianco e nero senza troppo sole. è un'opera prima che non entusiasma, ma una visione non fa male - Ismaele
…Un eroe-antieroe che è il fulcro e la ragione del successo di
un film intelligente, gradevole, sicuramente non trascendentale ma capace di
dire cose interessanti con una dolcezza e uno stile che non lasciano
indifferenti. Speriamo che Gerster possa nei suoi prossimi lavori confermare
queste ottime premesse.
…Oh Boy – Un caffè a Berlino, opera prima del tedesco Jan
Ole Genster, traccia un ritratto affettuoso (ostentatamente empatico e
indulgente) di un figlio dei nostri tempi, cullato nell’inazione, disabituato
al fare, inconsapevole del futuro e raggomitolato in un presente fatto di gesti
ripetuti e minuscole gratificazioni. Mentre la sua vita si frantuma il suo
unico desiderio è quello un buon caffè. Il suo atteggiamento è specchio di
un egotismo infantile: mai arrabbiato spesso sbigottito
perennemente inadatto. Niko è destinato a diventare un uomo senza qualità,
privato di colpe e ambizioni, sperso in un mondo percepito con definitiva e
molle estraneità.
Il limite di Oh Boy sta
nella sua programmatica superficialità, nella monolitica
rappresentazione di un vissuto messo in scena solo attraverso esperienze
meccaniche, nella smaccata imitazione di modelli preconfezionati (il
bianco e nero, la colonna sonora swing, la
ricerca della bizzarria a ogni costo, i sentori della Nouvelle Vague, i woodyallenismi
ostentati, lo schematico spirito indie)…
Un ragazzo introverso in una Berlino ostica e in
b/n. Dei conti da saldare e dei personaggi che
cercano comprensione. Stato d'animo amareggiato e finissimo humor
derisorio. Non una novità di questo genere, è dai tempi
della Nouvelle Vague che si vedono queste situazioni, ma questo è un esordio
dalla regia salda e Jan Ole Gerster ispira buoni propositi in futuro.
…Il risultato tuttavia non riesce a parlare nè del personaggio nè del
paesaggio. Superato l'impatto con un protagonista scritto bene e con un modo di
girare obiettivamente vivace e competente, lentamente Oh Boy scivola nel convenzionale. Pur non
perdendo in ritmo nè annoiando, l'impressione è che il vagare intorno alla
città sia più pretestuoso che altro, più un espediente che un'esigenza. Un
movimento senza troppo senso e abbastanza vuoto.
Similmente al viaggio attraverso la città anche l'espediente della
durata del film tutta compresa in un giorno e una notte appare più come un
vincolo utile a far emergere interesse anche riguardo una storia che non di suo
non ne avrebbe.
Se infatti a Oh Boy si
leva il ritmo e si leva la costruzione intelligente non rimane molto. E
dall'altra parte il ritmo e la costruzione in questione da soli non sono così
straordinari da bastare.
questo non è un film finanziato dall'ente del turismo estone, è sicuro. Veiko Õunpuu mostra sei personaggi che la felicità ha perso per strada, vodka a fiumi e tristezza sono i loro compagni. un bianco e nero gelido disegna le loro vite. nonostante quello che sembra è comunque un film che merita - Ismaele
QUI
il film completo, in lingua originale con sottotitoli in spagnolo
…Esordio fulminante per questo giovane estone che, pur
vivendo ai margini del cinema mondiale, scrive e dirige un piccolo film che,
dai pochi che l’hanno veduto verrà conservato come una perla preziosa appena
pescata nel Baltico. Tratto dall’omonimo romanzo di Mati Unt, questa pellicola
indaga sulla vita di sei persone essenzialmente sole, tristi, lasciate a se
stesse. Nel corso di questo tratto travagliato del loro sentiero riusciranno a
ritrovare la sincerità necessaria a convivere con se stessi e col marcio che
vive in ognuno di noi. Lo scrittore perdona la moglie, la coppia si divide, la
madre comprende l’importanza della figlia, il portiere trova per poi perderlo
l’amore, il vecchio vive di piccole soddisfazioni. Messa in scena rigorosa ed
esteticamente valida, che opta per inquadrature statiche piuttosto che in
movimento, per un montaggio interno piuttosto che sulla pellicola e che segue
con bravura e, soprattutto ironia, le vicende più o meno intrecciantesi dei sei
protagonisti. Le musiche azzeccate e la fotografia livida e senza compromessi,
ma non per questo poco bella, fanno il resto, permettendo allo spettatore di
passare sopra ad alcune lungaggini di troppo.
…Film lunghetto -sfiora le due ore- e piuttosto lento,
ispirato ad un libro di Mati Unt (purtroppo inedito in Italia, pare) incentrato
sul tema (originalissssssssssimo) della solitudine e dell'incapacità di
comunicare dell'uomo moderno; cinque storie di ordinaria frustrazione che a
tratti si incrociano brevemente. Mati (Rain Tolk, il sosia baltico di Massimo
Coppola) è uno scrittore lasciato dalla sua ragazza che non riesce ad accettare
la cosa; Theo (Taavi Eelmaa) è un portiere d'albergo sessuomane insoddisfatto
della sua vita e del suo lavoro; Kaski (Sulevi Peltola) è un barbiere
finlandese che non si sente accettato dall'Estonia; Laura (Maarja Jakobson) fa
l'operaia, è madre di una bambina ed è separata da un marito ubriacone che la
perseguita; l'architetto Maurer (Juhan Ulfsak) e sua moglie Ulvi (Tiina
Tauraite) attraversano una crisi esistenziale e matrimoniale. Sullo sfondo, una
Tallinn livida e lugubre, una periferia di fabbricati ereditati dall'URSS1.
Personaggi tristi e silenziosi che fanno cose strane: Mati pedina la sua ex (la
bella Mirtel Pohla) e si ubriaca, Maurer insulta senza motivo sua moglie, Theo
scopa con tutte e forse non sa perché, Laura si droga di telenovelas, sua
figlia neanche decenne sta sul balcone a prendersi gelida pioggia, Kaski si
comporta da perfetto pedofilo senza neanche accorgersene. Sügisball non
vuole essere tragico o depressivo, quanto piuttosto opprimente e disilluso;
sprazzi di ironia alleggeriscono qua e là la tensione (a volte un po'
gratuitamente, come nel caso di Mati alle prese con un numero da avanspettacolo
mentre acquista una rivista porno). Saranno le ultime parole di Mati a chiarire
-se mai ce ne fosse il bisogno- ciò che la pellicola vuole essere: un ulteriore,
ennesimo tassello nel mosaico sterminato delle opere che provano ad indagare
sul senso della vita…
L'Estonia, Tallinn, la capitale, e la sua periferia umana e
architettonica, colma di detriti e di corpi, figli disillusi dello
sgretolamento dell'Unione Sovietica. Palazzi-alveari, ingrigiti e come
bombardati da misteriose forze del passato, che imprigionano i personaggi di
Ounpuu in un film cortocircuito, corale e di rara disperazione. Un
bell'esordio, questo, di uno dei migliori registi estoni. Tutte le coppie che
abitano quel territorio, sono in crisi, l'incomunicabilità è quasi totale, si
sfaldano senza possibilità alcuna, prendendo atto che la felicità è pura
illusione e l'amore assoluta assenza. Non importa il tuo livello sociale o
culturale, ognuno è spinto, ineluttabilmente, alla lontananza e alla
solitudine, un detrito, appunto, destinato a vagare in uno spazio fatto di
campi incolti, pattumiere e bottiglie su bottiglie di alcol. E chi solo lo è
già, spinge la sua solitudine ancora più in profondità. Sono tante le storie
che il regista racconta e abilmente incastra, fa sfiorare e pedina: è come un
libro di racconti amari, a tratti surreali, a tratti ferocemente sarcastici. Si
fa fatica a immaginare che un paese baltico considerato fra i più virtuosi
delle ex colonie sovietiche, sia così preda di un'umanità senza scampo,
costretta alla bruttezza e a nessun futuro. Il "ballo d'autunno" di
Ounpuu è un film coraggioso e d'autore, nel più ampio significato del termine.
Molto più bello del successivo, "The Temptation Of St.Tony" (qui), confuso ed elitario.
…La
struttura è quella di un film corale, e i punti di riferimento che possono
venir citati sono molti: da Altman per gli intrecci relazionali a Iñárritu per
l’interdipendenza, anche se qui non troppo accentuata, tra le varie misere
storie raccontate. Ma il taglio visivo di Autumn Ball ci
conduce lontano da questi autori mainstream per appaiarsi alle rasoiate
austriache di Seidl e Spielmann, con Antares (2004)
che diventa quasi un’opera gemella. La fauna abitante questo sbiadito quartiere
ha gli stessi problemi dei “colleghi” a Vienna e dintorni: c’è uno scrittore
disperato perché la sua ragazza lo vuole lasciare, una mamma che subisce le
avances di un tecnico della tv e che piange davanti ad essa guardandoUccelli
di rovo, un vecchietto che spia (e non solo) i bimbi giocare al parco
giochi, un usciere latin lover che annota sull’agenda tutte le sue conquiste ma
non sembra essere felice, e poi tante altre vicende di ordinaria amarezza che
evidenziano per l’ennesima volta il vicolo cieco in cui sono sprofondate le
persone di quest’area geografica…
Zhangke Jia racconta della Cina in un periodo di 17 anni. Bin (Fan Liao) e Qiao (Zhao Tao) sono due amanti, in un mondo del tutto diverso dal nostro, e che cambia con grande velocità. Bin è il capo di una piccola gang criminale, rispettato e odiato. quando Bin rischia la galera Qiao si sacrifica per lui. e quando dopo cinque anni esce di galera tutto è cambiato, lui lìha messa da parte, ma quando si rivedono il passato non si dimentica. lui ha avuto un ictus, il mondo è sempre più complicato, il centro di gravità permanente non è più permanente. storia di gangster, d'amore e odio, con una fotografia bellissima e attori di serie A. buona visione - Ismaele
… I figli del fiume giallo non si limita a una semplice riproposizioni di tempi e
luoghi, è come se rivisitasse quelle opere e quelle sensazioni, forse - ma non
è dato sapersi con certezza - recuperando anche del girato inedito. Anche dal
punto di vista tecnico e stilistico, infatti, il regista alterna pellicola e
digitale, dando la sensazione anche visiva di attraversare l'arco temporale
della narrazione. La peregrinazione di Qiao nel segmento centrale di Fengjie
ricorda da vicino il percorso della stessa interprete - sempre Zhao Tao, musa e
moglie del regista - in Still Life, oggi come allora in cerca di un uomo che non si presenta a
un appuntamento. Come se I figli del fiume giallo rappresentasse una raccolta di "non detti",
il completamento di fili mai riannodati in passato. Un arco temporale di 17
anni in cui sono cambiati irreversibilmente la Cina, il cinema, Jia e la sua
musa: e di cui il film diviene una sorta di testimonianza, benché fittizia,
romanzata e alterata nel contenuto, che traspone il tutto in una vicenda di
jianghu, come da titolo originale (che traslitterato significa Jianghu Er Nv,
"Figli e figlie del jianghu")…
Ammore e malavita in salsa cinese. Ma è davvero buono, pieno
di notazione politiche, ma mai pesante questo I figli del fiume giallo, ultima
fatica del più che decorato e riconosciuto maestro Jia Zhang-Ke presentato lo
scorso anno a Cannes in concorso subito dopo Le livre d’image di Godard. E
subito adorato dalla critica di tutto il mondo. In un mondo di duri e di
malavitosi, ma con un codice d’onore rispettabile, assistiamo a una complessa e
combattuta storia d’amore tra un piccolo boss della città mineriari di Shanxi, certo
Bin, interpretato da Liao Fan, e la sua bella ragazza Quiao, intepretata dalla
meravigliosa Zhao Tao…
…Prima che una storia d’amore il
film è soprattutto un contenitore di ricordi,
episodi, storie d’amore, esperienze di vita e sentimenti che messi tutti
insieme non mostrano necessariamente le trasformazioni di cui sopra, ma le
fanno avvertire, lasciano che traspaiano dal testo filmico e ne divengono
l’essenza. Perché il cinema di Jia è qualcosa difficile da sezionare,
analizzare o cercare di comprendere per momenti isolati, per compartimenti
stagni o simboli (di cui pure è ricco), ma va preso piuttosto come una sorta di opera lirica in cui elementi diversi concorrono, ognuno a suo modo, a dar
vita al tutto. Il film inizia come una gangster story, prosegue come un
mélo e termina come un dramma, ma dentro ci sono tocchi di commedia e
fantascienza, elementi della tradizione popolare, citazioni cinematografiche e
riferimenti ad altri film del regista (soprattutto Uknown Pleasures, ma anche Still Life e A Touch of Sin). E poi stralci di
footage girato con una vecchia camera DV da Jia proprio nel 2001, quando la
storia del film ha inizio…
…Un volto di
minatore, dietro al quale se ne intravedono altri due, sussulta su un bus; una
bimba dorme avvolta nel suo maglioncino e si sveglia di soprassalto non appena
l’automezzo si ferma; seguono altri volti ancora di uomini, per lo più vissuti,
intensi, autentici. La camera si arresta infine sul volto di una bella e
giovane donna, inquadrata di profilo, che pare dormire anch’essa.
Sono
immagini dalla grande bellezza ed espressività visiva, anche se in formato
quasi televisivo. Segue un’inquadratura dall’alto della città, dal formato più
ampio, dove si stagliano molti edifici moderni appena costruiti, macerie e, più
in fondo, vecchie casette consumate dal tempo. Le case della vecchia Cina.
Segue una scena d’interni dove la donna di prima, filmata di spalle, si muove
con eleganza, in un luogo popolare e affollato dove gli uomini si ritrovano per
seguire un piccolo spettacolo. La voce di un presentatore ci informa che siamo
nell’aprile del 2001.
La sequenza
ha come sfondo musica pop e karaoke. Poi la donna s’introduce dietro una porta
che nasconde una sala da gioco, presumibilmente clandestina. Qui la vediamo
discutere con autorevolezza con un gruppo di uomini, e poco dopo capiamo che si
tratta della donna di un piccolo boss locale. Senza descrivere tutto quello che
segue, anche se importante, riveliamo però che la sequenza si conclude con la
donna che prende in mano la pistola poggiata dietro di lei maneggiandola
incuriosita. È un presagio di tutto quello che verrà dopo. Stacco sul nero dove
i titoli di testa, che si erano interrotti, riprendono.
I figli del fiume giallo, il nuovo film del cinese Jia
Zhang-ke presentato in Concorso all’ultimo festival di Cannes che esce ora in
sala, è la storia di una donna, Qiao, e della sua ricerca assoluta d’amore. Una
storia che copre tre momenti chiave nelle trasformazioni grandiose ma anche
drammatiche subite dalla Cina: il 2001, quando le trasformazioni cominciano a
essere tumultuose ma la vecchia Cina rurale che si sposta in biciletta o in bus
è ancora forte; il 2006, anno in cui si è conclusa la costruzione della diga
delle Tre gole, la seconda del mondo in termini di grandezza, opera monumentale
che ha però devastato in parte l’ambiente, cancellato interi villaggi e disgregato
intere comunità; e infine il 2018 in cui tutto si chiude, negli stessi luoghi
ma completamente trasformati.
… Il tema del cambiamento resta dunque centrale nel cinema di
Jia Zhangke, eppure ancora una volta possiamo osservare come tale ossessione
riesca sempre a trovare nuove declinazioni e nuovi sviluppi. Appare
impressionante in tal senso la prima parte di I figli del Fiume Giallo dove coabitano le diverse Cine, quella antica e povera
delle modeste abitazioni e dei vicini di casa di Qiao – una Cina atemporale e
millenaria -, ma anche quella comunista i cui ultimi riverberi vengono allusi
nella dismissione della miniera e, infine, quella neocapitalista e arraffona,
incarnata in primis da Bin. Basta prendere un autobus, quell’autobus
iniziale, per passare da un ingenuo show di avanspettacolo (un uomo che solleva
una bicicletta con i denti) a una discoteca in cui si balla YMCA dei Village People, sparata a tutto volume. Sono le
contraddizioni della Storia e quelle di un paese attraversato simultaneamente
da passato, presente e futuro…
un giallo islandese con una soluzione solo alla fine. il commissario Erlendur si trova davanti un caso che ha le sue radici molti anni prima. niente è facile, ma Erlendur, con tanti problemi personali, riuscirà a capire (e anche noi). un film che viene dal freddo, merita. buona visione - Ismaele
Il film ha inizio nel 1974, con l'
omicidio di una ragazzina ad opera di un uomo dall'identità nascosta. La scena
si sposta rapidamente al giorno d'oggi, e scopriamo che in trent'anni di
indagini il nome del colpevole dell'assassinio non è mai stato scoperto, e il
caso è rimasto insoluto. Nel presente lo stressato detective Erlendur sta
investigando su un ipotetico legame tra quel triste episodio e l'omicidio di un
malvivente locale, Holberg. Oltre a interrogativi sul lavoro, Erlendur ha
questioni da risolvere anche per quanto riguarda la sua vita privata: la
sorella incinta, Eva Lind, soffre infatti di problemi di dipendenza dalla
droga. Nel frattempo ci viene presentato un altro personaggio: Örn, impiegato
in un laboratorio di analisi sul DNA, la cui vita viene sconvolta dalla morte
della sorella, che soffriva di tumore al cervello. Col tempo, le vite e le
storie di questi due uomini si incroceranno con risvolti assolutamente
imprevedibili per entrambi, e la verità sulll'omicidio di Holberg diverrà
all'improvviso clamorosamente chiara.
A well-crafted police
procedural written and directed by the Icelandic director Baltasar Kormakur ("The
Deep"/"Everest"/"100 Reykjavik"). It's based on
the 2000 novel Tainted Blood by the Icelandic writer Arnaldur
Indridason.
It follows the middle-aged
weary cop Erlendur (Ingvar E. Sigurdsson) trying to link the mysterious 1974
death of a little girl to the recent murder of a reclusive lowlife thug.
Orn (Atli Rafn Sigurdarson) is a
dad still distraught at the death of his daughter, who hacks a national
genetics database to help in the investigation. Meanwhile Erlendur tracks
down leads with fellow investigators Oli (Bjorn Hylnur Haraldsson) and Elinborg
(Olafia Hronn Jonsdottir). On a personal level the cop wrestles with the drug
addiction of his pregnant unmarried daughter (Agusta Eva Erlendsdottir).
It depicts how senseless,
stressful and messy are most crimes, and that it's not necessarily action
heroics that get the perps but good old-fashioned police leg work, persistence
and dedication.
The surprisingly haunting crime
drama, not as simple as first thought, makes for a satisfactory watch, and that
it takes place in the rarely seen in film Iceland makes it all the more
interesting.
…Jar City presenta
un’autorialità che, nella forma, si rinnega, riducendosi ad una manciata di
terra intrisa di marciume; eppure, nella sostanza, sostiene in maniera coerente
e continua un’idea di irrimediabile naufragio della civiltà: la condizione di
un essere umano che vive in abitazioni di cemento e lavora in un ufficio, che
pensa e parla, ma è, di fatto, un animale malato e privo di grazia. Un alone di letterarietà si affaccia, a
sorpresa, nel finale, quando un padre dice alla figlia: “Scusami, non mi volevo arrabbiare con te. Ma quando vedo il modo
in cui vivi, in cui sprechi la tua vita, e poi guardo una piccola bara
riesumata dalla fossa, niente ha più senso, davvero. Non so cosa succederà, e
vorrei pestarti a sangue. Credi di poterti mettere un’armatura e difenderti da
tutto. Credi di poter guardare il marciume intorno a te, da lontano, come se
non ti riguardasse. Ma tutta questa sporcizia ti perseguita, come uno spirito
maligno. Alla fine, arrivi anche a dimenticare che la gente normale vive
la propria vita.”
primo film americano per Jacques Audiard, con un quartetto di attori straordinari (John C. Reilly, Joaquin Phoenix, Riz Ahmed, Jake Gyllenhaal). i due fratelli Sisters sono persone di buon cuore, se non fosse che di mestiere fanno i killer per chi li paga meglio. non sono killer da un morto e via, fanno stragi, ed fa pensare e sorridere qìuando Eli, il fratello grande, piange per il cavallo morto. lo stile è un po' dark, un po' comico, un po' surreale, ci si diverte, anche. il film vale ampiamente il prezzo del biglietto, buona visione - Ismaele
I fratelli
Sisters di Jacques Audiard è stato una sorpresa.
Non che le aspettative fossero basse. Al contrario la filmografia del regista
francese è impressionante e I fratelli Sisters è
sicuramente all’altezza dei suoi film precedenti. Più o meno alla metà
dell’ottocento Eli (John C. Reilly) e Charlie (Joaquin Phoenix) sono due
pistoleri in Oregon al servizio di uno spietato Commodoro (Rutger Hauer). Il
boss li incarica di trovare un cercatore d’oro, Herman Warm (Riz Ahmed), di cui
già segue gli spostamenti il detective John Morris (Jake Gyllenhaal), sempre al
servizio del Commodoro. Il compito dei fratelli è farsi dare una formula
chimica dal cercatore e poi ucciderlo…
…un western d'autore (è il primo film di
Audiard in lingua inglese) che gioca con le convenzioni del genere,
divertendosi a sovvertirle sia dal lato formale (la fotografia così vivida, la
musica dal timbro spiazzante, le sparatorie mostrate attraverso ellissi o fuori
campo) che da quello dei contenuti (vedi l'inatteso finale, con la mancata resa
dei conti col cattivo, ma anche la struttura a doppio buddy movie,
con le due coppie di inseguitori e di inseguiti). Il tutto, vivaddio, prendendo
sempre sul serio la materia trattata e senza mai eccedere sul piano post-moderno
o parodistico…
…Molto abile nel rendere il profilo psicologico proprio
del maggiore, ora cullato da sentimenti nostalgici verso una donna (e un
cavallo), ora animato da progetti di riscatto per il futuro, Audiard si mostra
però incapace di rendere adeguatamente quello di tutti gli altri personaggi, in
particolare del signor Morris. Schiacciato sotto la recitazione mono-tono di
Ahmed, il signor Morris rimane un personaggio piatto, ineffabile. Allo stesso
modo, anche il potenziale di Jake Gyllenhaal risulta molto sacrificato.
Peccato. Tuttavia, la complicità fra i due fratelli, l’umorismo da black
comedy, alcune simpatiche trovate in merito a uno scialle e uno
spazzolino son quanto basta a dare spirito e carattere all’azione,
cosicchè arriviamo ai titoli di coda divertiti, soddisfatti, con un mezzo
sorriso disegnato sulle labbra.
…Girato tra Spagna e Romania, questa
bellissima favola per duri è un racconto introspettivo ma anche ironico su due
uomini alle prese con il loro rapporto di fratellanza e col senso della vita.
Ma dentro c’è anche di più: c’è una transizione, quella da un mondo con poche e
discutibili regole verso una società che adotta una dimensione più civile; in
cui gli uomini sono chiamati a una scelta di campo, adattarsi alla convivenza
democratica o soccombere alla legge del più forte. Questo passaggio da
dimensione umana a riflessione generale è uno degli aspetti più poetici e
intimisti di questo western: un’opera inaspettata da un regista come Jacques Audiard…
anche l'adulterio è una cosa molto complicata, a Gerusalemme. Sarah e Saleem, già sposati ognuno per conto suo, si vedono, solo per fare sesso, diranno poi. le cose si complicano, e molto, quando si capisce che Sarah è la moglie di un militare israeliano, spesso in missione - Ismaele
…Il film sorprende
per eleganza e precisione: dopo un breve parabolico flash forward,
ci presenta la vicenda per ciò che è, nuda e cruda. Un
piccolo imprevisto mette in moto una serie di eventi che, stavolta sì,
dipingeranno gli incontri di Sarah e Saleem come frutto di intrighi politici e
spionaggio militare, da una parte e dall’altra. Ma il pubblico conosce la
verità: non c’è eroismo in questa storia e d’amore, forse, ne è
rimasto appena un briciolo.
Sono altre
emozioni, sfumate ai limiti dell’indistinguibile, a corredare la pellicola,
quasi del tutto priva di accompagnamento musicale: eccitazione, pietà, disgusto, vergogna e,
firma del regista, senso di colpa. È un peccato che,
all’ascesa di quest’ultimo, insieme al personaggio di Maysa
Abed-Alhadi (moglie incinta di Saleem), il ritmo
si sia inabissato troppo e non riesca a recuperare prima dei titoli di coda. Il
finale anticlimatico è comunque potente, ma avrebbe potuto raccogliere molto di
più, vista la semina più che abbondante.
Sarah &
Saleem è il secondo lungometraggio diretto dal palestinese
Muayad Alayan, classe 1985; il suo esordio del 2015, Amore,
furti e altri guai, trovò
anche una rapida distribuzione in Italia dopo essere stato presentato alla
Berlinale, grazie a Cineclub Internazionale. Per quanto siano diversi il budget
a disposizione e ancor più la maturità espressiva del regista, i due film hanno
in comune la volontà evidente di ragionare sul conflitto israelo-palestinese da
una prospettiva se non nuova almeno
non usurata. Nel suo esordio Alayad inscenava il tragico microcosmo
mediorientale attraverso suggestioni di genere, giocando col buddy movie e con
l’action, col thriller e con la commedia rocambolesca e al limitar del
picaresco. In Sarah & Saleem,
invece, il discorso si fa più sfumato, complesso, e meno ludico. Il giovane
regista palestinese parte dalla più canonica delle situazioni melodrammatiche:
un uomo e una donna, entrambi sposati (lei con una figlia, lui con la moglie in
piena gravidanza), sono impegnati in una relazione extraconiugale. Saleem, che
è palestinese, lavora come facchino e consegna le merci nel bar gestito da
Sarah, israeliana; i loro rendez-vous erotici si risolvono tutti nel furgoncino
con cui lavora l’uomo, in incontri serali abbastanza rapidi per quanto metodici
e strutturati. Ovviamente la differenza etnica, che è anche differenza di censo
e di possibilità, di per sé allarga la visuale a scenari
prossimi al mood shakespeariano. Ma Alayan ha l’intelligenza di rifuggire ben
presto le lusinghe classiche, e di evitare di trasportare la “bella Verona”
dalle parti di Gerusalemme. Non è in quella direzione che si articolerà il
discorso di Sarah & Saleem, perché non
è d’amore che si sta discettando…
…Muayad
Alayan dipinge i protagonisti con un carico di tensione
altissimo: nessuno di loro vive tranquillamente, ogni personaggio cammina
sull’orlo di un precipizio, si barcamena tra un lato e l’altro della città,
cercando una propria dimensione in un limbo senza confini. Il
regista caratterizza i suoi personaggi usando l’alternanza tra il giorno e la
notte: la luce del sole illumina la moglie di Saleem, incinta e devota
allo studio per garantire alla propria famiglia un futuro migliore; la notte
invece, con le sue luci come stelle nel buio, promette la serenità e la pace
per i due amanti, ma gli fa incontrare il pericolo che condannerà per sempre i
loro atti. Gerusalemme viene dipinta come una città realmente
spezzata, lacerata da una divisione netta, da un vuoto incolmabile che
non permette alcuna speranza o via d’uscita. La figura femminile è l’unica
reale possibilità per la Città Santa: l’amore di una madre è senza confini e
senza paure.
Sarah
e Saleem è la prova che il Cinema offre la possibilità di raccontare
una realtà difficile e lontana, di portare alla luce la condizione umana nelle
sue più ampie sfaccettature; insieme ai recenti titoli Libere,
disobbedienti, innamorate della regista palestinese Hamoud
Maysaloun e Wajib – Invito al matrimonio della
connazionale Annemarie Jacir, la pellicola di Alayan
offre un ulteriore spunto di riflessione e permette al pubblico occidentale di
conoscere e capire meglio la città di Gerusalemme e il suo popolo.
…Due mondi che si scontrano, che si sfiorano e si
allontano, ma che alla fine si incontrano a metà strada. Il mondo degli
israeliti e dei palestinesi, il mondo da cui provengono Sarah (Sivane
Kretchner) e Saleem (Adeeb Safadi), quello da cui
entrambi tentano in qualche modo di fuggire, anche se solo per un paio d’ore
una volta a settimana. Ma soprattutto il mondo di Sarah e il mondo di Bisan (Maysa
Abed-Alhadi), la giovane moglie in attesa del primo figlio di Saleem,
donne diametralmente opposte ma profondamente simili che finiscono per trovare un
punto d’incontro, facendo tremare le rispettive radici d’appartenenza, pur di
non diventare complici di una nefanda ingiustizia. Donne eroine, seppur ferite,
che prendono il coraggio a quattro mani, in un universo dove gli uomini
continuano a farsi una guerra irrazionale e immotivata…